IL RUOLO INTERNAZIONALE DELL'EURO
i paesi aderenti, la "zona del fuso orario", l'"area"

da Banca centrale europea *


* Sono qui sintetizzati alcuni tratti salienti di due documenti della Banca centrale europa [cfr. <www.ebc.int>]. Il primo, del dicembre 2002, è il rapporto annuale intitolato The international role of the euro, redatto dagli esperti della banca stessa e contiene ampi riferimenti bibliografici. Il secondo è stato pubblicato (sempre nel dicembre 2002) come Occasional paper no.7, col titolo Economic relations with regions neighbouring the euro area in the "Euro time zone", a nome di Francesco Mazzaferro, Arnaud Mehl, Michael Sturm, Christian Thimann, Adalbert Winkler

Per "area dell'euro" la Bce intende quella che copre i soli "paesi aderenti" a questa moneta unica (attualmente i "dodici"). Viceversa, con "zona del fuso orario dell'euro" (convenzionalmente Euro time zone - Etz, così chiamata per ovvii motivi geografici di longitudine, da -2 a +3 ore rispetto al fuso centroeuropeo, ossia tra le Azzorre e Baku, ricomprendendovi ovviamente tutto il continente africano, e anche la Russia dato che l'80% della sua popolazione vive nelle zone occidentali, ma non tutti i paesi asiatici della Csi) vengono designati tutti i paesi, circa ottanta, da quelli limitrofi a quelli comunque racchiusi negli stessi meridiani della cosiddetta "area dell'euro". Pur essendo tra loro notevolmente diversi, e via via detti emergenti, in sviluppo o in transizione, essi - che appartengono principalmente ai Balcani, alla Comunità di stati indipendenti (ex Urss) europea, al Medioriente e all'Africa del nord e subsahariana - hanno tuttavia in comune l'euro come principale valuta di riferimento, negli scambi commerciali, nel credito internazionale e per l'assistenza allo sviluppo. Attualmente il loro peso non è grande, tuttavia sono paesi in rapida crescita con grandi riserve di materie prime, energia e prodotti agricoli.
Senonché, dovrebbe essere evidente come il
concetto di area non possa essere fatto coincidere banalmente, soprattutto nell'imperialismo contemporaneo, con limitati confini geografici. Perfino la definizione di "zona del fuso" che la Bce è stata costretta a usare, per estendere l'influenza dell'euro al di là dei confini geografici degli attuali dodici "paesi aderenti", risulta potenzialmente limitante, proprio in vista di un ruolo internazionale dell'euro che racchiude le caratteristiche di spaziare trasversalmente sull'intero mercato mondiale, anche in paesi, filiere o settori molto diversi e distanti (si pensi al petrolio, come detto altrove; agli accordi tra capitali europei e paesi del sud e centro America o del Pacifico, i quali paesi tra l'altro hanno sottoscritto con l'Ue l'accordo di Cotonou, dopo Lomè, proprio insieme ai paesi africani del "fuso orario", raggiungendo il numero complessivo di 76 stati; o a quanto la Cina potrebbe decidere in proposito).
Il problema, infatti, è precisamente di soppesare se e quanto il dollaro accetti questa sfida da parte dell'euro. In realtà, le "guerre per interposta persona"
made in Usa stanno a dimostrarlo. Considerare perciò un'area valutaria ristretta al solo territorio istituzionale (statuale o federale) è fortemente limitante e fuorviante: sarebbe come ritenere, almeno in tutta la seconda metà del XX secolo, "area del dollaro" soltanto gli Usa (ed eventualmente due o tre paesi pienamente e "ufficialmente dollarizzati", e neppure quelli semplicemente "ancorati" al dollaro). Il fatto che l'euro ancora stia indietro rispetto alla valuta Usa (e non si può dire quanto ci rimanga) non giustifica una definizione ristretta della sua area valutaria di riferimento. È per tali ragioni che noi abbiamo sempre chiamato, e continuiamo a considerare, "area" il contesto valutario nella sua accezione più ampia, al di là dei confini geografici o di fuso orario. Perciò, a differenza della Bce e alla sua definizione di "area dell'euro", ci sembra invece più appropriato usare il riferimento ai "paesi aderenti". Per non confondere i nostri lettori (abituati, non solo in questo caso, e soprattutto se si parla di marxismo, ad altre e più adeguate terminologie, rispetto a quelle dominanti nell'accademia e nell'asisnistra) abbiamo avvertito del diverso uso fatto dalla Bce nei documenti ufficiali, avendo provveduto nella nostra sintesi a modificare i termini conformemente al nostro abituale intendimento. [gf.p.]

