COME SI CREA UNA CRISI
guerre finanziarie: Asia 1997 - istruzioni per l'uso
Vladimiro Giacché
La guerra finanziaria è una forma
di guerra non militare
Il cui potere distruttivo è almeno pari a quello di una guerra cruenta.
Noi riteniamo che presto la "guerra finanziaria"
diventerà sicuramente uno dei lemmi dei vari dizionari del gergo
militare ufficiale
come pure crediamo che, quando rileggeremo i libri di storia
sulla guerra del ventesimo secolo, il capitolo sulla guerra finanziaria
sarà quello che più richiamerà la nostra attenzione.
[Quiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti, 1999]
Premessa. È difficile non definire orwelliana l'atmosfera
di questi nostri giorni, in cui si cerca di far diventare senso comune anche
il principio che "la guerra è pace". Cosicché
i militari uccisi nel corso dell'occupazione di un paese che era stato aggredito
militarmente - violando ad un tempo la Carta dell'Onu e la Costituzione
italiana - possono diventare, nelle parole del post[?]fascista Fini, "simbolo
di pace" e addirittura "costruttori di pace". Il fatto che
queste parole siano state pronunciate in Israele, paese noto per il suo
inestimabile contributo alla pace in medioriente, le rende particolarmente
grottesche, ma non per questo meno in linea con lo "spirito dei tempi".
Uno degli scopi che questa rivista si è prefissa sin dal primo numero
è stato viceversa quello di ripetere e dimostrare che "la
guerra è guerra". Impresa senz'altro meritoria: in epoche
come l'attuale, anche le tautologie vanno difese, anche le banalità
diventano un presidio contro la barbarie. Ma la Contraddizione ha
fatto qualcosa di più: ha mostrato, cioè, che spesso la
pace è guerra; che anche ciò che non rientra nel
concetto comunemente accettato di "guerra" deve invece
essere interpretato e riconosciuto come tale. In questa direzione va anche
il presente articolo, che intende riproporre, con riferimento ad un caso
specifico, qualche dato di conoscenza rispetto ai meccanismi concreti di
quelle vere e proprie guerre non dichiarate - ma non per questo meno
reali - che sono le guerre finanziarie.
Uno strano accostamento. Nelle settimane successive all'11 settembre
fece un certo scalpore negli Stati Uniti la notizia che un libro, scritto
da due colonnelli dell'esercito popolare cinese già nel 1999, parlava
esplicitamente di bin Laden e degli attentati terroristici in relazione
ad una nuova modalità di guerra: la "guerra asimmetrica".
Curiosamente, nei dibattiti e nelle polemiche che si succedettero sull'argomento,
nessuno fece caso al fatto che bin Laden venisse più volte citato
dai due autori cinesi in una ben strana compagnia: quella del finanziere
George Soros, che nel libro viene esplicitamente definito "un terrorista
finanziario".[1] Questa etichetta
così poco benevola è motivata dagli autori nel modo che segue:
"Anche se nessuno fino ad oggi ha catalogato questi signori eleganti
ed impeccabili - gli speculatori finanziari internazionali - tra le file
del terrorismo, stando alle loro azioni e alle conseguenze disastrose che
queste hanno causato in Inghilterra, Messico e sud-est asiatico, nessuno
di loro - al pari dei banditi informatici e di bin Laden - sfigurerebbe
nel confronto con i terroristi. Si prenda Soros come il rappresentante dei
grandi squali della finanza, forte di un volume di affari quotidiano che
superava i centoventi miliardi di dollari in flottante: egli ha usato gli
strumenti finanziari derivati e la liberalizzazione dei flussi finanziari
per fomentare l'instabilità e causare un terremoto finanziario dopo
l'altro... Considerando che le caratteristiche tipiche del terrorismo
comprendono l'essere transnazionale, occulto, senza regole e tremendamente
distruttivo, è giustificato definire tali azioni terrorismo
finanziario".
E' importante sottolineare che non si tratta di un'impostazione moralistica.
