IL FILO ROSSO DELLA CRISI ECONOMICA
investimenti esteri e politiche (anti)sociali

Maurizio Donato


L'annunciata ripresa dell'economia mondiale

Dopo l'ubriacatura e la bolla speculativa legate alla new economy, non si vede ancora all'orizzonte alcuna ripresa, salvo timidi segnali di recupero della borsa statunitense che, dopo un anno dall'inversione della tendenza negativa, sembra a questo punto pronta per un'altra secca diminuzione del prezzo delle azioni. È quanto si può dedurre dagli ultimi rapporti preparati dall'Ocse [cfr. Economic outlook, giugno 2003] e dall'Unctad [World investment report, settembre 2003]. L'organizzazione internazionale che studia l'evoluzione delle principali trenta economie del mondo [Ocse] parla apertamente di una ripresa troppo lenta dopo una fase di sovraccumulazione che ha prodotto una debolezza delle economie capitalisticamente sviluppate, inaspettatamente protrattasi a tutto il 2003. Se tutto va bene, per i paesi Ocse l'anno si dovrebbe chiudere con un aumento del reddito inferiore al 2%, cioè praticamente uguale alla cifra del 2002, a sua volta di poco superiore alla variazione registratasi nel 2001. Le ragioni di questa debolezza sarebbero prevalentemente politiche e direttamente legate alla mancata normalizzazione della situazione in Irak, con un prezzo del petrolio stabilizzatosi attorno ai 30 $ per barile, e nonostante politiche fiscali e monetarie apertamente volte a contrastare gli effetti più vistosi della crisi.
Per quanto riguarda il giudizio sulla natura dell'ultima fase della crisi, è interessante sottolineare come, a differenza di quanto solitamente imputato ai paesi dominati, la recessione cominciata nel 2001 e non ancora conclusasi non viene attribuita a politiche monetarie rigidamente antinflazionistiche o a politiche fiscali poco rigorose, ma ad un classico ciclo di sovrainvestimenti, che vuol dire sovrapproduzione di capitale, cui ha fatto seguito un eccessivo indebitamento da parte delle principali imprese ed un eccesso di capacità produttiva che si manifesta ancora a livelli storicamente superiori alla media. I rischi collegati alla situazione politica internazionale hanno dal canto loro contribuito alla caduta della fiducia (nella possibilità di realizzare profitti) sia da parte delle imprese che da parte dei consumatori i quali possono spendere solo a patto di indebitarsi (se ottengono credito). Il rischio di un collasso finanziario generale è solo leggermente attenuato, con rapporti come quelli tra prezzo e valori delle azioni che sono ancora troppo superiori alla media di lungo periodo, mentre il settore bancario appare ancora poco toccato dalla crisi generale.
Il boom degli investimenti nel settore delle tecnologie dell'informazione e della telecomunicazione [Ict] è stato eccessivo rispetto alla reale possibilità di realizzare profitti: il valore degli investimenti in questo settore è così crollato nel 2001, ha continuato a diminuire nel 2002, si è ripreso, ma molto poco, nel 2003, con una capacità produttiva utilizzata in eccesso, particolarmente per quanto riguarda le imprese Usa, e con una dinamica dei margini di profitto ancora negativa. Nonostante le imprese europee del settore Ict appaiano in migliore salute di quelle statunitensi, è nell'area euro che i tassi di sviluppo dell'economia continuano a diminuire: dopo essere cresciuta di più del 3,5% nel 2000, l'economia europea ha conosciuto un +1,5% nel 2001, +0,9% nel 2002 e non dovrebbe superare di molto l'1% di crescita alla fine del 2003, con un tasso di disoccupazione che dall'8 passa al 9% del totale delle forze di lavoro. Negli Usa la ripresa appare leggermente più sostenuta, ma si tratta di una classica ripresa senza nuova occupazione, con un tasso di disoccupazione attestato attorno al 6% delle forze di lavoro.
Il dato congiunturale, che scarsamente ci interessa, serve solo a introdurre un tema più di fondo e più importante per le dinamiche socio-politiche implicate nel medio periodo: quali sono le conseguenze in termini di politiche sociali di questa fase di mini-ripresa "drogata" dalle politiche monetarie e fiscali e destinata a non incidere sulla tendenza di lungo periodo? I punti di crisi più evidenti, che non necessariamente coincidono con gli elementi centrali, appaiono soprattutto tre: le tensioni politiche internazionali, acuite e non diminuite dopo la conclusione formale della guerra all'Irak; la mancata ripresa dell'accumulazione principalmente nella forma di investimenti diretti all'estero [Ide]; l'eccessivo livello di indebitamento e di squilibrio finanziario da parte delle imprese e dei consumatori. In questo articolo ci occuperemo prevalentemente del secondo punto.
Per capire come da questi elementi possa derivare una nuova strategia di attacco al salario diretto e indiretto, nonché alle più generali condizioni di vita dei lavoratori, conviene seguire ancora il filo rosso della crisi economica, a partire da quello che appare il nuovo possibile punto di accumulo delle tensioni speculative, dopo la vera e propria fuga dal mercato azionario che ha contraddistinto gli ultimi due anni: il mercato delle abitazioni. Gli strateghi dell'Ocse lo dicono chiaro e tondo nel loro rapporto: sarebbe un problema molto serio se i prezzi delle azioni diminuissero ancora, se i prezzi delle abitazioni diminuissero, ma soprattutto "anche se i prezzi delle azioni non diminuissero ulteriormente, il consumo delle famiglie potrebbe essere influenzato da un aumento del risparmio quando gradualmente i proprietari dei fondi pensionistici si renderanno conto dell'ammontare delle perdite in cui sono effettivamente incorsi". Ecco delinearsi chiaramente la ragione strutturale dell'insistenza sul varo delle "riforme pensionistiche" nei paesi come l'Italia che non sono ancora passati decisamente a trasferire le quote di salario dei lavoratori ai fondi pensione. I fondi pensionistici, tra i principali "investitori istituzionali" sul mercato mondiale, sono stati colpiti duramente dallo scoppio della bolla speculativa, dal momento che hanno investito in titoli della new economy i soldi dei lavoratori il cui valore si è ridotto in alcuni casi del 70, dell'80 o anche del 90% nel giro di pochi mesi; sono riusciti finora in qualche modo - e non è difficile capire come, basta guardare agli scandali finanziari scoppiati subito dopo lo scoppio della bolla - a coprire con artifici contabili le perdite, ma tra un po' i nodi verranno al pettine, e quando i lavoratori scopriranno che i propri salari sono stati giocati e persi sulle roulettes dei vari casino internazionali, potrebbero ritirare la propria adesione ai fondi, scatenando un panico finanziario, oltre che politico e sociale, s'intende, senza precedenti. Da qui l'urgenza delle riforme, che vanno fatte subito, ossia prima che gli effetti delle perdite vengano resi noti, perché a quel punto ci potrebbero essere problemi nel coprire ulteriormente l'operazione.
Come sempre, ma sempre con più intensità e più fretta del ciclo precedente, le risorse disponibili per far ripartire l'accumulazione devono essere sottratte ai lavoratori, trasformate e utilizzate, anche perché, da parte loro, gli investimenti non ripartono finché i margini di profitto continuano a situarsi al di sotto della media di lungo periodo.

