Per "area dell'euro" la Bce intende quella che copre i soli
"paesi aderenti" a questa moneta unica (attualmente i "dodici").
Viceversa, con "zona del fuso orario dell'euro" (convenzionalmente
Euro time zone - Etz, così chiamata per ovvii motivi geografici
di longitudine, da -2 a +3 ore rispetto al fuso centroeuropeo, ossia tra
le Azzorre e Baku, ricomprendendovi ovviamente tutto il continente africano,
e anche la Russia dato che l'80% della sua popolazione vive nelle zone occidentali,
ma non tutti i paesi asiatici della Csi) vengono designati tutti i paesi,
circa ottanta, da quelli limitrofi a quelli comunque racchiusi negli stessi
meridiani della cosiddetta "area dell'euro". Pur essendo tra loro
notevolmente diversi, e via via detti emergenti, in sviluppo o in transizione,
essi - che appartengono principalmente ai Balcani, alla Comunità
di stati indipendenti (ex Urss) europea, al Medioriente e all'Africa del
nord e subsahariana - hanno tuttavia in comune l'euro come principale valuta
di riferimento, negli scambi commerciali, nel credito internazionale e per
l'assistenza allo sviluppo. Attualmente il loro peso non è grande,
tuttavia sono paesi in rapida crescita con grandi riserve di materie prime,
energia e prodotti agricoli.
Senonché, dovrebbe essere evidente come il concetto di area
non possa essere fatto coincidere banalmente, soprattutto nell'imperialismo
contemporaneo, con limitati confini geografici. Perfino la definizione di
"zona del fuso" che la Bce è stata costretta a usare, per
estendere l'influenza dell'euro al di là dei confini geografici degli
attuali dodici "paesi aderenti", risulta potenzialmente limitante,
proprio in vista di un ruolo internazionale dell'euro che racchiude le caratteristiche
di spaziare trasversalmente sull'intero mercato mondiale, anche in paesi,
filiere o settori molto diversi e distanti (si pensi al petrolio, come detto
altrove; agli accordi tra capitali europei e paesi del sud e centro America
o del Pacifico, i quali paesi tra l'altro hanno sottoscritto con l'Ue l'accordo
di Cotonou, dopo Lomè, proprio insieme ai paesi africani del "fuso
orario", raggiungendo il numero complessivo di 76 stati; o a quanto
la Cina potrebbe decidere in proposito).
Il problema, infatti, è precisamente di soppesare se e quanto il
dollaro accetti questa sfida da parte dell'euro. In realtà, le "guerre
per interposta persona" made in Usa stanno a dimostrarlo. Considerare
perciò un'area valutaria ristretta al solo territorio istituzionale
(statuale o federale) è fortemente limitante e fuorviante: sarebbe
come ritenere, almeno in tutta la seconda metà del XX secolo, "area
del dollaro" soltanto gli Usa (ed eventualmente due o tre paesi pienamente
e "ufficialmente dollarizzati", e neppure quelli semplicemente
"ancorati" al dollaro). Il fatto che l'euro ancora stia indietro
rispetto alla valuta Usa (e non si può dire quanto ci rimanga) non
giustifica una definizione ristretta della sua area valutaria di
riferimento. È per tali ragioni che noi abbiamo sempre chiamato,
e continuiamo a considerare, "area" il contesto valutario
nella sua accezione più ampia, al di là dei confini geografici
o di fuso orario. Perciò, a differenza della Bce e alla sua definizione
di "area dell'euro", ci sembra invece più appropriato usare
il riferimento ai "paesi aderenti". Per non confondere
i nostri lettori (abituati, non solo in questo caso, e soprattutto se si
parla di marxismo, ad altre e più adeguate terminologie, rispetto
a quelle dominanti nell'accademia e nell'asisnistra) abbiamo avvertito del
diverso uso fatto dalla Bce nei documenti ufficiali, avendo provveduto nella
nostra sintesi a modificare i termini conformemente al nostro abituale intendimento.
[gf.p.]
L'euro, come valuta unica del sistema monetario
omonimo, svolge un ruolo significativo sui mercati finanziari e nei paesi
terzi esterni ai paesi aderenti. Un uso internazionalmente rilevante dell'euro
è fatto da parte di residenti di paesi terzi, come valuta
di riferimento per varie attività finanziarie fuori del sistema stesso,
in alcuni paesi limitrofi. Codesti paesi sono gli unici in cui l'euro è
la valuta internazionale dominante. L'euro è anche usato per fatturazioni
in alcune aree di commercio internazionale e di cambio valutario.