Semplicemente, gli autori del libro si pongono una domanda: "L'uso
di strumenti finanziari per distruggere l'economia di un paese può
essere visto come un atto di guerra?". E la loro risposta è
affermativa: "per come noi lo vediamo, un crollo del mercato azionario
ad opera dell'uomo, ... come anche uno scandalo o una voce che provochi
una fluttuazione dei tassi di cambio del paese nemico ..., sono tutti
scenari che possono rientrare nel novero delle armi di nuova concezione".
A quest'ultima affermazione si sarebbe tentati di rispondere che la novità
è relativa: in effetti, nella storia moderna non mancano esempi di
conflitti decisi in un senso o nell'altro da fluttuazioni dei cambi o dalla
volatilità dei mercati finanziari (secondo Marx, tra questi conflitti
rientravano le stesse campagne napoleoniche). A ben vedere, però,
qualcosa di nuovo c'è: ed è rappresentato dalla portata del
processo di liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello mondiale
avvenuto dalla seconda metà degli anni ottanta. Sono per l'appunto
le dimensioni di tale processo, testimoniato dalla crescita esponenziale
delle transazioni finanziarie giornaliere a livello mondiale (passate dai
10-20 mrd $ del 1970 ai 2000 mrd $ del 1998) [vedi L. Gallino, Globalizzazione
e disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 17 e 111], a rendere
più che mai le ondate del capitale monetario simili a marosi cui
nessuna diga può resistere. Per aver chiaro come tali ondate possano
trasformarsi in vere e proprie armi economiche di distruzione di massa,
è sufficiente fare riferimento alla crisi dell'Asia degli anni 1997-98.
Come si fabbrica una crisi finanziaria. "Dopo la crisi finanziaria
subita dal sud-est asiatico, nessuno potrà essere colpito da una
'guerra finanziaria' più di quanto esso lo sia stato... Un attacco
finanziario a sorpresa, deliberatamente pianificato e sferrato da detentori
di capitale mobile internazionale, è in ultima istanza servito per
mettere in ginocchio, uno dopo l'altro, paesi che fino a poco tempo prima
venivano salutati come 'piccole tigri' e 'piccoli draghi'. La prosperità
economica che una volta suscitava la costante ammirazione del mondo occidentale
si è trasformata in depressione, ed è scomparsa come le foglie
di un albero sono spazzate via in una sola notte dal vento d'autunno. Dopo
un solo round del combattimento, le economie di una serie di paesi sono
arretrate di dieci anni e, cosa ancora più drammatica, tale sconfitta
sul piano economico ne ha fatto precipitare, sino quasi al completo cedimento,
l'assetto sociale e politico. Le vittime del caos che ne è seguito
non sono state inferiori a quelle di una guerra regionale e il danno arrecato
al tessuto sociale è stato addirittura superiore". Così
gli autori di Guerra senza limiti, che nel loro libro definiscono
la crisi asiatica come un attacco sferrato per mezzo di una "combinazione
sovranazionale": ossia una combinazione di poteri statali (governo
Usa e Federal reserve), poteri sovranazionali (come l'Apec, che nell'occasione
fu paralizzato dai veti Usa), poteri transnazionali (Fmi e Banca mondiale)
e poteri non-statali (come il Quantum fund di Soros, le agenzie di
rating e le grandi banche internazionali). Di passaggio, si può
osservare che il concetto di "combinazione sovranazionale", composta
di elementi statuali (e sovrastatuali) e non-statuali, è coerente
con la concezione leniniana dell'imperialismo, di cui non si ripeterà
mai abbastanza che si tratta di una concezione prima economica che politica.[2]
Ma la cosa più importante, e decisamente sorprendente, è un'altra:
ossia che la diagnosi della crisi asiatica offerta dagli autori cinesi coincide
nella sostanza (e non di rado anche nei particolari) con quella offerta
da una "persona informata dei fatti": ossia l'economista statunitense
Joseph Stiglitz, che all'epoca era consigliere di Clinton e chief economist
alla Banca Mondiale.[3] Proviamo quindi
a ripercorrere le tappe della crisi dell'Asia, valendoci anche dei
dati offerti da Stiglitz.
