FUGA
DALLA GRANDE INDUSTRIA
padroni:
il fascino discreto dei servizi pubblici
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1.
Prologo: terremoto a Piazza Affari
A distanza di una ventina d’anni, le cose sono cambiate. E di molto: si può
parlare di un vero e proprio terremoto. Montedison è stata cancellata dal
listino. Olivetti seguirà a breve la stessa sorte. Fiat continua a perdere
colpi (qualche anno fa è stata superata in capitalizzazione da Tiscali: poi la
cosa è rientrata - ma solo perché Tiscali ha perso di più di Fiat
...). Pirelli va maluccio nei suoi settori storici (pneumatici e cavi), e
comunque la sua più importante partecipazione è oggi rappresentata dal gruppo
Telecom. Che, assieme a Eni ed Enel (entrambe controllate dallo Stato), fa la
parte del leone quanto a capitalizzazione di borsa. Vanno bene anche titoli
quali Autostrade e Autogrill (il primo, in particolare, è ai massimi
storici). Poi ci sono banche e società finanziarie, che venti anni fa non erano
quotate (o lo erano in minima percentuale): Intesa (che ha fagocitato la Comit),
Unicredito, Sanpaolo-Imi, Capitalia, Montepaschi, Bnl. E restano, unico elemento
di continuità del listino di borsa, le Assicurazioni Generali, che – benché
dimezzate rispetto al loro massimo storico – rappresentano pur sempre la terza
società assicurativa europea.
Quale è il significato di questi cambiamenti? È presto detto: c’è uno
spostamento del peso delle società quotate dal settore manifatturiero a
quello dei servizi di pubblica utilità ed a quello finanziario. In entrambi
i casi, si tratta in genere di società che sono state privatizzate e collocate
in borsa nel corso degli anni Novanta (le società ex pubbliche formano poco
meno del 50% dell’attuale capitalizzazione di borsa). Ma ovviamente questo
spiega perché determinati settori siano saliti. Non spiega perché
altri – ed in particolare il manifatturiero – siano scesi. A spiegare
questo ci pensa la crisi, che sta letteralmente spazzando via la grande
industria italiana. Proviamo a fare il punto.
2. Fenomenologia della
crisi
Nel 2002 in Italia la produzione ha ristagnato, ed il Pil è cresciuto appena
dello 0,4% (nell’area euro la crescita è stata dello 0,8%). Le importazioni
sono cresciute dell’1,5%, mentre le esportazioni sono scese dell’1% (quelle
dei Paesi dell’area dell’euro sono cresciute in media dell’1,2%), e questo
nonostante la ripresa del commercio mondiale (+3%). Ma, soprattutto, l’indice
della produzione industriale è diminuito nel 2002 dell’1,4%. Il grado di
utilizzo della capacità produttiva nei settori manifatturieri “è sceso al
livello più basso dalla metà degli anni novanta”. Ed è proseguito il
rallentamento degli investimenti fissi lordi in tutti i settori: dove spicca però
la flessione del 4,1% nel comparto manifatturiero. Il peggio, però, a quanto
pare deve ancora venire: le previsioni per il 2003, in base alle evidenze dei
primi mesi dell’anno, sono di un’ulteriore “contrazione della produzione
manifatturiera” e di un Pil “sostanzialmente stagnante”. Ma, soprattutto,
di un crollo dell’accumulazione per il complesso delle imprese (-10,7%),
particolarmente accentuato nel comparto manifatturiero (-13,6%) [Relazione
del governatore sull'esercizio 2002, maggio 2003, pp.89, 91-93, 95-6, 108,
111].