L'euro, come valuta unica del sistema monetario omonimo, svolge un ruolo significativo sui mercati finanziari e nei paesi terzi esterni ai paesi aderenti. Un uso internazionalmente rilevante dell'euro è fatto da parte di residenti di paesi terzi, come valuta di riferimento per varie attività finanziarie fuori del sistema stesso, in alcuni paesi limitrofi. Codesti paesi sono gli unici in cui l'euro è la valuta internazionale dominante. L'euro è anche usato per fatturazioni in alcune aree di commercio internazionale e di cambio valutario.
Ma è nei mercati obbligazionari che il ruolo dell'euro è cresciuto più significativamente, a causa della maggior emissione di titoli denominati in euro da parte di imprese attive sul piano internazionale a fronte di una crescente richiesta di tali attività da parte dei paesi aderenti. In particolare, circa l'uso dell'euro in paesi terzi, sono rilevanti i dati sulla composizione in valute straniere delle riserve in alcuni paesi, dove l'euro svolge anche la sua funzione per operazioni di ancoraggio valutario e quella di valuta parallela fuori dei paesi europei a moneta unica. La crescita graduale dell'uso dell'euro, soprattutto nei paesi europei a moneta unica, nelle obbligazioni emesse dai non residenti è stata del 3%, raggiungendo il 29% complessivo, contro un 44% per il dollaro e il 13% per lo yen. Parte di questo ruolo internazionale è stato ereditato dalle precedenti valute, in particolare dal marco tedesco, ma l'unificazione monetaria ha dato nuovo impeto. Anche se graduale, la crescita del ruolo internazionale dell'euro nel 2002 è stata evidente. La Bce cerca di fornire informazioni sull'uso internazionale di questa valuta anche al di fuori dei paesi aderenti, esaminando altresì gli sviluppi strutturali in atto nel sistema dei mercati finanziari internazionali e nelle politiche dei paesi terzi.

L'euro ha migliorato la sua posizione sia sulle obbligazioni sia sugli strumenti monetari. Stando ai flussi rilevati sul mercato monetario internazionale, si vede che lo spostamento verso emissioni denominate in euro seguono la formazione di un mercato monetario integrato in euro. Queste emissioni sono aumentate del 3% raggiungendo il 39% e superando così quelle in dollari (38%). Per l'euro, la stessa tendenza positiva (+3%) si riscontra sul mercato ristretto obbligazionario (ma qui ancora con un 29% contro il 44% del dollaro). I non residenti che hanno emesso titoli denominati euro sono grandi multinazionali (tra cui molte istituzioni federali Usa), per l'87% del mercato mondiale. I paesi di provenienza sono gli Usa (30%), la Gb (20%) e altri paesi europei non aderenti (21%, particolarmente scandinavi) e multinazionali con sede nei "paradisi fiscali" come le isole Cayman (15%).
A differenza che in nord America, nei paesi dell'Europa, non aderenti, le obbligazioni denominate in euro sono passate - secondo un sondaggio (ma la quota reale, data la limitatezza del sondaggio stesso, dovrebbe essere decisamente superiore) - dal 26% iniziale al 34% (per 33 mrd euro), superando complessivamente la quota del dollaro. Anche alla borsa di Londra, le negoziazioni su obbligazioni in euro hanno oscillato tra il 50% e il 60%, mentre quelle in dollari tra il 25% e il 35% [i dati completi sono pubblicati regolarmente dalla Banca di Inghilterra]. Per le disponibilità bancarie, l'euro è salito del 3%, raggiungendo quota 24%, anche se il dollaro sta ancora al 55% del totale, dominando così largamente il mercato bancario. Al momento i depositi in euro assommano al 19% dei deposti totali (al 34% di quelli in valuta estera), e le attività delle banche britanniche al 22% (rispettivamente al 41%); le disponibilità interbancarie in valuta estera sono per circa un terzo denominate in euro.
