Documento

LA MIGLIOR DIFESA È L'ATTACCO
1 # guida di pianificazione della difesa Usa

(Paul Wolfowitz 1992)

Il New York times del 3 agosto 1992 pubblicò in anteprima ampi stralci, allora riservati, della cosiddetta "guida di pianificazione della difesa" Usa [defense planning guidance]. Quel testo di 46 pagine si riferiva, per l'intanto, al quinquennio 1994-95, ma avrebbe dovuto poi essere sviluppato, com'è avvenuto, sia per l'intero apparato militare Usa (più offensivo che difensivo, naturalmente), sia per disegnare i compiti assegnati alla nuova Nato. La "guida" era cosa del Pentagono e del Consiglio per la sicurezza nazionale, a completa insaputa del parlamento. Essa fu stilata dal gen. Paul Wolfowitz, allora quasi sconosciuto ai più; ma non lo era all'ex capo della Cia e all'epoca presidente Usa, George Bush sr, al suo ministro della "difesa" Dick Cheney, oggi vicepresidente di Bush jr, o al capo di stato maggiore Colin Powell, oggi segretario di stato. Ora Wolfowitz - dopo essere passato, prima dell'elezione di Bush jr, attraverso la notoriamente sospetta Johns Hopkins university (dove "insegna" anche Brzezinski), contribuendo da lì alla stesura della cosiddetta "ricostruzione strategica delle difese americane" [rebuilding America's defenses: strategy, forces and resources], per conto dell'iniziativa detta "progetto per un nuovo secolo americano" [project for a new american century - Pnac] - è stato "promosso" sottosegretario alla "difesa" (che, almeno, fino agli inizi del XX secolo si diceva onestamente "della guerra"). Insieme a Wolfowitz lavorò anche l'oscuro Lewis Libby, che attualmente ricopre pure lui un'importante carica governativa al seguito di Cheney.
Pubblicammo già su
la Contraddizione, fin dal no. 29 (riprendendo e richiamando la cosa ulteriormente) brevi commenti alla questione. Tuttavia oggi ci sembra che sia particolarmente rilevante - di fronte alla molteplice aggressione militare dell'imperialismo Usa, con particolare riferimento all'Irak-bis, dopo Bosnia, Serbia e Afghanistan - riproporre più dettagliatamente, anche se non nell'intera eppure incompleta stesura del Nyt già troppo estesa, i temi affrontati in quel documento (che comunque è possibile trovare in rete alle pagine del quotidiano di New York). Non occorre dire che qui si tratta solo di una scheda informativa, poiché il testo che segue traduce testualmente (e in parte riordina, essendoci ripetizioni e spostamenti effettuati dal giornale di New York) le parti salienti della nota giornalistica e non contiene certo alcuna analisi marxista; analisi che noi tuttavia abbiamo diffusamente già fatto a proposito della crisi e trasformazione di fase dell'imperialismo a base Usa, cui rimandiamo. Si ricordi ancora che la nota che segue risale a più di dieci anni fa, al lontano 1992. [*.*]


Il piano strategico Usa vuole assicurarsi che l'eventuale risorgere di qualsiasi nemico - tale da rappresentare una minaccia del tipo di quella precedentemente costituita dall'Urss, sul territorio dell'ex Urss stessa o altrove, in Europa occidentale, Asia orientale e in Asia sudoccidentale - non sia capace di dominare un'area le cui risorse potessero essere sufficienti per sviluppare una superpotenza mondiale unificata. "Occorre prevenire ogni forza ostile di tal genere". Il Pentagono delinea le modalità della missione politica e militare, nell'era del dopo guerra fredda, con cui stroncare le velleità di contrapporsi alla supremazia Usa. Il ministro della difesa, Dick Cheney, sostiene che gli Usa devono "convincere i potenziali concorrenti che non hanno bisogno di aspirare a un ruolo più importante, né di assumere un atteggiamento più aggressivo, per proteggere i loro legittimi interessi". Una sola superpotenza, quella Usa, che domini il mondo, può mantenere tale sua supremazia con l'appoggio costruttivo e la forza militare sufficiente per dissuadere da una sfida qualsiasi nazione o gruppo di nazioni.
