DIRITTI
CONTRO DEMOCRAZIA
diritti
sociali negati dalla “democrazia” del potere
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porta ad effetto nel mondo più cose di quello pratico;
una volta rivoluzionato il regno delle rappresentazioni,
la realtà non è in grado di resistergli…
[Hegel, Lettera a Niethammer,
28.10.1808]
Dittatura
democratica
Data l’attenzione costantemente e privilegiatamente rivolta alle modifiche
delle forme della fase del capitale, caratteristica della nostra rivista,
è potuto sembrare a un’osservazione cosciente ma poco esercitata agli sforzi
della dialettica che non si fosse adeguatamente interessati al “noi” invece
che al “loro”. Un tentativo di risposta a questa corretta esigenza è
l’intento delle riflessioni qui sotto riportate, in quanto il difficile
obiettivo dell’analisi dell’irrazionale capitalistico ha per lo più
lasciato nell’implicito o nell’accenno il trascendere immanente della lotta
di classe. La politica è solo uno dei luoghi in cui si manifesta la lotta
di classe, non è il solo. Una lunga e più che valida tradizione di sinistra ce
la indica come l’ambito di espressione di una soggettività rivoluzionaria che
ivi trova la socialità e crescita umana collettivamente vissuta.
Il tempo della rottura rivoluzionaria, però, difficilmente viene
riguardato come risultato, e pertanto saldato al tempo della continuità
di potere di un sistema che accresce contraddittoriamente le proprie forze,
infliggendo sconfitte brucianti al suo altro, alla proletarizzazione
mondiale. Riuscire a leggere le forme del capitale è lo stesso che
leggere le forme della contraddizione strutturale delle possibilità
concrete – e non illusorie o mistificate – della lotta di classe entro
le azioni storiche realizzate (vedi referendum, riforme, manifestazioni,
rivolte, ecc.), ma anche al di là di esse, nel senso che queste sono
in-formate dalla conflittualità stessa, ancorché mascherata dalle ideologie
armonizzanti che dominano la falsa coscienza dell’opposizione concordata.
Partendo dunque da questo presente concreto del quotidiano, la politica come
“dualismo”, non solo non si dà conto di un’“alternanza” codificata
ormai come formula di governabilità, ma si pone la concezione di una
“democrazia” possibile, se non addirittura realizzata, entro le
condizioni poste dalle “leggi del mercato”, per nulla astratte, bensì
operanti nella trascendenza dei singoli atti politici, ma anche borsistici,
amministrativi, ecc.. Non cogliere la problematicità di questo termine ormai
colonizzato e capovolto di democrazia, e parlare di astrazione come indifferenza
reale, e non come astrazione concreta, reale necessità che in-forma l’azione
anche politica, significa soffrire la subalternità culturale alla genericità
dominante, obbligata anch’essa alla mistificazione sociale delle coscienze.
L’obiettivo del sistema, la Cosa Reale – ovvero formazione, prelievo
e ripartizione del plusvalore sociale, – non può e non deve mai
emergere.
Al suo posto vengono ad apparenza le rappresentazioni politiche
incaricate di riproporre una presa sulla realtà – organizzata nelle leggi del
capitale (il cosiddetto mercato), e perciò sfuggente alla massa da
proletarizzare qualitativamente e quantitativamente, sempre in misura maggiore e
oltre la propria consapevolezza – con il fine di rifornire la diffusa
sensazione di non-esistere con la sensazione più gratificante di
“rinascita”, funzionale al consenso. 11 milioni di sì virtualizzati, ci
confermano che l’istituto democratico dei referendum è stato svuotato, al
pari della “speranza” della democrazia conquistabile all’indomani della
Costituzione, smembrata anch’essa nel lungo periodo, con le assordanti note
funebri della retorica di un’Italia sorta dalla Resistenza.