1) Nei primi anni novanta i paesi del sud-est asiatico vengono indotti (in particolare dal Fmi) a liberalizzare i mercati finanziari ed i movimenti di capitale. Il motivo: attrarre fondi per lo sviluppo. Si trattava di un motivo doppiamente sbagliato: in primo luogo, quei fondi non erano necessari perché si trattava di paesi con un tasso elevato di risparmio, più che sufficiente a finanziare lo sviluppo (30-40% del pil, contro il 18% degli Usa e il 17-30% dell'Ue) [per inciso, da allora ad oggi il tasso di risparmio Usa è crollato, sino a divenire negativo]; in secondo luogo, come avrebbe dimostrato l'esempio della Cina, la liberalizzazione dei movimenti di capitale non è indispensabile al fine di attrarre capitali. Alla prova dei fatti, la liberalizzazione dei movimenti di capitale nei paesi del sud-est asiatico risulterà utilissima, ma per i detentori di capitali in eccesso nei paesi capitalistici avanzati.
2) 2 luglio 1997: il baht tailandese, il cui rapporto di cambio col dollaro era di 25 a 1 da circa 10 anni, svaluta in un giorno del 25%. è l'inizio della crisi asiatica. I problemi valutari della Tailandia hanno due motivi principali: un elevato livello di indebitamento a breve termine del paese nei confronti di controparti estere, e un vero e proprio attacco speculativo (condotto da Soros - anche se Stiglitz questo non lo dice). Gli speculatori scommettono sull'indebolimento della valuta tailandese e cominciano a venderla contro dollari: la cosa è resa semplicissima dalla libertà di movimento dei capitali introdotta pochi anni prima. Ma quando gli speculatori cominciano a vendere la valuta, questa si indebolisce - e dà ragione alla loro scommessa. Così è avvenuto col baht tailandese (e nel 1992 con la sterlina inglese e la lira italiana, nel 1994 col peso messicano, nel 1998 con il rublo russo, ecc.): in gergo si chiamano "profezie che si autoavverano".
3) Settembre 1997: si svolgono a Hong Kong le assemblee annuali di Fmi e Bm. Ai timori di contagio espressi dagli esponenti dei paesi asiatici fa riscontro la tendenza a minimizzare il problema da parte degli Usa e del Fmi. Clinton liquida il crollo del baht come un semplice "intoppo" sul cammino della crescita economica di questi paesi. Il Fmi addirittura chiede maggiori poteri per costringere altri paesi del terzo mondo a liberalizzare i movimenti di capitale. Si tratta di un atteggiamento ben diverso da quello assunto in occasione della crisi del Messico del 1994, allorché un immediato intervento del governo Usa e del Fmi evitò l'estendersi della crisi.
4) A fine settembre la crisi si estende all'Indonesia, a dicembre è la volta della Corea del Sud. Come scoppia la crisi coreana? Stiglitz la racconta così: "cominciò a correre voce a Wall Street che la Corea fosse nei guai, che non sarebbe stata in grado di rinnovare i prestiti in scadenza presso le banche occidentali e che non aveva riserve per rimborsarli. Voci di questo genere possono trasformarsi in profezie che si autoavverano... In breve tempo le banche, che fino a pochissimo tempo prima erano ansiose di concedere prestiti alle aziende coreane, decisero di non rinnovare i mutui. Quando tutte le banche decisero di non rinnovare i prestiti, la profezia si avverò: la Corea era davvero nei guai".
5) Il Giappone offre 100 mrd $ per creare un fondo monetario asiatico al fine di far riprendere le economie dell'area (il tutto ovviamente non per buon cuore, ma per evitare un effetto contagio della crisi). La proposta si infrange contro il veto del Fmi e del Tesoro americano, preoccupati che i prestiti ai paesi in crisi vengano erogati senza le condizioni (capestro) che il Fmi impone in questi casi. Il contagio si espande a tutte le economie dell'area che avevano liberalizzato i movimenti dei capitali.
