FUGA DALLA GRANDE INDUSTRIA

padroni: il fascino discreto dei servizi pubblici

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  Vladimiro Giacché

1. Prologo: terremoto a Piazza Affari

  Chi avesse voluto disegnare una mappa del capitalismo italiano verso la metà degli anni Ottanta non avrebbe dovuto faticare granché. A quell’epoca, infatti, le partecipazioni Fiat capitalizzavano da sole un quarto dell’intera Borsa italiana: tra esse c’erano società come Snia, Gemina (Rizzoli e Corriere della Sera), Magneti Marelli, Unicem, Sorin, Olcese, Toro Assicurazioni, Rinascente. E il resto del listino? I nomi storici della grande industria italiana: Pirelli (nome abbinato sin dagli anni Sessanta a quello degli Agnelli in un delizioso distico scandito nelle manifestazioni), Olivetti, Montedison; e per finire qualche titolo finanziario, a cominciare dalle assicurazioni Generali.
A distanza di una ventina d’anni, le cose sono cambiate. E di molto: si può parlare di un vero e proprio terremoto. Montedison è stata cancellata dal listino. Olivetti seguirà a breve la stessa sorte. Fiat continua a perdere colpi (qualche anno fa è stata superata in capitalizzazione da Tiscali: poi la cosa è rientrata - ma solo perché Tiscali ha perso di più di Fiat ...). Pirelli va maluccio nei suoi settori storici (pneumatici e cavi), e comunque la sua più importante partecipazione è oggi rappresentata dal gruppo Telecom. Che, assieme a Eni ed Enel (en­trambe controllate dallo Stato), fa la parte del leone quanto a capitalizzazione di borsa. Vanno bene anche titoli quali Autostrade e Autogrill (il primo, in partico­lare, è ai massimi storici). Poi ci sono banche e società finanziarie, che venti anni fa non erano quotate (o lo erano in minima percentuale): Intesa (che ha fagocitato la Comit), Unicredito, Sanpaolo-Imi, Capitalia, Montepaschi, Bnl. E restano, unico elemento di continuità del listino di borsa, le Assicurazioni Generali, che – benché dimezzate rispetto al loro massimo storico – rappresentano pur sempre la terza società assicurativa europea.
Quale è il significato di questi cambiamenti? È presto detto: c’è uno spostamento del peso delle società quotate dal settore manifatturiero a quello dei servizi di pubblica utilità ed a quello finanziario. In entrambi i casi, si tratta in genere di società che sono state privatizzate e collocate in borsa nel corso degli anni Novanta (le società ex pubbliche formano poco meno del 50% dell’attuale capitalizzazione di borsa). Ma ovviamente questo spiega perché determinati set­tori siano saliti. Non spiega perché altri – ed in particolare il manifatturiero – siano scesi. A spiegare questo ci pensa la crisi, che sta letteralmente spazzando via la grande industria italiana. Proviamo a fare il punto.