Tutte le istituzioni (anche e soprattutto di sinistra, coi panini al crudo o sul
lancio dai trampolini sindacali) convergono sulla necessità del “mantenimento
delle apparenze” [Slavoj Žižek, Tredici volte Lenin, Feltrinelli,
Milano 2003], affinché “la parte che non ha parte, la parte che minaccia di
sconvolgere quest’ordine in base a un principio vuoto di Universalità …
coloro che sono perennemente fuori posto … e fluttuano senza controllo,
essendo venuta meno ogni loro possibile identità e collocazione sociale”
possano vanificare la risoluzione della “differenza in antagonismo”. La
retorica della resistenza, dell’opposizione costruttiva, della fine delle
ideologie, ecc., avrebbero dovuto condurre solo all’oblìo incondizionato
della ribellione, al disorientamento dell’impotenza.
Ogni scienza o sapere è stato contraffatto, ogni formazione politica delle
nuove generazioni dilazionata fino alla vanificazione, ogni presa sulla realtà
ridotta alla sola sua rappresentazione spettacolare, ogni partecipazione
al proprio destino reso funzionale all'azienda o più diffusamente tradotto
nella virtualità innocua dei programmi televisivi, ora anche nelle nuove
funzioni interattive utili (pagamento di bollette, ecc.). La democrazia della
proprietà privata è quindi la forma di dittatura più pervasiva, perché detta
le proprie regole insinuandosi nell’anima dei dominati, con la colonizzazione
della cultura, della coscienza oggettivata nei partiti e sindacati proletari,
con la delocalizzazione non solo produttiva, materiale, ma anche della
soggettività costretta a un’“illusione spettrale” di ciò che è perduto,
a cui si è dovuto rinunciare in cambio di una sopravvivenza deprivata di senso,
alle dipendenze delle esigenze del Reale capitalistico appropriato, della
dittatura aziendale spacciata per “bene comune”.
La guerra Usa-Ue continua. Dopo l’occupazione militare balcanica, afghana,
irachena e forse prossimamente iraniana (“stanno preparando l’atomica!”),
anche gli ogm [organismi geneticamente modificati] costituiscono un
ulteriore meccanismo della dipendenza alimentare cui condannare le aree
impoverite del pianeta, unitamente a quelle che dovranno diventarlo, anche
interne ai Paesi dominanti (si pensi solo al sud italiano, spagnolo, ecc.). Al
di sopra delle leggi, come i re del primo ottocento, ora si collocano
multinazionali, istituti di credito e i loro organismi rappresentativi. Il
vertice di Washington e i lavori di Bruxelles stanno svuotando di senso, ad
esempio, la “legge di competenza universale” (contro i crimini di guerra,
genocidi, ecc.) del ‘93, semplicemente localizzandola al rapporto col
Belgio. Non sarà “abuso della legge” solo se verrà cancellata l’universalità
del suo uso. Cioè, la riduzione a particolarità serve a non
essere operante per l’accusa già formulata contro i criminali al potere: Bush
(1° guerra in Irak), Sharon (Sabra e Chatila), Tommy Franks (2ª guerra in Irak),
Powell, Cheney, Schwarzkopf; ma l’elenco è fortemente incompleto.
Il monopolio politico – assicurano i media – non viene scalfito dalle
manifestazioni condotte dalle associazioni per la difesa dei diritti umani.
Dimenticano, però, che ne è condizionato. I soldati Usa e britannici rimasti
in Asia, a difesa di interessi che sotto quelle bandiere vorrebbero restare
invisibili, vengono riconosciuti come volgare esercito di occupazione e uccisi.
Per lo più non si rendono nemmeno conto che in gioco è solo la loro vita
personale. Le migliaia di morti provocate nelle rivolte abbandonate dagli Usa
nel 2001, ma anche nei precedenti soprusi bellici e riorganizzativi
dell’imperialismo britannico, armano ora le mani di una “resistenza” forse
più nazionalista e disperata che consapevole politicamente. Le sofferenze di
una popolazione universale, che conta solo i propri caduti, mutilati, affamati,
storpiati, abbrutiti e che della vita conosce solo il senso della propria
esclusione incondizionata o programmatica, stanno elaborando un diritto – non
scritto nelle sedi del potere – ma inscritto nella vita stessa: il diritto
assoluto di esistere e rendersi liberi.