Ma è nei mercati obbligazionari che il ruolo dell'euro è
cresciuto più significativamente, a causa della maggior emissione
di titoli denominati in euro da parte di imprese attive sul piano internazionale
a fronte di una crescente richiesta di tali attività da parte dei
paesi aderenti. In particolare, circa l'uso dell'euro in paesi terzi, sono
rilevanti i dati sulla composizione in valute straniere delle riserve
in alcuni paesi, dove l'euro svolge anche la sua funzione per operazioni
di ancoraggio valutario e quella di valuta parallela fuori
dei paesi europei a moneta unica. La crescita graduale dell'uso dell'euro,
soprattutto nei paesi europei a moneta unica, nelle obbligazioni emesse
dai non residenti è stata del 3%, raggiungendo il 29% complessivo,
contro un 44% per il dollaro e il 13% per lo yen. Parte di questo ruolo
internazionale è stato ereditato dalle precedenti valute, in particolare
dal marco tedesco, ma l'unificazione monetaria ha dato nuovo impeto. Anche
se graduale, la crescita del ruolo internazionale dell'euro nel 2002 è
stata evidente. La Bce cerca di fornire informazioni sull'uso internazionale
di questa valuta anche al di fuori dei paesi aderenti, esaminando altresì
gli sviluppi strutturali in atto nel sistema dei mercati finanziari internazionali
e nelle politiche dei paesi terzi.
L'euro ha migliorato la sua posizione sia sulle obbligazioni sia
sugli strumenti monetari. Stando ai flussi rilevati sul mercato monetario
internazionale, si vede che lo spostamento verso emissioni denominate in
euro seguono la formazione di un mercato monetario integrato in euro. Queste
emissioni sono aumentate del 3% raggiungendo il 39% e superando così
quelle in dollari (38%). Per l'euro, la stessa tendenza positiva (+3%) si
riscontra sul mercato ristretto obbligazionario (ma qui ancora con un 29%
contro il 44% del dollaro). I non residenti che hanno emesso titoli denominati
euro sono grandi multinazionali (tra cui molte istituzioni federali Usa),
per l'87% del mercato mondiale. I paesi di provenienza sono gli Usa (30%),
la Gb (20%) e altri paesi europei non aderenti (21%, particolarmente scandinavi)
e multinazionali con sede nei "paradisi fiscali" come le isole
Cayman (15%).
A differenza che in nord America, nei paesi dell'Europa, non aderenti, le
obbligazioni denominate in euro sono passate - secondo un sondaggio (ma
la quota reale, data la limitatezza del sondaggio stesso, dovrebbe essere
decisamente superiore) - dal 26% iniziale al 34% (per 33 mrd euro), superando
complessivamente la quota del dollaro. Anche alla borsa di Londra, le negoziazioni
su obbligazioni in euro hanno oscillato tra il 50% e il 60%, mentre quelle
in dollari tra il 25% e il 35% [i dati completi sono pubblicati regolarmente
dalla Banca di Inghilterra]. Per le disponibilità bancarie, l'euro
è salito del 3%, raggiungendo quota 24%, anche se il dollaro sta
ancora al 55% del totale, dominando così largamente il mercato bancario.
Al momento i depositi in euro assommano al 19% dei deposti totali (al 34%
di quelli in valuta estera), e le attività delle banche britanniche
al 22% (rispettivamente al 41%); le disponibilità interbancarie in
valuta estera sono per circa un terzo denominate in euro.
In effetti, un fulcro finanziario come la city di Londra ha reindirizzato
verso l'euro molti investimenti rivolti a investitori esterni; d'altro lato,
i residenti dei paesi aderenti hanno acquistato molti titoli denominati
in euro emessi da non residenti. Peraltro, la caduta dei tassi a breve in
dollari (circa 4%) contro quella, molto inferiore, dell'euro (1,5%) ha reso
meno richiesti i primi titoli, facendo scendere maggiormente il mercato
monetario in dollari rispetto a quello in euro, corrispondentemente alle
difficoltà dei fondi e delle principali imprese a base Usa, anche
per le crescenti chiusure da queste incontrate sui mercati finanziari (a
seguito, a es., degli scandali Enron e Worldcom) Il ruolo cardine della
city nell'uso internazionale dell'euro è evidente, con una
quota di circa il 30%, dove anche l'attività nei mercati secondari
delle obbligazioni internazionali denominate in euro ha superato la metà
delle operazioni. Si noti che i titoli sul debito emessi da residenti sono
l'11% del totale denominato in euro, mentre sono il 9% per il dollaro e
il 6% per lo yen.
