DIRITTI CONTRO DEMOCRAZIA

diritti sociali negati dalla “democrazia” del potere

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  Carla Filosa

 

  Il lavoro teoretico, me ne accorgo sempre di più,
porta ad effetto nel mondo più cose di quello pratico;
una volta rivoluzionato il regno delle rappresentazioni,
la realtà non è in grado di resistergli…
[Hegel, Lettera a Niethammer, 28.10.1808]

Dittatura democratica

  L’ultimo, in ordine di tempo, atto democratico compiuto è stato il voto referendario del 15-16 giugno. Quello che sul Manifesto veniva configurato come “possibilità di bocciare l’attacco ai diritti” e per cui “una cultura repubblicana sa distinguere un cittadino da un suddito”, si è risolto in una fine dell’auspicata “speranza” senza più nemmeno la parvenza di una “rinascita”. Il “dualismo” – continuava Gabriele Polo – tra “democrazia e crescita economica” del prima, e “l’arbitrio e ristagno” del dopo-Berlusconi pone i diritti sociali come “vincolo” e non più come “risorsa”, “base” di una inspiegata “libertà senza essere prigioniera dell’astratta assolutezza delle leggi di mercato”.
Data l’attenzione costantemente e privilegiatamente rivolta alle modifiche delle forme della fase del capitale, caratteristica della nostra rivista, è potuto sembrare a un’osservazione cosciente ma poco esercitata agli sforzi della dialettica che non si fosse adeguatamente interessati al “noi” invece che al “loro”. Un tentativo di risposta a questa corretta esigenza è l’intento delle riflessioni qui sotto riportate, in quanto il difficile obiettivo dell’analisi dell’irrazionale capitalistico ha per lo più lasciato nell’implicito o nell’accenno il trascendere immanente della lotta di classe. La politica è solo uno dei luoghi in cui si manifesta la lotta di classe, non è il solo. Una lunga e più che valida tradizione di sinistra ce la indica come l’ambito di espressione di una soggettività rivoluzionaria che ivi trova la socialità e crescita umana collettivamente vissuta.
Il tempo della rottura rivoluzionaria, però, difficilmente viene riguardato come risultato, e pertanto saldato al tempo della continuità di potere di un sistema che accresce contraddittoriamente le proprie forze, infliggendo sconfitte brucianti al suo altro, alla proletarizzazione mondiale. Riuscire a leggere le forme del capitale è lo stesso che leggere le forme della contraddizione strutturale delle possibilità concrete – e non illusorie o mistificate – della lotta di classe entro le azioni storiche realizzate (vedi referendum, riforme, manifestazioni, rivolte, ecc.), ma anche al di là di esse, nel senso che queste sono in-formate dalla conflittualità stessa, ancorché mascherata dalle ideologie armonizzanti che dominano la falsa coscienza dell’opposizione concordata.