Si tratta di una crisi che viene da lontano. Essa si inscrive nella più
generale crisi di sovrapproduzione, e quindi di accumulazione del capitale, che
caratterizza ormai da decenni le principali economie capitalistiche. Ma, anche
in questo contesto, assume particolare gravità. Ascoltiamo cosa ci dice il
governatore della Banca d’Italia: “Dalla metà degli anni novanta è
iniziato un declino della competitività che ha riportato la partecipazione
italiana agli scambi mondiali al livello raggiunto alla metà degli anni
sessanta. A prezzi costanti, la quota di mercato è diminuita dal 4,5% nel 1995
al 3,6% nel 2002 [cioè del -20% in sette anni – ndr]. La perdita è
diffusa in tutti i mercati ... È scarsa la presenza delle nostre merci nei
settori tecnologicamente avanzati ... L’aumento degli acquisti dall’estero
per soddisfare una porzione crescente della domanda interna di prodotti finiti e
di beni intermedi ha nettamente superato quello delle esportazioni ... Nelle
altre economie dell’area dell’euro le maggiori importazioni sono state più
che compensate dall’aumento delle vendite all’estero”. Inoltre “il
carattere dualistico del sistema economico italiano, attenuatosi sino agli anni
settanta, grazie agli elevati investimenti nelle regioni meridionali in
infrastrutture e nei settori di base attuati con l’intervento straordinario,
si è di nuovo accentuato negli ultimi decenni” [Considerazioni finali del
governatore della Banca d'Italia, 31 maggio 2003, pp.15-17, 21]. Ma come: non ci
avevano spiegato che soltanto le forze del libero mercato avrebbero potuto
sottrarre il Sud alla “catastrofe-economica-causata-dall’assistenzialismo-statalista”?
Le cause di tutto questo? Anche a questo riguardo la Banca d’Italia ci dice
cose interessanti:
a) Piccolo è brutto (e illegale). “Il modesto sviluppo della produttività è da riconnettere, in misura non secondaria, alla frammentazione del nostro tessuto produttivo” [Considerazioni, p.18]. Qui va notata una curiosa circostanza: il passo appena citato si trova nel testo delle Considerazioni finali, quello letto da Fazio davanti ai banchieri e ai giornalisti. Nella Relazione, due tomi di 400 pagine ciascuno che vengono letti soltanto negli uffici studi di qualche banca e di qualche grande impresa, troviamo invece una frase diversa: “l’attività innovativa e l’applicazione delle nuove tecnologie sono limitate anche a causa della frammentazione del sistema produttivo, composto in parte di imprese irregolari che sfuggono agli effetti del progressivo inasprimento del carico fiscale e regolamentare” [Relazione, p. 91]. Questa formula esoterica, tradotta in lingua italiana, suonerebbe più o meno così: “In Italia ci sono molte aziende fuorilegge, che evadono regolarmente il fisco e assumono lavoratori in nero [nel 2000 i lavoratori in nero erano il 22% del totale nel Mezzogiorno, e nel Nord "appena" l’11%: per un totale di almeno 3 milioni e mezzo (stime Istat)]. È ovvio che queste imprese non abbiano alcun interesse a fare investimenti in ricerca e sviluppo, siccome per loro la "competitività" significa soltanto prezzi più bassi ottenuti sfruttando quanto più possibile il lavoro e non pagando le tasse. Però, siccome oggi in Italia chi ignora le leggi è un benemerito della società che va compreso e premiato, noi della Banca d’Italia vi diciamo che i banditi che si comportano così lo fanno soltanto per sfuggire alle odiose tasse e alle ancora più odiose leggi, indegne di un popolo libero e selvaggio come il nostro”.
b) Un modello di specializzazione produttiva inadeguato. Sulla debolezza delle esportazioni italiane ha inciso tra l’altro “il freno strutturale rappresentate dal nostro modello di specializzazione, più concentrato nei segmenti di domanda meno dinamici e nelle industrie a minore contenuto tecnologico, esposte in misura maggiore alla concorrenza dei produttori dei paesi industriali emergenti” [Relazione, p.116]. Non a caso nel solo settore della moda nel 2002 l’occupazione è diminuita di 38 mila unità, e la produzione in Italia – tra una delocalizzazione e l’altra – è scesa dell’8,7% [Finanza & Mercati, 18.6.2003].
c) Insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo.
