IL DIRITTO DI DIOCLEZIANO
introduzione a una storia della corporazione

Gianfranco Ciabatti


Scritto nel dicembre 1990, stampato su la Contraddizione, no.22, e qui ripubblicato in sua memoria (Ponsacco 1 luglio 1936 - Prato 15 febbraio 1994)


 

Il nome e i suoi fatti

Volendo limitarci agli esiti italici del ceppo indoeuropeo, diciamo che corpus - nome di unità coerente (mobile o immobile, organica o inorganica) - è anche il significato più antico dello strenuo e patetico tentativo "umano" di occultare, dietro il segno dell'Uno, la realtà del molteplice e del diviso immanente alla sfera sociale. La rappresentazione linguistica unitaria di una realtà per sua natura divisa suppone coercizione politica mediata dal diritto (scritto o consuetudinario). In Italia, già il diritto antico conosce corporazioni, ridotte poi, da una lex iulia di Cesare o di Augusto, a tre (collegia sacerdotali, corporazioni artigiane, società di pubblicani). Giustiniano, nel suo Corpus iuris (un altro corpus, ma analogamente significativo), non farà che accogliere, sempre in materia di corporazioni, i detriti dottrinari e giurisprudenziali depositati nei secoli dalle universitates personarum che, dotate di personalità giuridica, amministrano un patrimonio comune e ne godono, attendibilmente, secondo modalità e misure differenziate lungo una scala gerarchica interna.
È vero che nel diritto antico sembra prevalere l'elemento volontario nel processo associativo: ma piuttosto come elemento costitutivo del corpus verso l'esterno, nella sua divisione dagli altri corpora; mentre la disciplina giuridica (prima consuetudinaria, poi anche scritta) vincola i soci tra loro, così che questi partecipano di un grado di volontarietà presumibilmente decrescente via via che sia procede dai capi della corporazione agli inservienti, dalla testa ai piedi del corpus. In materia di legislazione corporativa, i rescritti di Diocleziano, che forse per primo "gli allòr ne sfronda", accentuano il carattere coattivo delle corporazioni (soprattutto delle manifatture-monopoli di stato), ordinate al benessere comune e subordinate agli enti pubblici
Il fascio littorio di verghe con scure allegata, materiato simbolo di origine etrusca nel quale l'ispirato viaggiatore D.H. Lawrence avrebbe ben potuto scorgere implicazioni falliche, alludeva esplicitamente al potere di fustigare e decapitare. Ma forse non senza ragione quell'oggetto a struttura rigidamente verticale, anche per chi voglia ignorare la sua minaccia di coartare nuocendo, accompagnala storia di una civiltà la quale esaurisce la personalità giuridica nei collegia, nelle corporazioni verticali che, al proprio interno, costringono i subalterni nell'unione coi dominanti, e che, messe l'una accanto all'altra, formano il fascio sociale.
Uscendo dalla decadenza dell'alto medioevo, la corporazione "ricompare" in tutta Europa fra XI e XII secolo, agli albori del capitalismo: non più terreno sociale di rapina legale per l'autocrate e i suoi notabili e funzionari, ma ordinamento diversamente mediatore, sotto specie mutualistica, di una subordinazione coattiva che ha proporzioni rilevanti soprattutto nella manifattura artigiana (ma presente anche in tutte le figure subalterne nella corporazione mercantile, bancaria, professionale) e che arricchisce il popolo grasso nelle città. Gli ordinamenti corporativi arretrano e decadono, per evidenti ragioni di fronte all'avanzata dei signori, dei prìncipi, dei re.
Ma in gente come noi eccita un interesse malsano soprattutto la fase settecentesca della corporazione, fatta segno a una lotta senza quartiere, il cui accanimento si comprende quando si va a vedere da vicino cos'è tutta questa persecuzione contro la corporazione: in buona sostanza, niente altro che il divieto di associazione fra gli operai dell'industria e fra gli artigiani. Et pour cause! Chi visse a quel tempo dovette dare per definitivamente morte le corporazioni. E invece sarebbero venuti i sindacati. Ma non solo.

