Se non si fa subito qualcosa, credo che il dollaro possa
perdere
il suo status di valuta di riserva e di mezzo di scambio mondiale.
E questo condurrebbe ad una forte caduta negli standard di vita dei
cittadini Usa:
una caduta senza confronti da quasi un secolo a questa parte.
[J. Rogers, The downward spiral, marzo 2003]
La stampa dice che l'esercito Usa non ha trovato armi
di distruzione di massa in Irak.
... Menzogne! Maledette menzogne! Non ha forse trovato forzieri pieni di
euro?
E il nostro esercito non ha forse rovesciato un regime che minacciava di
usare l'euro?
Quale arma potrebbe arrecare maggiori distruzioni dell'euro?
L'Irak ha esibito sfrontatamente il proprio comportamento oltraggioso
nei confronti del dollaro insistendo per avere pagata in euro
la propria produzione petrolifera. Quello stato canaglia
ha quindi accumulato queste armi monetarie di distruzione di massa.
Per fortuna, siamo intervenuti appena in tempo per porre fine
a questa pericolosa proliferazione... In mano alle persone sbagliate,
l'euro potrebbe minacciare l'importanza del dollaro
e far saltare in aria le fondamenta finanziarie della nostra nazione.
L'egemonia dell'euro provocherebbe distruzioni finanziarie di massa negli
Stati Uniti.
[The Daily Reckoning (newsletter finanziaria Usa), 21 aprile 2003]
1. Riassunto delle puntate precedenti
Della guerra tra capitali che oppone l'euro al dollaro questa rivista
si è occupata a più riprese. In particolare, abbiamo ipotizzato
che la nascita dell'euro ed il suo affermarsi come secondo polo monetario
mondiale abbia dato più di un grattacapo agli Usa, mettendo a rischio
la forza del dollaro, il suo status di valuta internazionale di riserva,
e l'afflusso di capitali negli Stati Uniti che finanzia l'enorme debito
Usa nei confronti del resto del mondo [cfr. no.89]. Tra le contromisure
assunte dagli Stati Uniti, nel marzo del 2002 avevamo preso in considerazione
le seguenti: "1) Destabilizzare le zone di influenza (attuale
o potenziale) europea: da questo punto di vista si pensi ... al fatto che
un conflitto aperto nell'area mediorientale avrebbe conseguenze molto
più pesanti per l'Europa (che progetta un'area di libero scambio
con i paesi della riva sud del Mediterraneo, di fatto già inseriti
nella "zona euro") che per gli Stati Uniti. 2) L'utilizzo
di "guastatori" in Europa: questo è l'uso che viene ormai
scopertamente fatto di Blair e di Berlusconi, nonché di alcuni paesi
candidati all'adesione alla Ue. 3) La stessa guerra contro l'Irak
rientra in questo quadro: non va infatti dimenticato che qualche mese fa
Saddam Hussein ha dichiarato l'intenzione di farsi pagare in euro (e non
più in dollari) il petrolio irakeno. Ad ogni modo, una cosa è
certa: questa prossima tappa dell'escalation militare americana farà
registrare il netto dissenso di una parte degli stati europei, e al tempo
stesso farà emergere le profonde divergenze tra di loro, e con ciò
l'oggettiva impossibilità di una politica estera comune dell'Unione
europea".
L'anno che è passato ci ha offerto eloquenti conferme di quelle ipotesi.
E qualche ulteriore sviluppo di cui è opportuno dar conto.
2. La crisi Usa si approfondisce
La prima notizia è che la crisi degli Usa non solo non è
cessata, ma si è approfondita. Nel gennaio di quest'anno il livello
medio di utilizzo degli impianti è stato inferiore al 75%, le esportazioni
Usa sono scese dai 75 mrd $ del 2000 a 62 mrd, gli investimenti in tecnologia
sono precipitati da 44 mrd $ del 2000 ad appena 28 mrd; infine, dal gennaio
2002 al febbraio 2003, 2 milioni di lavoratori hanno perso il loro posto
di lavoro [dati ufficiali Usa: Business week, 24.3. 2003]. Non stupisce
quindi che la fiducia dei consumatori sia scesa in marzo ai livelli più
bassi da 10 anni a questa parte.