Meno male che c'è la politica

La crisi è stata finora gestita con i classici strumenti della politica economica tradizionale, quelli fiscali, soprattutto riduzione ulteriore del carico fiscale per il capitale, e monetaria, immissione di liquidità nel circuito. Ma, particolarmente per quanto riguarda l'economia statunitense, la Federal Reserve ha praticamente esaurito gli strumenti a sua disposizione, avendo ridotto i tassi di interesse a livelli che più bassi non si può, ed oggi il ciclo deve essere invertito, i tassi devono ricominciare a crescere, e se nel frattempo la ripresa non si manifesta, tanto peggio per chi ne subirà gli effetti. Sul piano fiscale, l'Ocse non può fare a meno di notare come in molti casi le politiche tradizionali rivelatesi inefficaci siano state sostituite da una finanza creativa che ha solo spostato nel tempo e mascherato più o meno abilmente i problemi che avrebbe dovuto contribuire a risolvere, come a dire che tutto il mondo è paese. In particolare, gli introiti fiscali derivanti dal boom dei prezzi delle attività finanziarie tipico della fine degli anni 1990 sono stati considerati, nei bilanci pubblici, come permanenti anziché temporanei contribuendo a sopravvalutare l'entità delle entrate e nascondendo deficit più pesanti di quelli ufficiali. I trend fiscali negativi sono stati abbelliti da operazioni una tantum come cartolarizzazione delle proprietà pubbliche, privatizzazioni, condoni fiscali e non solo. Roba che, se fosse stata registrata per paesi dominati, avrebbe fatto gridare allo scandalo, richiesto missioni di ispettori del Fondo monetario internazionale, richiesto misure di "aggiustamento strutturale" da lagrime e sangue. E invece no, al più una amichevole tiratina di orecchie, perché in ogni caso il riequilibrio fiscale dovrà essere raggiunto, come sempre, attraverso "interventi strutturali" su mercato del lavoro, pensioni, sanità.