Invece del delitto

A dispetto di tutta la distanza che separa il regime centralistico burocratico imperiale dalle "autonomie e libertà" comunali, il diritto corporativo dioclezianeo contiene, più di quello medievale, gli elementi costitutivi della corporazione moderna, che sono essenzialmente due: il fine comune espresso in termini economici (il benessere), e il rilievo costituzionale della corporazione in un ordinamento giuridico (nel nostro caso, quello dello stato imperiale). Il secondo elemento sottopone evidentemente la corporazione alla sanzione generale dell'ordinamento, cioè alla forza di questo, come del resto già risultava dalle considerazioni svolte sin qui. In altri termini, e in parte ripetendoci: la corporazione è il dispositivo ideologico giuridico (costituzionale) di un'unione forzosa fra dominanti e dominati, che obbliga questi a delegare a quelli la "totalità" dei propri interessi sociali.
Ogni altra forma di manifestazione dei dominati nella sfera dell'interesse sociale fuoriesce dal diritto costituzionale e deborda in quello criminale: ogni comportamento non canonicamente corporativo - dalla supplica collettiva alla sommossa - configura una trasgressione delittuosa che l'ordinamento assoggetta alla sanzione (cioè alla forza repressiva di cui l'arbitrio dell'autocrate è soltanto una fonte e una forza). Questo delitto è una prefigurazione dell'associazione sindacale moderna, che in tanto esiste in quanto, per volontà della legge, venga meno il carattere delittuoso del comportamento dei soci.
Per chi voglia vedere, tutta la storia del diritto, e di tutto il diritto, altro non è che la storia dell'incessante tentativo dei dominanti di ricondurre nella sfera della legalità l'intero comportamento sociale dei dominati: tentativo che (nelle sue alterne vicende, coincidenti con la storia della legislazione) aggira la difficoltà di regolare quel comportamento nell'àmbito del solo diritto criminale: e il grado di questa difficoltà dipende esclusivamente dai rapporti di forza materiali (economico-sociali, politico-organizzativi, militari, mentali) fra dominanti e dominati - in parole povere, non è possibile mettere durevolmente a posto la massa dei dominati come massa di criminali.
Dunque, in una dimensione sincronica e sotto un profilo teorico, sembra conveniente assumere provvisoriamente, fuori delle loro eccezioni storiche, "corporazione" e "sindacato" in un rapporto significativo dialettico che meglio di ogni altro dispositivo linguistico figura lo svolgimento dei rapporti sociali sotto l'impero della legge. In entrambi i casi, si tratti di corporativismo o di sindacato, sussiste il rapporti di dominio: là con l'onnipotenza dei dominanti, qui anche con la resistenza dei dominati. Per i dominati, uscire dal rapporto di dominio è uscire da quella dialettica della legalità nella quale, in definitiva, è in questione soltanto una quantità di dominio. E questa uscita è necessariamente, sotto il profilo della "scienza giuridica", un atto criminale.