Per far ciò è sufficiente che gli Usa "si facciano carico degli interessi delle nazioni industriali avanzate, così da scoraggiarle a contenderne la guida o dal tentare di capovolgere l'ordine politico ed economico costituito". Si tratta di un "dominio benevolo" da parte di una sola potenza; con ciò il Pentagono cancella la strategia internazionalista che, come esito della II guerra mondiale, è emersa dalla decisione delle cinque potenze vincitrici di affidare all'Onu la mediazione su dispute e contrasti violenti. A tale scopo, non solo è richiesto il mantenimento della forza esistente, ma si fornisce anche una dettagliata giustificazione per la proposta del governo Bush [sr] di portare la "forza base" a 1,6 mln di militari per un costo di circa 1,2 mrd $ in cinque anni. Conseguentemente, si esercita "una prelazione su Germania e Giappone" per impedire un loro sostanziale riarmo, specialmente nucleare. Questa è definita la vittoria "meno visibile", raggiunta alla fine della guerra fredda, consistente nella "integrazione di Germania e Giappone in un sistema di sicurezza collettiva a guida Usa, con la creazione di zone di pace".
Un simile obiettivo strategico spiega, da parte del Pentagono, la più volte ripetuta sottolineatura di usare la forza militare, se necessaria, al fine di prevenire la proliferazione di armi nucleari in paesi quali Corea del nord, Irak, alcune delle repubbliche ex Urss, ed Europa. La proliferazione nucleare, se non controllata dall'azione di una superpotenza, potrebbe indurre Germania, Giappone o altre potenze industriali a fornirsi di armi nucleari per dissuadere nemici regionali. Ciò li porterebbe verso una competitività con gli Usa e, in una crisi che colpisse interessi nazionali, a una rivalità militare. "Le forze nucleari Usa costituiscono un'importante barriera deterrente contro la possibilità di una rinnovata o imprevedibile sfida mondiale, e al tempo stesso dissuadono altri a usare armi di distruzione di massa attraverso una minaccia di rappresaglia".

L'azione dell'Onu è ignorata. Vi sono ampi riferimenti all'azione collettiva dell'Onu, che ha garantito l'assalto delle forze alleate all'Irak in Kuwait e che vuole costringere Saddam Hussein a rispettare gli obblighi di cessate il fuoco. Le coalizioni fanno notevole affidamento sulle "azioni collettive" come nella guerra del Golfo, ma gli Usa "pensano a future coalizioni messe insieme ad hoc, che non debbano durare più a lungo della crisi da affrontare, e che in generale siano chiamate a sottoscrivere solo accordi di massima sugli obiettivi da raggiungere". Ma ciò che più conta è "il significato per cui l'ordine mondiale è in ultima analisi sostenuto dagli Usa", i quali "prevedono di agire da soli qualora l'azione collettiva non possa essere delineata", ovvero in una crisi che richieda una risposta rapida.
I funzionari del governo Bush hanno per un certo tempo dichiarato pubblicamente di voler lavorare nell'ambito dell'Onu, ma si sono sempre riservati la possibilità di agire unilateralmente o tramite coalizioni specifiche, qualora fosse necessario, per proteggere vitali interessi Usa. Tuttavia, tali dichiarazioni pubbliche non avevano ancora eliminato la possibilità di un bilanciamento del potere Usa se la sicurezza mondiale l'avesse richiesto o se altre nazioni avessero privilegiato un'azione collettiva internazionale sotto l'egida dell'Onu. Viceversa, qui si delinea un mondo in cui c'è una sola forza militare dominante i cui dirigenti "devono mantenere le condizioni di dissuasione dei concorrenti potenziali, anche dalla semplice aspirazione a ricoprire un ruolo più importante locale o mondiale".