Partendo dunque da questo presente concreto del quotidiano, la politica come “dualismo”, non solo non si dà conto di un’“alternanza” codificata ormai co­me formula di governabilità, ma si pone la concezione di una “democrazia” possibile, se non addirittura realizzata, entro le condizioni poste dalle “leggi del mercato”, per nulla astratte, bensì operanti nella trascendenza dei singoli atti po­litici, ma anche borsistici, amministrativi, ecc.. Non cogliere la problematicità di questo termine ormai colonizzato e capovolto di democrazia, e parlare di astrazione come indifferenza reale, e non come astrazione concreta, reale necessità che in-forma l’azione anche politica, significa soffrire la subalternità culturale alla genericità dominante, obbligata anch’essa alla mistificazione sociale delle coscienze. L’obiettivo del sistema, la Cosa Reale – ovvero formazione, prelievo e ripartizione del plusvalore sociale, – non può e non deve mai emergere.
Al suo posto vengono ad apparenza le rappresentazioni politiche incaricate di riproporre una presa sulla realtà – organizzata nelle leggi del capitale (il cosiddetto mercato), e perciò sfuggente alla massa da proletarizzare qualitativamente e quantitativamente, sempre in misura maggiore e oltre la propria consapevolezza – con il fine di rifornire la diffusa sensazione di non-esistere con la sensazione più gratificante di “rinascita”, funzionale al consenso. 11 milioni di sì virtualizzati, ci confermano che l’istituto democratico dei referendum è stato svuotato, al pari della “speranza” della democrazia conquistabile all’indomani della Costituzione, smembrata anch’essa nel lungo periodo, con le assordanti note funebri della retorica di un’Italia sorta dalla Resistenza.
Tutte le istituzioni (anche e soprattutto di sinistra, coi panini al crudo o sul lancio dai trampolini sindacali) convergono sulla necessità del “mantenimento delle apparenze” [Slavoj Žižek, Tredici volte Lenin, Feltrinelli, Milano 2003], affinché “la parte che non ha parte, la parte che minaccia di sconvolgere quest’ordine in base a un principio vuoto di Universalità … coloro che sono perennemente fuori posto … e fluttuano senza controllo, essendo venuta meno ogni loro possibile identità e collocazione sociale” possano vanificare la risoluzione della “differenza in antagonismo”. La retorica della resistenza, dell’opposizione costruttiva, della fine delle ideologie, ecc., avrebbero dovuto condurre solo all’oblìo incondizionato della ribellione, al disorientamento dell’impotenza.
Ogni scienza o sapere è stato contraffatto, ogni formazione politica delle nuove generazioni dilazionata fino alla vanificazione, ogni presa sulla realtà ridotta alla sola sua rappresentazione spettacolare, ogni partecipazione al proprio destino reso funzionale all'azienda o più diffusamente tradotto nella virtualità innocua dei programmi televisivi, ora anche nelle nuove funzioni interattive uti­li (pagamento di bollette, ecc.). La democrazia della proprietà privata è quindi la forma di dittatura più pervasiva, perché detta le proprie regole insinuandosi nell’anima dei dominati, con la colonizzazione della cultura, della coscienza oggettivata nei partiti e sindacati proletari, con la delocalizzazione non solo produttiva, materiale, ma anche della soggettività costretta a un’“illusione spettrale” di ciò che è perduto, a cui si è dovuto rinunciare in cambio di una sopravvivenza deprivata di senso, alle dipendenze delle esigenze del Reale capitalistico appropriato, della dittatura aziendale spacciata per “bene comune”.