Gli epigoni di Diocleziano

Naturalmente, la storia legale è parte assai piccola, lo sa Iddio, della storia sociale. Quanto a questa, volendo risparmiare alle orecchie delle persone colte espressioni grossolane come "lotta di classe", diremo in termini più garbati di che cosa si tratta: Cesare e i suoi notabili hanno bisogno di assicurare l'afflusso, nella misura e nei luoghi voluti, di tributi pecuniari e in natura (derrate, prodotti necessari e suntuari, schiavi e gladiatori), consentendo ai tributari quel tanto di sopravvivenza senza la quale più non tributerebbero, salva la fisiologica mortalità di massa e l'impiego di pratiche sussidiarie come per esempio la strage e la crocefissione. Nell'impero romano il ruolo storico della corporazione è notoriamente secondario, dato che essa è la forma giuridica di un sistema produttivo marginale in un'economia schiavistica garantita su scala mondiale dalle aquile delle legioni. Poiché infatti l'impero è il mondo.
Ma proprio questa dimensione ci porta nel cuore della nostra modernità, ugualmente planetaria, ugualmente alle prese col problema di assicurare i convenienti afflussi nei luoghi convenienti, ugualmente presidiata da legioni acquartierate in ogni angolo della terra, ugualmente beneficiaria di una mortalità trasformata in contabilità (questa volta con l'ausilio della statistica). Ma, diversamente che nell'impero di Diocleziano, in quello dei suoi ultimi eredi la corporazione vuol diventare la forma totalitaria dell'intera produzione mondiale. Gli epigoni di Diocleziano si distinguono per l'incontrollabile desiderio di inseguire quell'oscuro oggetto che si manifesta, pure incontrollabilmente, sotto la specie di una percentuale chiamata saggio di profitto, la cui attuazione cresce con la sua astrazione, e che si sublima al punto di avere difficoltà di materializzarsi, non dico in derrate, ma addirittura in banconote.
Questo nuovo congegno si muove in maniera molto diversa dall'antico, ma la forza motrice è sempre la stessa: il lavoro. Per curiose circostanze storiche sulle quali sarebbe lungo soffermarsi, la forma schiavistica della coazione al lavoro si è venuta restringendo progressivamente a favore della forma corporativa, prima secondaria, fino alla fase attuale in cui gli imperiali rampolli sono alle prese con la costruzione della corporazione mondiale (sia detto anticipando per un istante le conclusioni, alle quali verremo con qualche ragione). Questo processo riguarda, s'intende, l'attività dei rampolli, vale a dire dei moderni dominanti. Più o meno nel medesimo lasso di tempo, per circostanze altrettanto curiose e sulle quali sarebbe altrettanto lungo soffermarsi, i dominati sono dal canto loro pervenuti ad associarsi separatamente nel sindacato. E ciò che abbiamo inizialmente preso in considerazione come fuori del tempo è disceso allora sulla terra per incarnarsi in un tempo reale, il nostro: la dialettica della legalità nel conflitto sociale - sincronicamente, prefigurabile già quando una sola parte, quella dominante, disponeva di istituzioni per la sua lotta, e l'altra, quella dominata, non aveva altro che i visceri - diventa una realtà storica quando i dominati elaborano a loro volta "istituzioni" nelle quali si riconoscono separatamente dai dominanti. La prima è, appunto, il sindacato. La seconda il partito.
Il sindacato è la forma della resistenza fino al limite. Il partito è la forma della lotta per superare il limite. Sul partito non è qui necessario dire altro, dal momento che, per condurre decentemente a termine il nostro discorso, interessa il nudo fatto dell'efficacia della resistenza sindacale fino a un limite oltre il quale il sindacato non può andare, e raggiunto il quale l'efficacia del sindacato ha una caduta verticale a zero. A questo punto si pone, per i dominati, il problema del superamento del limite. Come allora, fino a Diocleziano e oltre, così anche oggi il superamento del limite è un'uscita criminale dalla dialettica della legalità. Da quando i dominati sono diventati proletariato, l'uscita si chiama rivoluzione comunista. Questo è ciò che la moderna classe dei dominanti, la borghesia - dalla sua primitiva fase prevalentemente concorrenziale imprenditoriale alla sua attuale fase prevalentemente monopolistica finanziaria - deve impedire, affinché il conflitto sociale si svolga all'interno della dialettica della legalità, cioè sotto l'impero della legge; vale a dire sotto il dominio della borghesia medesima. Bisogna infatti avvertire che il conflitto, per quanto reale e attuale come tutte le cose della natura, ha una rappresentazione legale che l'occulta come rapporto fra borghesi vincitori (li chiameremo d'ora in poi "capitale") e proletari soccombenti ("lavoro"), rapporto anch'esso naturalissimo e benedetto da Dio finché si resta al qua del limite.
Quando un eccesso attuale o temuto di resistenza del lavoro rende impossibile o sconsigliabile contenere il conflitto nei confini della legalità - cioè nel quadro di uno stato di diritto che contempla le "libertà sindacali" - il capitale deve fare qualcosa (ammesso che il lavoro non "faccia la rivoluzione"). E ciò che il capitale ha fatto è stato d'imporre la legge della corporazione con la violenza e la violenza della corporazione con la legge. Il primo caso si è chiamato fascismo. Il secondo è in fieri, come vedremo tra poco.