Inalienabile è pertanto il diritto alla vita e alla sua essenza. Imprescrittibile
è il diritto alle determinazioni sostanziali, i beni, che costituiscono la
persona, la personalità, la libertà del volere, l’eticità, ecc. [G.W.F.
Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto]. Il diritto alla ribellione
nasce dunque dalla minaccia alla vita operata dalla miseria degli interessi
privati che prevaricano tale diritto essenziale. Forti di un diritto positivo
sorto dalla violenza [si veda anche la successiva scheda di Walter Benjamin, La
forza del potere] dell’appropriazione, per la sua legittimazione e
riproduzione imperitura nelle classi al potere, tali interessi costituiscono
solo l’arbitrio dei pochi di contro al diritto universale dei molti. La realtà
– del rapido impoverimento mondiale – non sarà in grado di resistere al
rivoluzionamento delle false rappresentazioni con cui il corporativismo di quest’ultima
edizione del Nuovo Ordine capitalistico tuttora si traveste. La verità che
comunque emerge non può che determinare, a condizioni materiali mature, il
detonatore che farà esplodere l’intollerabilità delle forze preposte a
rapinare e minacciare la vita.
Il leaderismo anglo-laburista (insieme a quello Usa-Bushiano) si trova in
“imbarazzo” nel fornire le “prove” delle armi di distruzione di massa
utilizzabili “nel giro di 45 minuti”, secondo le minacce di Saddam Hussein.
Il calo di fiducia nei confronti di Blair sembra estendersi anche al partito
laburista, che soffre inoltre dell’ambiguo rinvio dell’ingresso nell’euro,
dell’aumento delle tasse universitarie, ecc. Viene a galla l’inganno (cioè
la violenza del diritto) del parlamento, la riduzione del paese al più alto
tasso di povertà di lavoratori sottopagati (4 sterline e 10 pence invece delle
7 e 32 come salario minimo stabilito dalla Ue), all’orario di lavoro più
lungo, al minor numero di servizi in Europa, al declino del settore pubblico
(appalti di servizi all’estero definiti “vandalismo nazionale”), ecc. [cfr.
Polly Toynbee, Hard work: life in low-pay Britain, Bloomsbury, London
2003].
Terrore
imperialista
La guerra strisciante Israele-Palestina continua al seguito degli interessi
Usa, che pretendono la decapitazione dell’opposizione di Hamas. Il boia Sharon
persegue intanto impunemente il genocidio palestinese cui aggiunge espulsioni,
demolizioni e confische senza indennizzo dei beduini del Negev. In particolare,
si tratta di circa 130.000 beduini palestinesi da far “scomparire” (secondo
la definizione di Moshe Dayan, già nel 1963), per favorire i nuovi insediamenti
ebraici. Sui beduini sono stati per ora sparsi pesticidi tossici per persone e
animali, in attesa di traslare i nomi dei villaggi in ebraico. Anche nella
politica mediorientale sta emergendo con lenta continuità non solo
l’illegittimità del potere Usa-israeliano nell’uso della violenza
indiscriminata, sempre più chiaramente indirizzato all’apartheid e
all’egemonia politico-militare di una zona strategica mondiale, ma anche
l’innalzamento della conflittualità con l’area dell’euro, di cui il nuovo
[?] Stato palestinese con Abu Mazen dovrebbe costituire almeno una sponda.
“You have made me your human bomb” dichiara un testamento di un
giovane martire palestinese, “avete fatto di me la vostra bomba umana” [Farhad
Khosrokhavar, I nuovi martiri di Allah, Mondadori, Milano 2003 (2002)].