Si considerino pure le operazioni delle banche britanniche con i non residenti,
i cui depositi sono per un quarto in euro, i prestiti incidono per il 28%
e gli investimenti netti per il 44%. Se si considerano solo le valute straniere
(cioè, escludendo la sterlina) il peso dell'euro è molto maggiore.
Londra è perciò uno dei maggiori centri finanziari internazionali,
non ancora aderente all'euro, che usano l'euro come loro parte integrante,
attraverso cui i non residenti acquistano titoli denominati in euro emessi
sia nei paesi aderenti che fuori. In questo senso, gli investitori a base
inglese stanno a metà strada tra i residenti e i non residenti. Una
quota significativa di emissioni esterne denominate in euro sono detenute
da residenti, ai quali però vanno aggiunti quelli di Gb e Svizzera.
La proporzione complessiva di euro contro dollaro è di un quinto
a un terzo.
Tre caratteristiche sono comuni a tutti gli accordi dell'Ue con le diverse
zone del "fuso" dell'euro: i. il riferimento alla legge
comunitaria europea; ii. l'estensione delle condizioni di "mercato
unico" al di fuori dell'Ue; iii. l'esportazione di un quadro
istituzionale simile a quello dell'Ue. È chiaro come queste clausole
mirino a condizionare il comportamento dei paesi terzi al pieno rispetto
delle regole comunitarie europee, su cui l'Ue si impegna a vigilare, subordinando
a esso il sostegno finanziario e l'integrazione stessa. Ciò è
vòlto a garantire, all'esterno, la libertà di installazione
di istituzioni finanziarie europee e di movimento di capitali per indirizzare
investimenti e permettere il rientro dei profitti, per effettuare transazioni
in euro senza che i paesi terzi possano porre restrizioni. In genere, è
prevista anche la possibilità di liberalizzare ulteriormente gli
investimenti di portafoglio e di finanziare crediti commerciali, erogando
prestiti a lungo termine (in euro) ai non residenti. Ciò va visto
anche in considerazione del fatto che in molti paesi della zona del "fuso"
dell'euro sono tuttora frapposti molti ostacoli agli investimenti, sia diretti
sia di portafoglio (a tutt'oggi, tra i paesi cosiddetti "emergenti",
il grosso di tali investimenti va in Asia orientale e in America latina).
Così, nella zona del "fuso" dell'euro (3,4% sul totale
mondiale), che pure è indietro per gli ide, nell'ultimo decennio
questo tipo di investimenti è passato da 8 mrd $ a 24 mrd $ (il 40%
denominati in euro).
Nel settore obbligazionario collegato al debito estero, l'euro svolge
un ruolo che va dalle operazioni a lungo termine su titoli a quelle monetarie
a breve, oltre a strumenti relativi ad attività e disponibilità
tra banche internazionali. Particolarmente rilevante è l'impulso
che l'introduzione dell'euro ha dato all'apertura di un mercato unificato
e più ampio del debito internazionale, comportando a sua volta un
aumento del ruolo internazionale dell'euro stesso, che tuttavia avviene
prevalentemente per gli acquisti, da parte dei residenti, di titoli denominati
in euro emessi all'esterno.
La quota dell'euro nel mercato mondiale del debito (comprendente sia le
emissioni interne che quelle internazionali) è pari, secondo la Bri,
al 24%, dietro al dollaro (46%) e davanti allo yen (19%). Si stima che la
maggior parte dell'ammontare dei titoli mondiali del debito pubblico equivalga
a 38 mmrd euro; ma, a parte queste emissioni interne, quelle internazionali
contano per quasi 7,8 mmrd euro (un quinto); limitandosi alla definizione
più ristretta di mercato internazionale, relativo alle emissioni
denominate in valuta dei non residenti, si arriva a 3,5 mmrd euro (quasi
un decimo del totale). È importante notare come le emissioni denominate
in euro per il debito estero, fuori del mercato interno dei paesi aderenti,
siano relativamente più importanti (33% o 11% del totale, rispettivamente
in senso ampio o ristretto) di quelle del dollaro (20% o 9%, rispettivamente),
maggiormente rivolto al mercato interno. Anche se sul totale delle emissioni
per il debito estero il dollaro rimane sopra l'euro, la percentuale dell'euro
è cresciuta del 4% mentre quella del dollaro è leggermente
diminuita. Viene da chiedersi in che misura gli investitori internazionali
vogliano detenere obbligazioni denominate in euro, da quali zone o settori
provengano, e come ciò denoti un cambiamento dalla fase precedente.