Poi c'è il deficit commerciale. Questo aspetto strutturale
dell'economia Usa (perdura dal 1975!) sembra ormai fuori controllo: ha raggiunto
i 500 mrd $ nel 2002, e quest'anno veleggia allegramente verso i 600 mrd,
cioè il 6% del Pil. Si tratta di un livello che altrove provoca crisi
valutarie e forti svalutazioni. Negli Usa questo non accade, semplicemente
perché quel deficit viene compensato (cioè finanziato)
attraverso flussi di capitale dall'estero. Da un anno a questa parte i
flussi di capitale verso gli Stati Uniti non sono cessati, ma sono
peggiorati come qualità e diminuiti in quantità. Vale
la pena di spendere qualche parola in particolare sul loro peggioramento
qualitativo. Gli investimenti di capitale migliori sono gli investimenti
diretti (ad es. l'acquisto di imprese americane): sono migliori in quanto
meno facilmente smobilizzabili. Questo genere di flusso di capitale ha finanziato
il deficit delle partite correnti Usa alla fine degli anni Novanta
(attualmente, invece, questo flusso è negativo: cioè sono
maggiori gli investimenti diretti Usa all'estero che il reciproco). Poi
si è passati agli investimenti azionari. Questo tipo di investimenti
è più facile a dismettersi (e quindi più "volatile"),
ma rispetto ad altri strumenti finanziari (ad es. le obbligazioni) ha un
vantaggio per il creditore: l'azionista, se l'azienda in cui ha investito
fallisce, non può pretendere nulla. Oggi anche questi investimenti
diminuiscono, ed aumentano gli investimenti in obbligazioni: queste
ultime nel 2002 hanno finanziato il deficit delle partite correnti
americane per una quota dell'85%, contro un 33% del 2000 (attualmente, un
terzo dei titoli di Stato americani ed un quarto del debito delle imprese
è posseduto da stranieri).
Questa parabola discendente nella qualità dei flussi di capitale
è caratteristica delle crisi finanziarie dei "mercati emergenti",
e di regola conosce due ulteriori fasi: gli investitori prima richiedono
obbligazioni a scadenze sempre più ravvicinate, poi pretendono
che il debito sia denominato in valuta straniera (per mettersi al
riparo da svalutazioni improvvise). La curva dei rendimenti delle obbligazioni
Usa suggerisce che gli investitori stiano già scegliendo obbligazioni
a scadenze più ravvicinate [vedi Wall street journal Europe, 6.3.2003].
Quanto al fatto di esigere che le obbligazioni Usa siano espresse in un'altra
valuta, questo allo stato è fantascienza: per il semplice motivo
che il dollaro è tuttora la valuta internazionale di riserva. Ma
anche a questo riguardo ci sono problemi in vista. E questi problemi si
chiamano "euro".
3. È iniziata la fuga dal dollaro
Il peso della valuta europea a livello internazionale cresce. Questo
è quanto dicono, in maniera estremamente chiara, i dati delle ricerche
della Bce [pubblicati qui appresso]. Il dato più importante è
questo: in un solo anno, il peso dell'euro nelle riserve valutarie mondiali
è raddoppiato, passando dal 10% al 20% del totale [Business week,
17.2.2003]. Ne consegue, tra l'altro, che un volume maggiore di capitali
è attratto verso la zona euro, sia nella forma di investimenti diretti
che di investimenti "di portafoglio" (cioè finanziari):
secondo dati resi noti dalla Bce il 24 febbraio di quest'anno, nel 2002
l'afflusso netto di capitali verso la zona euro è stato di
29,4 miliardi di euro (l'anno precedente ne erano usciti 63,4).
Tutto questo contribuisce all'apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro:
non è un caso che i rapporti tra euro e dollaro siano passati, in
meno di un anno, da 0,86 a 1,10. In queste condizioni, l'euro
si avvia ad insidiare il primato del dollaro come valuta mondiale
di riferimento. Se le cose continueranno così, si giungerà
entro pochi anni ad un sistema valutario mondiale imperniato su due valute
(dollaro ed euro), con una terza (lo yen) molto staccata per importanza
(per quanto riguarda la sterlina, già oggi assai meno importante
delle prime tre valute, essa appare destinata a perdere peso indipendentemente
dall'ingresso o meno del Regno Unito nell'euro). Quando il dollaro cesserà
di essere l'unica valuta internazionale di riserva, gli Usa perderanno
i privilegi economici connessi a tale status: primo tra tutti
il fatto di attrarre ingenti capitali e quindi di potersi permettere l'attuale
enorme deficit delle partite correnti.
Il rifiuto di svalutare il dollaro nasce dalla paura che accada questo,
oltreché dalla centralità economica assunta dalle grandi corporation
finanziarie che ruotano attorno a Wall street. Oggi infatti una forte svalutazione
del dollaro non sarebbe una svalutazione come le altre. Per almeno due motivi:
in primo luogo perché le imprese manifatturiere Usa - quelle che
potrebbero giovarsi di un'eventuale svalutazione - producono ormai soltanto
il 25% del Pil Usa, e quindi una svalutazione non significherebbe di per
sé rilancio dell'economia; in secondo luogo perché - ed è
questo il punto fondamentale - oggi una svalutazione avverrebbe in
presenza di un effettivo concorrente sul piano valutario. Un concorrente
ben più pericoloso di quanto lo fossero il marco o lo yen nel 1985
(l'anno dell'ultima rilevante svalutazione del dollaro).