In effetti, un fulcro finanziario come la city di Londra ha reindirizzato verso l'euro molti investimenti rivolti a investitori esterni; d'altro lato, i residenti dei paesi aderenti hanno acquistato molti titoli denominati in euro emessi da non residenti. Peraltro, la caduta dei tassi a breve in dollari (circa 4%) contro quella, molto inferiore, dell'euro (1,5%) ha reso meno richiesti i primi titoli, facendo scendere maggiormente il mercato monetario in dollari rispetto a quello in euro, corrispondentemente alle difficoltà dei fondi e delle principali imprese a base Usa, anche per le crescenti chiusure da queste incontrate sui mercati finanziari (a seguito, a es., degli scandali Enron e Worldcom) Il ruolo cardine della city nell'uso internazionale dell'euro è evidente, con una quota di circa il 30%, dove anche l'attività nei mercati secondari delle obbligazioni internazionali denominate in euro ha superato la metà delle operazioni. Si noti che i titoli sul debito emessi da residenti sono l'11% del totale denominato in euro, mentre sono il 9% per il dollaro e il 6% per lo yen.
Si considerino pure le operazioni delle banche britanniche con i non residenti, i cui depositi sono per un quarto in euro, i prestiti incidono per il 28% e gli investimenti netti per il 44%. Se si considerano solo le valute straniere (cioè, escludendo la sterlina) il peso dell'euro è molto maggiore. Londra è perciò uno dei maggiori centri finanziari internazionali, non ancora aderente all'euro, che usano l'euro come loro parte integrante, attraverso cui i non residenti acquistano titoli denominati in euro emessi sia nei paesi aderenti che fuori. In questo senso, gli investitori a base inglese stanno a metà strada tra i residenti e i non residenti. Una quota significativa di emissioni esterne denominate in euro sono detenute da residenti, ai quali però vanno aggiunti quelli di Gb e Svizzera. La proporzione complessiva di euro contro dollaro è di un quinto a un terzo.
Tre caratteristiche sono comuni a tutti gli accordi dell'Ue con le diverse zone del "fuso" dell'euro: i. il riferimento alla legge comunitaria europea; ii. l'estensione delle condizioni di "mercato unico" al di fuori dell'Ue; iii. l'esportazione di un quadro istituzionale simile a quello dell'Ue. È chiaro come queste clausole mirino a condizionare il comportamento dei paesi terzi al pieno rispetto delle regole comunitarie europee, su cui l'Ue si impegna a vigilare, subordinando a esso il sostegno finanziario e l'integrazione stessa. Ciò è vòlto a garantire, all'esterno, la libertà di installazione di istituzioni finanziarie europee e di movimento di capitali per indirizzare investimenti e permettere il rientro dei profitti, per effettuare transazioni in euro senza che i paesi terzi possano porre restrizioni. In genere, è prevista anche la possibilità di liberalizzare ulteriormente gli investimenti di portafoglio e di finanziare crediti commerciali, erogando prestiti a lungo termine (in euro) ai non residenti. Ciò va visto anche in considerazione del fatto che in molti paesi della zona del "fuso" dell'euro sono tuttora frapposti molti ostacoli agli investimenti, sia diretti sia di portafoglio (a tutt'oggi, tra i paesi cosiddetti "emergenti", il grosso di tali investimenti va in Asia orientale e in America latina). Così, nella zona del "fuso" dell'euro (3,4% sul totale mondiale), che pure è indietro per gli ide, nell'ultimo decennio questo tipo di investimenti è passato da 8 mrd $ a 24 mrd $ (il 40% denominati in euro).
Nel settore obbligazionario collegato al debito estero, l'euro svolge un ruolo che va dalle operazioni a lungo termine su titoli a quelle monetarie a breve, oltre a strumenti relativi ad attività e disponibilità tra banche internazionali. Particolarmente rilevante è l'impulso che l'introduzione dell'euro ha dato all'apertura di un mercato unificato e più ampio del debito internazionale, comportando a sua volta un aumento del ruolo internazionale dell'euro stesso, che tuttavia avviene prevalentemente per gli acquisti, da parte dei residenti, di titoli denominati in euro emessi all'esterno.