La crisi degli Ide

Dopo il picco raggiunto nel 2000 [circa 1.000 mrd $], gli investimenti diretti all'estero sono crollati del 40% nel 2001 e di un ulteriore 20% nel 2001, mantenendosi comunque su livelli tre volte superiori al valore del 1990. L'internazionalizzazione e l'interdipendenza economica tra aree è stato il fenomeno più rilevante degli anni 1990 e il conseguente ruolo predominante del capitale transnazionale non appare affatto sminuito dagli aggiustamenti della tendenza tipici di questa fase del ciclo, che vanno analizzati sia tenendo conto di quanto successo dallo scoppio della bolla speculativa (primavera 2000) ad oggi, sia della più generale tendenza di lungo periodo.
Durante il 2000 l'80% degli Ide in uscita è stato effettuato da imprese il cui quartier generale è localizzato in paesi appartenenti all'Ocse, con la maggior parte delle operazioni costituita da fusioni o acquisizioni, mentre minore è stata la quota di investimenti ex novo concentrati prevalentemente nei paesi dell'Europa orientale; se ancora nel 1998 imprese statunitensi ed europee contavano per più dei æ del totale degli Ide, la autentica novità degli ultimi anni è rappresentata dal forte ruolo assunto dalle imprese cinesi. Per quanto riguarda i settori, l'attività delle filiali estere delle transnazionali tende a concentrarsi in poche industrie. Per la manifattura mondiale, la presenza delle transnazionali, misurata dalle quote di occupazione settoriale, è attualmente concentrata nelle tecnologie dell'informazione e delle telecomunicazioni (Ict), nel settore petrolifero, nella chimica e nell'industria automobilistica. Si tratta, in tutti i casi, di filiere di produzione caratterizzate da economie di scala particolarmente rilevanti, dalla possibilità di trasferire e sfruttare localmente le conoscenze tecnologiche della casa-madre e, in alcuni casi, dalla possibilità di scomporre la produzione in stadi semi-autonomi. Nel settore dei servizi alle imprese, la presenza del capitale transnazionale è particolarmente rilevante in quei settori in cui la vicinanza ai mercati locali è una condizione importante per offrire le merci prodotte: la distribuzione, in primis, e poi il turismo.
Nel 2002, come anticipato sopra, il valore totale degli Ide si è assestato su una cifra corrispondente all'incirca alla metà dei flussi record del 2000; gli investimenti in entrata sono diminuiti nella stessa misura nei paesi dominanti e in quelli dominati, ma con tendenze divergenti all'interno di questi ultimi: in Africa gli Ide sono diminuiti del 40%, in America latina del 33%, mentre sono cresciuti del 15% nei paesi dell'Europa dell'est. Ovviamente, la circostanza che gli investimenti siano diminuiti quasi in tutti i paesi non significa che gli effetti di questa tendenza siano ovunque uguali: nei paesi dominati dall'imperialismo il flusso totale di risorse finanziarie è in diminuzione dal 1997, con un effetto netto negativo, nel senso che questi paesi pagano in forme diverse ai paesi dominanti una cifra maggiore di quanto "ricevano" sotto forma di investimenti. Da un valore medio di circa 300 mrd $ l'anno, siamo a meno di 200 come risorse finanziarie totali, la cui quota principale è ancora rappresentata da Ide, mentre gli investimenti di natura speculativa si assottigliano, dal momento che il capitale preferisce in situazioni del genere "volare verso la qualità", e i prestiti bancari vanno praticamente scomparendo. Continuano invece in questi paesi a verificarsi fusioni e acquisizioni, con il capitale monopolistico transnazionale che riesce ad acquistare imprese locali a prezzi ridotti spostando momentaneamente il raggio d'azione del processo di centralizzazione.
È importante sottolineare che la crisi ha investito ormai in pieno il cuore del sistema, le imprese transnazionali, il cui valore (per le prime 100 a livello del mercato mondiale) si è ridotto in un solo anno del 5%, con vendite diminuite dell'8% e l'occupazione calata del 6%. I tassi di rendimento medi sul capitale delle 100 maggiori transnazionali del pianeta sono crollati al 2% dal 7% della seconda metà degli anni '90.
Si tratta dunque di una crisi forte e inedita le cui caratteristiche principali sembrano essere:

- la dimensione geografica che, pur non investendo tutte le stesse aree con la stessa intensità, può indicare a pieno titolo come si tratti di una vera e propria crisi "globale" che interessa l'intero mercato mondiale;

- la composizione settoriale, con un crollo degli investimenti nei settori chiave delle economie moderne: la finanza, i trasporti, le comunicazioni, mentre crescono gli investimenti nel settore primario, particolarmente nei settori minerari e in quello petrolifero

- la particolare difficoltà della gestione finanziaria della crisi, in cui, per esempio, la riduzione dei crediti tra imprese, superiore a quello nei flussi azionari, si può spiegare - almeno per quanto riguarda il capitale a base statunitense - con l'avvenuto rimborso di prestiti da parte delle filiali estere alle case-madri;

- la tendenza alla centralizzazione del capitale, dal momento che le fusioni e le acquisizioni tra imprese sono diminuite molto di più rispetto agli investimenti ex novo;

- il sorpasso della Cina che, con un flusso di 50 mrd $, ha superato gli Usa (30 mrd) mentre cresce il ruolo internazionale di paesi come l'India e la Malesia.

La crisi, come da tempo "previsto" su questa rivista, ha dunque investito in pieno i gangli vitali delle economie capitalistiche, con un tasso di sviluppo del prodotto mondiale che si è ridotto dal 4,7% del 2000 al 2,3% del 2001. Nell'area euro, la Germania e l'Italia sono anche tecnicamente in recessione, il Giappone non riesce a risollevarsi da una crisi ormai decennale, mentre gli Usa hanno un livello record di deficit commerciale, un alto livello di indebitamento del settore privato, e mercati azionari ancora sopravvalutati nonostante lo scoppio della bolla della new economy, con un rapporto prezzo/utili delle azioni che, per quanto riguarda le imprese quotate al Nasdaq, è di 1:37 [estate 2003], mentre per le imprese migliori dell'intera economia Usa siamo a 1:18.

Le agenzie di promozione degli Ide

Con l'intensificarsi della competizione a livello di mercato mondiale assistiamo negli ultimi anni a una proliferazione di vere e proprie Agenzie per la promozione degli investimenti [Ipa]. Il (presunto) fallimento del negoziato in sede Omc per un accordo multilaterale sugli investimenti si è risolto piuttosto in uno spostamento ad altra sede, data la necessità di dotarsi comunque di strumenti in grado di "governare" una concorrenza ad accaparrarsi Ide che non diminuisce di intensità, anzi cresce a misura che gli investimenti si riducono. Ecco il ruolo di istituzioni internazionali come la Banca mondiale o di altri meccanismi più direttamente politici, con un discreto numero di paesi che offrono le più svariate garanzie di non nazionalizzare e/o di non mettere in atto politiche di controllo sui prezzi o sui profitti delle transnazionali ospitate sul proprio territorio. Di più, oltre a incoraggiare gli Ide in entrata, la competizione internazionale si rivela nelle manovre necessarie a non fare uscire dai paesi gli investimenti già decisi: incentivi, riduzioni fiscali, facilitazioni di ogni natura costituiscono gli strumenti a disposizione dei governi per disincentivare le transnazionali ad abbandonare un paese, fino a vere e proprie campagne pubblicitarie come nel caso dell'Indonesia che ha proclamato il 2003 "anno degli investimenti". La base comune di queste politiche è la liberalizzazione degli investimenti con l'implementazione di forme di "regolamentazione" che sono studiate a esclusivo vantaggio della proprietà, senza alcun riguardo per i lavoratori, l'ambiente o la sovranità nazionale del paese ospite. Secondo uno studio riportato dal World investment report, solo durante il 2002, su 248 cambiamenti avvenuti nella legislazione che riguarda gli Ide, ben 236 contenevano norme apertamente favorevoli alle transnazionali, con circa un terzo degli accordi relativi a misure promozionali. Più in generale, nel decennio 1991-2001, su 1.641 nuove leggi nazionali che riguardavano gli Ide, ben 1.551 sono andate nella direzione di una maggiore liberalizzazione nei movimenti del capitale.

Capitale transnazionale e filiere: mega-blocchi o aree valutarie?