Le istruzioni del piano di difesa, normalmente biennali, vòlte a preparare forze, bilanci e strategie, rappresentano tuttavia il primo documento (decennale) prodotto dopo la fine della guerra fredda. In tal senso, esso comprende alcuni "scenari esemplificativi" circa possibili futuri conflitti esteri che possono condurre le forze armate Usa al combattimento. Tali scenari ipotizzano guerre locali ancora contro l'Irak e contro la Corea del nord, come pure una possibile aggressione russa alla Lituania, oltre ad altre minori emergenze militari per gli Usa. Per questi ipotetici conflitti si dànno specifiche istruzioni ai comandanti militari, sul tipo di minacce che possono aversi e sul conseguente equipaggiamento e preparazione delle forze armate, oltre alle strategie da seguire.
Circa le future minacce, si sottolinea come "l'effettivo impiego di armi di distruzione di massa, anche in conflitti che non coinvolgano direttamente interessi Usa, possa indurre a un'ulteriore proliferazione a sua volta capace di minacciare l'ordine mondiale. Gli Usa possono trovarsi di fronte all'opportunità di compiere passi militari per prevenire lo sviluppo o l'uso di armi di distruzione di massa" [corsivo nostro - ndr], passi che possono includere la "prelazione" per l'incombenza di un attacco con armi nucleari, chimiche o biologiche, ovvero "punire gli aggressori o minacciarli di punizione con vari mezzi", compresa la distruzione degli impianti che costruiscono tali armi.
"La crescente crisi cubana conferma le prospettive per un cambiamento positivo, ma a tempi brevi la fragile situazione interna può ingenerare nuove sfide per la politica Usa. Conseguentemente, si devono poter prevedere diverse evenienze che vanno dalla sbarco di profughi, alla provocazione militare contro gli Usa o i suoi alleati, dall'instabilità politica a un conflitto interno". Siccome "sia Cuba che Corea del nord sembra che stiano entrando in un periodo di grave crisi - soprattutto economica, ma anche politica - ciò può condurre i loro governi a compiere azioni altrimenti irrazionali, potenziale che c'è anche in Cina". Viceversa, la frammentazione dell'apparato militare dell'Urss ha tolto alle potenze statuali, che da essa sono nate, ogni possibilità di ingaggiare guerre mondiali convenzionali. "Ma ciò non elimina il rischio di stabilità in Europa a causa di un possibile ritorno di nazionalismo in Russia o del tentativo di riassorbire nella Russia le nuove repubbliche indipendenti di Bielorussia, Ukraina e altre".
Sebbene i programmi nucleari Usa siano cambiati "a seguito dei positivi sviluppi negli stati dell'ex Urss", le armi nucleari strategiche continuano a essere puntate sui gangli degli impianti militari dell'ex Urss. La logica di ciò è che gli Usa "devono continuare a reputare ancora a rischio tali impianti che i presenti - e futuri - dirigenti russi o altri nemici nucleari possono ancora considerare validi", perché la Russia rimane "l'unica potenza al mondo capace di distruggere gli Usa". Finché l'arsenale nucleare russo non è reso inerme, gli Usa "continuano ad aver di fronte la possibilità di significative forze nucleari strategiche nelle mani di coloro che possono tornare a regimi chiusi, autoritari e ostili". Ciò esige la "sollecita introduzione" di un sistema antimissilistico planetario.

In Europa, secondo il Pentagono, la Nato continua a garantire l'indispensabile fondamento per una sicurezza stabile. Perciò "una sostanziale presenza Usa, con una perdurante coesione nell'alleanza occidentale, rimane essenziale" sia per la sicurezza e difesa europea, sia come canale per la partecipazione e l'influenza Usa negli affari europei concernenti la sicurezza. Mentre gli Usa sostengono l'obiettivo dell'integrazione europea, devono al contempo "prevenire il sorgere di organismi di sicurezza esclusivamente europei che minerebbero la Nato", e in particolare la struttura di comando integrata dell'alleanza.