2. Fenomenologia della crisi

  Per avere chiara la gravità della situazione basterà citare parole e dati pronunciati il 31 maggio scorso dal governatore della Banca d’Italia, un signore che ancora 2 (due) anni fa riteneva possibile il “miracolo italiano” sbandierato dal re delle televendite e dal suo commercialista di fiducia.
Nel 2002 in Italia la produzione ha ristagnato, ed il Pil è cresciuto appena dello 0,4% (nell’area euro la crescita è stata dello 0,8%). Le importazioni sono cresciute dell’1,5%, mentre le esportazioni sono scese dell’1% (quelle dei Paesi dell’area dell’euro sono cresciute in media dell’1,2%), e questo nonostante la ripresa del commercio mondiale (+3%). Ma, soprattutto, l’indice della produzione industriale è diminuito nel 2002 dell’1,4%. Il grado di utilizzo della capacità produttiva nei settori manifatturieri “è sceso al livello più basso dalla metà degli anni novanta”. Ed è proseguito il rallentamento degli investimenti fissi lordi in tutti i settori: dove spicca però la flessione del 4,1% nel comparto manifatturiero. Il peggio, però, a quanto pare deve ancora venire: le previsioni per il 2003, in base alle evidenze dei primi mesi dell’anno, sono di un’ulteriore “contrazione della produzione manifatturiera” e di un Pil “sostanzialmente stagnante”. Ma, soprattutto, di un crollo dell’accumulazione per il complesso delle imprese (-10,7%), particolarmente accentuato nel comparto manifatturiero (-13,6%) [Relazione del governatore sull'esercizio 2002, maggio 2003, pp.89, 91-93, 95-6, 108, 111].
Si tratta di una crisi che viene da lontano. Essa si inscrive nella più generale crisi di sovrapproduzione, e quindi di accumulazione del capitale, che caratterizza ormai da decenni le principali economie capitalistiche. Ma, anche in questo contesto, assume particolare gravità. Ascoltiamo cosa ci dice il governatore della Banca d’Italia: “Dalla metà degli anni novanta è iniziato un declino della competitività che ha riportato la partecipazione italiana agli scambi mondiali al livello raggiunto alla metà degli anni sessanta. A prezzi costanti, la quota di mercato è diminuita dal 4,5% nel 1995 al 3,6% nel 2002 [cioè del -20% in sette anni – ndr]. La perdita è diffusa in tutti i mercati ... È scarsa la presenza delle nostre merci nei settori tecnologicamente avanzati ... L’aumento degli acquisti dall’estero per soddisfare una porzione crescente della domanda interna di prodotti finiti e di beni intermedi ha nettamente superato quello delle esportazioni ... Nelle altre economie dell’area dell’euro le maggiori importazioni sono state più che compensate dall’aumento delle vendite all’estero”. Inoltre “il carattere dualistico del sistema economico italiano, attenuatosi sino agli anni settanta, grazie agli elevati investimenti nelle regioni meridionali in infrastrutture e nei settori di base attuati con l’intervento straordinario, si è di nuovo accentuato negli ultimi decenni” [Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia, 31 maggio 2003, pp.15-17, 21]. Ma come: non ci avevano spiegato che soltanto le forze del libero mercato avrebbero potuto sottrarre il Sud alla “catastrofe-economica-causata-dall’assistenzialismo-statalista”? Le cause di tutto questo? Anche a questo riguardo la Banca d’Italia ci dice cose interessanti:

a) Piccolo è brutto (e illegale). “Il modesto sviluppo della produttività è da riconnettere, in misura non secondaria, alla frammentazione del nostro tessuto produttivo” [Considerazioni, p.18]. Qui va notata una curiosa circostanza: il passo appena citato si trova nel testo delle Considerazioni finali, quello letto da Fazio davanti ai banchieri e ai giornalisti. Nella Relazione, due tomi di 400 pagine ciascuno che vengono letti soltanto negli uffici studi di qualche banca e di qualche grande impresa, troviamo invece una frase diversa: “l’attività innovativa e l’applicazione delle nuove tecnologie sono limitate anche a causa della frammentazione del sistema produttivo, composto in parte di imprese irregolari che sfuggono agli effetti del progressivo inasprimento del carico fiscale e regolamentare” [Relazione, p. 91]. Questa formula esoterica, tradotta in lingua i­taliana, suonerebbe più o meno così: “In Italia ci sono molte aziende fuorilegge, che evadono regolarmente il fisco e assumono lavoratori in nero [nel 2000 i lavoratori in nero erano il 22% del totale nel Mezzogiorno, e nel Nord "appena" l’11%: per un totale di almeno 3 milioni e mezzo (stime Istat)]. È ovvio che queste imprese non abbiano alcun interesse a fare investimenti in ricerca e sviluppo, siccome per loro la "competitività" significa soltanto prezzi più bassi ottenuti sfruttando quanto più possibile il lavoro e non pagando le tasse. Però, siccome oggi in Italia chi ignora le leggi è un benemerito della società che va com­preso e premiato, noi della Banca d’Italia vi diciamo che i banditi che si comportano così lo fanno soltanto per sfuggire alle odiose tasse e alle ancora più o­diose leggi, indegne di un popolo libero e selvaggio come il nostro”.

b) Un modello di specializzazione produttiva inadeguato. Sulla debolezza delle esportazioni italiane ha inciso tra l’altro “il freno strutturale rappresentate dal nostro modello di specializzazione, più concentrato nei segmenti di domanda meno dinamici e nelle industrie a minore contenuto tecnologico, esposte in misura maggiore alla concorrenza dei produttori dei paesi industriali emergenti” [Relazione, p.116]. Non a caso nel solo settore della moda nel 2002 l’occupa­zione è diminuita di 38 mila unità, e la produzione in Italia – tra una delocalizzazione e l’altra – è scesa dell’8,7% [Finanza & Mercati, 18.6.2003].

c) Insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo. “La scarsa presenza nelle produzioni tecnologicamente avanzate, il ritardo nelle applicazioni dell’infor­matica ai processi produttivi e alla struttura organizzativa sono da ricondurre anche al limitato ammontare delle spese destinate all’innovazione e alla ricerca, sia dal settore pubblico sia dalle imprese”. In particolare, le imprese italiane investono in ricerca lo 0,5% del Pil. Negli Stati Uniti e in Giappone il 2%, in Ger­mania l’1,8%, in Francia e Regno Unito dall’1 all’1,5% [Considerazioni, p.19]. Sono dati che parlano da soli. Del resto, l’atteggiamento dei capitalisti nostrani nei confronti di questo tipo di investimenti è stato espresso di recente in maniera esemplare dall’ing. Tesauro, Presidente di quel poderoso ente inutile che è l’Au­thority sulla concorrenza, il quale nella sua relazione annuale ha affermato testualmente: tra gli “elementi di debolezza dell’industria italiana” c’è la “carenza di incentivi all’investimento in attività di ricerca e sviluppo”. Ora, l’idea che investimenti vitali per il futuro di un’impresa vengano fatti solo se “incentivati” (cioè pagati) dallo Stato, e soprattutto il fatto che la cosa venga teorizzata con tanta naturalezza da un signore che dovrebbe occuparsi di tutt’altro, la dicono lunga sul capitalismo assistito all’italiana. Il risultato di questo modo di pensare (e di agire) è il forte ritardo dell’Italia rispetto a tutti gli indicatori di capacità innovativa individuati a livello comunitario [Relazione, pp.124-126].

  3. Addio alla grande industria

  Questa la situazione e le sue cause, come le ha descritte la Banca d’Italia, mandando su tutte le furie il presidente della Confindustria D’Amato. In sintesi, per dirla con un bravo giornalista dell’Espresso, “nell’ultimo decennio del seco­lo ventesimo l’Italia ha perso la sua grande industria manifatturiera” [M. Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli, Milano 2003, p.160].
Che le cose stanno precisamente così, ce lo conferma la compassata indagine condotta da Mediobanca sulle imprese multinazionali. Cominciamo con le dimensioni: su 274 multinazionali mondiali, le 18 principali multinazionali tedesche nel 2001 hanno fatturato 737 mr €; le 24 francesi, 478 mrd €; le 15 italiane, 170 mrd €. Tra esse, di dimensione comparabile agli omologhi europei sono soltanto Fiat [e i dati si riferiscono ad un periodo precedente l’aggravarsi della crisi], Eni [che è controllata dallo Stato] e Telecom [che è una società di servizi e non manifatturiera]. E veniamo all’occupazione: le multinazionali tedesche impiegano 2.700.000 lavoratori, quelle francesi 1.900.000, le nostre appena 600.000. Quanto ai settori, se a livello mondiale il 31,4%, circa un terzo del fat­turato delle multinazionali, è prodotto nei due settori più avanzati, elettronica e chimica, per quanto riguarda l’Italia soltanto l’1,1% del fatturato proviene dal­l’elettronica, e solo il 3% dalla chimica (4,1% in tutto). Non è finita.
Gli utili prodotti da queste società sono decisamente miseri: soltanto 3 multinazionali i­taliane su 15 (Italcementi, Eni e Telecom) hanno avuto buoni risultati nel 2001. In compenso, le imprese italiane hanno, a parte l’Eni, debiti elevati e capitale proprio scarso. Inoltre, sono all’ultimo posto nelle spese per ricerca e sviluppo, a cui destinano soltanto il 2,4% del fatturato (contro il 3,7% della media europea, il 4,7% degli Usa, ed il 5,7% del Giappone). L’unica cosa in cui i capitalisti nostrani sono imbattibili è la capacità di tenere basso il costo della forza-lavoro anche in presenza di rilevanti aumenti di produttività: a fronte di un incremento del valore aggiunto per addetto dell’89,5% nel periodo 1992-2001, il costo della forza-lavoro è aumentato appena del 15,9% (in valori nominali); si tratta di un dato inferiore a quello di tutti gli altri principali Paesi presi in considerazione dalla ricerca.[1] Del resto, non sarà un caso se anche la Banca d’Italia ha tessuto le lodi della “moderazione salariale e maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro”[2]...