“La scarsa presenza nelle produzioni tecnologicamente avanzate, il ritardo
nelle applicazioni dell’informatica ai processi produttivi e alla struttura
organizzativa sono da ricondurre anche al limitato ammontare delle spese
destinate all’innovazione e alla ricerca, sia dal settore pubblico sia dalle
imprese”. In particolare, le imprese italiane investono in ricerca lo 0,5% del
Pil. Negli Stati Uniti e in Giappone il 2%, in Germania l’1,8%, in Francia e
Regno Unito dall’1 all’1,5% [Considerazioni, p.19]. Sono dati che
parlano da soli. Del resto, l’atteggiamento dei capitalisti nostrani nei
confronti di questo tipo di investimenti è stato espresso di recente in maniera
esemplare dall’ing. Tesauro, Presidente di quel poderoso ente inutile che è
l’Authority sulla concorrenza, il quale nella sua relazione annuale
ha affermato testualmente: tra gli “elementi di debolezza dell’industria
italiana” c’è la “carenza di incentivi all’investimento in
attività di ricerca e sviluppo”. Ora, l’idea che investimenti vitali per il
futuro di un’impresa vengano fatti solo se “incentivati” (cioè pagati)
dallo Stato, e soprattutto il fatto che la cosa venga teorizzata con tanta
naturalezza da un signore che dovrebbe occuparsi di tutt’altro, la dicono
lunga sul capitalismo assistito all’italiana. Il risultato di questo modo di
pensare (e di agire) è il forte ritardo dell’Italia rispetto a tutti
gli indicatori di capacità innovativa individuati a livello comunitario [Relazione,
pp.124-126].
Che le cose stanno precisamente così, ce lo conferma la compassata indagine
condotta da Mediobanca sulle imprese multinazionali. Cominciamo con le dimensioni:
su 274 multinazionali mondiali, le 18 principali multinazionali tedesche nel
2001 hanno fatturato 737 mr €; le 24 francesi, 478 mrd €; le 15 italiane,
170 mrd €. Tra esse, di dimensione comparabile agli omologhi europei sono
soltanto Fiat [e i dati si riferiscono ad un periodo precedente l’aggravarsi
della crisi], Eni [che è controllata dallo Stato] e Telecom [che è una società
di servizi e non manifatturiera]. E veniamo all’occupazione: le
multinazionali tedesche impiegano 2.700.000 lavoratori, quelle francesi
1.900.000, le nostre appena 600.000. Quanto ai settori, se a livello
mondiale il 31,4%, circa un terzo del fatturato delle multinazionali, è
prodotto nei due settori più avanzati, elettronica e chimica, per quanto
riguarda l’Italia soltanto l’1,1% del fatturato proviene dall’elettronica,
e solo il 3% dalla chimica (4,1% in tutto). Non è finita.
Gli utili prodotti da queste società sono decisamente miseri: soltanto 3
multinazionali italiane su 15 (Italcementi, Eni e Telecom) hanno avuto buoni
risultati nel 2001. In compenso, le imprese italiane hanno, a parte l’Eni, debiti
elevati e capitale proprio scarso. Inoltre, sono all’ultimo
posto nelle spese per ricerca e sviluppo, a cui destinano soltanto il
2,4% del fatturato (contro il 3,7% della media europea, il 4,7% degli Usa, ed il
5,7% del Giappone). L’unica cosa in cui i capitalisti nostrani sono
imbattibili è la capacità di tenere basso il costo della forza-lavoro anche in
presenza di rilevanti aumenti di produttività: a fronte di un incremento del
valore aggiunto per addetto dell’89,5% nel periodo 1992-2001, il costo della
forza-lavoro è aumentato appena del 15,9% (in valori nominali); si tratta di un
dato inferiore a quello di tutti gli altri principali Paesi presi in
considerazione dalla ricerca.[1]
Del resto, non sarà un caso se anche la Banca d’Italia ha tessuto le lodi
della “moderazione salariale e maggiore flessibilità dei rapporti di
lavoro”[2]...