Da questo punto di vista, le professioni di modestia che caratterizzano
tutte le uscite pubbliche della Bce, ed anche i testi raccolti in questo
numero della rivista, non debbono ingannare. Leggiamo, nel citato documento,
che l'euro "non intende "sfidare" il dollaro nel suo ruolo
attualmente dominante, quanto piuttosto attenersi alla stabilizzazione del
ruolo internazionale delle principali valute"; oppure che "la
Bce non persegue l'internazionalizzazione dell'euro, nonostante la sua rilevante
crescita, come obiettivo a se stante, politicamente indipendente, ... ma
in un contesto di crescente liberalizzazione e integrazione internazionale
del mercato". Ora, è una fortuna che i nostri "amici"
di oltreoceano siano così poco colti: perché altrimenti ricorderebbero
il proverbio latino che recita excusatio non petita, accusatio manifesta
... Ma è comunque ben difficile che le parole della Bce possano
tranquillizzare il Tesoro Usa.
Perché il fatto è che la fuga dal dollaro è già
in corso. In particolare, gli europei, per la prima volta dal 1993,
nei primi dieci mesi del 2002 sono diventati venditori netti di strumenti
finanziari Usa. E un vero e proprio crollo del dollaro sinora è stato
evitato soltanto perché i governi asiatici hanno comprato dollari
per impedire che le loro monete si apprezzassero eccessivamente. Ma la cosa
non può durare all'infinito. Ad esempio, come scriveva il Wall
street journal il 20 gennaio scorso (offrendoci una magnifica spiegazione
dell'attuale "crisi coreana"), "la riunificazione delle due
Coree potrebbe scatenare una completa riallocazione/ristrutturazione dell'imponente
risparmio dell'Asia". Oppure la crisi del Giappone potrebbe approfondirsi,
inducendo questo paese a liberarsi di un po' di dollari e di titoli denominati
in dollari. Oppure la Cina potrebbe decidere di convertire in euro un'ingente
percentuale delle sue riserve in dollari. O, più semplicemente, i
banchieri asiatici potrebbero decidere che è ormai diventato troppo
rischioso tenere titoli in dollari.
Questo rende estremamente attuali le parole di un libro del 1999: "esiste
ora un'alternativa al dollaro che è assai più credibile dello
yen, perché proviene da un'area dell'economia mondiale con i conti
in regola, anche se afflitta da crescita insufficiente e da disoccupazione
ostinata... Come farà [Greenspan] a convincere gli investitori istituzionali
di ogni paese a continuare a comprare azioni e titoli di Stato americani,
... ora che l'euro propone un vasto mercato finanziario alternativo su cui
investire?". E soprattutto, come reagiranno gli Stati Uniti a questo
rischio? Due le possibili reazioni. "La prima è di far venire
in luce i "keynesiani" tra gli strateghi della politica economica"
(Stiglitz, Krugman), favorevoli ad un accordo con Europa e Giappone sui
tassi di cambio, per non rendere la svalutazione del dollaro eccessiva".
Oppure? "La seconda [reazione], che purtroppo non è affatto
da scartare, è un tentativo caparbio e arrogante di negare la nuova
situazione, e di riportare il contesto a quello che è stato fino
a qualche mese fa, con qualche azione di politica estera che crei turbamento
tra Cina e Giappone, o destabilizzi ulteriormente la Russia, o infiammi
il Medio Oriente" [M. De Cecco, L'oro di Europa, Donzelli,
1999, pp. 204-6].
4. La guerra (all'Irak) e le sue conseguenze
Con la guerra all'Irak il Medio Oriente, come da copione, è effettivamente
andato in fiamme. E gli Usa hanno portato a casa i seguenti risultati strategici:
1) destabilizzazione di un'area di espansione dell'euro; 2)
controllo delle risorse petrolifere irakene (le seconde del mondo dopo quelle
saudite); 3) riconferma del dollaro come valuta di transazione del
petrolio; 4) nuove basi in Medio Oriente; 5) rilancio delle
spese militari come strumento anti-recessivo; 6) appropriazione degli
appalti per la ricostruzione dell'Irak; 7) spaccatura dell'Europa.
Vittoria su tutta la linea, quindi? Sembrerebbe di sì. Però,
se appena analizziamo più da vicino i punti citati, ci accorgiamo
che su nessuno di essi il risultato conseguito dagli Usa è
assolutamente univoco e definitivo, salvo forse il primo: (1) la
destabilizzazione del Medio Oriente.
