Pubblichiamo questo intervento di Alessandro Mazzone poiché esso ci è parsa di grande interesse questa sua personale riflessione per suscitare la ripresa, oggi, della considerazione del tema "falso" - in quanto logoro e abusato da oltre un secolo, da parte di tutti gli affossatori di Marx, vòlti solo a "non fare marxismo" - della presunta cosiddetta "crisi del marxismo" [* Una parte di questo scritto è ripresa, sotto il titolo Classi e lotta di classe dopo la "Crisi del marxismo" ? nella rivista Proteo, 2.2003]. In particolare, di fronte alla violenza del potere mondiale e ai ripetuti assalti al comunismo e alla sua storia, il nostro invito è rivolto ai giovani affinché comprendano il concetto di modo di produzione (nonché di tutto ciò che categorialmente esso implica), al fine precipuo di percepire le categorie teoriche indispensabili per leggere e interpretare correttamente la storia reale pratica. Questa non può essere volgarmente intesa come mera successione cronologica di eventi, bensì in quanto imprescindibile dimensione sociale e politica delle diverse forme storiche di capitalismo, rispetto a cui collocare, cioè, l'unica seria possibile elaborazione teoretica che muove da quel "modo di produzione"; in questo senso, la problematicità della concezione di "scientificità" dell'analisi non va sottovalutata, poiché si connette immediatamente a "modo di produzione" e al marxismo in genere. Il suggerimento di Mazzone rientra in tal senso anche nell'intento programmatico ventennale, e degli sviluppi della sua ragione, di questa rivista. [*.*]
1. Oh che problema intricato, complesso, opinabile, discusso
per anni inutilmente, vetusto, anzi morto e sepolto - direte voi. E avrete
ragione. Ma rassicuratevi. Non si vuol qui tediare nessuno rispolverando
vecchie diatribe; e neppure si pretende di dare una mappa di discussioni
che ci sono state, e che potranno meritare studi particolari in determinati
casi e per determinate esigenze. Quella che propongo è una breve
riflessione sulla "crisi del marxismo", datata 2003, cioè
certo dopo "crisi", dopo l'89-91 - e dopo che
le illusioni sul "nuovo ordine mondiale" hanno ormai ceduto il
posto a più sobrie considerazioni sul rapporto tra i pochi potenti
e tutto il resto dell'umanità. Questa breve riflessione si può
riassumere, lo confesso subito, in una battuta un pochino provocatoria.
Eccola.
Poiché una concezione scientifica generale che non si svolga
in ricerche particolari da lei rese concettualmente possibili, e
che a lor volta, ovviamente, porteranno ad arricchire la teoria generale,
a svilupparla e anche a modificarla e correggerla, è una cosa
semplicemente impossibile (una tale concezione, infatti, sarebbe unicamente
un pezzo di carta su cui son scritti certi segni) - "crisi del marxismo"
vuol dire, e ha voluto dire essenzialmente (e non già una volta sola),
"non fare marxismo", non sviluppare quella "filosofia della
prassi" che (come scriveva Antonio Labriola 108 anni or sono) Marx
ed Engels avevano soltanto avviato. "Un momento", dirà
qualcuno, "tu ritieni dunque che il marxismo sia una teoria
scientifica?". Piano, le cose non sono così semplici.
E ancora: non si può dire tutto in una volta. Quello enunciato or
ora è un criterio di scientificità imprescindibile.
Questo criterio non è formale; non tocca l'assiomatizzazione,
la completezza, regole specifiche di derivazione di enunciati, ecc., che
possono richiedersi in certi casi, in altri no. Ma è un criterio
indispensabile, a monte di tutti gli altri. L'espressione "teoria
scientifica" vale qui a escludere teorizzazioni che non rispondano
a quel criterio. Non di più (anche se non è pochissimo). D'altra
parte, neppure è chiarito ancora a che cosa alluda l'espressione
"il" marxismo. Anzi: non affermo neppure che il
marxismo, come ente singolare, sia esistito. Soltanto, come detto, vorrei
cercare di cominciare a dipanare la matassa, oggi: ossia quando comincia
a esser sentita da molti l'esigenza di strumenti teorici che permettano
di studiare, ed eventualmente comprendere, ed eventualmente (ma più
lontano e sotto condizioni pratiche tutte da vedere), modificare l'andamento
potenzialmente catastrofico dell'unificazione del mondo, cioè del
genere umano, nella forma di moto detta "capitalistica".