  Diritto privato o universale

  Negare qualsiasi dignità politica o culturale all’avversario politico è la storia o la forma identitaria di tutte le restaurazioni. La condanna, la criminalizzazione, l’illegittimazione della lotta di classe – se è il dominato o il concorrente a condurla – è lo strumento ideologico a partire dal quale si forma il sostrato dell’arbitrio dei più forti: il diritto privato, il diritto, oggi, alla gestione monopolistica della fetta più consistente di plusvalore. Questo si avvale, pertanto, della forza di penetrazione economico-politica, ideologica, psicologica, militare, clandestina (servizi segreti, strumentazione tecnologica di controllo anche individuale, centri decisionali, ecc.), e così via. Il diritto all’emancipazione, poi, viene semplicemente ignorato nell’esproprio programmatico della consapevolezza morale, politica, sociale dei singoli individui, che non si accorgono più di essere proprio loro i depositari potenziali che – nel dissenso razionale, rifiuto o ribellione soggettiva – potrebbero ridare valore ai “princìpi giuridici”, rimangiati senza troppo rumore da entità sovranazionali non sempre riconoscibili, anzi, apparentemente benevole.
La guerra Usa-Ue continua. Dopo l’occupazione militare balcanica, afghana, irachena e forse prossimamente iraniana (“stanno preparando l’atomica!”), anche gli ogm [organismi geneticamente modificati] costituiscono un ulteriore meccanismo della dipendenza alimentare cui condannare le aree impoverite del pianeta, unitamente a quelle che dovranno diventarlo, anche interne ai Paesi dominanti (si pensi solo al sud italiano, spagnolo, ecc.). Al di sopra delle leggi, come i re del primo ottocento, ora si collocano multinazionali, istituti di credito e i loro organismi rappresentativi. Il vertice di Washington e i lavori di Bruxelles stanno svuotando di senso, ad esempio, la “legge di competenza universale” (contro i crimini di guerra, genocidi, ecc.) del ‘93, semplicemente localizzandola al rapporto col Belgio. Non sarà “abuso della legge” solo se verrà cancellata l’universalità del suo uso. Cioè, la riduzione a particolarità serve a non essere operante per l’accusa già formulata contro i criminali al potere: Bush (1° guerra in Irak), Sharon (Sabra e Chatila), Tommy Franks (2ª guerra in Irak), Powell, Cheney, Schwarzkopf; ma l’elenco è fortemente incompleto.
Il monopolio politico – assicurano i media – non viene scalfito dalle manifestazioni condotte dalle associazioni per la difesa dei diritti umani. Dimenticano, però, che ne è condizionato. I soldati Usa e britannici rimasti in Asia, a difesa di interessi che sotto quelle bandiere vorrebbero restare invisibili, vengono riconosciuti come volgare esercito di occupazione e uccisi. Per lo più non si rendono nemmeno conto che in gioco è solo la loro vita personale. Le migliaia di morti provocate nelle rivolte abbandonate dagli Usa nel 2001, ma anche nei precedenti soprusi bellici e riorganizzativi dell’imperialismo britannico, armano ora le mani di una “resistenza” forse più nazionalista e disperata che consapevole politicamente. Le sofferenze di una popolazione universale, che conta solo i propri caduti, mutilati, affamati, storpiati, abbrutiti e che della vita conosce solo il senso della propria esclusione incondizionata o programmatica, stanno elaborando un diritto – non scritto nelle sedi del potere – ma inscritto nella vita stessa: il diritto assoluto di esistere e rendersi liberi.
Inalienabile è pertanto il diritto alla vita e alla sua essenza. Imprescrittibile è il diritto alle determinazioni sostanziali, i beni, che costituiscono la persona, la personalità, la libertà del volere, l’eticità, ecc. [G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto]. Il diritto alla ribellione nasce dunque dalla minaccia alla vita operata dalla miseria degli interessi privati che prevaricano tale diritto essenziale. Forti di un diritto positivo sorto dalla violenza [si veda anche la successiva scheda di Walter Benjamin, La forza del potere] dell’appropriazione, per la sua legittimazione e riproduzione imperitura nelle classi al potere, tali interessi costituiscono solo l’arbitrio dei pochi di contro al diritto universale dei molti. La realtà – del rapido impoverimento mondiale – non sarà in grado di resistere al rivoluzionamento delle false rappresentazioni con cui il corporativismo di que­st’ultima edizione del Nuovo Ordine capitalistico tuttora si traveste. La verità che comunque emerge non può che determinare, a condizioni materiali mature, il detonatore che farà esplodere l’intollerabilità delle forze preposte a rapinare e minacciare la vita.
Il leaderismo anglo-laburista (insieme a quello Usa-Bushiano) si trova in “imbarazzo” nel fornire le “prove” delle armi di distruzione di massa utilizzabili “nel giro di 45 minuti”, secondo le minacce di Saddam Hussein. Il calo di fiducia nei confronti di Blair sembra estendersi anche al partito laburista, che soffre inoltre dell’ambiguo rinvio dell’ingresso nell’euro, dell’aumento delle tasse universitarie, ecc. Viene a galla l’inganno (cioè la violenza del diritto) del parlamento, la riduzione del paese al più alto tasso di povertà di lavoratori sottopagati (4 sterline e 10 pence invece delle 7 e 32 come salario minimo stabilito dal­la Ue), all’o­rario di lavoro più lungo, al minor numero di servizi in Europa, al declino del settore pubblico (appalti di servizi all’estero definiti “vandalismo nazionale”), ecc. [cfr. Polly Toynbee, Hard work: life in low-pay Britain, Bloomsbury, London 2003].