4. La “nuova” mappa
del potere economico
Non sono scomparsi gli Agnelli: negli ultimi mesi la crisi rovinosa del
settore auto li ha costretti a dismissioni dolorose (come quella della Toro
Assicurazioni), ma resta pur sempre in piedi un impero economico di notevoli
proporzioni, che va dalla Fiat ad una quota del Sanpaolo-Imi, dalla Juventus
alla Rinascente. Quanto ai Pirelli, Marco Tronchetti Provera (che è un
“Pirelli” acquisito, avendo sposato in prime nozze una Pirelli secondo le
migliori tradizioni del capitalismo dinastico all’italiana ...) possiede
un gruppo le cui principali società sono: Pirelli & C. (pneumatici e cavi),
Telecom Italia, Tim (telefonia fissa e mobile), Pirelli Real Estate (settore
immobiliare). Pesenti ha Italmobiliare (finanziaria) e Italcementi (una
delle principali società cementiere europee). Orlando ha il gruppo Gim,
cui fanno capo la Smi (settore metallurgico) e - attraverso la Smi - la Kme
(prodotti in rame e leghe di rame). De Benedetti ha diverse società
finanziarie (Cir, Cofide), una patacca “new economy” (Cdb Web Tech), il
gruppo editoriale L’espresso, oltre a società di componentistica (Sogefi)
e nel settore energetico (Energia). Per quanto riguarda i Benetton,
le principali società controllate sono la Benetton (abbigliamento), ma anche
Autogrill, un pezzo di Telecom e Autostrade. Quanto all’ineffabile Berlusconi,
le principali partecipazioni sono nel campo televisivo (Mediaset), editoriale (Mondadori)
e assicurativo (Mediolanum); oltre ovviamente al monopolio nel settore
governativo (Palazzo Chigi).
Morale della favola: tanto le famiglie storiche del capitalismo italiano quanto
i parvenu mantengono saldamente le loro posizioni. Ma questo non
significa che tutto sia rimasto come prima. Volendo schematizzare, potremmo dire
che è rimasta invariata la struttura del controllo societario, ma sono
cambiati gli oggetti del controllo.
5. Concentrazione del
controllo e scatole cinesi
Non solo: in Italia negli ultimi anni la concentrazione è cresciuta. È
cresciuta, in particolare, la concentrazione attraverso le “scatole cinesi”,
uno strumento che consente agli azionisti più importanti di una determinata
società di controllare un quota del capitale assai maggiore di quella
effettivamente detenuta. E quindi fa sì che si abbia la concentrazione del
controllo senza che ci sia la concentrazione della proprietà. L’ex
Presidente della Consob, Spaventa, ha così descritto (eufemisticamente) la
situazione: “l’esercizio del controllo con un impegno più modesto nella
proprietà viene sovente ottenuto ricorrendo a lunghe e complicate strutture
piramidali” [Incontro annuale con il mercato finanziario, 8 aprile
2002, p.11].
Ma come funzionano in concreto le “scatole cinesi”? Praticamente abbiamo a
che fare con una catena di società, che può essere anche molto lunga. Il primo
anello della catena è una società in accomandita per azioni. Si tratta
rigorosamente di una società non quotata, e quindi non contendibile. Spesso è
di diritto lussemburghese, per pagare meno tasse (del dovuto). Facciamo un
esempio. Tutto comincia con una società in accomandita il cui capitale è
detenuto al 99,36% da un singolo capitalista. Questa società possiede il 56% di
un’altra società non quotata; questa seconda società possiede a sua volta il
56% di una piccola società quotata in borsa; quest’ultima ha in portafoglio
il 29,9% di un’ulteriore società quotata in borsa; questa controlla il 38%
di una terza società quotata in borsa; che controlla il 60% di una società non
quotata; questa società non quotata controlla il 28,7% di una quarta società
quotata, che controlla il 55% di una quinta società quotata; quest’ultima
controlla con il 56% una sesta società quotata e con il 57% una settima società
quotata.