La quota dell'euro nel mercato mondiale del debito (comprendente sia le emissioni interne che quelle internazionali) è pari, secondo la Bri, al 24%, dietro al dollaro (46%) e davanti allo yen (19%). Si stima che la maggior parte dell'ammontare dei titoli mondiali del debito pubblico equivalga a 38 mmrd euro; ma, a parte queste emissioni interne, quelle internazionali contano per quasi 7,8 mmrd euro (un quinto); limitandosi alla definizione più ristretta di mercato internazionale, relativo alle emissioni denominate in valuta dei non residenti, si arriva a 3,5 mmrd euro (quasi un decimo del totale). È importante notare come le emissioni denominate in euro per il debito estero, fuori del mercato interno dei paesi aderenti, siano relativamente più importanti (33% o 11% del totale, rispettivamente in senso ampio o ristretto) di quelle del dollaro (20% o 9%, rispettivamente), maggiormente rivolto al mercato interno. Anche se sul totale delle emissioni per il debito estero il dollaro rimane sopra l'euro, la percentuale dell'euro è cresciuta del 4% mentre quella del dollaro è leggermente diminuita. Viene da chiedersi in che misura gli investitori internazionali vogliano detenere obbligazioni denominate in euro, da quali zone o settori provengano, e come ciò denoti un cambiamento dalla fase precedente.

In altre zone, ossia particolarmente quelle del "fuso" dell'euro (Europa orientale, Medioriente e Africa), l'euro è già la valuta di riferimento dominante nel finanziamento internazionale. Si tratta di 81 paesi col 20% della popolazione mondiale, ma che non arrivano neppure al 5% del pil mondiale, esattamente il rapporto inverso dei paesi aderenti all'euro (ossia 5% contro 20%); nell'Africa subsahariana, che comprende ben 49 paesi (i più grandi sono Nigeria e Sudafrica), la depressione è massima, contando il 10% della popolazione mondiale con appena l'1% del pil, e con ulteriori disparità interne al gruppo stesso: 34 paesi africani, più lo Yemen, fanno parte del programma di aiuto ai "paesi poveri altamente indebitati" (Hipc).
I paesi del "fuso" dell'euro già avevano stretto nel passato diverse convenzioni con la Cee, poi rinnovate con l'Ue sotto forma di specifici accordi (Balcani, Russia, Csi, Mediterraneo, Africa; a essi occorre assimilare quelli conclusi con un'altra zona, dei Caraibi e del Pacifico; l'Africa in particolare era già fortemente collegata all'Europa - anche per le lingue europee, spesso adottate ufficialmente - a causa dei propri trascorsi coloniali). Va detto che, rispetto alle originali convenzioni con la Cee, gli attuali accordi con i paesi della zona del "fuso" dell'euro si differenziano in quanto puntano, su base multilaterale e non più prevalentemente bilaterale, complessivamente a integrare i paesi interessati con l'economia dell'Ue e con l'area valutaria dell'euro. Ciò dovrebbe avvenire attraverso il libero movimento di capitali - con particolare riferimento all'installazione di imprese europee all'estero e all'apertura di filiali di banche europee - i contratti pubblici, i diritti di proprietà e d'autore, e la concorrenza (la Bei è preposta a seguire l'intera questione). Con quei paesi è stato privilegiato non solo il corso dei cambi, in quanto "ancoraggio", e i depositi bancari ma anche la reciprocità degli ide e degli scambi internazionali. Ne è risultato l'uso dell'euro come valuta parallela alla moneta locale. Fanno eccezione, tra i paesi del "fuso", nonostante altre loro strette relazioni con l'Ue, quelli le cui transazioni prevalenti riguardano i prodotti petroliferi, trattati in dollari.
Il gruppo più importante è ritenuto quello del Medioriente e nord Africa (in cui i paesi più ricchi sono i petroliferi Arabia saudita e Iran, seguiti da Egitto e Israele); al suo interno il Fondo monetario arabo e il Consiglio di cooperazione del golfo rappresentano le due strutture finanziarie sovranazionali più importanti del gruppo. Esso da solo supera per il pil gli altri tre gruppi (Balcani, Csi europei e Africa subsahariana). Particolare interesse destano i tredici paesi candidati all'ingresso nell'Ue (dieci dei quali entreranno nel 2004). Tra essi, nonostante il forte rallentamento causato dalle guerre, i Balcani hanno ripreso il loro precedente processo di integrazione con l'euro, avendo stabilito con l'Ue le principali correnti di traffico economico e di dipendenza. Senonché, come singolo paese, anche per la sua vastità, le maggiori relazioni economiche nella zona del "fuso" dell'euro sono stabilite con la Russia; questa è al sesto posto negli scambi con l'Ue. Per gli stessi motivi, la Russia è anche il paese maggiormente indebitato (col 20%) della zona del "fuso" dell'euro.