In altre zone, ossia particolarmente quelle del "fuso"
dell'euro (Europa orientale, Medioriente e Africa), l'euro è già
la valuta di riferimento dominante nel finanziamento internazionale. Si
tratta di 81 paesi col 20% della popolazione mondiale, ma che non arrivano
neppure al 5% del pil mondiale, esattamente il rapporto inverso dei paesi
aderenti all'euro (ossia 5% contro 20%); nell'Africa subsahariana, che comprende
ben 49 paesi (i più grandi sono Nigeria e Sudafrica), la depressione
è massima, contando il 10% della popolazione mondiale con appena
l'1% del pil, e con ulteriori disparità interne al gruppo stesso:
34 paesi africani, più lo Yemen, fanno parte del programma di aiuto
ai "paesi poveri altamente indebitati" (Hipc).
I paesi del "fuso" dell'euro già avevano stretto nel passato
diverse convenzioni con la Cee, poi rinnovate con l'Ue sotto forma di specifici
accordi (Balcani, Russia, Csi, Mediterraneo, Africa; a essi occorre assimilare
quelli conclusi con un'altra zona, dei Caraibi e del Pacifico; l'Africa
in particolare era già fortemente collegata all'Europa - anche per
le lingue europee, spesso adottate ufficialmente - a causa dei propri trascorsi
coloniali). Va detto che, rispetto alle originali convenzioni con la Cee,
gli attuali accordi con i paesi della zona del "fuso" dell'euro
si differenziano in quanto puntano, su base multilaterale e non più
prevalentemente bilaterale, complessivamente a integrare i paesi
interessati con l'economia dell'Ue e con l'area valutaria dell'euro. Ciò
dovrebbe avvenire attraverso il libero movimento di capitali - con particolare
riferimento all'installazione di imprese europee all'estero e all'apertura
di filiali di banche europee - i contratti pubblici, i diritti di proprietà
e d'autore, e la concorrenza (la Bei è preposta a seguire l'intera
questione). Con quei paesi è stato privilegiato non solo il corso
dei cambi, in quanto "ancoraggio", e i depositi bancari ma anche
la reciprocità degli ide e degli scambi internazionali. Ne
è risultato l'uso dell'euro come valuta parallela alla moneta
locale. Fanno eccezione, tra i paesi del "fuso", nonostante altre
loro strette relazioni con l'Ue, quelli le cui transazioni prevalenti riguardano
i prodotti petroliferi, trattati in dollari.
Il gruppo più importante è ritenuto quello del Medioriente
e nord Africa (in cui i paesi più ricchi sono i petroliferi Arabia
saudita e Iran, seguiti da Egitto e Israele); al suo interno il Fondo monetario
arabo e il Consiglio di cooperazione del golfo rappresentano le due strutture
finanziarie sovranazionali più importanti del gruppo. Esso da solo
supera per il pil gli altri tre gruppi (Balcani, Csi europei e Africa subsahariana).
Particolare interesse destano i tredici paesi candidati all'ingresso nell'Ue
(dieci dei quali entreranno nel 2004). Tra essi, nonostante il forte rallentamento
causato dalle guerre, i Balcani hanno ripreso il loro precedente processo
di integrazione con l'euro, avendo stabilito con l'Ue le principali correnti
di traffico economico e di dipendenza. Senonché, come singolo paese,
anche per la sua vastità, le maggiori relazioni economiche nella
zona del "fuso" dell'euro sono stabilite con la Russia; questa
è al sesto posto negli scambi con l'Ue. Per gli stessi motivi, la
Russia è anche il paese maggiormente indebitato (col 20%) della zona
del "fuso" dell'euro.
