... e il processo vitale del capitale consiste solo
nel suo movimento di valore che valorizza se stesso.
Fonderie e officine che di notte riposino
e non succhino lavoro vivo
sono "pura perdita" ("mere loss") per il capitalista.
[K.Marx, Il Capitale, I, cap. 9]
Legittimità dell'imperio
Il processo di valorizzazione del capitale assorbe lavoro altrui attraverso
i mezzi di produzione appropriati, che consumano la forza-lavoro di notte
e di giorno. E' proprio dai fattori oggettivi del processo di produzione
comprati dal denaro, cioè dai mezzi di produzione, che il capitale
trae il titolo giuridico e diritto d'imperio sul lavoro e pluslavoro
altrui. In tale processo, la forza-lavoro è "puro e semplice
materiale ausiliario del mezzo di lavoro. "Il capitale -
continua l'analisi marxiana - è lavoro morto, che si ravviva, come
un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più
ne succhia". Di qui tutti gli accorgimenti, passati e presenti, di
manovrare la fluidità della giornata lavorativa, dall'indeterminazione
del suo limite minimo all'allungamento determinato del suo
limite massimo. Il calcolo che il capitale effettua per il depredamento
della forza-lavoro è un calcolo in denaro, non vi hanno cittadinanza
i sentimenti. Il capitalista può essere un cittadino modello, iscritto
alla Lega antivivizionista, finanziare anche associazioni umanitarie, ma
la cosa che egli rappresenta "non ha cuore che le batta in petto".
Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del cuore
della forza-lavoro che, in quanto merce appunto, non ha cuore. Se il
capitale riuscisse a separare totalmente la forza-lavoro dal suo riottoso,
bisognoso portatore umano, raggiungerebbe l'obiettivo più profittevole
per la propria, unica finalità: l'autovalorizzazione.
Dall'apparizione storica del capitale a oggi, ma soprattutto nella prosecuzione
della sua fase terminale, il fine di staccare la forza-lavoro dalla persona
quale suo necessario supporto è stato perseguito mediante ristrutturazioni
continue nell'ambito produttivo, ma anche attraverso riorganizzazioni sociali
- le cosiddette riforme - con sempre più sofisticate e dissimulate
forme coercitive, giuridiche, politiche, ideologiche, linguistiche, ecc.
Chi tende a mantenere la propria alterità, e conflittualità
strutturale, deve necessariamente tenere sempre insieme la contraddittorietà
del rapporto sociale di classe. Infatti, al crescere del lavoro salariato
- e cioè del pauperismo latente della maggior parte della società
(oggi da contare solo su scala planetaria) - cresce il patrimonio "indipendente"
dell'appropriazione privata della ricchezza sociale; ma questi proprietari
- i cosiddetti ricchi - "sono delle pure creature delle istituzioni
civili". La tanto invocata "civilizzazione" non è
infatti altro che la modalità storica con cui è stato possibile
acquisire patrimoni e perciò potere, nell'ordinare a proprio
vantaggio il risucchio del lavoro altrui. Ciò che caratterizza la
classe dominante è pertanto non la quantità di ricchezza posseduta,
bensì il comando sul lavoro altrui. Si
può ben intendere, allora, quanto sia importante per il sistema sviluppare
tutte quelle forme civili che si prestino ad essere funzionali
all'esercizio di siffatto comando, entro la contraddizione di essere
coercitivo nell'apparenza "liberal", democratica,
condivisa e ratificata dal consenso generale.
Il salario della forza-lavoro, dal punto di vista meramente economico, deve
pertanto essere ridotto al minimo storico possibile, mentre il suo erogatore,
l'individuo singolo e sociale, va distolto da tale realtà
e costretto a percepirsi libero, come protagonista del proprio destino,
costretto a scegliere uno stile di vita consono a un'idea
ricevuta, in cui possa raccogliere un'identità da accettare
per lo più in negativo, per differenza da chi sta peggio, più
vicino alla morte. La morte con cui ci si deve misurare non è però
la condizione naturale della specie, bensì la necessaria minaccia
sociale che le si sovrappone, sia in quanto esclusione sempre più
radicale dalle risorse - lato estremo dell'impoverimento ordito dall'accumulazione
privata - sia in quanto ricatto per l'obbedienza alle regole imposte, il
sempre nuovo Ordine, approntato per rinviare o cavalcare le crisi
di sovrapproduzione. Per rinnovare e riprodurre continuamente capitale,
come forma eternizzabile del soddisfacimento dei bisogni umani attraverso
il lavoro, è necessario simultaneamente riprodurre il lavoro oggettivato
personificato. La riproduzione di quest'ultimo implica perciò la
riproduzione di determinate condizioni formali, materiali e sociali in modo
che la vita stessa sia apprezzata, non diventi cioè
"pura perdita", fuori controllo.