Ma l'altra settantina di paesi minori, da est verso sud, che circondano l'Ue meritano altrettanta attenzione [cfr. per un'analisi molto dettagliata, soprattutto economica reale, ma anche a carattere istituzionale, di ciascun paese o gruppo di paesi, il citato Occasional paper, no.7, della Bce]. Nei paesi emergenti, ancorché la loro quota sia piccola (5%, per appena 10 mrd euro), l'euro è trattato due volte più del dollaro. Non è però così in Turchia, Medioriente e Russia, dove il dollaro ancora guida, anche se c'è di fatto un doppio regime valutario (ovviamente diversa è la situazione del continente americano dove il dollaro è dominante). Nella maggior parte della zona, il sistema bancario locale è estremamente limitato e inefficiente (infatti, il rapporto tra moneta in circolazione e credito è circa il doppio di quello dell'Ue).
Perciò l'installazione di banche estere è crescente, in particolare nella zona del "fuso" dell'euro (dove esse incidono per circa i due terzi dei prestiti concessi), e quasi esclusiva nei Balcani al seguito delle imprese a base europea; sicché gli investitori sono controllati da banche europee che collocano una gran parte delle obbligazioni nel mercato primario presso i residenti europei. Sul mercato secondario ne sono vendute quasi due terzi in euro, mentre neppure un terzo è denominato in dollari (probabilmente anche a causa di restrizioni legali Usa, risalenti al 1933). Circa il 40% delle emissioni sono state fatte dai cento principali non residenti in senso stretto (pari a 155 mrd euro), i più grandi dei quali sono in Usa (imprese industriali, banche e agenzie federali) [cfr. un elenco del campione in International financing review].
Negli scambi internazionali, come accennato, il ruolo dell'euro ricalca quello già ricoperto dal marco, per circa un quinto delle operazioni (quota raggiunta dal marco nel 1998). Sono diminuite le operazioni di arbitraggio, ma probabilmente a causa dell'ovvia eliminazione di quelle precedentemente effettuate tra valute europee già coinvolte nel processo di "convergenza" dell'unione monetaria. Il dollaro rimane ancora la valuta di riferimento internazionale per le transazioni riguardanti le principali operazioni di cambio, con l'eccezione delle valute di alcuni paesi del nord e dell'est Europa, dove l'euro ne ha preso il posto. Le differenziazioni del divario tra euro e dollaro, rispetto alle precedenti tra marco e dollaro, sono perlopiù attribuibili ad accordi sulle quotazioni. Tuttavia, occorre seguire l'andamento differenziale dei costi di transazione, per l'incidenza che essi possono avere sul cambio tra le due principali valute.
I dati sul commercio internazionale di beni e servizi, anche se insufficienti, sembrano indicare che l'uso dell'euro sia marcatamente aumentato; in particolare, gli scambi esterni, sia esportazioni che importazioni, con i non residenti sono cresciuti fino a coprire uno quota tra il 40% e il 50%. Si tenga presente che l'Ue intrattiene con la zona del "fuso" del'euro il maggiore interscambio, coprendo il 36% delle esportazioni e garantendo il 42% delle importazioni di quella zona. Viceversa, sul totale dell'Ue, la zona del "fuso" dell'euro importa più del 40%, mentre incide solo per il 16% delle esportazioni verso l'Ue, nonostante la sua grande rilevanza per la fornitura di prodotti agricoli, materie prime e fonti energetiche (tanto da incidere per più del 60% su quest'ultimo genere di importazioni dell'Ue). Le relazioni commerciali sono perciò asimmetriche, denotando una forte dipendenza dei paesi terzi. I dati più recenti rafforzano questa tendenza anche con l'importazione nell'Ue dai paesi terzi di prodotti finiti e di semilavorati, a basso valore aggiunto (col declino nell'Ue dei prodotti metalmeccanici e l'aumento di quelli elettrici e d elettronici).