Questa forma di moto non è - ovviamente - la stessa cosa che le parolette
vuote e/o ricattatorie propinate al disprezzato volgo, tipo "mercato",
"globalizzazione", etc. etc. [Si avanza bensì la pretesa
che "il mercato" debba e possa fungere da solo regolatore dei
rapporti sociali ("società di mercato", non più
società a economia di mercato, etc.); ma, come sapete, non tra persone
serie che fanno affari seri.] La preponderanza dei criteri di profitto,
questa sì, inerente alla forma di moto capitalistica, importa oggi
che la volontà politica di sfamare tutti, in un mondo in cui le risorse
sono sovrabbondanti da circa 30 anni, non si formi, e dunque che
non si debba parlare di un problema della fame nel mondo, o di un problema
delle epidemie, dove i presìdi medici esistono da tempo e non si
applicano o non si vendono, ma, correttamente, di sterminio; e simili
argomentazioni possono farsi, mutatis mutandis, per questioni ambientali
riguardanti l'ecosistema planetario e quelli regionali.
Tutto questo è arcinoto, come è noto a molti il detto del
padre teorico del neoliberalismo, il premio Nobel per l'economia F. Hayek:
"dobbiamo abbandonare il pregiudizio secondo cui ogni uomo che nasce
ha diritto alla vita" [1977, in una intervista alla Weltwoche di
Zurigo].
Ma perché parlare di "forma di moto capitalistica" e non
semplicemente "del" capitalismo? Ebbene, già questa domanda
ha una lunga storia, che risale almeno alla realizzazione - finalmente
avviata e non ancora compiuta - della Mega/2, l'edizione critica
dell'opera completa di Marx e di Engels, e alle resistenze dogmatiche al
suo avvio, ancora verso il 1960. In effetti, la domanda porta al centro
del problema dell'eredità letteraria e scientifica di Marx: al problema
del "nocciolo" più compiuto della sua concezione, mai completata,
e che è la teoria pura del modo di produzione capitalistico.
Questa non è teoria (molto meno: descrizione) di un qualche
"capitalismo" storico (inglese o altro). I vari capitalismi
storicamente esistiti sono configurazioni - con termine labriolano
- successive e diverse del modo di produzione: ivi compresa, naturalmente,
la prima configurazione "globalizzante" in forma di spartizione
coloniale del globo a fine `800; e compresa, io penso, la presente e ulteriore,
purché riusciamo a studiarla.
Per questo motivo, già parlare "del" capitalismo è
poco corretto: a rigore, "il" capitalismo non esiste. Storicamente
e geograficamente, cioè localmente, ce ne sono stati molti, ciascuno
con caratteristiche proprie, sebbene poi tutti con alcune caratteristiche
essenziali comuni (valorizzazione del capitale, cioè rapporto e processo
di capitale, in primis); e tutti tendenzialmente riassorbibili, poi
in parte riassorbiti, nel mercato mondiale - la tendenza alla formazione
del quale è essa pure propria, ut sic, del modo di produzione
capitalistico quale pura forma di movimento.