Crisi "irakena"
La crisi è sempre crisi di capitale (ovviamente nel sistema
capitalistico). L'abilità dunque sta nel farla apparire crisi
di lavoro, imponendo quindi nell'alterità l'attenzione generale per
far fronte al feticcio "emergenza".
Banche tedesche chiudono i bilanci in rosso, altre annunciano ristrutturazioni,
consistenti i tagli occupazionali e degli investimenti. Compagnie aeree
e d'assicurazione europee calano le attività e temono per il mantenimento
patrimoniale. Borse in affanno fisiologico, segnano perdite da considerare
costanti, pur nell'altalena degli spostamenti giornalieri, segnate dalle
indicazioni negative statunitensi. La culla dell'euro è costretta
pertanto a guerre intestine in cui si provano a esorcizzare le singole svalutazioni
con le difficoltà della situazione internazionale.
La cosiddetta guerra di potere, ad esempio, invocata da D'Amato per giustificare
la crisi bancaria e imprenditoriale nostrale, è il linguaggio figurato
che dissimula la fretta per avviare riorganizzazioni e formulare nuove normative
che coinvolgano istituzioni, imprese industriali e bancarie, a fronteggiare
una competitività internazionale che nelle leggi di mercato pone
i tempi dettati ormai dalle armi. Gli Stati intanto, pressati dalla
minaccia bellica, si apprestano a dare il via alle riforme,
soprattutto quella delle pensioni, cui connettere quella della sanità,
per abbassare il salario sociale dietro l'oggettività dell'invecchiamento
della popolazione. Lo smantellamento delle norme protettive del lavoro (varo
anche giuridico a licenziamenti e precarietà) segue gli iter delle
contrattazioni differenziate nazionali, per evitare eventuali conflitti
sociali destabilizzanti, unico vero terrore per la classe dominante.
La crisi economica Usa risulta in caduta libera e non può farne mistero.
Più di 308.000 posti lavoro in meno in un anno, una perdita di circa
2 milioni di lavoratori in meno di due anni, conducono a un tasso di disoccupazione
del 5,8% in salita. "Il mese scorso... i servizi hanno perso 204.000
posti di lavoro e le imprese manifatturiere 53.000 occupati, il 31esimo
declino consecutivo" [Il Sole-24 ore, 8.3.03]. La riduzione
dell'1%, a 34,1 ore, inoltre, della giornata lavorativa, sta a significare
la necessità di minimizzare i costi di produzione per l'impossibilità
di realizzare il plusvalore prodotto. Calo dei consumi su beni durevoli,
quali l'auto, mette in difficoltà le grandi marche quali Gm, Ford,
Daimler-Chrysler. Nonostante il costo del denaro sia già ai livelli
minimi in 41 anni, sembra ipotizzabile un ulteriore ribasso, come pure un
piano di sgravi fiscali alle imprese per 700 mrd $. Greenspan si sbraccia
nel dissimulare il disavanzo Usa - passato ormai da 400 a circa 500 mrd
$ - quale sintomo di problemi sistemici, ma è costretto ad ammettere
la possibilità di effetti "destabilizzanti".
Come sempre, pare non ci sia rimedio creativo migliore di un "terrorismo
internazionale" o di una "guerra", ora rivolta contro
l'Irak, oppure un domani contro una Corea del nord, o magari contro
una Cina, continuando potenzialmente ovunque. "Contrariamente al passato,
la mobilitazione per un conflitto non è riuscita a dare stimoli alla
crescita" - scrive realisticamente il succitato quotidiano - perché
non riuscirà questa volta a fugare bolle immobiliari, finanziarie
e valutarie, l'eccesso di spesa, il disavanzo. Ma il grande capitale dietro
il governo Usa - primo detentore della forza - gioca una partita mondiale
con la storia, forse l'ultima, di cui non conosciamo ancora, però
né tappe né tempi.
Usando il rovesciamento ideologico prova a sortire i suoi effetti:
fa parlare solo di "crisi irakena" nella comunicazione di massa,
e i soggetti da colpire sembrano essere, come nelle favole, gli individui
(bin Laden, Saddam Hussein, Kim Jong-il), o più genericamente i "dittatori",
cioè i cattivi, nell'immaginario da infantilizzare.
L'"America" viene proiettata così sugli schermi planetari
in un'identità benefica, che "riporta la pace e la libertà
nel mondo" (parole di Bush!) per realizzare un Eden di "nazioni
unite, disarmate, pacifiche e libere", senza più limiti alla
mistificazione.