4. La “nuova” mappa del potere economico

  Di fronte a tutto questo, viene da chiedersi se dobbiamo dire addio anche alle grandi famiglie del capitalismo italiano. Assolutamente no: praticamente nessuna delle principali è scomparsa.
Non sono scomparsi gli Agnelli: negli ultimi mesi la crisi rovinosa del settore auto li ha costretti a dismissioni dolorose (come quella della Toro Assicurazioni), ma resta pur sempre in piedi un impero economico di notevoli proporzioni, che va dalla Fiat ad una quota del Sanpaolo-Imi, dalla Juventus alla Rinascente. Quanto ai Pirelli, Marco Tronchetti Provera (che è un “Pirelli” acquisito, avendo sposato in prime nozze una Pirelli secondo le migliori tradizioni del capitalismo dinastico all’italiana ...) possiede un gruppo le cui principali società sono: Pirelli & C. (pneumatici e cavi), Telecom Italia, Tim (telefonia fissa e mobile), Pirelli Real Estate (settore immobiliare). Pesenti ha Italmobiliare (finanziaria) e Italcementi (una delle principali società cementiere europee). Orlando ha il gruppo Gim, cui fanno capo la Smi (settore metallurgico) e - attraverso la Smi - la Kme (prodotti in rame e leghe di rame). De Benedetti ha diverse società finanziarie (Cir, Cofide), una patacca “new economy” (Cdb Web Tech), il gruppo editoriale L’espresso, oltre a società di componentistica (Sogefi) e nel settore energetico (Energia). Per quanto riguarda i Benetton, le principali società controllate sono la Benetton (abbigliamento), ma anche Autogrill, un pezzo di Telecom e Autostrade. Quanto all’ineffabile Berlusconi, le principali partecipazioni sono nel campo televisivo (Mediaset), editoriale (Mondadori) e assicurativo (Mediolanum); oltre ovviamente al monopolio nel settore governativo (Palazzo Chigi).
Morale della favola: tanto le famiglie storiche del capitalismo italiano quanto i parvenu mantengono saldamente le loro posizioni. Ma questo non significa che tutto sia rimasto come prima. Volendo schematizzare, potremmo dire che è rimasta invariata la struttura del controllo societario, ma sono cambiati gli oggetti del controllo.