Terrore imperialista

  La privatizzazione dell’Irak – per trasformare il Paese in un’economia con capitali a base Usa e britannici, sotto forma di compagnie petrolifere che, a difesa dei loro interessi, arruolerebbero al lavoro mercenari locali, oltre le truppe U­sa già stanziate, per ora per 5 anni – comincia a evidenziare a tutti una parte del significato dell’aggressione perpetrata. L’esplosione dell’oleodotto Irak-Turchia, dovuto forse a sabotaggio, fuga di gas, incidente (troppo caldo?), saccheggio (sparano per trovare benzina diesel che non si incendia, invece danno fuoco al petrolio), danneggia la North oil company di Kirkuk, ma ha ben altro significato quando si collega, anche indirettamente, agli attacchi ai tank americani, alle manifestazioni anti-Usa o per i salari che il governatore-fantoccio non paga, ai militari Usa accoltellati o ai quali si rifiutano i servizi. Il numero ufficiale sembra per ora ammontare a 200 militari Usa ammazzati dopo la dichiarazione di fine della guerra, o, decodificato, dell’arrivo dei dollari e delle sterline sui pozzi, sotto il provvisorio “protettorato” imperialista.
La guerra strisciante Israele-Palestina continua al seguito degli interessi Usa, che pretendono la decapitazione dell’opposizione di Hamas. Il boia Sharon persegue intanto impunemente il genocidio palestinese cui aggiunge espulsioni, demolizioni e confische senza indennizzo dei beduini del Negev. In particolare, si tratta di circa 130.000 beduini palestinesi da far “scomparire” (secondo la definizione di Moshe Dayan, già nel 1963), per favorire i nuovi insediamenti ebraici. Sui beduini sono stati per ora sparsi pesticidi tossici per persone e animali, in attesa di traslare i nomi dei villaggi in ebraico. Anche nella politica mediorientale sta emergendo con lenta continuità non solo l’illegittimità del potere Usa-israeliano nell’uso della violenza indiscriminata, sempre più chiaramente indirizzato all’apartheid e all’egemonia politico-militare di una zona strategica mondiale, ma anche l’innalzamento della conflittualità con l’area dell’euro, di cui il nuovo [?] Stato palestinese con Abu Mazen dovrebbe costituire almeno una sponda.
You have made me your human bomb” dichiara un testamento di un giovane martire palestinese, “avete fatto di me la vostra bomba umana” [Farhad Khosrokhavar, I nuovi martiri di Allah, Mondadori, Milano 2003 (2002)]. La sottrazione della vita, delle condizioni perché questa si svolga in modo accettabile, della dignità spirituale, diventa la fonte di un nuovo diritto anche se apparentemente soffocato nel circolo vizioso di un’identità nutrita dalla volontà di morte dell’altro che implica la propria. Entro la scelta “egoistica” (non posso vivere senza onore, senza futuro) dei giovani martiri si determina però una sublimazione sociale universale: non solo viene ad aggiungere altro sangue – la nuda vita – alle responsabilità criminali di chi esercita il potere al di sopra delle leggi, rendendolo più esposto e visibile ai molti, ma soprattutto esalta il lato sociale dell’esistenza come costitutivo di ogni singolo individuo.
La schiavitù riaffiora nella storia come dipendenza totale della vita dall’arbi­trio. I nuovi corpi da usare non hanno più catene, ma sono ancor più schiacciati dall’esproprio sistematico di un territorio, una casa, un lavoro, un’attività libera, un affetto, una personalità, una cultura cui fare riferimento, come pure per la sottrazione loro operata sia dalla stessa classe etnica, indifferente nella ricchezza commerciale dei propri affari, sia da uno Stato, quello israeliano, vòlto all’e­liminazione fisica di abitanti di un territorio da appropriare, alla Gengis Khan (massacri degli autoctoni e insediamenti mongoli).
Morire per la Palestina significa dunque sì meritare un paradiso islamico, ma, soprattutto, riconquistare il diritto a una vita sociale non più mutilata da torture, sevizie e ricatti allo spionaggio per l’oppressore, ma scelta nella dignità di un volere. Scegliere questa morte è allora poter volere, nell’unica libertà rimasta, l’atto vitale della propria rinuncia, nella negazione più totale dell’ambito in cui l’oppressione è costretta a rimanere: il ricatto mortale sulla vita. L’oppres­sione non ha più luogo, spazio per i suoi fini; in quest’atto solo individualistico ed estremo è sconfitta, può essere sconfitta.
Nella nostra cultura si impone saper leggere la razionalità di questi atti, a partire dall’effetto della disumanizzazione e disperazione cui quella vita è stata piegata. Nessuna morte è inutile, altro è dire che sia stata efficace nei fini propostisi. Il trauma sociale che queste morti determinano deve trasformarsi in una conoscenza più elevata: solo così quel sacrificio diventa patrimonio di lotta per tutti, ed operante in quell’universalità per cui comunque ci si immola – anche al di là della coscienza singola. La sfida posta non deve rammentare solo Davide e Golia, né la sacralizzazione, cioè la cultura da cui emerge, ma constatiamo che arriva a toccare i gangli stessi del potere tirannico, che ne resta terrorizzato, e pertanto grida al “terrorismo”.
Le centrali economiche dell’attuale tirannia democratica recepiscono questo trauma prevalentemente in termini di “instabilità” politica. Gli affari non possono svolgersi secondo la rapacità delle loro leggi sanguinarie, e pertanto dev’es­sere imposto un guardiano (come nelle fabbriche della prima rivoluzione industriale), una classe borghese nazionale, una polizia internazionale, un sistema legale cui legare il consenso generale. Che non si permetta a nessuno il pensiero di poter sfuggire allo sfruttamento. Il suicidio chiede agli altri il coraggio di insorgere. La mediazione conciliatrice religiosa delle nostre contrade dominanti è ampiamente servita a tale scopo, l’Islam, invece, va conquistato o distrutto nella sua essenza.
Ora può risultare più chiaro lo scempio del patrimonio artistico e culturale operato pochi mesi or sono a Baghdad, al seguito delle armi.