La creazione della zona di libero scambio euro-mediterranea, definita nel corso del cosiddetto "processo di Barcellona" con dodici paesi, esterni all'Ue, prospicienti il mar Mediterraneo, ha stabilito, tra le altre cose, un accordo in termini economici e finanziari basato sull'uso dell'euro come valuta di riferimento. Il processo dovrebbe essere completato il 2010, ma l'eterogeneità dei paesi coinvolti, di cui il conflitto mediorientale ne è una prova, lo rallenta significativamente; esso perciò prosegue in maniera differenziata, a seconda della situazione nei singoli paesi.
In Bulgaria e Polonia questa tendenza sembra ancora più forte, ai danni del dollaro. Circa un terzo del commercio estero di Sudafrica e Nigeria e il 40% della Cfa, la comunità finanziaria africana, si svolge con l'Ue. Il 98% degli scambi intercommerciali, almeno da uno dei due lati delle transazioni, hanno il dollaro (per ben l'84% del commercio internazionale - quindi un po' meno della metà del totale) o, molto più indietro, l'euro, che perciò sono le uniche due valute rappresentative. I dati disponibili mostrano un crescente uso dell'euro per il commercio, sia di importazione che di esportazione, in beni e servizi con paesi fuori del sistema a moneta unica. Circa la metà del commercio effettuato con paesi esterni al sistema della moneta unica si avvale dell'euro. Le importazioni in euro tra Ue e Giappone sono aumentate dal 40% al 52%, e le esportazioni dal 18% al 29%.
Una particolare considerazione riguarda le transazioni in euro per energia e materie prime. Al momento, le importazioni di petrolio e gas nei paesi aderenti all'euro sono attestate tra il 10% e il 15%, mentre considerando tutte le materie prime quotate internazionalmente in dollari si è arrivati al 21%, dal precedente 15%. Ma se l'esistenza di quotazioni internazionali non preclude, di per sé, l'uso di un'altra valuta per le transazioni, il commercio di energia e materie prime da parte dei paesi aderenti all'euro continuerà probabilmente a essere fatturato in dollari, finché i prezzi internazionali continueranno a essere espressi in codesta moneta (Qâtar, Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Kuwait, ufficialmente ancorati ai Dsp del Fmi, in realt? sono legati al dollaro); per cui l'andamento internazionale di quei prezzi, in dollari, condiziona tutto l'interscambio europeo, anche con i paesi della zona del "fuso" dell'euro, dove quest'ultima valuta è necessariamente sopravanzata dal dollaro. Un'intensificazione e la ricerca di stabilizzazione dei rapporti dell'Ue con quei paesi può indicare una significativa tendenza in atto.

Nei paesi terzi il ruolo monetario dell'euro è per ora rimasto stabile, dato che cambiamenti nell'ancoraggio valutario e nella costituzione di riserve in valuta straniera si attuano sono molto gradualmente. Secondo il Fmi, le connessioni monetarie e finanziarie internazionali possono svilupparsi solo se i corrispondenti sistemi interni sono solidi. Con poche eccezioni, i settori monetari di molti paesi terzi sono fragili. Perciò l'integrazione con l'euro è più significativa per zone geograficamente più prossime ai paesi aderenti. Il sistema bancario e i fondi ufficiali di assistenza allo sviluppo coprono circa il 70% del debito dei paesi della zona del "fuso", con l'euro come valuta principale di finanziamento. Attualmente, circa 50 paesi contemplano l'euro nelle loro politiche di cambio o come ancoraggio valutario di riferimento, ma la maggior parte sono relativamente piccoli, rappresentando nel loro insieme appena il 4% del pil mondiale. Un esempio significativo è fornito dalla Cfa, che ereditando il suo ancoraggio al franco francese, ha stabilito una parità fissa con l'euro. In ogni caso, la quota dell'euro nelle riserve internazionali, secondo i dati Fmi per il 2001, era rimasta stabile, intorno al 13% di tutte le riserve mondiali. Ciò poteva sorprendere, visto che molti paesi industrializzati, stando a quanto prospettato da alcuni stati asiatici, sembrano propendere per riserve in euro. Già adesso, infatti, meno di due anni dopo le stime Fmi, gli ultimi dati della Bce stimano la costituzione di riserve valutarie estere in euro pari al 20%.