5. Concentrazione del controllo e scatole cinesi

  La concentrazione del controllo delle società quotate da parte di uno o più soci è maggiore in Italia che negli altri principali Paesi europei: “per circa tre quarti delle società quotate è infatti presente un azionista di controllo”. In particolare, “la concentrazione proprietaria delle blue chips italiane è superiore in misura notevole rispetto a quelle delle imprese tedesche e francesi e, in misura minore, rispetto a quelle delle imprese spagnole” [Consob, Relazione per l'anno 2002, pp.7, 4].
Non solo: in Italia negli ultimi anni la concentrazione è cresciuta. È cresciuta, in particolare, la concentrazione attraverso le “scatole cinesi”, uno strumento che consente agli azionisti più importanti di una determinata società di controllare un quota del capitale assai maggiore di quella effettivamente detenuta. E quindi fa sì che si abbia la concentrazione del controllo senza che ci sia la concentrazione della proprietà. L’ex Presidente della Consob, Spaventa, ha così descritto (eufemisticamente) la situazione: “l’esercizio del controllo con un impegno più modesto nella proprietà viene sovente ottenuto ricorrendo a lunghe e complicate strutture piramidali” [Incontro annuale con il mercato finanziario, 8 aprile 2002, p.11].
Ma come funzionano in concreto le “scatole cinesi”? Praticamente abbiamo a che fare con una catena di società, che può essere anche molto lunga. Il primo anello della catena è una società in accomandita per azioni. Si tratta rigorosamente di una società non quotata, e quindi non contendibile. Spesso è di diritto lussemburghese, per pagare meno tasse (del dovuto). Facciamo un esempio. Tutto comincia con una società in accomandita il cui capitale è detenuto al 99,36% da un singolo capitalista. Questa società possiede il 56% di un’altra società non quotata; questa seconda società possiede a sua volta il 56% di una piccola società quotata in borsa; quest’ultima ha in portafoglio il 29,9% di un’ulte­riore società quotata in borsa; questa controlla il 38% di una terza società quotata in borsa; che controlla il 60% di una società non quotata; questa società non quotata controlla il 28,7% di una quarta società quotata, che controlla il 55% di una quinta società quotata; quest’ultima controlla con il 56% una sesta società quotata e con il 57% una settima società quotata.
Con questo sistema gli Agnelli hanno il controllo della Fiat, Tronchetti Provera di Pirelli e di Telecom (l’esempio di cui sopra non è fittizio: si tratta proprio della catena di controllo su Pirelli e su Telecom, come si presentava sino a pochi mesi fa). Il tutto, con un risparmio considerevole rispetto all’acquisizione diretta di queste società. Quanto considerevole? Qualcuno si è preso la briga di fare due conti, e i risultati sono questi: “la famiglia Agnelli governa su un impero che vale cento rischiando di tasca propria, in proporzione, non più di dodici”, e “Tronchetti decide come vuole in Pirelli avendovi impegnato una quota reale pari a un misero 3,6 per cento del totale”, e - per quanto riguarda Telecom Italia - con un investimento appena dello “0,018 [sic!] per cento del totale” [Mucchetti, op.cit., pp.52 e 100].
L’uso del meccanismo delle “scatole cinesi” accomuna praticamente tutte le dinastie imprenditoriali italiane che controllano società quotate in borsa. In concreto, in questo modo sono controllati 130 miliardi di euro, ossia il 30% del valore totale della Borsa italiana. In questo contesto, i piccoli investitori quale ruolo giocano? La risposta è facile: il ruolo di mettere i soldi nelle società controllate da quei signori, rendendo loro possibile di controllarle senza doverle possedere. Intendiamoci: niente di nuovo sotto il sole. Di questo fenomeno si parlò molto sin dalla fine dell’Ottocento. Anche Lenin lo affrontò nell’Imperia­lismo, traendone queste conclusioni: “La "democratizzazione" del possesso di azioni, dalla quale i sofisti borghesi e gli opportunisti "pseudosocialdemocratici" si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la "democratizzazione del capitale", l’aumento di importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell’oligarchia finanziaria”. Ma Lenin, si sa, è superato...