La corporazione nazionale: il caso italiano

Fra i regimi fascisti - che, a seguito della crisi economica del 1929, il capitale impiantò dovunque fu necessario e possibile, con la violenza militare e illegale, per ricondurre il lavoro dalla forma legale della resistenza (prossima a superare il limite sindacale, o ritenuta tale) sotto la forma legale della repressione - quello italiano è esemplare dal punto di vista del diritto corporativo: qui infatti la corporazione ambì a ridurre al minimo il terrore (in Germania, il terrore fu tutto il diritto) e pone dunque più cura nel figurarsi come ordinamento.
L'ordinamento corporativo del fascismo italiano presenta i due elementi dioclezianei: lo scopo comune e il carattere costituzionale coattivo della corporazione. Lo scopo: i superiori interessi della potenza e della produzione nazionali, ai quali è subordinato lo stesso benessere degli associati. La corporazione, obbligatoria, riunisce imprenditori e lavoratori, ha un livello rappresentativo nazionale (la Camera dei fasci e delle corporazioni) e uno giurisdizionale (la Magistratura del lavoro). Tutto questo apparato legifica in materia di produzione e lavoro (tra l'altro, i contratti collettivi, promananti dal vertice, sono validi erga omnes) e risolve le controversie di lavoro: lo sciopero e la serrata sono vietati, con ineffabile equanimità, visto che il divieto di sciopero estingue di per sé, per il semplice fatto che di scioperi non ne avvengono più, la possibilità stessa della serrata. L'unificazione economica apparente di capitale e lavoro, forzoso occultamento della totale subordinazione di questo a quello, costituisce la base per l'unificazione, altrettanto apparente, di produzione e politica, sequestrata questa dal partito e dalla forza militare del fascismo.
L'analogia con l'apparato ideologico e con la pratica dell'attuale sindacalismo confederale italiano è impressionante [cfr., la raccolta postuma di Gianfranco Ciabatti, Neocorporativismo (introduzione di Carla Filosa), Laboratorio politico (la Città del Sole), Napoli 1995; disponibile anche in rete a www.contraddizione.it, alla pagina "alcuni testi diversi" - ndr]. Si prenda, per esempio, la Carta del lavoro del 1927, testo fondamentale del corporativismo fascista, e vi si eseguano alcune fondamentali sostituzioni lessicali ("economia nazionale" in luogo di "potenza nazionale", "produttività" per "rendimento del lavoro" ecc.): si otterrà una moderna carta del lavoro, uscita di fresco dai centri studi Cgil-Cisl-Uil. Ma qual che più conta è la politica sindacale concreta, la nuova prassi corporativa. I vertici avocano a sé i conflitti costituendosi di fatto come organismi paritetici sopraordinati alla dinamica sociale, che si differenziano da quelli del corporativismo storico per il solo fatto di essere transitori e ad hoc (i numerosi e ricorrenti accordi nazionali sul salario, l'orario annuale di lavoro, le diverse compatibilità, ormai anche i contratti di categoria, come quello dei metalmeccanici recentemente siglato al ministero del lavoro dai dirigenti confederali) [i lettori rammentino che all'epoca in cui fu scritto questo articolo (1990) erano già stati siglati, tra gli altri, i notori "accordi" di gennaio 1982 e febbraio 1983, ma erano ancora da venire i ben più gravi e famigerati "protocollo" del luglio 1993 e le controriforme delle pensioni Amato-Dini - ndr].
Gli organismi eletti dai lavoratori sono esautorati, o infiltrati di nomine sindacali, o immobilizzati. Le libertà sindacali non si vogliono più esercitabili sotto l'egida della Costituzione, che le attribuisce al cittadino, ma in forza di una legislazione di attuazione che le riservi all'iscritto, sempre, beninteso, sotto la tutela degli apparati sindacali riconosciuti. La più importante di queste libertà, il diritto di sciopero, già da tempo sottoposto all'autorizzazione preventiva delle centrali sindacali di vario livello, ha subìto anche una prima "regolamentazione" formale, e insomma è ormai trasformato in una pratica corporativa autorizzata dagli uffici competenti: di questo passo, esso non dipenderà più soltanto, com'è sempre dipeso nello stato di diritto, dalla forza dei lavoratori di esercitarlo, ma dalla forza dei lavoratori di esercitarlo illegalmente. Ne è una prova lampante la trasformazione della precettazione individuale e ad personam - con ogni evidenza imposta dalla natura del diritto di sciopero come diritto di ogni singolo cittadino - in precettazione di massa mediante strumenti di comunicazione appaltati e privati. Un diritto fondamentale viene trasferito, puramente e semplicemente, nella sfera dei poteri pubblici.
Sul fronte propriamente politico istituzionale, al totalitarismo fascista fa riscontro l'attuale totalitaria convergenza dei partiti di governo, del maggiore partito di "opposizione" e dei neofascisti sui temi della "stabilità", della "governabilità", della "delegificazione", della "riforma" piccola o grande ecc., per "cambiare le regole del gioco", come apertamente si dice, cioè per cambiare le carte in tavola diciamo noi, costruendo meccanismi maggioritari e di sbarramento tali da rendere i parlamenti nazionali e locali, se ce ne fosse bisogno, mere rappresentazioni di non-conflitto, mentre del conflitto vero e incessante (quello con i "prestatori d'opera") si occupano i governi, le giunte e i vari loro uffici e succursali nei sindacati e non. Siamo in presenza di una corporazione di fatto che si è già data alcune basi giuridiche per diventare corporazione di diritto. La sua principale novità le deriva tuttavia dall'essere una sezione della nuova corporazione transnazionale.