Ma l'altra settantina di paesi minori, da est verso sud, che circondano
l'Ue meritano altrettanta attenzione [cfr. per un'analisi molto dettagliata,
soprattutto economica reale, ma anche a carattere istituzionale, di ciascun
paese o gruppo di paesi, il citato Occasional paper, no.7, della
Bce]. Nei paesi emergenti, ancorché la loro quota sia piccola (5%,
per appena 10 mrd euro), l'euro è trattato due volte più del
dollaro. Non è però così in Turchia, Medioriente e
Russia, dove il dollaro ancora guida, anche se c'è di fatto un doppio
regime valutario (ovviamente diversa è la situazione del continente
americano dove il dollaro è dominante). Nella maggior parte della
zona, il sistema bancario locale è estremamente limitato e inefficiente
(infatti, il rapporto tra moneta in circolazione e credito è circa
il doppio di quello dell'Ue).
Perciò l'installazione di banche estere è crescente, in particolare
nella zona del "fuso" dell'euro (dove esse incidono per circa
i due terzi dei prestiti concessi), e quasi esclusiva nei Balcani al seguito
delle imprese a base europea; sicché gli investitori sono controllati
da banche europee che collocano una gran parte delle obbligazioni nel mercato
primario presso i residenti europei. Sul mercato secondario ne sono vendute
quasi due terzi in euro, mentre neppure un terzo è denominato in
dollari (probabilmente anche a causa di restrizioni legali Usa, risalenti
al 1933). Circa il 40% delle emissioni sono state fatte dai cento principali
non residenti in senso stretto (pari a 155 mrd euro), i più grandi
dei quali sono in Usa (imprese industriali, banche e agenzie federali) [cfr.
un elenco del campione in International financing review].
Negli scambi internazionali, come accennato, il ruolo dell'euro ricalca
quello già ricoperto dal marco, per circa un quinto delle operazioni
(quota raggiunta dal marco nel 1998). Sono diminuite le operazioni di arbitraggio,
ma probabilmente a causa dell'ovvia eliminazione di quelle precedentemente
effettuate tra valute europee già coinvolte nel processo di "convergenza"
dell'unione monetaria. Il dollaro rimane ancora la valuta di riferimento
internazionale per le transazioni riguardanti le principali operazioni di
cambio, con l'eccezione delle valute di alcuni paesi del nord e dell'est
Europa, dove l'euro ne ha preso il posto. Le differenziazioni del divario
tra euro e dollaro, rispetto alle precedenti tra marco e dollaro, sono perlopiù
attribuibili ad accordi sulle quotazioni. Tuttavia, occorre seguire l'andamento
differenziale dei costi di transazione, per l'incidenza che essi possono
avere sul cambio tra le due principali valute.
I dati sul commercio internazionale di beni e servizi, anche se insufficienti,
sembrano indicare che l'uso dell'euro sia marcatamente aumentato; in particolare,
gli scambi esterni, sia esportazioni che importazioni, con i non residenti
sono cresciuti fino a coprire uno quota tra il 40% e il 50%. Si tenga presente
che l'Ue intrattiene con la zona del "fuso" del'euro il maggiore
interscambio, coprendo il 36% delle esportazioni e garantendo il 42% delle
importazioni di quella zona. Viceversa, sul totale dell'Ue, la zona del
"fuso" dell'euro importa più del 40%, mentre incide solo
per il 16% delle esportazioni verso l'Ue, nonostante la sua grande rilevanza
per la fornitura di prodotti agricoli, materie prime e fonti energetiche
(tanto da incidere per più del 60% su quest'ultimo genere di importazioni
dell'Ue). Le relazioni commerciali sono perciò asimmetriche, denotando
una forte dipendenza dei paesi terzi. I dati più recenti rafforzano
questa tendenza anche con l'importazione nell'Ue dai paesi terzi di prodotti
finiti e di semilavorati, a basso valore aggiunto (col declino nell'Ue dei
prodotti metalmeccanici e l'aumento di quelli elettrici e d elettronici).
La creazione della zona di libero scambio euro-mediterranea, definita
nel corso del cosiddetto "processo di Barcellona" con dodici paesi,
esterni all'Ue, prospicienti il mar Mediterraneo, ha stabilito, tra le altre
cose, un accordo in termini economici e finanziari basato sull'uso dell'euro
come valuta di riferimento. Il processo dovrebbe essere completato il 2010,
ma l'eterogeneità dei paesi coinvolti, di cui il conflitto mediorientale
ne è una prova, lo rallenta significativamente; esso perciò
prosegue in maniera differenziata, a seconda della situazione nei singoli
paesi.