Il progetto di egemonia mondiale per il controllo definitivo, pena una catastrofe
sistemica, si conclude logicamente con una dichiarazione di guerra preventiva,
illimitata, da rivolgere contro chiunque non possa essere comprato al consenso
coatto. L'Onu, oltre che funzione legittimante il controllo delle postazioni
strategiche, è anche luogo giuridico da cui dirigere il ricatto al
consenso del più forte. Se non potrà essere gestita l'orchestrazione
delle sue risoluzioni, queste verranno scavalcate come inservibili. Angola,
Guinea, Camerun, forse Cile e Messico, ecc. subiscono le "persuasioni"
Usa - secondo il termine usato da Colin Powell - mentre la Turchia è
costretta al mercato delle proprie basi militari, stretta tra i pericoli
per la propria economia (all'indomani dei 40 mrd di perdite, nel `91) e
quelli per la sudditanza agli Usa.
Per capire anche in cifre, va ricordato che la Turchia ha un credito stanziato
di 16 mrd $ presso il Fmi, in stallo, e uno dei sistemi di "persuasione"
Usa - ben collaudato anche in combutta con le lobbies israeliane
per spillare all'Europa miliardi di dollari con l'"Olocausto"
- è per l'appunto esercitare un potere di veto sulle organizzazioni
internazionali, per l'erogazione di fondi già destinati al Paese
in questione. Dei 92 mrd $ chiesti dalla Turchia agli Usa, poi scalati a
32, gli Usa ne offrono solo 26; 150 mln $ vengono richiesti per far muovere
la 4deg. divisione Usa verso la frontiera con l'Irak. In siffatti mercanteggiamenti,
come si può notare, non ci sono cuori che battono, questi stanno
solo nei petti delle popolazioni inermi la cui vita ha il solo valore
di essere "materiale ausiliario" a disposizione di interessi im-mediati.
Tradizionalmente oscurati dall'astrazione guerra, in un recente passato
ancora più irraggiungibili dietro l'ulteriore attribuzione di "castigo
divino", continuano oggi ad appropriarsi della geografia delle risorse,
finché l'uso della forza non si fermerà di fronte all'ostacolo
posto dalla cecità del reale, perseguita come propria necessità
strategica.
"Umanitario"
L'umanità è stata ridotta a "umanitario", a settore
economico-militare in cui al business si collega il controllo strategico-ideologico.
Nel solo Irak il 60% della popolazione, ovvero 16 milioni di persone, è
ormai dipendente dalle razioni di cibo distribuite dal governo e dall'Onu.
La sopravvivenza di tanto "materiale umano" è stata mantenuta,
rispetto ai consumi del 1987-1989, mediante l'assunzione di un terzo delle
calorie e proteine prive di vitamine e minerali, in bilico tra maltrunizione
acuta e cronica, grazie alla guerra del `91 e all'embargo che ne è
seguito. La necessità di distruggere capitale (altrui), con cui risollevarsi
dalla crisi, è demandata ora alla "guerra", dato che altre
"persuasioni" diplomatico-politiche non sono state sufficienti.
In questo caso il materiale umano si scambia con potere. Potere ideologico,
in quanto le vittime costituiscono materiale destabilizzante per: a)
il regime prescelto, b) monito terroristico per gli altri regimi
dell'area, c) le popolazioni in genere; che non contrastino chi ha
la forza di minacciare e di imporre regole. Non a caso il numero maggiore
di vittime, dalla 2deg. guerra mondiale in poi, sono state proprio quelle
civili. Potere economico, dato che la gestione della ricostruzione, tutti
sanno ormai, permette l'investimento profittevole di capitali. Nell'"emergenza
umanitaria", meglio definibile come preordinamento della consegna alla
dipendenza coatta di un'intera riserva nazionalizzata di forza-lavoro deprezzata,
il business è duplice e gli Usa l'hanno posto sotto controllo
militare.
Il piano operativo di assistenza programmato dalla Difesa Usa (Humanitarian
operation centre) prevede di avocare sotto la propria egida gli stanziamenti
internazionali oggi ripartiti tra le tante Ong, ma anche la possibilità
di esercitare per diritto bellico un comando sul futuro lavoro altrui.
Considerato che aziende Usa o ad esse collegate o "amiche" sembrano
aver già in tasca 900 mln $ in contratti per opere urgenti di ricostruzione
dell'Irak, mediante l'Usaid, l'Hoc e il Pentagono, risulta evidente la scalata
verso la gestione monopolistica degli affari Usa & co., con un controllo
totale delle azioni finanziarie, politiche e militari. Nessuna informazione,
nessun testimone, nessuna intrusione al di fuori della direzione dei più
forti: questa la "democrazia" e la "libertà"
Usa da esportare al più presto in Medio Oriente.