Ma questa stessa destabilizzazione può avere effetti altamente indesiderati
per gli Usa, come quello di un'affermarsi del fondamentalismo sciita in
Irak, che potrebbe mettere in forse (2) il controllo delle risorse
petrolifere da parte statunitense, e (3) la stessa riconferma del
dollaro come valuta di transazione del petrolio. Quest'ultimo aspetto merita
qualche parola in più. Sulla sua centralità per la guerra
all'Irak ci sono ben pochi dubbi, come chiariscono queste parole tratte
da un articolo apparso nel marzo scorso su un sito americano di orientamento
conservatore: "con l'esercito americano a presidio dei pozzi di petrolio
nell'Irak occupato, il primo mutamento di politica consisterebbe senza dubbio
nel tornare a vendere il petrolio esclusivamente contro dollari. Questo
darebbe al governo Usa la possibilità di cercare di bloccare la tendenza
verso un uso internazionale dell'euro al posto del dollaro, e di esercitare
pressione nei confronti sul governo saudita affinché tenga fermo
alla sua tradizionale politica di vendere il petrolio soltanto contro dollari"
[R. Ebeling, Why war with Iraq? Follow the money, in The Future
of Freedom Foundation, marzo 2003; l'articolo prosegue: "è
difficile immaginare che ... al Tesoro americano questo aspetto positivo
di una guerra vittoriosa in Irak non sia stato preso attentamente in considerazione"
al momento di decidere tra la guerra e la pace]. Per maggiore sicurezza,
gli Usa non si sono limitati a prendere possesso di tutti i pozzi di petrolio,
ma hanno addirittura iniziato a dollarizzare il paese, ossia ad "usare
il dollaro Usa come principale valuta (main currency) irakena"
[Wall street journal Europe, 16.4.2003]. Per ora le cose stanno quindi
andando secondo i piani, ma non è detta l'ultima parola. Ed è
comunque significativo che, se ancora negli anni Novanta le dollarizzazioni
erano "spontanee" (ossia almeno formalmente promosse dalle classi
dirigenti locali dei paesi interessati, ad es. in America latina), oggi
esse siano effettuate manu militari. Siamo ormai alla "politica
monetaria delle cannoniere". E questo non è un segno di forza,
ma di debolezza.
(4) Le nuove basi in Medio Oriente: ci sono e ci resteranno. Ma,
a es., è probabile che l'Arabia Saudita e gli Emirati "alleggeriscano"
il loro territorio delle forze Usa (presenti dal 1991 con la motivazione
della "minaccia Saddam").
(5) Quanto al rilancio delle spese militari ed al (6) business
della ricostruzione dell'Irak come strumenti anti-crisi, la loro utilità
è fuori discussione. Ma è stata sinora inferiore alle attese:
di fatto, ha prodotto i suoi effetti soltanto nell'ultimo trimestre del
2002 (tra l'altro, la breve durata della guerra ha certamente minimizzato
il risultato benefico delle spese militari sull'economia Usa). Cosicché
l'andamento dell'economia Usa nel primo trimestre dell'anno è stato
assai più deludente delle previsioni (crescita dell'1,6% a fronte
del 2-2,5% previsto). Non solo: questa volta (a differenza che nel 1991)
le spese militari sono pagate con il deficit del bilancio Usa, che
ha superato la cifra di 300 mrd $. Ora, questo nuovo debito, sommato
al deficit strutturale delle partite correnti, contribuisce a diminuire
la fiducia degli investitori internazionali nel dollaro, e quindi ad
accentuarne la debolezza nei confronti dell'euro.
(7) Quindi, il risultato più promettente diventa l'ultimo:
la spaccatura dell'Europa. Da questo punto di vista, il diverso atteggiamento
(dei governi, non delle popolazioni) nei confronti della guerra di Bush
& Blair potrebbe essere il detonatore di un processo di disgregazione
dell'Unione europea. Questo è un rischio reale. Anche se ci sono
controtendenze: ad es., la guerra ha messo in moto un processo sgradito
agli Usa quale l'integrazione delle forze di difesa di Francia, Germania,
Belgio, Lussemburgo (e, sembra, anche di Grecia, Olanda e Portogallo); gli
effetti di questa integrazione possono essere molto rilevanti anche dal
punto di vista economico (soprattutto se a questo settore si comincerà
ad applicare la "preferenza comunitaria", ossia si smetterà
di comprare armi americane ...). In ogni caso, l'alternativa che si profila
è chiara: da una parte un'Unione europea regredita a pura e semplice
zona di libero scambio (con immediato attacco alle residue conquiste sociali,
e con il rischio che in prospettiva la stessa moneta comune non tenga);
dall'altra, un rafforzamento dell'Unione in un processo che va verso l'unità
politica.
È su questo fronte che presumibilmente si concentreranno nei
prossimi mesi le "amorevoli cure" dello zio Sam e delle sue "quinte
colonne" in Europa.