In Bulgaria e Polonia questa tendenza sembra ancora più forte, ai
danni del dollaro. Circa un terzo del commercio estero di Sudafrica e Nigeria
e il 40% della Cfa, la comunità finanziaria africana, si svolge
con l'Ue. Il 98% degli scambi intercommerciali, almeno da uno dei due lati
delle transazioni, hanno il dollaro (per ben l'84% del commercio internazionale
- quindi un po' meno della metà del totale) o, molto più indietro,
l'euro, che perciò sono le uniche due valute rappresentative. I dati
disponibili mostrano un crescente uso dell'euro per il commercio, sia di
importazione che di esportazione, in beni e servizi con paesi fuori del
sistema a moneta unica. Circa la metà del commercio effettuato con
paesi esterni al sistema della moneta unica si avvale dell'euro. Le importazioni
in euro tra Ue e Giappone sono aumentate dal 40% al 52%, e le esportazioni
dal 18% al 29%.
Una particolare considerazione riguarda le transazioni in euro per energia
e materie prime. Al momento, le importazioni di petrolio e gas nei paesi
aderenti all'euro sono attestate tra il 10% e il 15%, mentre considerando
tutte le materie prime quotate internazionalmente in dollari si è
arrivati al 21%, dal precedente 15%. Ma se l'esistenza di quotazioni internazionali
non preclude, di per sé, l'uso di un'altra valuta per le transazioni,
il commercio di energia e materie prime da parte dei paesi aderenti all'euro
continuerà probabilmente a essere fatturato in dollari, finché
i prezzi internazionali continueranno a essere espressi in codesta moneta
(Qâtar, Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Kuwait, ufficialmente
ancorati ai Dsp del Fmi, in realt? sono legati al dollaro); per cui l'andamento
internazionale di quei prezzi, in dollari, condiziona tutto l'interscambio
europeo, anche con i paesi della zona del "fuso" dell'euro, dove
quest'ultima valuta è necessariamente sopravanzata dal dollaro. Un'intensificazione
e la ricerca di stabilizzazione dei rapporti dell'Ue con quei paesi può
indicare una significativa tendenza in atto.
Nei paesi terzi il ruolo monetario dell'euro è per
ora rimasto stabile, dato che cambiamenti nell'ancoraggio valutario
e nella costituzione di riserve in valuta straniera si attuano sono
molto gradualmente. Secondo il Fmi, le connessioni monetarie e finanziarie
internazionali possono svilupparsi solo se i corrispondenti sistemi interni
sono solidi. Con poche eccezioni, i settori monetari di molti paesi terzi
sono fragili. Perciò l'integrazione con l'euro è più
significativa per zone geograficamente più prossime ai paesi aderenti.
Il sistema bancario e i fondi ufficiali di assistenza allo sviluppo coprono
circa il 70% del debito dei paesi della zona del "fuso", con l'euro
come valuta principale di finanziamento. Attualmente, circa 50 paesi contemplano
l'euro nelle loro politiche di cambio o come ancoraggio valutario di riferimento,
ma la maggior parte sono relativamente piccoli, rappresentando nel loro
insieme appena il 4% del pil mondiale. Un esempio significativo è
fornito dalla Cfa, che ereditando il suo ancoraggio al franco francese,
ha stabilito una parità fissa con l'euro. In ogni caso, la quota
dell'euro nelle riserve internazionali, secondo i dati Fmi per il 2001,
era rimasta stabile, intorno al 13% di tutte le riserve mondiali. Ciò
poteva sorprendere, visto che molti paesi industrializzati, stando a quanto
prospettato da alcuni stati asiatici, sembrano propendere per riserve in
euro. Già adesso, infatti, meno di due anni dopo le stime Fmi, gli
ultimi dati della Bce stimano la costituzione di riserve valutarie
estere in euro pari al 20%.
I cambi in euro come moneta corrente hanno permesso di avere una
misura esatta dell'ammontare di cassa degli euro in circolazione all'esterno
e di raccogliere alcune informazioni sull'uso dell'euro come valuta parallela.