Nonostante la perdurante crisi degli ultimi anni, a fine 2002 lo stock mondiale di investimenti diretti esteri era 10 volte la consistenza del 1980, rappresentando la base di quelle filiere internazionali di produzione controllate a livello finanziario da più di 60.000 imprese transnazionali che a loro volta controllano più di 800.000 filiali in tutto il mondo. A tutt'oggi, il valore aggiunto prodotto dalle filiali estere delle transnazionali rappresenta circa il 10% del valore dell'intera produzione mondiale, il doppio della quota di 20 anni fa. Circa un terzo del valore delle esportazioni mondiali è rappresentato da scambi tra cordate di imprese, e questa ultima quota è rimasta invece inalterata negli ultimi 20 anni. In queste imprese lavorano direttamente poco più di 50 milioni di lavoratori, 2 volte e mezzo il numero di 20 anni fa. I paesi dominanti ospitano ancora circa i ? degli Ide e contano per 9/10 di quelli in uscita. Ma il cambiamento più rilevante verificatosi negli ultimi venti anni, che costituisce una delle ragioni strutturali della nascita e della forza dell'euro, è che le imprese transnazionali a base europea sono diventate le prime per Ide in uscita; mentre nel 1980 il volume degli Ide in uscita controllati da transnazionali a base Usa e a base europea era pressoché identico [215 mrd $], nel 2002 le imprese europee controllano, contando anche gli Ide intra Ue, più del doppio del valore degli investimenti controllati da imprese nordamericane. Questa dinamica, avviata durante gli anni 1980, ha accelerato la sua tendenza nel decennio scorso, mentre la quota di Ide controllata dal Giappone equivale, oggi come vent'anni fa, a circa il 10% della quota controllata dalle imprese europee.
Per quanto riguarda i paesi dominati dall'imperialismo, gli Ide in entrata rappresentano circa ? del totale della propria produzione, che corrisponde al doppio della quota per i paesi dominanti. Nel 1980 le quote rispettive erano il 13 e il 5%, sicché si può correttamente affermare che la crescita del ruolo delle transnazionali è avvenuta per tutti i paesi, ma con una dinamica che riafferma le rispettive collocazioni di dominanti e dominati a livello di mercato mondiale, pur con le differenziazioni che emergono per entrambi i gruppi di paesi. Nel 1980 lo stock di Ide controllato da transnazionali con base in un paese dominato contava per il 10% del valore totale di Ide in uscita; vent'anni dopo la quota è sostanzialmente identica, con l'unica novità rappresentata dalle imprese con base nel sud, nell'est e nel sud-est asiatico, regioni che sono diventate le più importanti tra quelle dei paesi dominati, superando per la prima volta nel 1997 la quota giapponese e doppiandola nel 2002.
La concentrazione degli Ide all'interno della cosiddetta "triade" (Ue, Usa e Giappone) è rimasta altissima per tutto il periodo che va dal 1985 al 2002. Circa l'80% degli Ide in uscita e poco più della metà di quelli in entrata è controllato, direttamente o indirettamente, dal capitale transnazionale che ha la propria base in uno dei paesi della "triade" ma, ed è questo il punto politicamente più rilevante, crescono le filiere in cui sono presenti cordate che vedono assieme imprese interne e esterne alla triade. È interessante esaminare con più attenzione che cosa è accaduto ai rapporti interni alle varie cordate imperialistiche, e in particolare ai cambiamenti che si sono verificati nella composizione dei partners esterni alla "triade", sia per quanto riguarda gli Usa che l'Ue. Durante gli ultimi 15 anni, ben 10 dei 23 paesi le cui imprese erano legate da cordate al capitale a base americano hanno cambiato alleanze. Tra questi, cinque appartengono all'area asiatica, tre all'America latina e due ai paesi Ocse; a prendere il loro posto sono state imprese legate a paesi come l'Azerbaijan, El Salvador, Israele, Russia, Arabia Saudita e Svizzera che hanno sostituito Cambogia, Laos, Filippine, Taiwan, Thailandia, Brasile, Colombia, Perù, Australia e Norvegia. Per quanto riguarda l'area valutaria euro, 4 paesi su 25 sono usciti dalle cordate europee: India, Singapore, Zimbabwe e Vietnam, sostituiti però da ben 19 nuovi partners collegati a paesi come Albania, Armenia, Croazia, Rep. Ceca, Rep. Dominicana, Estonia, Kenia, Lettonia, Lituania, Mauritius, Nuova Zelanda, Perù, Qatar, Fed. Russa, Slovacchia, Slovenia, Sud Africa, Swaziland, Macedonia, Turchia. Il Giappone ha guadagnato come partner Singapore, perdendo per strada Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti.
Emergono chiaramente blocchi economici trasversali rispetto alla triade, identificabili oggi in termini di accordi in investimento e, nel medio periodo, come aree valutarie.