Con questo sistema gli Agnelli hanno il controllo della Fiat, Tronchetti Provera
di Pirelli e di Telecom (l’esempio di cui sopra non è fittizio: si tratta
proprio della catena di controllo su Pirelli e su Telecom, come si presentava
sino a pochi mesi fa). Il tutto, con un risparmio considerevole rispetto
all’acquisizione diretta di queste società. Quanto considerevole? Qualcuno si
è preso la briga di fare due conti, e i risultati sono questi: “la famiglia
Agnelli governa su un impero che vale cento rischiando di tasca propria, in
proporzione, non più di dodici”, e “Tronchetti decide come vuole in Pirelli
avendovi impegnato una quota reale pari a un misero 3,6 per cento del totale”,
e - per quanto riguarda Telecom Italia - con un investimento appena dello
“0,018 [sic!] per cento del totale” [Mucchetti, op.cit., pp.52
e 100].
L’uso del meccanismo delle “scatole cinesi” accomuna praticamente tutte le
dinastie imprenditoriali italiane che controllano società quotate in borsa. In
concreto, in questo modo sono controllati 130 miliardi di euro, ossia il 30% del
valore totale della Borsa italiana. In questo contesto, i piccoli investitori
quale ruolo giocano? La risposta è facile: il ruolo di mettere i soldi nelle
società controllate da quei signori, rendendo loro possibile di controllarle
senza doverle possedere. Intendiamoci: niente di nuovo sotto il sole. Di
questo fenomeno si parlò molto sin dalla fine dell’Ottocento. Anche Lenin lo
affrontò nell’Imperialismo, traendone queste conclusioni: “La
"democratizzazione" del possesso di azioni, dalla quale i sofisti
borghesi e gli opportunisti "pseudosocialdemocratici" si ripromettono
(o fingono di ripromettersi) la "democratizzazione del capitale",
l’aumento di importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella
realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell’oligarchia
finanziaria”. Ma Lenin, si sa, è superato...
6. Dal settore
manifatturiero ai servizi pubblici
Ma veniamo al punto: che cosa ha consentito questa fuga dalla grande industria?
La risposta è semplice: le massicce privatizzazioni effettuate nel corso
degli anni Novanta. Può sembrare paradossale, se si pensa a tutti i Soloni
che ci avevano spiegato come le privatizzazioni sarebbero servite non soltanto a
diminuire il debito pubblico, ma anche a creare “un mercato finanziario
sviluppato”. Ora, questo obiettivo si componeva, a sua volta, di due
obiettivi-condizioni. In primo luogo, la diffusione dell’investimento
azionario a livello di massa, presentato come un fattore di “democrazia
economica”. In secondo luogo, la quotazione in borsa di un numero maggiore di
imprese private. In che modo le privatizzazioni avrebbero potuto contribuire a
raggiungere questi obiettivi? È semplice: le società da privatizzare sarebbero
state quotate in borsa, facendone delle public companies (aziende ad
azionariato molto frammentato) ed invogliando i risparmiatori ad acquisirne
delle quote. In questo modo la quantità dei titoli trattati alla borsa di
Milano sarebbe cresciuta, lo “spessore” del mercato - come si dice in gergo
- sarebbe aumentato, e questo avrebbe indotto alla quotazione molti proprietari
di imprese private che sinora non avevano preso in considerazione tale
possibilità.
Questa operazione è riuscita solo a metà: la prima metà. Infatti è vero che
molti risparmiatori hanno partecipato alle privatizzazioni (ad es., nel 1999
hanno comprato azioni Enel qualcosa come 5 milioni di cittadini italiani). Ma in
Italia il modello delle public companies non si è affermato. I
capitalisti italiani, salvo pochissime eccezioni, si sono ben guardati dal
portare le proprie imprese in Borsa, tant’è vero che dal 1999 ad oggi il
numero delle società quotate si è ridotto. In compenso, i più forti
tra loro hanno acquisito le società privatizzate assumendone il controllo. In
questo modo, “la maggior parte delle principali società privatizzate ad
azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno
portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dal listino di
Borsa – ndr] o alla determinazione di un assetto di controllo
fortemente concentrato” [Consob, Relazione 2002, p. 3].