6) Interviene il Fmi. Che per prima cosa vieta ai paesi interessati dalla crisi di porre limiti ai movimenti di capitale a breve termine (il cui improvviso deflusso aveva fatto scoppiare la crisi). Tra i paesi coinvolti, soltanto la Malesia si rifiuterà di seguire i diktat del Fmi e metterà severe restrizioni ai movimenti di capitali a breve termine: con il risultato che in Malesia la crisi sarà meno grave e la ripresa più rapida che in tutti gli altri paesi coinvolti. En passant, varrà la pena di ricordare che l'unico paese rimasto immune dalla crisi asiatica è stato la Cina, che semplicemente non aveva (e tuttora non ha) liberalizzato i movimenti di capitale. Anziché accettare limiti ai movimenti di capitale, il Fmi concede enormi prestiti in dollari ai paesi colpiti dalla crisi (17 miliardi alla Tailandia, 33 all'Indonesia, 55 alla Corea del Sud) per sostenere il cambio delle rispettive valute. Questi dollari svolgono due funzioni: vengono girati alle imprese locali, che così ripagano in dollari i loro debiti con le banche internazionali (salvando queste ultime...); inoltre, sostengono per un breve periodo i cambi, consentendo ai capitalisti locali di convertire in dollari i loro patrimoni, per poi trasferirli all'estero. A questo punto le valute locali ricominciano a svalutare.
7) Di fatto, ogni sostegno dei cambi fallisce e la crisi si approfondisce: tutti questi paesi entrano in recessione (e ora ci sono anche i prestiti del Fmi da ripagare...). La crisi presto si aggrava, anche perché il Fmi aveva condizionato i propri prestiti a tre condizioni per "attrarre capitali dall'estero e risanare i conti": un forte aumento dei tassi di interesse, aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica. Di fatto vengono imposte politiche economiche fortemente restrittive in un momento di debolezza congiunturale. Si tratta (ad eccezione del protezionismo) esattamente della stessa politica seguita dal presidente americano Hoover allo scoppio della crisi del 1929, con i risultati che tutti conoscono: oltre un decennio di stagnazione, a cui pose fine soltanto il riarmo statunitense e la seconda guerra mondiale. Anche nel caso dell'Asia, come si vedrà subito, queste sagge politiche imposte dal Fmi trasformano la recessione in depressione.
8) Aumenti delle tasse e tagli alle spese pubbliche causano un crollo della domanda interna in questi paesi, mentre l'aumento stratosferico dei tassi di interesse dà il colpo di grazia ad una grande quantità di imprese (che - come il Fmi sapeva benissimo - erano fortemente indebitate); il debito delle imprese era stato in qualche caso (lo si è visto a proposito della Corea del Sud) addirittura la miccia che aveva fatto esplodere la crisi; si verificano fallimenti a catena anche delle banche. È utile soffermarsi in particolare sull'aumento dei tassi di interesse: ai paesi asiatici in crisi furono imposti aumenti anche del 25%. A questo proposito non sarà fuori luogo ricordare che oggi Greenspan, il governatore della Federal reserve, si guarda bene dall'aumentare i tassi di interesse Usa anche soltanto di uno 0,5% (nonostante che da due anni si trovino al loro minimo quarantennale), e questo per paura di bloccare la "ripresa economica": bene, ai paesi asiatici in crisi furono imposti dal Fmi aumenti 50 volte superiori! Alla luce di questo, non ci si può davvero meravigliare che il tasso di insolvenza sui prestiti concessi alle imprese abbia raggiunto il 75% del totale in Indonesia e il 50% in Tailandia ...
9) A questo punto il Fmi sollecita i paesi colpiti dalla crisi a chiudere le imprese in crisi o a venderle, anche a prezzi di saldo. Sottolinea in particolare la necessità che le imprese siano gestite da management straniero (cosa di cui per decenni nessuno aveva avvertito l'esigenza), e dice che a questo fine è essenziale che le aziende siano vendute al capitale straniero (ovviamente, non esiste invece alcun nesso automatico tra nazionalità del management e proprietà dell'impresa).