L'internazionale dell'imperialismo

È in corso su scala planetaria un'operazione delle classi dominanti e delle loro sovrastrutture politiche e ideologiche volta a rimuovere le contraddizioni sempre più acute che accompagnano la crisi transnazionale di sovrapproduzione. Essa presenta caratteristiche radicalmente nuove nell'attuale avanzato processo di formazione del mercato mondiale, che integra ormai anche il mondo "postcomunista", dove il capitalismo internazionale cerca consumatori per alleggerire le guerre commerciali e i cui ceti dominanti interni puntano non solo, ovviamente, a un aumento della produttività ma anche a una crescita del volume della produzione in funzione ausiliaria delle politiche mediatrici del conflitto sociale: così profilandosi inedite tensioni concorrenziali interimperialistiche, suscettibili di confluire verso altrettante strozzature; per di più in un contesto mondiale che fatica a governare i processi inflattivi. Si tratta inoltre di far fronte a debiti interni ed esteri, a costi incomprimibili di condizioni materiali privilegiate, della corruzione (dal Giappone avanzato alle arretrate aree dell'intero "terzo mondo" dei tre maggiori continenti, passando per i fatiscenti idilli concussionari della vecchia Europa), di apparati statuali di controllo e repressione, di dispositivi pubblici e privati per l'organizzazione del consenso: vale a dire i costi di un mostruoso Leviatano economico finanziario, sociale, politico, culturale, criminale, che cresce a dismisura come parassita della produzione.
L'aspetto principale del tentativo di rimuovere le contraddizioni inerenti slls crisi internazionale di sovrapproduzione è il contenimento del conflitto sociale che ne consegue e che è destinato ad aggravarsi clamorosamente, in ogni forma, su scala mondiale. Il meccanismo di contenimento combina procedure apertamente repressive (il sangue versato ad Algeri, Messico, Caracas, Amman, Pechino ecc.) e procedure corporative. Queste sono preferite a quelle, dovunque è possibile, in quanto moderne e convenienti alla fase attuale dell'internazionalismo imperialistico, come fra poco vedremo. Sotto il profili dell'ideologia, l'imperialismo transnazionale chiama la corporazione con diversi nomi che ne alterano di poco la sostanza (se non nel senso che differenti condizioni storiche impongono differenti modalità esecutive): paese, economia nazionale, civiltà, democrazia, riforme, perestrojka, competitività, impresa, ripresa, produttività, e via divinamente categorizzando.
Il "superamento della crisi", la "salvezza del paese dal baratro" (come in America latina o nell'Europa orientale) o, viceversa, la difesa delle opportunità delle economie "floride" (dalla Germania al Giappone, attraverso l'Italia o la Francia, con un rilevante contributo delle fauci senza fondo del maggior parassita imperialista) richiedono erogazioni energetiche sempre più robuste e una quantità di individui che, quando va bene, devono considerare un privilegio e un onore essere ammessi a correre sul tapis roulant piazzato alla partenza, e, quando va un po' meno bene, hanno il problema di procurarsi i mezzi per sopravvivere. La loro lotta deve essere arginata. Ovunque, nel mondo, le forze dominanti della produzione e le loro associazioni politiche assumono il monopolio del conflitto sociale su scala planetaria. Qui nasce la forma neocorporativa dell'imperialismo internazionale.