I cambi in euro come moneta corrente hanno permesso di avere una misura esatta dell'ammontare di cassa degli euro in circolazione all'esterno e di raccogliere alcune informazioni sull'uso dell'euro come valuta parallela. Pur senza poterne dare una stima conclusiva, la circolazione corrente di euro all'esterno dovrebbe aggirarsi tra i 20 e i 25 mrd euro, pari circa all'8% del totale in circolazione. È anche interessante notare come, a seguito della conversione in euro dei depositi bancari preesistenti nei paesi confinanti l'Ue, essi siano saliti da 39 mrd euro a 52 mrd euro.
Il ruolo internazionale dell'euro nei paesi terzi, come ancoraggio valutario, politiche di cambio e costituzione di riserve, è connesso alla situazione di crisi degli anni 1990 che, di fatto, ha suggerito di ricorrere a soluzioni meno drastiche di quelle del tipo currency board o dollarizzazione (ovvero eurizzazione), com'è necessario per piccole economie fortemente dipendenti da altre molto più forti. Secondo il Fmi sono ben 150 i paesi che non hanno un cambio fluttuante libero (e perciò necessitano di un ancoraggio o di un riferimento valutario). Di questi 54, non aderenti direttamente all'euro, hanno assunto l'euro nel loro regime di cambio, in una delle varie forme, più o meno vincolanti, sopra enunciate. Laddove l'euro entra in un paniere misto di riferimento valutario, è importante vederne il peso rispetto alle altre valute, dollaro in testa.
Per 35 paesi l'euro può essere considerato l'unica valuta di riferimento (tra questi i paesi balcanici, nordafricani come Marocco e Tunisia, e della regione centroafricana dell'ex franco francese), mentre gli altri 19 usano un "paniere" composito di più valute. Molti sono paesi con economie piccolissime (per appena un 4% del pil mondiale). Ma la loro adesione all'euro ha molte implicazioni geografiche e istituzionali, prevedendo accordi speciali con l'Ue. Dei 13 paesi candidati all'Ue, solo Turchia, Polonia e repubblica Ceca non hanno ancora espliciti collegamenti all'euro [cfr. promemoria della Bce].
In genere, la scelta valutaria dell'euro segue e riflette un'intensificarsi di rapporti economici e commerciali con l'Ue. È interessante vedere che sei paesi, nell'ultimo biennio, sono passati a regimi diversi, collegati all'euro: Lituania, Ungheria, Cipro, Malta, Marocco e Serbia-Montenegro. Attualmente, al di fuori dei paesi della zona del "fuso" dell'euro, l'euro stesso svolge un ruolo del tutto secondario sul mercato mondiale. A differenza del dollaro, la cui area ha portata planetaria, compresa l'Asia e la Csi, l'euro non ha imposto alcuna condizione ai paesi che l'hanno scelto come ancoraggio.
Le riserve valutarie in euro sono cresciute di oltre il 10%, superando 1,6 mmrd Dsp (più di 2 mmrd $) e hanno ormai già raggiunto il 20% delle riserve mondiali (contro il 68% ancora accumulate in dollari e il 5% in yen). Per la cronaca è anche utile riportare informazioni sulle variazioni di composizione delle riserve in euro di alcuni paesi [cfr. Bce]: Croazia e Slovenia, due terzi; Canada dal 32% al 38%; Gb dal 38% al 53%; Australia al 37% e addirittura gli Usa stanno al 50%. Pur senza possedere dati precisi Cina, Corea del sud, Russia, Pakistan, Romania e altri paesi hanno incrementato le loro riserve in euro. Anche molte banche centrali, tra cui quella della Corea del sud, hanno motivato il loro aumento delle riserve in euro con l'apprezzamento dell'euro stesso sul dollaro. Anche l'uso dell'euro, per intervenire a difesa del corso dei cambi della propria valuta, consegue alla sua detenzione come riserva; è ciò che è stato fatto dalle banche centrali di repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia. L'Ungheria ha programmato una cosa analoga, mentre già sono attive in tal senso sul mercato dei cambi Croazia, Serbia e Macedonia.