Con l'eliminazione delle armi nucleari a corto raggio dall'Europa, gli Usa non pensano al ritiro totale degli aerei dotati di testate nucleari dalle basi europee, perché, nel caso del riaccendersi di una minaccia da parte della Russia, occorre difendere anche i territori dell'est europeo, "se l'alleanza atlantica dovesse decidere così". Con questa decisione si intende esplicitamente difendere i paesi dell'ex Patto di Varsavia dalla Russia. Gli Usa non devono dimenticare la lunga serie di conflitti tra gli stati dell'Europa orientale e l'ex Urss; vogliono pertanto estendere ai paesi dell'Europa centrorientale le stesse norme di sicurezza valide per Arabia saudita, Kuwait e altri stati arabi del golfo Persico. La via più promettente per ancorare gli europei centrorientali all'occidente e per stabilizzare le loro istituzioni democratiche è la loro partecipazione agli organismi politici ed economici occidentali. La prima opportunità è data dall'allargamento della Comunità europea, al più presto, ai paesi dell'Europa orientale, e dai collegamenti con una più vasta Nato.
L'ex Urss acquisì ricchezza e forza mondiale grazie a un forte controllo delle risorse sul proprio territorio. Per assicurarsi che nessuna potenza ostile riesca a impossessarsene, occorre sostenere i nuovi stati (particolarmente Russia e Ukraina) nel diventare democrazie pacifiche a economie di mercato. La migliore opportunità per gli Usa è stabilire rapporti di collaborazione democratica con la Russia e con le altre repubbliche. Allo stesso tempo occorre impedire che quelle democrazie falliscano, rischiando che regimi autoritari e militarmente aggressivi possano riemergere in Russia e negli altri paesi, diffondendo il conflitto nell'ex Urss e in Europa orientale. Nell'immediato, gli Usa devono verificare la capacità della Russia e delle altre repubbliche a smilitarizzare le loro società, riconvertire la produzione militare verso usi civili, eliminare, o ridurre drasticamente come nel caso della Russia, gli armamenti nucleari e impedire la diffusione della ricerca e della tecnologia militare avanzata verso altri paesi.
Il collasso dell'Urss e la disintegrazione del suo "impero", così come il discredito dell'ideologia comunista ha determinato una situazione nuova. Un nuovo contesto internazionale è stato definito anche dalla vittoria degli Usa e dei suoi alleati sull'aggressione [sic] irakena. Con la fine della minaccia complessiva rappresentata dall'Urss, i principali problemi Usa riguarderanno minacce locali, compresi conflitti nel territorio ex Urss. Queste probabilmente si manifesteranno in zone delicate per la sicurezza di Usa e alleati, quali Europa, Asia orientale, Medioriente, Asia sudoccidentale, e territori dell'ex Urss; inoltre anche in America latina, Oceania e Africa subsahariana. In ogni caso, preoccupazione Usa è "prevenire la dominazione di tali regioni da parte di una potenza ostile". In effetti, le vaste riserve minerarie del sud Africa non sono meno importanti, per gli Usa, del petrolio del golfo Persico, così come quelle di materie "strategiche e determinanti" nelle parti centrali e meridionali del continente. L'attuazione del piano deve, perciò, tener conto degli eventuali sommovimenti economici che possono verificarsi in Zimbabwe, Zaire e Zambia, per non dire della Nigeria che è considerata la "chiave politica di tutta l'Africa nera".
In Medioriente e in Asia sudoccidentale, l'obiettivo è "rimanere la potenza predominante nell'area per continuare a garantire l'accesso di Usa e occidente al petrolio della zona", cercando anche di controbattere "ulteriori aggressioni, incoraggiare la stabilità, proteggere i cittadini e le proprietà Usa e salvaguardare l'accesso alle vie di comunicazione aeree e marittime". Come ha dimostrato "l'invasione irakena del Kuwait", è di fondamentale importanza prevenire la formazione di uno schieramento di forze capace di egemonizzare l'area. Ciò riguarda "in particolar modo la penisola araba". Perciò gli Usa devono continuare a esercitare sia una deterrenza sviluppata sia una migliore sicurezza cooperativa.