10) Le vendite vengono gestite dalle stesse istituzioni finanziarie straniere (per lo più banche d'affari statunitensi) che avevano fatto precipitare la crisi ritirando precipitosamente i loro capitali da questi paesi. Anche in questo caso, come nelle loro precedenti operazioni speculative sui cambi, queste istituzioni incassano laute commissioni. Quanto alle imprese vendute, molte di esse passarono definitivamente sotto il controllo del capitale Usa o europeo. Altre furono semplicemente comprate a prezzi d'occasione da società finanziarie e fondi di investimento, per poi essere rivendute dagli acquirenti, con una lucrosa plusvalenza, una volta iniziata la ripresa economica (ovviamente senza che nel frattempo fosse stata introdotta nessuna particolare "innovazione manageriale"...).
Sconfitti e vincitori. Sin qui la storia delle tappe della crisi.
Ma vediamo più da vicino chi siano stati i vinti e i vincitori. Per
quanto riguarda gli sconfitti, rintracciarli non è difficile:
si tratta del proletariato urbano e delle popolazioni rurali dei paesi investiti
dalla crisi. Ecco cosa ne dice Stiglitz: "Sono stati i lavoratori urbani
più poveri a soffrire maggiormente della crisi... La percentuale
di disoccupati è quadruplicata in Corea, triplicata in Tailandia
e decuplicata in Indonesia... In Corea del Sud, la povertà urbana
è quasi triplicata e circa un quarto della popolazione è caduto
in povertà, in Indonesia, la povertà è raddoppiata.
Nel 1998 il pil dell'Indonesia è sceso del 13,1%, in Corea del 6,7%
e in Tailandia del 10,8%. Tre anni dopo la crisi, il pil dell'Indonesia
era ancora inferiore del 7,5% a quello di prima della crisi e quello della
Tailandia del 2,3%". Dietro queste cifre, ci sono le concrete sofferenze
delle popolazioni interessate, ossia di centinaia di milioni di persone:
del resto è noto l'aumento della prostituzione femminile ed infantile
in Tailandia, come pure il fatto che, soprattutto in Indonesia, la crisi
ha innescato dinamiche da vera e propria guerra civile e reso possibile
(guarda un po'...) un forte sviluppo dell'integralismo islamico.
E i vincitori? I grandi fondi speculativi (a cominciare da quello
di Soros), le grandi banche internazionali (in particolare le banche di
investimento statunitensi), le grandi corporations statunitensi ed
europee (che hanno visto spazzati via concorrenti pericolosi, o li hanno
acquistati a prezzi d'occasione). In generale, del capitale in eccesso è
stato distrutto, e l'economia capitalistica ha potuto riprendere il suo
cammino nichilistico. Ma c'è un vincitore più vincitore di
tutti, ed è rappresentato da Wall Street. La piazza finanziaria americana
ha infatti direttamente e grandemente beneficiato della crisi asiatica,
in quanto su di essa si sono riversati i capitali in uscita dall'Asia.
Alla luce di tutto questo, è difficile stupirsi del fatto che in
Asia molti pensino ad una vera e propria guerra coscientemente pianificata.
Del resto, lo stesso Stiglitz, se pure a parole rifiuta la teoria di una
"cospirazione tramata per indebolire deliberatamente l'est asiatico,
o almeno per fornire occasioni di guadagno ai frequentatori di Wall Street
e di altri centri nevralgici della finanza", alla fine finisce per
dire qualcosa di non molto diverso: ossia che l'Fmi rifletteva "gli
interessi [!] e l'ideologia della comunità finanziaria
occidentale". E in un passo ci offre la chiave di lettura
di tutto: "immaginiamo un uomo d'affari di Giakarta che ha investito
quasi tutto il suo patrimonio nell'Est asiatico. Con il crollo dell'economia
regionale... si rende improvvisamente conto che il suo portafoglio non è
sufficientemente diversificato e sposta i suoi investimenti verso il
mercato azionario statunitense che invece è in pieno boom".
Qui Stiglitz ci dice la verità, ma non tutta la verità.