La sottrazione della vita, delle condizioni perché questa si svolga in modo
accettabile, della dignità spirituale, diventa la fonte di un nuovo diritto
anche se apparentemente soffocato nel circolo vizioso di un’identità nutrita
dalla volontà di morte dell’altro che implica la propria. Entro la scelta
“egoistica” (non posso vivere senza onore, senza futuro) dei giovani martiri
si determina però una sublimazione sociale universale: non solo viene ad
aggiungere altro sangue – la nuda vita – alle responsabilità criminali di
chi esercita il potere al di sopra delle leggi, rendendolo più esposto e
visibile ai molti, ma soprattutto esalta il lato sociale dell’esistenza come
costitutivo di ogni singolo individuo.
La schiavitù riaffiora nella storia come dipendenza totale della vita
dall’arbitrio. I nuovi corpi da usare non hanno più catene, ma sono ancor
più schiacciati dall’esproprio sistematico di un territorio, una casa, un
lavoro, un’attività libera, un affetto, una personalità, una cultura cui
fare riferimento, come pure per la sottrazione loro operata sia dalla stessa
classe etnica, indifferente nella ricchezza commerciale dei propri affari, sia
da uno Stato, quello israeliano, vòlto all’eliminazione fisica di abitanti
di un territorio da appropriare, alla Gengis Khan (massacri degli autoctoni e
insediamenti mongoli).
Morire per la Palestina significa dunque sì meritare un paradiso islamico, ma,
soprattutto, riconquistare il diritto a una vita sociale non più mutilata da
torture, sevizie e ricatti allo spionaggio per l’oppressore, ma scelta nella
dignità di un volere. Scegliere questa morte è allora poter volere,
nell’unica libertà rimasta, l’atto vitale della propria rinuncia, nella
negazione più totale dell’ambito in cui l’oppressione è costretta a
rimanere: il ricatto mortale sulla vita. L’oppressione non ha più luogo,
spazio per i suoi fini; in quest’atto solo individualistico ed estremo è
sconfitta, può essere sconfitta.
Nella nostra cultura si impone saper leggere la razionalità di questi atti, a
partire dall’effetto della disumanizzazione e disperazione cui quella vita è
stata piegata. Nessuna morte è inutile, altro è dire che sia stata efficace
nei fini propostisi. Il trauma sociale che queste morti determinano deve
trasformarsi in una conoscenza più elevata: solo così quel sacrificio diventa
patrimonio di lotta per tutti, ed operante in quell’universalità per cui
comunque ci si immola – anche al di là della coscienza singola. La sfida
posta non deve rammentare solo Davide e Golia, né la sacralizzazione, cioè la
cultura da cui emerge, ma constatiamo che arriva a toccare i gangli stessi del
potere tirannico, che ne resta terrorizzato, e pertanto grida al
“terrorismo”.
Le centrali economiche dell’attuale tirannia democratica recepiscono questo
trauma prevalentemente in termini di “instabilità” politica. Gli affari non
possono svolgersi secondo la rapacità delle loro leggi sanguinarie, e pertanto
dev’essere imposto un guardiano (come nelle fabbriche della prima
rivoluzione industriale), una classe borghese nazionale, una polizia
internazionale, un sistema legale cui legare il consenso generale. Che non si
permetta a nessuno il pensiero di poter sfuggire allo sfruttamento. Il suicidio
chiede agli altri il coraggio di insorgere. La mediazione conciliatrice
religiosa delle nostre contrade dominanti è ampiamente servita a tale scopo,
l’Islam, invece, va conquistato o distrutto nella sua essenza.
Ora può risultare più chiaro lo scempio del patrimonio artistico e culturale
operato pochi mesi or sono a Baghdad, al seguito delle armi.