Tutto questo (e molto, moltissimo altro ancora), è ormai, visti i
testi di cui disponiamo, difficilmente controvertibile, in corrispondenza
all'intenzione conoscitiva dell'autore del Capitale I e dei formidabili
"lavori preparatori", nonché integrazioni e correzioni,
che oggi conosciamo grazie alla nuova edizione critica. [Basti qui una cifra:
circa 5000 pagine di manoscritti decifrati e criticamente pubblicati, in
mezzo ai quali l'opus pubblicato nel 1867 si colloca, e solo
può essere inteso. E ancora: tre (non una) redazioni della teoria
complessiva (dalla quale, poi, si avrà o si ricaverà
il Capitale I-II-III come siamo stati abituati a leggerlo), tutte
anteriori alla pubblicazione di Capitale I - i "Grundrisse"
tre volte, se volete]. Finalmente, incontrovertibile è altresì
che Marx volesse anche dare uno "spaccato" della società
borghese del tempo suo, non solo la sua "legge di movimento".
E ne abbiamo testimonianza in ricerche storiche, politiche, anche letterarie;
in capitoli "illustrativi" del Capitale stesso (p. es.
l'8° e in parte il 13° ); in grandi scritti politici, dall'Indirizzo
del 1864 in poi.
Da qui, come Walter Markov e la sua scuola hanno mostrato con rigore storiografico
e filologico, si spiegano anche quegli avvii e parti di una teoria della
formazione economico-sociale, che, pure con contributi successivi nel
`900, resta finora un torso. Ma la "estensione" verso l'analisi
storica, politica, culturale, anche filologica, (per non parlare della straordinaria
attenzione del tardo Marx per la scienza naturale del tempo), è inerente
alla duplicità di piani dell'opera sua: quello della pura teoria
del modo di produzione, che è teoria di una forma di moto
storica (e non propriamente "economica", anche se naturalmente
la relazione fondamentale, il rapporto di produzione, o insomma il rapporto
e processo di capitale, può dirsi economica) - e dell'uso
degli strumenti teorici da essa offerti nell'analisi di configurazioni,
eredità storiche, vita di "popoli" e "nazioni"
particolari, ecc.
2. Perché, poi, questa teoria pura del modo di
produzione capitalistico avrebbe tanta importanza? Per due motivi, direi.
Il primo, che appunto in quanto esposizione teorica di una forma di moto
(della vita di uomini producenti e associati nel rapporto di capitale),
essa ha una sua temporalità specifica, una tendenzialità (espansione
indefinita della produttività del lavoro, sussunzione di forme antecedenti
e loro inclusione nel proprio moto, estensione tendenziale del rapporto
mercantile a tutte le forme di vita, mercato mondiale) e una dimensione
storica (anche se - ovviamente - non cronologica e neppure, in senso stretto,
politica). Questa tendenzialità o temporalità
storica abbraccia tutta l'epoca della produzione capitalistica. E oggi,
quando cresce il numero di coloro che vorrebbero possedere strumenti teorici
per analizzare l'attuale regno universale del capitale, comprenderne le
modalità e i limiti, ed eventualmente (ma certo, sotto condizioni
pratiche tutte da trovare) restringerlo, una teoria di questa portata appare
- purché intesa nel suo altissimo grado di astrazione, che ne esclude
la applicabilità diretta al dato empirico - di grande interesse.
Il secondo motivo, poi, è che - come scrisse V.S. Vygodskij, il Nestore
della nuova filologia marxiana scomparso cinque anni fa - un'altra teoria
di questa envergure semplicemente non esiste. Potrà un giorno
esistere, certo. Ma non esiste. Ora, è sempre buona regola (in qualunque
campo d'indagine) quella di partire dalla massima e più comprensiva
teoria esistente, svilupparla, introdurre teorie e ipotesi sussidiarie,
e soltanto per questa via modificare, un giorno eventualmente abbandonare,
la teoria iniziale. In questo campo - ossia nel campo della scienza seria
- non vige l'arbitrio relativistico, non lo anything goes, non il
brillante inventore di verità ultime, ma, semplicemente, il lavoro
rigoroso.