Duplicità del “capitale umano”

  … o del “capitale variabile” o dei depositari del “capitale cognitivo”. Come risulta ampiamente evidente, già dalla sua definizione corrente, l’umanità è relativizzata alla sua funzione capitalistica, non ha alcun interesse in quanto tale. L’idea del suo asservimento reale non può trovare espressione più consona. Nell’analisi marxiana del Capitale troviamo già chiaro il concetto di inutilità della sola forza-lavoro, se non viene venduta, se cioè il suo ineliminabile portatore umano non entra nel rapporto sociale specifico di lavoro salariato, ovvero lavoro privatizzato in sinapsi col capitale per la produzione tendenzialmente “infinita”. La forza-lavoro, ancora concettualmente, è già anche potenziale erogazione di abilità, cognizioni, pensiero, oltre alla forza muscolare semplice e combinata. Chiamare “capitale cognitivo”, o peggio “economia cognitiva” (secondo Gorz, Rifkin e altri teorici postmoderni) quel settore di uso privilegiato dell’intelligenza salariata – sicuramente più estesa oggi quantitativamente e qualitativamente più specializzata, cui sono annesse conoscenze sempre più articolate anche tecnologicamente – rinvia a concettualità inafferrabili come l’“immateriale” o “virtuale”, irrazionali.
L’obiettivo nuovista punta, ancora una volta, ad inquinare la legge del valore, nella sorpresa (antica) di trovarsi a fronte di condizioni qualitative (specializzate, non misurabili come fantasia, creatività, ecc.) e contemporaneamente quantitative (misurabili) di una forza-lavoro che, col suo apporto pubblicitario, artistico, simbolico, ecc. valorizzerebbe ulteriormente quelle merci particolari frenando l’abbassamento della loro ragione di scambio. Si tratta come effetto, qui, di un extraprofitto monopolistico, dovuto all’innalzamento del prezzo di alcune merci particolari, su cui viene trasferito il plusvalore prodotto altrove, e non all’aggiramento ancorché temporaneo della legge del valore.
La privatizzazione incondizionata riversata su luoghi, beni, risorse, saperi, attività, istituzioni, ecc., ricade anche sull’uomo in generale. Sia cioè sulla forza-lavoro nell’intero tempo di vita (il “tempo libero” viene reso funzionale come capacità di consumo, ma anche come vivaio di creatività spendibile in azienda), sia come genere addomesticabile attraverso manipolazioni ideologiche, religiose e politiche, ma ormai anche chimiche, batteriologiche o potenzialmente genetiche (dal possesso del genoma di piante e animali, con cui si realizzano dipendenze alimentari, a quello anche umano che condurrebbe a possibili modifiche sia nel patrimonio genetico, sia comportamentali o di risposte e resistenze fisiologiche). Il laboratorio di sperimentazione anche di nuove forme virali, oltre sostanze tossiche, cancerogene o teratogene, è la vita altrui dominata senza altra connotazione. L’obiettivo è rimuovere ogni ostacolo alla crescita economica competitiva, imporre l’arbitrio legale e politico senza condizionamenti umani in quanto effetti collaterali indesiderati, cancellare l’emergere della contraddittorietà sociale creata al crescere del disprezzo per la vita altrui.