La nuova corporazione transnazionale

Se le diverse modalità di ripercussione della crisi economica del 1929 sui capitalismi nazionali diedero luogo qua e là alla corporazione fascista nazionale, l'attuale crisi di sovrapproduzione in una situazione di "interdipendenza economica" che è più facile chiamare mercato mondiale dà luogo alla nuova corporazione transnazionale o internazionale, come preferite: sotto regimi diversi, ispirati a un grado variabile di pluralismo totalitario o di totalitarismo pluralistico, si viene costituendo un'internazionale democratica presidenzialistica, e maggioritaria, comitati d'affari internazionale di un agglomerato imperialistico multiforme, a carattere monopolistico e finanziario accentuatamente parassitario, che per ora riesce a trasferire in buona misura le contraddizioni interne (da cui originano guerre calde e guerre commerciali) nella guerra di classe contro i non proprietari fornitori di plusvalore. La corporazione storica era quella imposta all'interno dei confini nazionali dei fascismi e aveva la "potenza della nazione" come versione ideologica dello sfruttamento capitalistico del lavoro. La nuova corporazione è quella imposta su scala mondiale dal concerto internazionalistico (spontaneo o comandato) dei proprietari sulla base materiale dell'estensione del mercato all'intero pianeta.
La terza fase della lotta del capitale contro il lavoro, quella tardoimperialistica, è molto di più di quella fase intermedia che combinava un quoziente variabile di "intervento pubblico" con un variabile grado di "stato sociale". Questo di più, questo molto di più, è rappresentato proprio dalla crescente diffusione di istituzioni neocorporative di governo della lotta di classe. Sulla base della struttura planetaria del moderno capitale, il processo di estrazione del plusvalore sembra in grado d produrre spontaneamente un anticorpo contro la lotta di classe: il neocorporativismo.
È il risultato politico istituzionale nuovo delle vecchie attività di ipostatizzazione ideologica del modo capitalistico di produzione. L'economia politica borghese continua ad essere una "scienza" in nome della quale il capitale continua ad esigere la sottomissione del lavoro, ma in una democrazia politica mutata: relegata ormai nella storia della filosofia del diritto la democrazia sociale (anche con i conforti delle fallite esperienze dell'est europeo), l'apparato di controllo ideologico istituzionale statuale si sta liberando degli impedimenti storici dello stato di diritto, nel quale la forma ideologica della repressione democratica contro il lavoro era quella della neutralità dello stato di fronte alla lotta di classe, e la prassi di governo contemplava una "legislazione sociale": se ne sta liberando, non per tornare allo stato di polizia, ma per affidare l'amministrazione fiduciaria della lotta di classe alla polizia della nuova corporazione: una polizia concorsuale di diverse istituzioni (politiche, sindacali, culturali).