Pur senza poterne dare una stima conclusiva, la circolazione corrente di
euro all'esterno dovrebbe aggirarsi tra i 20 e i 25 mrd euro, pari circa
all'8% del totale in circolazione. È anche interessante notare come,
a seguito della conversione in euro dei depositi bancari preesistenti nei
paesi confinanti l'Ue, essi siano saliti da 39 mrd euro a 52 mrd euro.
Il ruolo internazionale dell'euro nei paesi terzi, come ancoraggio valutario,
politiche di cambio e costituzione di riserve, è connesso alla situazione
di crisi degli anni 1990 che, di fatto, ha suggerito di ricorrere
a soluzioni meno drastiche di quelle del tipo currency board o dollarizzazione
(ovvero eurizzazione), com'è necessario per piccole economie fortemente
dipendenti da altre molto più forti. Secondo il Fmi sono ben 150
i paesi che non hanno un cambio fluttuante libero (e perciò necessitano
di un ancoraggio o di un riferimento valutario). Di questi 54, non aderenti
direttamente all'euro, hanno assunto l'euro nel loro regime di cambio, in
una delle varie forme, più o meno vincolanti, sopra enunciate. Laddove
l'euro entra in un paniere misto di riferimento valutario, è importante
vederne il peso rispetto alle altre valute, dollaro in testa.
Per 35 paesi l'euro può essere considerato l'unica valuta di riferimento
(tra questi i paesi balcanici, nordafricani come Marocco e Tunisia, e della
regione centroafricana dell'ex franco francese), mentre gli altri 19 usano
un "paniere" composito di più valute. Molti sono paesi
con economie piccolissime (per appena un 4% del pil mondiale). Ma la loro
adesione all'euro ha molte implicazioni geografiche e istituzionali, prevedendo
accordi speciali con l'Ue. Dei 13 paesi candidati all'Ue, solo Turchia,
Polonia e repubblica Ceca non hanno ancora espliciti collegamenti all'euro
[cfr. promemoria della Bce].
In genere, la scelta valutaria dell'euro segue e riflette un'intensificarsi
di rapporti economici e commerciali con l'Ue. È interessante vedere
che sei paesi, nell'ultimo biennio, sono passati a regimi diversi, collegati
all'euro: Lituania, Ungheria, Cipro, Malta, Marocco e Serbia-Montenegro.
Attualmente, al di fuori dei paesi della zona del "fuso" dell'euro,
l'euro stesso svolge un ruolo del tutto secondario sul mercato mondiale.
A differenza del dollaro, la cui area ha portata planetaria, compresa l'Asia
e la Csi, l'euro non ha imposto alcuna condizione ai paesi che l'hanno scelto
come ancoraggio.
Le riserve valutarie in euro sono cresciute di oltre il 10%, superando
1,6 mmrd Dsp (più di 2 mmrd $) e hanno ormai già raggiunto
il 20% delle riserve mondiali (contro il 68% ancora accumulate in dollari
e il 5% in yen). Per la cronaca è anche utile riportare informazioni
sulle variazioni di composizione delle riserve in euro di alcuni paesi [cfr.
Bce]: Croazia e Slovenia, due terzi; Canada dal 32% al 38%; Gb dal
38% al 53%; Australia al 37% e addirittura gli Usa stanno al 50%. Pur senza
possedere dati precisi Cina, Corea del sud, Russia, Pakistan, Romania e
altri paesi hanno incrementato le loro riserve in euro. Anche molte banche
centrali, tra cui quella della Corea del sud, hanno motivato il loro aumento
delle riserve in euro con l'apprezzamento dell'euro stesso sul dollaro.
Anche l'uso dell'euro, per intervenire a difesa del corso dei cambi
della propria valuta, consegue alla sua detenzione come riserva; è
ciò che è stato fatto dalle banche centrali di repubblica
Ceca, Slovacchia e Slovenia. L'Ungheria ha programmato una cosa analoga,
mentre già sono attive in tal senso sul mercato dei cambi Croazia,
Serbia e Macedonia.
Nei paesi terzi, anche molti privati usano l'euro come valuta parallela,
detenendolo in quote significative tra le loro attività, sia in contanti
che in depositi bancari in esso denominati. Ciò deriva soprattutto
da una perdita di fiducia nella moneta nazionale e nel suo corrispondente
potere d'acquisto, unito alle crisi bancarie. Le autorità monetarie
di questi paesi si trovano conseguentemente condizionate finanziariamente,
per la stabilità della propria moneta, dal collegamento con l'euro.