Duplicità
del “capitale umano”
L’obiettivo nuovista punta, ancora una volta, ad inquinare la legge del
valore, nella sorpresa (antica) di trovarsi a fronte di condizioni qualitative
(specializzate, non misurabili come fantasia, creatività, ecc.) e
contemporaneamente quantitative (misurabili) di una forza-lavoro che, col suo
apporto pubblicitario, artistico, simbolico, ecc. valorizzerebbe ulteriormente
quelle merci particolari frenando l’abbassamento della loro ragione di
scambio. Si tratta come effetto, qui, di un extraprofitto monopolistico, dovuto
all’innalzamento del prezzo di alcune merci particolari, su cui viene
trasferito il plusvalore prodotto altrove, e non all’aggiramento ancorché
temporaneo della legge del valore.
La privatizzazione incondizionata riversata su luoghi, beni, risorse, saperi,
attività, istituzioni, ecc., ricade anche sull’uomo in generale. Sia cioè
sulla forza-lavoro nell’intero tempo di vita (il “tempo libero” viene reso
funzionale come capacità di consumo, ma anche come vivaio di creatività
spendibile in azienda), sia come genere addomesticabile attraverso manipolazioni
ideologiche, religiose e politiche, ma ormai anche chimiche, batteriologiche o
potenzialmente genetiche (dal possesso del genoma di piante e animali, con cui
si realizzano dipendenze alimentari, a quello anche umano che condurrebbe a
possibili modifiche sia nel patrimonio genetico, sia comportamentali o di
risposte e resistenze fisiologiche). Il laboratorio di sperimentazione anche di
nuove forme virali, oltre sostanze tossiche, cancerogene o teratogene, è la
vita altrui dominata senza altra connotazione. L’obiettivo è rimuovere ogni
ostacolo alla crescita economica competitiva, imporre l’arbitrio legale e
politico senza condizionamenti umani in quanto effetti collaterali indesiderati,
cancellare l’emergere della contraddittorietà sociale creata al crescere del
disprezzo per la vita altrui.
“La forma dell’esistenza materiale è il primus agens” [Friedrich
Engels, Lettera a Schmidt, 5.8.1890]. Il cosiddetto capitale umano è
portatore sano di un difetto d’origine: ha un Dna naturale. Per allontanate al
massimo che siano le barriere naturali, queste resistono ancora come nervi,
muscoli e cervello non prodotti capitalisticamente e quindi non totalmente
addomesticabili ai ritmi, distruzioni e desertificazioni del profitto.
Un’opposizione irriducibile, che ricorda quotidianamente ad ognuno che le
leggi della sopravvivenza arrivano a un punto di rigidità che nessun sindacato
comprato potrà aiutare a flessibilizzare.
Lo “spettro” della rivoluzione che il profitto alimenta ed evoca, appare all’appuntamento
strutturale delle crisi, come l’Erinni persecutoria al compimento del delitto
d’empietà. La rivoluzione può presentarsi però anche nelle forme di
condizionamento capillare, ma sempre presente, nei picchi di aggressività del
capitale, dove non è ancora riuscito a “democratizzare” la regione,
l’area, il paese, o dove la “democratizzazione” consolidata mostra
palesemente la sua falsità sulle asserzioni, giustificazioni o promesse
smisurate per il “benessere sociale”.
Il fine della protezione degli interessi privati di classe nella guerra all’Irak
è stato letto da popolazioni diverse ed eterogenee, in una estensione
planetaria insospettabile per il capitale stesso inciampato sulle sue stesse
contraddizioni interne (per lo più la guerra tra capitali, l’avversione della
chiesa mediatrice ecumenica, lo scontro tra filiere di banche islamiche e
“occidentali”, ecc.). Continuare a denunciare i fini reali dell’economia,
del dominio e delle guerre avrà la possibilità di fornire il materiale per
costruire la profondità culturale e i mezzi materiali non obsoleti,
perché il dissenso universale segua le forme più adeguate allo scontro di
classe attuale. Non già quindi vagheggiamenti nostalgici di un prossimo Palazzo
d’Inverno, non già eroismi individuali come soluzione a una vita personale
deprivata di senso, ma accumulo costante di forze e strumenti capaci di
discutere ogni delibera, di rispondere a ogni aggressione, di difendere ogni
minuto lavorativo in ogni dove e quando, non appena possibile, ecc. Sappiamo già
che “le masse imparano solo dalle conseguenze dei loro propri errori, da
esperimenti sul loro corpo” [Friedrich Engels, ivi], e sappiamo ormai
che questo è il processo della ragione i cui tempi sono solo quelli che
la storia si dà, non dipendono mai dai nostri singoli sforzi o desideri.