E allora, che dire della "crisi del marxismo"? Tutte queste belle
cose non l'hanno impedita affatto, anzi non merita quasi più parlarne
- dirà qualcuno. A me pare di no. E, anzi, che convenga partire di
qui proprio per guardare avanti, alla esigenza di teoria per i problemi
del XXI secolo. Esigenza che è poi anche, e forse soprattutto, pratica,
certo urgente di fronte alle tragedie in corso, e all'impotenza nei loro
riguardi, cui con tanta persistenza e tanti mezzi ci si vorrebbe far rassegnare
- mentre, è pur vero, "un altro mondo è possibile".
Dunque, ricordiamo. Verso il 1980 [esce da De Donato uno studio di Roberto
Racinaro, dal titolo La crisi del marxismo: sottotitolo, nella copertina
in corpo molto più piccolo, nel dibattito di fine secolo;
un piccolo accorgimento, o gherminella editoriale, non di più, ma
era un segno dei tempi] la "crisi del marxismo" era su tutte le
bocche, particolarmente di quegli intellettuali e politici di sinistra che
avevano fiutato il vento, quello che li avrebbe portati verso nuovi lidi,
anche se non a nuove scoperte teoriche e scientifiche o, e o, nuove grandi
strategie. La storia del movimento operaio italiano, e nel suo ambito, p.
es., la cosiddetta crisi del marxismo nel dibattito tra Labriola, il giovane
Croce e altri negli ultimi anni dell'800, poteva interessare ormai pochi
specialisti. E anche questo era nel vento. Un decennio prima, nel primi
mesi del 1971, György Lukács, dettando gli ultimi capitoli a
noi rimasti del suo grande opus incompiuto, la Ontologia dell'essere
sociale, aveva offerto pagine cristalline e senza ambagi sulla "sterilizzazione
del marxismo" avvenuta nel corso di quattro-cinque decenni tanto in
occidente che in oriente. Questa sterilizzazione poneva l'esigenza di ricominciare
dal fondamento filosofico dell'intera concezione avviata da Marx, e sviluppata
poi in parte, ma anche bloccata e sterilizzata nel medio XX secolo, cui
il filosofo intendeva rispondere rintracciando l'ontologia dell'essere sociale,
imbricata su quella dell'essere cosmico non-vivente e su quella del vivente
- ontologia cui Marx, nell'800, aveva dato un contributo decisivo sì,
ma non fondante la teoria ex novo, né, ancor meno, esaurendola
(dato che questa, come ogni teoria autentica, non può esistere se
non svolgendosi).
Già da questi accenni brevissimi emerge che, se vogliamo cercare
un primo orientamento nella ingens silva di questioni cui il titolo
rimanda (e che ovviamente non saranno neppure tutte elencate nelle considerazioni
che seguono), occorre tener distinte tre dimensioni diverse:
- quella di un moto internazionale, nell'età del "Trionfo della
borghesia" e dell'imperialismo (la I, II, e III Internazionale, con
tutte le loro manifestazioni, strutture, alleanze ecc.), che si richiama
espressamente alle "idee di Marx": oggetto, questo, di studio
storico;
- quella, invece, di concezioni di gruppi intellettuali, loro svolgimento,
commistioni, crisi; quest'altra dimensione può essere studiata soltanto
nel duplice rapporto con le tradizioni di cultura e la loro elaborazione,
discussione politica, ecc., nei singoli Paesi - da una parte
- e, dall'altra, della combinazione-scontro di egemonie di classe
che costituisce, in ogni istante, la vita culturale dei popoli nel senso
più ampio[1] [per queste nozioni
di egemonia di classe, classe dirigente e classe dominante, blocco storico,
ideologia come "filosofia di ogni uomo" e suo moto insieme individuale
e collettivo, il riferimento evidente è ai Quaderni di Gramsci[2]];
- terzo, quella dei rapporti di produzione e dello sviluppo della riproduzione
sociale complessiva nel loro quadro ("progressivo" e/o "bloccante",
da vedersi analiticamente nei singoli casi): ossia della riproduzione
sociale complessiva in forma di modo di produzione capitalistico,
ai giorni nostri: questa dimensione non compare fenomenicamente senz'altro,
e rende intelligibili le altre due attraverso elementi intermedi (p. es.,
rapporto tra avanzamenti scientifici e innovazione tecnica che quelli rendono
possibile, senza mai determinarla direttamente).