"Oil non oil"
Non si tratta di un lucidante per capelli, ma della natura complessa
oltreché contraddittoria di quest'ultima, imminente (?) aggressione
a gestione Usa e Gb (?). Che il "disarmo" irakeno sia prevalentemente
l'aggregazione legittimante le postazioni in Mo degli investimenti a base
anglo-americana, sembra scontato. Che però l'obiettivo dell'invasione
sia solo il petrolio risulta troppo angusto. Nella scalata asiatica, preparata
sin dai tempi dell'invasione sovietica in Afghanistan, gli Usa sembrano
ora cercare una vittoria soprattutto contro il tempo: quello devastante
della crisi del sistema.
L'eventuale scomparsa di Saddam Hussein significa la sicura evanescenza
sulla legalità degli accordi dell'attuale regime, che ha escluso
finora le aziende Usa. Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, ora suddiviso
prevalentemente tra aziende francesi e russe, a guerra conclusa, si prevede
potrà contare sugli oltre 100 mrd $ già stanziati dalla Exxon
Mobil in esplorazione e produzione, soltanto per i prossimi sette anni.
Naturalmente l'azione bellica mira alla rinegoziazione dei contratti precedenti,
alla loro sostituzione legalizzata con i colossi a base Usa/Gb, e cioè
alla sostituzione degli ex assoldati (bin Laden, Saddam Hussein) per l'eliminazione
del nemico "comunista", ed ora scomodi testimoni o centri di potere
fuori controllo. Ma soprattutto si tratterà di sorvegliare la "stabilità"
politica degli investimenti da piazzare, armi permanentemente in mano, a
guardia sì di pozzi e oleodotti, gasdotti, vie commerciali e mercati,
ma in vista di un'espansione verso il controllo dell'ipotizzata crescita
economica cinese e mantenerla, unitamente ai barili, entro l'area del dollaro.
L'appoggio Onu all'aggressione serve infatti a frenare la discesa del dollaro
rispetto all'euro, di qui gli interminabili rinvii dell'inizio materiale
della distruzione irakena, nell'apparente considerazione di una legalità
internazionale, comunque superabile. Le stesse poltrone di Bush e Blair
(il calo del dollaro sta trascinando anche la sterlina) sembrano altrimenti
vacillare alle prossime elezioni, senza un consenso internazionale che consentirebbe,
a guerra finita, una ripresa economica "globale" nuovamente a
guida Usa. Lo dicono gli indici borsistici saliti alle rassicurazioni di
Blix e discesi alle "prove" di Powell, laddove una iniziativa
unilaterale Usa viene calcolata in aumento dei costi vivi del conflitto
e diminuzione di capitali verso Borse e titoli di Stato Usa. La coalizione
internazionale poi, ridefinibile di volta in volta - secondo la linea del
governo Bush - conferma l'urgenza, per le cordate dei colossi finanziari,
di colpire indifferentemente ogni area del mondo non allineata alla propria
gestione economica.
L'obiettivo di creare un'area di libero scambio in tutto il continente americano,
con scadenze più lontane per i prodotti Usa protetti (dallo zucchero
alle sanzioni sull'acciaio e sussidi all'agricoltura), mentre allarga un
respiro commerciale vantaggioso, implicitamente può disporre di alleanze
politiche per mantenere in vita il mito del "terrorismo" e dei
"dittatori". L'appoggio alla guerra all'Irak, in mancanza di quello
dell'Onu, potrebbe comunque essere assicurato dai Paesi centroamericani
con cui sono state avviate trattative per il loro inserimento nel Nafta,
oltre ad accordi bilaterali con i Paesi andini, Cile, ecc.
La velocizzazione di questa caccia alle alleanze, comprese quelle acquistate
nei Paesi africani, dollari in mano, per il voto al Consiglio di Sicurezza
dell'Onu, danno conto di una crisi senza più margini per una riproduzione
egemonica dei profitti Usa. La "crisi irakena" diviene allora
più chiara se la si considera come crisi dell'area del dollaro, incalzato
sempre più dal crescere ed estendersi di quella dell'euro, che occorre
colpire nelle sue radici, dai Balcani all'Afghanistan, all'Irak e oltre
(Corea del nord?), in una transnazionalità che richiede ancora la
formula ambigua del primus inter pares (primo tra eguali), per nascondere
una corsa egemonica all'ultimo sangue. Il sangue da versare sarà
però quello delle popolazioni già espropriate, un olocausto
senza risarcimenti.
Ma già il suo spettro produce schieramenti, coscienza sociale indisponibile
all'acquiescienza; bisogna unirsi affinché lo sia anche alla lotta
intransigente.