Dal centro dell'Eurasia è improbabile che possa provenire, per molto tempo ancora, una minaccia mondiale convenzionale alla sicurezza Usa e occidentale. Anche nell'ipotesi che alcuni dirigenti nell'ex Urss volessero restaurare l'impero perduto o minacciare in altro modo gli interessi mondiali, la sconfitta degli alleati del Patto di Varsavia e il continuo dissolvimento del potenziale militare richiederebbero, per una loro speranza di successo, anni di riorientamento strategico e ideologico, di ricostruzione e ridislocazione della forza; a sua volta ciò potrebbe verificarsi solo a seguito di un lento riallineamento politico e controllo economico, verso forme autoritarie e aggressive. Inoltre, qualsiasi sollevazione politica entro l'ex Urss molto probabilmente si tradurrebbe in ostilità interne piuttosto che manifestarsi in un qualche sforzo strategico per l'espansionismo esterno, al di là dei propri confini.
Occorre prevenire anche "l'ulteriore corsa agli armamenti nucleari nel subcontinente indiano. A tal fine, lavorando con entrambi i paesi, India e Pakistan, per farli aderire al trattato di non proliferazione nucleare, si possono porre le loro riserve di energia nucleare sotto il controllo dell'agenzia internazionale per l'energia atomica". Occorre scoraggiare le aspirazioni egemoniche indiane verso gli altri stati del sud Asia e dell'oceano indiano. Quanto al Pakistan, "un costruttivo rapporto militare con gli Usa costituirà un importante elemento strategico per promuovere condizioni di sicurezza stabile nell'Asia sudoccidentale e centrale". Gli Usa devono perciò agire per ricostruire la propria funzione militare in funzione di risoluzioni accettabili circa le sue questioni nucleari.
Lo stesso vale per l'Asia orientale. La difesa della Corea del sud rimarrà probabilmente una delle più importanti evenienze locali. In Asia c'è la maggiore concentrazione mondiale di stati comunisti tradizionali, aventi valori, governi e politiche decisamente differenti da quelli occidentali. Lì gli Usa "devono mantenere la loro condizione di forza militare di prima grandezza", per rafforzare le basilari relazioni economiche e politiche lungo le coste del Pacifico. Ciò contribuirà alla "sicurezza e stabilità dell'area, in mancanza di una forza egemone locale". Inoltre, qualsiasi ritiro prematuro delle forze armate Usa potrebbe provocare una reazione inattesa da parte giapponese "i cui effetti potenzialmente destabilizzanti su alleati significativi, quale è il Giappone ma anche la Corea del sud, devono essere considerati".
La strategia Usa, bloccando la possibile ripresa di qualsiasi futuro potenziale concorrente mondiale, non deve più fronteggiare una minaccia planetaria e neppure una qualche potenza ostile, non democratica, che volesse dominare un'area avversa agli interessi Usa. Si possono così affrontare le minacce a un livello più basso e a costi inferiori, mentre ci si può preparare a ricostituire forze aggiuntive che potrebbero risultare necessarie per controbattere il riemergere di una minaccia mondiale.
"Per far ciò, occorre incidere sulle possibili cause di instabilità e sui conflitti locali per promuovere un crescente rispetto del diritto internazionale, limitare la violenza e incoraggiare la diffusione di forme democratiche di governo e di sistemi economici aperti". Tali obiettivi sono particolarmente importanti per allontanare conflitti o minacce da aree importanti per la sicurezza Usa a causa della loro vicinanza (come l'America latina) o per l'esistenza di trattati di sicurezza. Gli Usa "non vogliono diventare il "poliziotto del mondo" assumendosi il compito di raddrizzare ogni torto, ma si prendono la preminente responsabilità di rivolgersi particolarmente a quei torti che minacciano non solo gli interessi Usa ma anche quelli di alleati e amici, o che potrebbero seriamente destabilizzare le relazioni internazionali". Vari tipi di interessi Usa possono rientrare in tale casistica: accesso a materie prime fondamentali, anzitutto il petrolio del golfo Persico; proliferazione di armi di distruzione di massa e missili balistici; minacce ai cittadini Usa da parte di terroristi [sic!], conflitti locali, e minacce alla società Usa da parte di narcotrafficanti.