Ci sono molti motivi per ritenere che la nuova corporazione dell'era dell'imperialismo abbia fatto la sua prima prova nei paesi del "socialismo reale", dove le pratiche di governo e sottogoverno differivano da quelle del capitalismo reale solo per una più tetra ottusità del controllo burocratico sulla forza-lavoro e dove l'estrazione di plusvalore avveniva nel quadro di un patto corporativo coi sindacati di regime. La democrazia sociale nasce "naturalmente" col crisma del corporativismo nei regimi, diciamo così, postsocialisti, storicamente predisposti a una forma autoritaria di rimozione della lotta di classe che non può avere molto a che fare con quella fascista, ma che molto si avvicina a quella della nuova corporazione.
L'ideologia dei proprietari e dei ceti dominanti sotto qualsiasi forma giuridica contempla l'esistenza di un solo conflitto: quello che li oppone l'uno all'altro. Il conflitto contro i lavoratori è demandato alla corporazione. Ciò è particolarmente appropriato e conveniente in questa fase: il viaggio di ritorno del neocorporativismo autoritario sperimentato per anni (e fallito) nei paesi del socialismo reale sotto la dittatura della burocrazia di partito si incontra con il viaggio di andata del neocorporativismo democratico messo in laboratorio nei paesi del capitalismo reale sotto la dittatura della burocrazia del patto sociale.
Neocorporativismo. Non è un modo di produzione, ma la produzione. Non è un'economia di "mercato" dominata dai monopoli, ma l'economia. Non le classi, ma la società. Non il profitto di fronte al salario, ma l'impresa. Non il capitalista e il lavoratore, ma i produttori. Queste e altre rappresentazioni, naturalmente, non aboliscono quel modo di produzione, quell'economia dei monopoli, le classi, l'opposizione di profitto e salario, di capitalista e lavoratore. Non sono cose nuove. Di nuovo c'è la dimensione planetaria e la natura pattizia e legale della repressione della lotta di classe (ciò non toglie la convivenza con pratiche generosamente sanguinarie). Patto e legge erano bensì anche nelle dottrine e negli ordinamenti del corporativismo storico, ma solo come paravento ideologico costruito davanti all'atto di violenza originario e alle sue più o meno clamorose propaggini: dove invece il neocorporativismo pretende alla coincidenza effettiva di legalità e repressione.
Questo neocorporativismo ha molte probabilità di essere, per un lasso di tempo che non si può prevedere ma che non si prospetta breve, la forma politica istituzionale egemone dell'imperialismo nella fase di transizione intesa in senso dialettico marxiano. Solo la critica marxista dell'economia e della società può dunque vedere nella nuova corporazione mondiale lo strumento della lotta di classe del capitale finanziario internazionale contro il lavoro. E, dal momento che la natura oggettiva della transizione dipende strettamente dalla natura soggettiva della contraddizione, vale a dire dal suo carattere dialettico che non esisterebbe senza la lotta di classe, sarebbe augurabile che il lavoro sapesse tutto ciò, per non cadere nell'erroneo pensiero che si possa dormire sugli allori, o per meglio dire lasciar fare tutto a un oggetto inesistente scambiato per un veicolo in transito verso un socialismo ineluttabile.