6. Dal settore manifatturiero ai servizi pubblici

  Se quanto alla forma del controllo societario non si vedono grandi novità (non si può certo dire che la forma dell’accomandita e lo strumento delle scatole cinesi rappresentino l’ultimo grido della finanza internazionale...), diversamente vanno le cose per quanto riguarda i settori di attività dei capitalisti italiani. Qui invece le novità ci sono, eccome: negli ultimi anni le principali famiglie del capitalismo italiano sono state protagoniste di una vera e propria migrazione generalizzata dal settore manifatturiero e industriale a quello dei servizi di pubblica utilità. Quanto è avvenuto è stato così sintetizzato da un giornalista economico: “I gruppi industriali italiani cadono come birilli, l’uno dopo l’altro, nelle mani di strutture internazionali più attrezzate alla competizione globale; mentre ciò che resta delle grandi famiglie, vecchie e nuove, cerca riparo sotto l’ombrello delle non proprio innovative utility”, ossia delle società che forniscono servizi di pubblica utilità [O. De Paolini, La classe che non c'è più, in Borsa & Finanza, 19.10.2002].
Ma veniamo al punto: che cosa ha consentito questa fuga dalla grande industria? La risposta è semplice: le massicce privatizzazioni effettuate nel corso degli anni Novanta. Può sembrare paradossale, se si pensa a tutti i Soloni che ci avevano spiegato come le privatizzazioni sarebbero servite non soltanto a diminuire il debito pubblico, ma anche a creare “un mercato finanziario sviluppato”. Ora, questo obiettivo si componeva, a sua volta, di due obiettivi-condizioni. In primo luogo, la diffusione dell’investimento azionario a livello di massa, presentato come un fattore di “democrazia economica”. In secondo luogo, la quotazione in borsa di un numero maggiore di imprese private. In che modo le privatizzazioni avrebbero potuto contribuire a raggiungere questi obiettivi? È semplice: le società da privatizzare sarebbero state quotate in borsa, facendone delle public companies (aziende ad azionariato molto frammentato) ed invogliando i risparmiatori ad acquisirne delle quote. In questo modo la quantità dei titoli trattati alla borsa di Milano sarebbe cresciuta, lo “spessore” del mercato - come si dice in gergo - sarebbe aumentato, e questo avrebbe indotto alla quotazione molti proprietari di imprese private che sinora non avevano preso in considerazione tale possibilità.
Questa operazione è riuscita solo a metà: la prima metà. Infatti è vero che molti risparmiatori hanno partecipato alle privatizzazioni (ad es., nel 1999 hanno comprato azioni Enel qualcosa come 5 milioni di cittadini italiani). Ma in Italia il modello delle public companies non si è affermato. I capitalisti italiani, salvo pochissime eccezioni, si sono ben guardati dal portare le proprie imprese in Borsa, tant’è vero che dal 1999 ad oggi il numero delle società quotate si è ridotto. In compenso, i più forti tra loro hanno acquisito le società privatizzate assumendone il controllo. In questo modo, “la maggior parte delle principali società privatizzate ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dal listino di Borsa – ndr] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato” [Consob, Relazione 2002, p. 3].
Tra le società privatizzate, le attenzioni dei capitalisti industriali del nostro Paese si sono rivolte verso i servizi di pubblica utilità (ossia le “public utilities”). C’è addirittura un caso in cui la stessa società, nel volgere di pochi anni, è entrata nell’orbita di 3 distinti nomi storici del capitalismo italiano: è il caso di Telecom, che prima viene privatizzata dandone il controllo di fatto (con appena lo 0,8% del capitale!) agli Agnelli, sia pure attraverso un patto di sindacato con altri soci; poi subisce la scalata di Olivetti (nel frattempo diventata una scatola finanziaria nelle mani di Colaninno); infine passa sotto il controllo della Pirelli di Tronchetti Provera. Ma anche le famiglie di più recente affermazione condividono la stessa passione per le società in via di privatizzazione. È il caso dei Benetton, che hanno recentemente acquisito il controllo totale di Autostrade (e in precedenza avevano comprato Autogrill e Gs, e si erano messi in cordata con Tronchetti Provera per Telecom).
Il perché di questa passione generalizzata è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che può godere di una rendita di monopolio (o, nel peggiore dei casi, oligopolistica); si tratta tra l’altro di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo economico (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale. Il percorso quindi è questo: le grandi famiglie del capitalismo italiano sbarcano dal settore manifatturiero, dove perdono colpi non riuscendo a sostenere la concorrenza internazionale, e si imbarcano sulla scialuppa di salvataggio rappresentata dalle società pubbliche in via di privatizzazione. La riprova? L’impressionante coincidenza tra il momento del passaggio ai servizi pubblici e la crisi nei settori di origine.
Così, la Fiat si lancia nell’avventura di Montedison al peggiorare della situazione nel settore auto [cfr. la Contraddizione, nn.86, 91]. Pirelli si compra Telecom quando si avvertono i primi segni della crisi nei suoi comparti tradizionali, ed in particolare nel settore cavi e sistemi di telecomunicazione, che nel 2002 si aggraverà drasticamente (perdita netta di 58,4 mln € e giro d’affari in calo del 13,2%). Infine, Benetton nei primi mesi del 2003 lancia un’Opa [offerta pubblica di acquisto in borsa] sulle azioni di Autostrade. Negli stessi giorni il principale quotidiano economico italiano metteva in luce come il conto economico della società nel 2002 avesse visto la contrazione di tutte le voci principali, dal fatturato (-5%) al risultato operativo (-15%), per finire con una perdita netta di 9,8 milioni di euro (contro l’attivo di 148 milioni dell’anno prima). Sul manifesto osservano che “fa un po’ pena vedere la famiglia più innovativa d’Italia abbandonare i colors per indossare il grigio abito dell’esattore al casello autostradale” [23.2.2003]. Ma forse non è il caso di commuoversi troppo: infatti il rendimento sul capitale investito nelle magliette è (quando va bene) del 7%, quello dei pedaggi autostradali arriva al 18% [Il Riformista, 8.2.2003].
La famiglia Benetton, insomma, non ha di che lamentarsi: alla crisi di valorizzazione del settore manifatturiero ha risposto saltando sulla scialuppa di salvataggio di una utility che dà una rendita monopolistica. Noi invece sì: perché un’economia il cui settore manifatturiero dà forfait non ha futuro. E allora bisogna avere il coraggio di dire una verità sgradevole: che le privatizzazioni italiane, anziché rappresentare un momento di crescita per l’economia italiana, hanno avuto effetti nefasti sul tessuto produttivo del nostro Paese, accelerandone il declino, in quanto hanno offerto alle principali dinastie imprenditoriali una comoda e redditizia via di fuga.