Tra le società privatizzate, le attenzioni dei capitalisti industriali del
nostro Paese si sono rivolte verso i servizi di pubblica utilità (ossia le “public
utilities”). C’è addirittura un caso in cui la stessa società,
nel volgere di pochi anni, è entrata nell’orbita di 3 distinti nomi
storici del capitalismo italiano: è il caso di Telecom, che prima viene
privatizzata dandone il controllo di fatto (con appena lo 0,8% del capitale!)
agli Agnelli, sia pure attraverso un patto di sindacato con altri soci; poi
subisce la scalata di Olivetti (nel frattempo diventata una scatola finanziaria
nelle mani di Colaninno); infine passa sotto il controllo della Pirelli di
Tronchetti Provera. Ma anche le famiglie di più recente affermazione
condividono la stessa passione per le società in via di privatizzazione. È il
caso dei Benetton, che hanno recentemente acquisito il controllo totale di
Autostrade (e in precedenza avevano comprato Autogrill e Gs, e si erano messi in
cordata con Tronchetti Provera per Telecom).
Il perché di questa passione generalizzata è presto detto: queste società
rappresentano una fonte di profitti certa, che può godere di una rendita
di monopolio (o, nel peggiore dei casi, oligopolistica); si tratta tra
l’altro di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi
alterne del ciclo economico (le bollette si pagano sempre), ma anche alla
concorrenza internazionale. Il percorso quindi è questo: le grandi
famiglie del capitalismo italiano sbarcano dal settore manifatturiero, dove perdono
colpi non riuscendo a sostenere la concorrenza internazionale, e si
imbarcano sulla scialuppa di salvataggio rappresentata dalle società
pubbliche in via di privatizzazione. La riprova? L’impressionante
coincidenza tra il momento del passaggio ai servizi pubblici e la crisi nei
settori di origine.
Così, la Fiat si lancia nell’avventura di Montedison al peggiorare della
situazione nel settore auto [cfr. la Contraddizione, nn.86, 91]. Pirelli
si compra Telecom quando si avvertono i primi segni della crisi nei suoi
comparti tradizionali, ed in particolare nel settore cavi e sistemi di
telecomunicazione, che nel 2002 si aggraverà drasticamente (perdita netta di
58,4 mln € e giro d’affari in calo del 13,2%). Infine, Benetton nei primi
mesi del 2003 lancia un’Opa [offerta pubblica di acquisto in borsa] sulle
azioni di Autostrade. Negli stessi giorni il principale quotidiano economico
italiano metteva in luce come il conto economico della società nel 2002 avesse
visto la contrazione di tutte le voci principali, dal fatturato (-5%) al
risultato operativo (-15%), per finire con una perdita netta di 9,8 milioni di
euro (contro l’attivo di 148 milioni dell’anno prima). Sul manifesto osservano
che “fa un po’ pena vedere la famiglia più innovativa d’Italia
abbandonare i colors per indossare il grigio abito dell’esattore al
casello autostradale” [23.2.2003]. Ma forse non è il caso di commuoversi
troppo: infatti il rendimento sul capitale investito nelle magliette è (quando
va bene) del 7%, quello dei pedaggi autostradali arriva al 18% [Il Riformista,
8.2.2003].
La famiglia Benetton, insomma, non ha di che lamentarsi: alla crisi di
valorizzazione del settore manifatturiero ha risposto saltando sulla scialuppa
di salvataggio di una utility che dà una rendita monopolistica. Noi
invece sì: perché un’economia il cui settore manifatturiero dà forfait
non ha futuro. E allora bisogna avere il coraggio di dire una verità
sgradevole: che le privatizzazioni italiane, anziché rappresentare un
momento di crescita per l’economia italiana, hanno avuto effetti nefasti
sul tessuto produttivo del nostro Paese, accelerandone il declino, in quanto
hanno offerto alle principali dinastie imprenditoriali una comoda e redditizia via
di fuga.