Quest'ultima dimensione, oggi, rende possibile tentare una analisi della
mondializzazione - ossia dell'integrazione in corso, e dapprima economico-produttiva,
del genere umano, nelle sue diversità antiche e segmentazioni nuove
(e volute!), mediante il mercato mondiale capitalistico attuale,
con produzione a filiera, società transnazionali e multinazionali,
dominio della finanza ecc.). S'intende da sé come ciò sia
cosa ben diversa dalla cosiddetta "globalizzazione", comprendendo
non i soli aspetti tecnico-aziendali, imprenditoriali, monetari e finanziari,
ma anche l'elemento di tirannide contenuto nella progressiva riduzione di
numero dei centri di potere effettivo, nello svuotamento della politica,
nella dislocazione delle funzioni pubbliche ecc.; comprendendo altresì,
concettualmente, lo sterminio sistematico - non già dei soli (!)
popoli del "terzo mondo", ma, potenzialmente e attualmente, di
chiunque non sia "utile" (non c'è più infatti nulla
che sia soltanto "locale": quando le risorse ci sono, come
è in effetti, un buon ospedale a Firenze vuol dire: un altrettanto
buon ospedale a Palermo o a Nairobi potrebbe farsi, o prepararsi rispettivamente,
ma non si vuole).
Inoltre, il concetto di "mondializzazione" permette di
cominciare a render ragione delle reazioni, resistenze e lotte dei popoli
e dei lavoratori, dovunque - in condizioni altamente diversificate sì,
ma obiettivamente unificabili alla luce dello stesso principio, che "non
c'è più nulla di soltanto locale", cioè che comportamenti
diversissimi si riferiscono, anche se per lo più ancora inconsciamente,
a problemi in radice comuni [come ha scritto A. Catone, è partendo
dallo sviluppo del capitale che va inteso il neoliberismo, e non viceversa!].
La regolazione sociale totale mediante "il mercato" è pura
illusione propagandistica, s'intende; interessa invece, nel contesto, il
"limite della competizione" [Petrella et alii], cioè
il contrasto crescente tra uso razionale delle risorse per scopi razionalmente
determinati e la cosiddetta "razionalità del mercato".
Questo, appunto, non è un puro "problema economico", come
non è puro "folklore" p. es., l'elemento locale, tradizionale,
"folkloristico" dei Sem Terra brasiliani, ecc. ecc.
3. Ma G. Lukács dà, nelle pagine ricordate,
anche un'indicazione di contenuto. La "sterilizzazione del marxismo"
(a Est e a Ovest) avrebbe avuto due aspetti. La dogmatizzazione, o riduzione
a un canone ne varietur di "indicazioni dei classici" ,
escludente in linea di principio problemi nuovi; e la riduzione a una generica
critica dell'esistenza umana nel capitalismo (di nuovo il
capitalismo in generale ... ). Quest'ultima contribuì bensì
in alcuni casi a suscitare opere letterarie, critiche, filosofiche di notevole
rilievo, in rapporto con le tradizioni di cultura di Paesi determinati (basti
pensare a Sartre, Camus, Merleau-Ponty in Francia, alla letteratura e al
cinema neorealista in Italia, ecc.); in altri casi, aprì la via a
interessanti combinazioni con ricerche psicologiche e antropologiche diverse,
sorte autonomamente tra `800 e `900.
Ora questo doppio processo si svolge, sottolinea Lukács, sia ad Est
che a Ovest (nel periodo della contrapposizione tra i due blocchi). Vuol
dire questo che si è avuto a che fare con un marxisrno,
che però è stato "sterilizzato"? O è un'illusione
ottica, determinata, nel "politico" G. Lukács, dall'equazione
"scontro dei due sistemi mondiali" = "alternativa tra capitalismo
e socialismo"? Questa lettura riduce il filosofo alla sua collocazione
politica nel tempo, e lo tratta dunque come non-filosofo; soprattutto, essa
riporta l'autore della Ontologia dell'essere sociale, come ogni altro
autore, alla dimensione delle "scelte" e diatribe di intellettuali
in gruppi, che hanno esistenza culturale di momento in momento bensì,
dominano talora le mode, ma proprio per questo non hanno rilevanza teoretica.