Nei paesi terzi, anche molti privati usano l'euro come valuta parallela, detenendolo in quote significative tra le loro attività, sia in contanti che in depositi bancari in esso denominati. Ciò deriva soprattutto da una perdita di fiducia nella moneta nazionale e nel suo corrispondente potere d'acquisto, unito alle crisi bancarie. Le autorità monetarie di questi paesi si trovano conseguentemente condizionate finanziariamente, per la stabilità della propria moneta, dal collegamento con l'euro. Perciò il riferimento alla moneta nazionale o a una valuta estera è spia della maggiore o minore fiducia nell'una o nell'altra. Perciò una simile politica è spesso indicata come connessione "non ufficiale" alla valuta di riferimento (a es., la dollarizzazione avvenuta dopo gli anni 1980 in America latina). Questo può essere il significato dell'espansione internazionale dell'euro fuori dei paesi aderenti. Con il varo dell'euro, circa l'8% delle monete è stato inviato alle banche centrali dei paesi della "zona" limitrofa, comprese Gb e Svizzera. La richiesta di banconote euro è crescente.
Sono interessanti alcuni dati provenienti dalla Russia. Fino al 2001, considerando pure gli effetti della crisi finanziaria russa del 1999, il dollaro contava circa per i due terzi di tutte le transazioni in valuta estera compiute dal sistema bancario. Senonché, con l'aumento degli acquisti privati di euro, nel 2002 quest'ultima valuta ha raggiunto il dollaro. Si tenga presente che la Russia, sul totale della zona del "fuso" dell'euro, copre il 12% delle esportazioni e il 22% delle importazioni Ue. L'obiettivo dello "spazio comune economico europeo" tra Ue e Russia mira all'espansione del ruolo internazionale dell'euro attraverso l'armonizzazione legislativa, la convergenza dei regolamenti e il graduale sviluppo di una zona di libero scambio. In genere, i depositi bancari in euro sono cresciuti rapidamente in tutti quei paesi le cui monete non godevano più di alcuna fiducia (come Croazia e complessivamente ex Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Turchia e Israele, ma anche Egitto, Marocco e sud Africa).

In conclusione, un confronto tra euro e dollaro conduce a questo:
1. La ripartizione valutaria tra dollaro ed euro rispecchia il peso delle rispettive economie. Un calcolo del pil delle cinque aree (dollaro, euro, yen, sterlina, franco svizzero) che emettono una moneta di livello internazionale porta a una distribuzione più o meno equivalente delle rispettive valute di riferimento. Un ampio mercato interno, a es., accresce il ruolo internazionale della valuta corrispondente, come ancoraggio per paesi terzi, alimentando l'afflusso di attività finanziarie dall'estero e favorendo la diversificazione del portafoglio. Ciò può costituire un'importante premonizione per il futuro ruolo internazionale dell'euro. Quest'ultimo, infatti, non intende "sfidare" il dollaro nel suo ruolo attualmente dominante, quanto piuttosto attenersi alla stabilizzazione del ruolo internazionale delle principali valute.
2. L'emissione di titoli denominati in euro, fuori del territorio dei paesi aderenti, dipende in larga misura dallo sviluppo dei rapporti economici provenienti dai paesi aderenti stessi, mentre quelli denominati in dollari sono più diffusi sull'intero mercato mondiale (dall'Asia, all'America latina all'Europa stessa) .
3. La diffusione mondiale del dollaro come valuta internazionale non è posta in discussione dalla localizzazione dell'euro - nel mercato dei capitali, nel mercato dei cambi, nel rispettivo uso da parte dei paesi terzi.
La Bce non persegue l'internazionalizzazione dell'euro, nonostante la sua rilevante crescita, come obiettivo a se stante, politicamente indipendente. Piuttosto, come per qualsiasi altra valuta, il ruolo internazionale dell'euro è determinato dalle decisioni assunte in un contesto di crescente liberalizzazione e integrazione internazionale del mercato. Un tale ruolo può influire sull'economia nella misura in cui agisca la politica monetaria. Perciò quest'ultima, da parte della Bce, è una strategia sufficientemente flessibile per assecondare gli effetti connessi. In sintesi, tuttavia, se almeno gli accordi con i paesi del "fuso" dell'euro fossero pienamente adempiuti, l'Ue verrebbe a trovarsi al centro di una "zona di libero scambio" molto più ampia. A tale zona si estenderebbero molte caratteristiche acquisite dall'Ue stessa, dal sistema del credito alla libera circolazione di capitali.