Perciò il riferimento alla moneta nazionale o a una valuta estera
è spia della maggiore o minore fiducia nell'una o nell'altra. Perciò
una simile politica è spesso indicata come connessione "non
ufficiale" alla valuta di riferimento (a es., la dollarizzazione
avvenuta dopo gli anni 1980 in America latina). Questo può essere
il significato dell'espansione internazionale dell'euro fuori dei paesi
aderenti. Con il varo dell'euro, circa l'8% delle monete è stato
inviato alle banche centrali dei paesi della "zona" limitrofa,
comprese Gb e Svizzera. La richiesta di banconote euro è crescente.
Sono interessanti alcuni dati provenienti dalla Russia. Fino al 2001, considerando
pure gli effetti della crisi finanziaria russa del 1999, il dollaro contava
circa per i due terzi di tutte le transazioni in valuta estera compiute
dal sistema bancario. Senonché, con l'aumento degli acquisti privati
di euro, nel 2002 quest'ultima valuta ha raggiunto il dollaro. Si tenga
presente che la Russia, sul totale della zona del "fuso" dell'euro,
copre il 12% delle esportazioni e il 22% delle importazioni Ue. L'obiettivo
dello "spazio comune economico europeo" tra Ue e Russia mira all'espansione
del ruolo internazionale dell'euro attraverso l'armonizzazione legislativa,
la convergenza dei regolamenti e il graduale sviluppo di una zona di libero
scambio. In genere, i depositi bancari in euro sono cresciuti rapidamente
in tutti quei paesi le cui monete non godevano più di alcuna fiducia
(come Croazia e complessivamente ex Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Turchia
e Israele, ma anche Egitto, Marocco e sud Africa).
In conclusione, un confronto tra euro e dollaro conduce
a questo:
1. La ripartizione valutaria tra dollaro ed euro rispecchia il peso
delle rispettive economie. Un calcolo del pil delle cinque aree (dollaro,
euro, yen, sterlina, franco svizzero) che emettono una moneta di livello
internazionale porta a una distribuzione più o meno equivalente delle
rispettive valute di riferimento. Un ampio mercato interno, a es., accresce
il ruolo internazionale della valuta corrispondente, come ancoraggio per
paesi terzi, alimentando l'afflusso di attività finanziarie dall'estero
e favorendo la diversificazione del portafoglio. Ciò può costituire
un'importante premonizione per il futuro ruolo internazionale dell'euro.
Quest'ultimo, infatti, non intende "sfidare" il dollaro nel suo
ruolo attualmente dominante, quanto piuttosto attenersi alla stabilizzazione
del ruolo internazionale delle principali valute.
2. L'emissione di titoli denominati in euro, fuori del territorio
dei paesi aderenti, dipende in larga misura dallo sviluppo dei rapporti
economici provenienti dai paesi aderenti stessi, mentre quelli denominati
in dollari sono più diffusi sull'intero mercato mondiale (dall'Asia,
all'America latina all'Europa stessa) .
3. La diffusione mondiale del dollaro come valuta internazionale
non è posta in discussione dalla localizzazione dell'euro - nel mercato
dei capitali, nel mercato dei cambi, nel rispettivo uso da parte dei paesi
terzi.
La Bce non persegue l'internazionalizzazione dell'euro, nonostante la sua
rilevante crescita, come obiettivo a se stante, politicamente indipendente.
Piuttosto, come per qualsiasi altra valuta, il ruolo internazionale dell'euro
è determinato dalle decisioni assunte in un contesto di crescente
liberalizzazione e integrazione internazionale del mercato. Un tale ruolo
può influire sull'economia nella misura in cui agisca la politica
monetaria. Perciò quest'ultima, da parte della Bce, è una
strategia sufficientemente flessibile per assecondare gli effetti connessi.
In sintesi, tuttavia, se almeno gli accordi con i paesi del "fuso"
dell'euro fossero pienamente adempiuti, l'Ue verrebbe a trovarsi al centro
di una "zona di libero scambio" molto più ampia. A tale
zona si estenderebbero molte caratteristiche acquisite dall'Ue stessa, dal
sistema del credito alla libera circolazione di capitali.