“La storia è vuota, né si impara nulla da essa, se non ci si avvale della
ragione e dello spirito presupponendoli” [G.W.F. Hegel, Filosofia della
storia universale]. Solo cioè attraverso una connessione basata sulla
consapevolezza – dello storico – le azioni, ma anche i discorsi del passato
possono ritradursi in azioni per il proprio tempo, secondo scopi in esso
perseguiti. La riflessione degli eventi basati sulle categorie individuate del
materialismo storico può solo mostrare la presenza della ragione nella
storia, ma questa viene dimostrata solo dal materiale conoscitivo –
emerso dalle grandi lotte sociali – di cui si è venuti a conoscenza, nel durare
del percorso storico. Questo patrimonio diventa nuova vita in ragione della
capacità di difendere tale identità culturale in quanto nostra maggior forza,
nei nuovi odierni “tempi bui”. Le due esperienze citate successivamente
potrebbero ancora descrivere l’attualità; vale la pena riuscire a costruirsi
tanto ironico acume.
“L’America mi ha molto interessato; bisogna averlo visto con i propri occhi questo paese la cui storia non risale più indietro della produzione di merci, e che è la terra promessa della produzione capitalistica”.
“Gli
americani: un gran popolo. Prima si sono dovuti difendere dalla usurpazione
degli indiani e adesso hanno sul collo i milionari. Sono continuamente assaliti
dai re dei generi alimentari, assediati dai trust del petrolio, spremuti
dai magnati delle ferrovie. Il nemico è astuto e crudele, e trascina donne e
bambini nelle profondità delle miniere di carbone o li tiene prigionieri nelle
fabbriche di automobili. I giornali li attirano nelle imboscate, e le banche
tendono loro agguati per strada in pieno giorno. Possono venir licenziati da un
momento all’altro, e persino quando sono stati licenziati combattono come
animali selvaggi per la loro libertà, perché ognuno possa fare ciò che vuole:
e i milionari ne sono felicissimi.
Proprio dagli americani si fa un gran parlare di "libertà". Se uno
parla di libertà di camminare, vuol dire che gli fanno male le scarpe. Chi
cammina con buone scarpe è raro che dica continuamente che sono leggere, che
gli vanno bene, che non gli fanno male, che non ha calli e che non sopporterebbe
mai di averli. Quando in un posto si fa tanto parlare di libertà, gatta ci
cova. La frase "da noi c’è libertà" viene sempre messa avanti
quando qualcuno si lamenta della mancanza di libertà. Allora si dice
subito: "Da noi c’è libertà d’opinione. Da noi può avere le
convinzioni che vuole". Questo è vero, ma è vero dappertutto. Solo che
queste convinzioni non le può esprimere, perché allora è un reato. Chi è per
il comunismo non lo può dire, perché "comunismo" significa mancanza
di libertà. Difatti i capitalisti non sono liberi sotto il comunismo.
È interessante vedere quanta pena si danno per dimostrare che il macello di
milioni di esseri umani e l’oppressione e la mutilazione spirituale di interi
popoli lo fanno gratis, senza riscuotere nessun compenso. Certuni dicono che il
commercio e l’economia sono umani, e che disumana è soltanto la guerra. Ma, a
parte che il commercio e l’economia non sono affatto umani, resta comunque che
portano alla guerra. E poi c’erano quelli che volevano una "guerra
umana": fate la guerra, ma non contro la popolazione civile! coi cannoni,
ma non col gas! La barbarie viene dalla barbarie, in quanto la guerra viene
dall’economia. La cultura non ha proprio nulla a che fare con l’economia”.