Perché il punto è che proprio questi flussi di capitali in
fuga dall'Asia hanno rappresentato il principale ed ulteriore alimento
dell'enorme bolla speculativa statunitense della fine degli anni
novanta: è sufficiente esaminare il più semplice dei grafici
per rendersi conto di come il crollo dell'Asia corrisponda all'inizio della
resistibile ascesa delle azioni della "new economy". Sono
insomma questi capitali ad aver permesso all'"irrazionale esuberanza"
dei mercati Usa (di cui Greenspan aveva parlato già nel 1997) di
continuare sino al marzo 2000.
Continua ...
La maniera migliore per risultare vincitori è controllare, non uccidere
[Quiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti]
Da allora, certamente, molta acqua è passata sotto i ponti, a
cominciare dal fatto che il mercato azionario statunitense non è
più "in pieno boom", e che per fargli tirare
un po' il fiato quest'anno c'è voluta anche una guerra militare.
Nel frattempo, si sono avute altre guerre finanziarie piuttosto serie,
sia pure meno gravi di quella asiatica: nel 1998 in Russia, nel 1999 in
America Latina, nel 2001-2002 è esplosa la crisi argentina. Nel 2002,
poi, con l'approssimarsi dell'elezione di Lula in Brasile, si è avuto
un caso esemplare di uso del terrorismo finanziario come arma di condizionamento
politico. Merita soffermarsi brevemente su quest'ultima vicenda, anche
se non è qui possibile ovviamente ripercorrerne tutte le tappe. Basterà
dire che l'attacco alla valuta brasiliana è durato, tra alti e bassi,
da maggio a ottobre 2002, e che nel solo mese di settembre del 2002 il real
ha perso il 22%: l'Espresso allora scrisse che "forse"
si trattava di "un avvertimento per intimorire gli elettori nel caso
che Lula vincesse al primo turno". I risultati non si sono fatti attendere.
Lula ad ottobre 2002 ha vinto (al secondo turno) le elezioni, non senza
aver garantito il rispetto delle condizioni del Fmi, l'autonomia della banca
centrale e misure di "austerità fiscale". Il punto è
che, come notò sul Corriere della sera l'economista Giavazzi,
"il Brasile non può permettersi di perdere la fiducia dei
mercati e l'accesso al credito internazionale" [4.10.2002].
Cosicché, se ancora alla vigilia delle elezioni presidenziali in
Brasile i giornali finanziari del mondo intero intonavano in coro che "I
mercati temono Lula", a distanza di qualche mese si sono dovuti
ricredere: "il diavolo si è rivelato un innocente angioletto"
[cfr., rispettivamente del Sole 24 ore, 12.10.2002, e di Finanza
& Mercati, 17.10.2003]. E sarebbe stato decisamente ingeneroso pensarla
diversamente, alla luce della "riforma" delle pensioni, dei tagli
alle spese, dei tassi di interesse oltre il 25%.
Infine, per avere un quadro della situazione attuale sarà sufficiente
riproporre le posizioni ospitate da un periodico brasiliano del dicembre
scorso. Da un lato Dalmo Dallari, intellettuale vicino al partito di Lula
ma critico nei confronti della sua politica, sostiene che "uno
degli errori del governo è stato di non aver voluto pestare i piedi
ai grandi interessi finanziari e di aver fatto troppe concessioni al Fmi".
Gli risponde il ministro dello sviluppo economico, Tarso Genro: "Si
trattava di una scelta obbligata. Il governo aveva due possibilità:
o decideva di combattere da solo il sistema finanziario mondiale o avviava
una graduale transizione da un modello neoliberale a un modello di sviluppo
sostenibile" [Caros amigos, dicembre 2003]. Che cosa
sia un "modello di sviluppo sostenibile" francamente non
lo sappiamo (e probabilmente non lo sa neppure Tarso Genro). Ma, in tutta
evidenza, per chi oggi governa il Brasile la cosa decisiva da sapere è
un'altra: quale sia il modello di "sviluppo tollerabile".
"Tollerabile", cioè, dalle parti di Washington e di Wall
Street.