7. Triste epilogo

Alla luce di quanto abbiamo visto, è assolutamente calzante quanto ha affermato Giangiacomo Nardozzi: “la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti” [Il Sole 24 ore, 20.10.2002].
Ora, è interessante notare che tra le imprese da privatizzare non mancavano quelle industriali. Quelle lì, però, i “nostri” capitalisti le hanno lasciate a società transnazionali basate fuori d’Italia. Riepilogando: “Krupp ha comprato la Acciai Speciali Terni diventando il primo produttore mondiale di laminati piani in acciaio inossidabile. La Nestlé con Italgel è entrata nel settore dei surgelati, con Motta, Alemagna e Antica Gelateria del Corso nei gelati, completando la sua gamma di prodotti. La Pilkington, con la Siv, ha raddoppiato la sua quota in Europa nei vetri per autoveicoli raggiungendo con il 36% la Saint Gobain. Prendendo l’Alcantara dall’Eni, il gruppo giapponese Toray ha raggiunto il 50% della produzione mondiale di tessuti tipo suede a base di ultramicrofibre. Con la Inca, la Dow Chemical è entrata in un mercato dal quale era assente: i granuli di Pet per bottiglie di acque minerali. La General Electric ha preso la Nuovo Pignone che, con una quota del 25%, rappresenta il maggior produttore mondiale nei compressori per impianti petroliferi. Una delle vendite più dolorose per l’in­dustria italiana italiana è stata la Elsag Baily finita alla Abb, colosso svizzero-svedese, leader mondiale nei flussometri e tra i primi nell’automazione industriale” [S. Cingolani, I boiardi son spariti, dove sono i capitalisti?, in il Riformista, 17.5.2003]. Citando questo elenco, due dati balzano subito agli occhi: in primo luogo, che non si tratta di aziende in crisi né a basso contenuto tecnologico; in secondo luogo, che queste acquisizioni, a differenza della quasi totalità di quelle effettuate dai capitalisti di casa nostra, sono funzionali ad un ulteriore sviluppo nel settore manifatturiero delle multinazionali acquirenti.
Rispetto a tutto questo, è grande la tentazione di unirsi all’accorato appello lanciato qualche mese fa dal settimanale Il Mondo in un suo articolo di copertina: “Ridateci i boiardi [28.2.2003]. Forse, però, si può fare qualcosa di più utile: ad esempio, opporsi alle prossime privatizzazioni, ed in particolare a quel­le dei servizi pubblici locali.

 



[1] R & S, Multinationals: Financial Aggregates (274 Companies). 2002 edition, Milano, gennaio 2003. La ricerca è scaricabile dal sito internet www.mbres.it. Per la cronaca, i dati sulla produttività ed il costo del lavoro sono stati riportati anche dal Sole 24 ore, il 28/1/2003. In una tabella e non nel titolo, come è ovvio...

[2] Relazione, p. 94. In verità, si tratta di un elogio piuttosto ambiguo. Il testo infatti è questo: "la moderazione salariale e la maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro sono da alcuni anni all'origine della crescita del numero degli occupati, sebbene soprattutto in attività caratterizzate da bassi livelli di produttività". In altri termini, la Banca d'Italia stessa riconosce che la compressione del prezzo della forza lavoro, e l'utilizzo di questa leva come leva prioritaria per la competitività, sta spingendo la produzione manifatturiera italiana su una china pericolosa: quella che la pone in competizione non con i paesi tecnologicamente più avanzati, ma con i Paesi dell'est europeo e dell'Asia. Ma se la competizione sui salari, il punto di riferimento è il "salario cinese" (Marx) e quindi si tratta di una competizione votata alla sconfitta.