Vero è che con "marxismo" si è inteso anche la forma
unificante di una intera eredità di cultura, la "cultura moderna"
(europea). (Non da Gramsci: il quale parla bensì di "tutta la
cultura moderna", di cui però "il marxismo ... è
stato una parte"; mentre la "filosofia della prassi" ha come
antecedente la storia moderna - in Gramsci, e già in Labriola).
Questa accezione ha buone ragioni che possono corroborarla, una miriade
di studi spesso utili su Marx e illuministi, economisti, filosofi classici
antichi e moderni - che talora la confortano e talora no; ed è alla
base della discussione sulle "fonti e parti integranti del marxismo",
che pure ha dato risultati interessanti nella prospettiva dell'insorgere,
tra il `600 e l'800, di una concezione rigorosa, o anche "scientifica",
dei processi storico-sociali.
Tuttavia, essa mi sembra decisamente limitata rispetto a quella labriolana
e gramsciana di un'eredità sempre di nuovo da riconsiderare, e di
uno sviluppo mai garantito, che sono contenuti nel concetto di "filosofia
della prassi". Non è il caso di entrare qui nel particolare.
Basti dire che se antecedente della "filosofia della prassi" è
lo sviluppo della civiltà moderna (europea), la stessa "filosofia
della prassi" si trova a buon diritto oggi, e non può non trovarsi,
a dover fare i conti con la critica e autocritica dell'eurocentrismo, del
sociologismo colonialista, di quel progresso dell'incivilimento che oscurava
e negava i suoi prezzi di barbarie e di sterminio negli altri continenti
(per tacere delle varianti bolse del genere: progresso = sviluppo della
tecnologia - le quali, a vero dire, non possono riguardare la filosofia
della prassi). Ma c'è di più.
La mondializzazione via dominio incontrastato del capitale è - forse
- forma antagonistica dell'unificazione del genere umano, maniera atroce
di stabilire criteri e valori di vita comuni mediante imposizione, sterminio
e ribellione. La produzione "a filiera" e computerizzata è
- forse - una tappa obbligata dello sviluppo della produttività del
lavoro sociale. Ma: questi sono problemi aperti oggi, sotto l'assillo
di un potere irrazionale che non solo massacra in interventi militari aperti,
ma stermina bloccando ogni uso razionale delle risorse, produce e diffonde
armamenti nucleari, chimici, batteriologici come durante la "guerra
fredda" e peggio; che rifiuta l'uso razionale della ecosfera, etc.
Insomma: se davvero la "civiltà moderna" pensata nella
idealità del suo concetto può essere ricondotta (contro il
nichilismo irrazionalista) alla universalità morale d'origine cristiana
filosoficamente riformulata da Kant, alla sfera della libertà ragionevole
di Hegel, al "libero sviluppo di ciascuno condizione del libero sviluppo
di tutti" del Manifesto - allora, mi sembra, quel che fa davvero
problema non è la "ribellione avventurosa" da Stirner a
Nietzsche a Foucault a Deleuze, ma il fatto che l'ambito degli scopi umani
possibili, ampliati via via dalla scienza, ma mai decisi da lei (come
vide Kant) si è ampliato abbastanza, certo grazie essenzialmente
alla "civiltà moderna (europea)", perché la gestione
razionale e ragionevole del globo e delle sue risorse sia necessaria
e urgente. Ma questa gestione razionale non può essere imposta
dall'alto: essa può realizzarsi solo entro e grazie a una umanità
pacificata. In questo consiste - a mio giudizio - la sfida prima per una
"filosofia della prassi" all'altezza del nuovo secolo: pensare,[3] con modestia e pazienza, le
modalità di un costituirsi non catastrofico della "umanità",
del "genere umano unificato mondialmente" (Gramsci) - "umanità"
e "genere umano" i quali tuttavia non sono politicamente
costituiti. (Il giorno in cui lo siano, è quello in cui si metterebbero
anche le briglie al tiranno.)