7. Triste epilogo
Alla luce di quanto abbiamo visto, è assolutamente calzante
quanto ha affermato Giangiacomo Nardozzi: “la grande stagione delle
privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani
italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi
dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti” [Il Sole 24
ore, 20.10.2002].
Ora, è interessante notare che tra le imprese da privatizzare non mancavano
quelle industriali. Quelle lì, però, i “nostri” capitalisti le hanno
lasciate a società transnazionali basate fuori d’Italia. Riepilogando:
“Krupp ha comprato la Acciai Speciali Terni diventando il primo produttore
mondiale di laminati piani in acciaio inossidabile. La Nestlé con Italgel è
entrata nel settore dei surgelati, con Motta, Alemagna e Antica Gelateria del
Corso nei gelati, completando la sua gamma di prodotti. La Pilkington, con la
Siv, ha raddoppiato la sua quota in Europa nei vetri per autoveicoli
raggiungendo con il 36% la Saint Gobain. Prendendo l’Alcantara dall’Eni, il
gruppo giapponese Toray ha raggiunto il 50% della produzione mondiale di tessuti
tipo suede a base di ultramicrofibre. Con la Inca, la Dow Chemical è entrata in
un mercato dal quale era assente: i granuli di Pet per bottiglie di acque
minerali. La General Electric ha preso la Nuovo Pignone che, con una quota del
25%, rappresenta il maggior produttore mondiale nei compressori per impianti
petroliferi. Una delle vendite più dolorose per l’industria italiana
italiana è stata la Elsag Baily finita alla Abb, colosso svizzero-svedese,
leader mondiale nei flussometri e tra i primi nell’automazione industriale”
[S. Cingolani, I boiardi son spariti, dove sono i capitalisti?, in il
Riformista, 17.5.2003]. Citando questo elenco, due dati balzano
subito agli occhi: in primo luogo, che non si tratta di aziende in crisi né a
basso contenuto tecnologico; in secondo luogo, che queste acquisizioni, a
differenza della quasi totalità di quelle effettuate dai capitalisti di casa
nostra, sono funzionali ad un ulteriore sviluppo nel settore manifatturiero delle
multinazionali acquirenti.
Rispetto a tutto questo, è grande la tentazione di unirsi all’accorato
appello lanciato qualche mese fa dal settimanale Il Mondo in un suo
articolo di copertina: “Ridateci i boiardi” [28.2.2003]. Forse,
però, si può fare qualcosa di più utile: ad esempio, opporsi alle prossime
privatizzazioni, ed in particolare a quelle dei servizi pubblici locali.
[1] R & S, Multinationals: Financial Aggregates (274 Companies). 2002 edition, Milano, gennaio 2003. La ricerca è scaricabile dal sito internet www.mbres.it. Per la cronaca, i dati sulla produttività ed il costo del lavoro sono stati riportati anche dal Sole 24 ore, il 28/1/2003. In una tabella e non nel titolo, come è ovvio...
[2] Relazione, p. 94. In verità, si tratta di un elogio piuttosto ambiguo. Il testo infatti è questo: "la moderazione salariale e la maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro sono da alcuni anni all'origine della crescita del numero degli occupati, sebbene soprattutto in attività caratterizzate da bassi livelli di produttività". In altri termini, la Banca d'Italia stessa riconosce che la compressione del prezzo della forza lavoro, e l'utilizzo di questa leva come leva prioritaria per la competitività, sta spingendo la produzione manifatturiera italiana su una china pericolosa: quella che la pone in competizione non con i paesi tecnologicamente più avanzati, ma con i Paesi dell'est europeo e dell'Asia. Ma se la competizione sui salari, il punto di riferimento è il "salario cinese" (Marx) e quindi si tratta di una competizione votata alla sconfitta.