“La forma dell’esistenza materiale è il primus agens” [Friedrich Engels, Lettera a Schmidt, 5.8.1890]. Il cosiddetto capitale umano è portatore sano di un difetto d’origine: ha un Dna naturale. Per allontanate al massimo che siano le barriere naturali, queste resistono ancora come nervi, muscoli e cervello non prodotti capitalisticamente e quindi non totalmente addomesticabili ai ritmi, distruzioni e desertificazioni del profitto. Un’opposizione irriducibile, che ricorda quotidianamente ad ognuno che le leggi della sopravvivenza arrivano a un punto di rigidità che nessun sindacato comprato potrà aiutare a flessibilizzare.
Lo “spettro” della rivoluzione che il profitto alimenta ed evoca, appare all’appuntamento strutturale delle crisi, come l’Erinni persecutoria al compimento del delitto d’empietà. La rivoluzione può presentarsi però anche nelle forme di condizionamento capillare, ma sempre presente, nei picchi di aggressività del capitale, dove non è ancora riuscito a “democratizzare” la regione, l’area, il paese, o dove la “democratizzazione” consolidata mostra palesemente la sua falsità sulle asserzioni, giustificazioni o promesse smisurate per il “benessere sociale”.
Il fine della protezione degli interessi privati di classe nella guerra all’Irak è stato letto da popolazioni diverse ed eterogenee, in una estensione planetaria insospettabile per il capitale stesso inciampato sulle sue stesse contraddizioni interne (per lo più la guerra tra capitali, l’avversione della chiesa mediatrice ecumenica, lo scontro tra filiere di banche islamiche e “occidentali”, ecc.). Continuare a denunciare i fini reali dell’economia, del dominio e delle guerre avrà la possibilità di fornire il materiale per costruire la profondità culturale e i mezzi materiali non obsoleti, perché il dissenso universale segua le forme più adeguate allo scontro di classe attuale. Non già quindi vagheggiamenti nostalgici di un prossimo Palazzo d’Inverno, non già eroismi individuali come soluzione a una vita personale deprivata di senso, ma accumulo costante di forze e strumenti capaci di discutere ogni delibera, di rispondere a ogni aggressione, di difendere ogni minuto lavorativo in ogni dove e quando, non appena possibile, ecc. Sappiamo già che “le masse imparano solo dalle conseguenze dei loro propri errori, da esperimenti sul loro corpo” [Friedrich Engels, ivi], e sappiamo ormai che questo è il processo della ragione i cui tempi sono solo quelli che la storia si dà, non dipendono mai dai nostri singoli sforzi o desideri.
“La storia è vuota, né si impara nulla da essa, se non ci si avvale della ragione e dello spirito presupponendoli” [G.W.F. Hegel, Filosofia della storia universale]. Solo cioè attraverso una connessione basata sulla consapevolezza – dello storico – le azioni, ma anche i discorsi del passato possono ritradursi in azioni per il proprio tempo, secondo scopi in esso perseguiti. La riflessione degli eventi basati sulle categorie individuate del materialismo storico può solo mostrare la presenza della ragione nella storia, ma questa viene dimostrata solo dal materiale conoscitivo – emerso dalle grandi lotte sociali – di cui si è venuti a conoscenza, nel durare del percorso storico. Questo patrimonio diventa nuova vita in ragione della capacità di difendere tale identità culturale in quanto nostra maggior forza, nei nuovi odierni “tempi bui”. Le due esperienze citate successivamente potrebbero ancora descrivere l’attualità; vale la pena riuscire a costruirsi tanto ironico acume.