4. Da ultimo, "marxismo" è stato inteso
anche come assunzione dell'eredità progressiva, democratica, antioscurantistica
di popoli e nazioni. Specialmente nel `900, questo ha significato una massa
ingente di ricerche e attività, che i potenti di oggi vorrebbero
dimenticate, miranti a tener desta, a diffondere a approfondire la consapevolezza
di sé, con ciò la memoria storica e la dignità, di
grandi masse di uomini. La lotta contro la irratio è più
attuale che mai - ma occorre vedere la nuova dimensione del problema: in
breve, l'inaccettabilità di ogni forma di coscienza razionale
di massa per i potenti di oggi, nel che consiste un aspetto essenziale della
tirannia ("morte della politica" ecc.).
E in secondo luogo, a differenza da quanto poté valere nel `900,
la lotta contro la irratio implica oggi il riconoscimento della distinzione
tra Weltanschauung, [visione del mondo], e filosofia. La filosofia
delle scuole - scriveva Goethe in Poesia e verità - offrendo
ordinatamente risposte a tutte le domande, non risponde a nessuna domanda
vera, e disgusta gli intelletti più svegli. (Non molto diversa, salvo
nel tono, è la distinzione di Kant tra "nozione scolastica"
e "nozione cosmica" di filosofia.) Alle "domande vere",
cioè necessariamente nuove, la filosofia risponde producendo nuova
filosofia - nuove verità filosofiche. (Come avvenne per esempio quando
Spinoza, ponendo la questione ontologica di come potesse pensarsi
un ente infinito necessariamente verace, si lasciò alle spalle il
dio di Cartesio, definì la sostanza nel modo celeberrimo - e meritò,
come vediam meglio tre secoli dopo, l'epiteto allora infamante di "ateo
perfetto").
In altre parole: la "ideologia" pessima della "morte delle
ideologie" non si può controbattere mostrando la substitutionem
terminorum, la sofistica che essa contiene. Occorre prendere atto della
vasta opera di abbrutimento di massa in corso da decenni, sapere che la
maggioranza dei giovani e giovanissimi ignora affatto che cosa sia "ideologia",
"cittadinanza politica, sociale, culturale, ecc." - e che dunque
se la "filosofia della prassi" del secolo XXI saprà adeguarsi
al suo concetto (quello appunto che ne ebbero Gramsci e Labriola) le vie
della sua diffusione non potranno essere che quelle di una sua futura diffusività,
ora soltanto possibile - di una nuova presa di coscienza, in ogni
individuo, della possibile libertà, del possibile autogoverno
razionale degli uomini e della loro terra, e della tirannide che questo
vuole bloccare e soffocare.
Queste vie - mi sembra - un poco si delineano, in settori di ricerca economici,
giuridici, filosofici, in campi delle scienze "naturali", come
la biologia, che non possono più sottrarsi al confronto con la loro
stessa dimensione umana e sociale. E altrove, nelle scienze e nelle arti.
Talvolta anche in atti politici, come quello del novembre 2002 a Firenze.
Se queste vie, una volta percorse e intrecciate, prenderanno nome e terminologia
"marxista", non so, e non mi pare molto rilevante. L'essenziale
- mi pare - è fare il lavoro, portare avanti a tutti i livelli,
dal più alto teoricamente a quello quotidiano e "popolare",
l'opera della ragione, della libertà, della vita divenuta umanamente
possibile, contro la tirannide e lo sterminio. Questo potrà essere
il "fare", nel XXI secolo, che seguirà al "marxismo"
e ai "marxismi" storicamente esistiti, li continuerà, supererà
- e si lascerà alle spalle la "crisi del marxismo".