  Friedrich Engels, Lettera a Schmidt, 8.10.1888:

“L’America mi ha molto interessato; bisogna averlo visto con i propri occhi questo paese la cui storia non risale più indietro della produzione di merci, e che è la terra promessa della produzione capitalistica”.

  Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi (1941):

“Gli americani: un gran popolo. Prima si sono dovuti difendere dalla usurpazione degli indiani e adesso hanno sul collo i milionari. Sono continuamente assaliti dai re dei generi alimentari, assediati dai trust del petrolio, spremuti dai magnati delle ferrovie. Il nemico è astuto e crudele, e trascina donne e bambini nelle profondità delle miniere di carbone o li tiene prigionieri nelle fabbriche di automobili. I giornali li attirano nelle imboscate, e le banche tendono loro agguati per strada in pieno giorno. Possono venir licenziati da un momento all’al­tro, e persino quando sono stati licenziati combattono come animali selvaggi per la loro libertà, perché ognuno possa fare ciò che vuole: e i milionari ne sono felicissimi.
Proprio dagli americani si fa un gran parlare di "libertà". Se uno parla di libertà di camminare, vuol dire che gli fanno male le scarpe. Chi cammina con buone scarpe è raro che dica continuamente che sono leggere, che gli vanno bene, che non gli fanno male, che non ha calli e che non sopporterebbe mai di a­verli. Quando in un posto si fa tanto parlare di libertà, gatta ci cova. La frase "da noi c’è libertà" viene sempre messa avanti quando qualcuno si lamenta della mancanza di libertà. Allora si dice subito: "Da noi c’è libertà d’opinione. Da noi può avere le convinzioni che vuole". Questo è vero, ma è vero dappertutto. Solo che queste convinzioni non le può esprimere, perché allora è un reato. Chi è per il comunismo non lo può dire, perché "comunismo" significa mancanza di libertà. Difatti i capitalisti non sono liberi sotto il comunismo.
È interessante vedere quanta pena si danno per dimostrare che il macello di milioni di esseri umani e l’oppressione e la mutilazione spirituale di interi popoli lo fanno gratis, senza riscuotere nessun compenso. Certuni dicono che il commercio e l’economia sono umani, e che disumana è soltanto la guerra. Ma, a parte che il commercio e l’economia non sono affatto umani, resta comunque che portano alla guerra. E poi c’erano quelli che volevano una "guerra umana": fate la guerra, ma non contro la popolazione civile! coi cannoni, ma non col gas! La barbarie viene dalla barbarie, in quanto la guerra viene dall’economia. La cultura non ha proprio nulla a che fare con l’economia”.