Nota


LE FORME DEL CORPORATIVISMO
il neocorporativismo nelle diverse fasi della crisi

Gianfranco Pala


Moralmente e filosoficamente condivido praticamente tutto
del libro del prof. Hayek,
La strada dell'asservimento;
e non si tratta di un semplice consenso
ma di una condivisione profondamente motivata.
Laddove sacrifici economici siano richiesti per garantire vantaggi non economici,
è soprattutto la dottrina comunista a essere disperatamente fuori moda.
Ciò che occorre è una restaurazione di un pensiero moralmente corretto,
un ritorno a giusti valori morali nella nostra filosofia sociale,
orientando le menti e i cuori alla questione morale.

[John Maynard Keynes, Opere, XXVII.385-387].

Quando si parla di neocorporativismo come tendenza generale dell'attuale imperialismo sono necessarie diverse precisazioni. L'uso, sempre ambiguo, del prefisso "neo", in genere si appone a un termine quando non si sa definire in positivo il concetto che la parola di nuovo conio vuole esprimere. Nel presente caso, tuttavia, gli elementi generali comuni del corporativismo non mutano la loro sostanza nel tempo, adeguandosi soltanto nella necessaria universalità del concetto che ne racchiude tutte le diverse forme storicamente determinate e concrete. Ed è precisamente di tale differenza, nell'indifferenza della categoria, che si parla.
Tutta l'"economia politica", incrollabilmente fondata su schemi cosiddetti "neoclassici", marginalistici o keynesiani, anela intrinsecamente alla visione corporativa. A es., nella funzione di produzione neoclassica è funzionale al sistema la presenza di lavoro senza altra qualificazione in una molteplicità di altri fattori produttivi. La forma sociale della dipendenza del lavoro non c'è, svuotando il concetto di rapporto sociale del "capitale" stesso. Da Say a Keynes, tutti sostengono che "per "lavoratore" s'intende qualsiasi persona che viva del suo lavoro. Contadini, artigiani, operai, artisti, preti, soldati, re, sono tutti lavoratori" [Silvio Gesell]. E i salariati, no?! Per tutti quanti, "anche i profitti devono essere considerati come retribuzione del lavoro". Sicché affermano che il salario è il prezzo che l'imprenditore paga per le merci che gli fornisce il lavoratore.
"La parola "salario" è superflua in economia politica", dicono conseguentemente, poiché quel "salario" non sarebbe altro che il prezzo del prodotto, meno ciò che va al capitale! Scompare ogni riferimento a un qualsiasi agente della produzione capitalistica che si caratterizza invece per avere alle sue dipendenze dei lavoratori. Misurando i compensi dei lavoratori ai guadagni delle aziende, si muta la sua stessa figura nei rapporti con il capitale, il che trasforma qualitativamente quel compenso (mettendo sullo stesso piano lavoratori e imprenditori) e non solo quantitativamente. La corporazione si presenta così come cointeressenza obbligatoria alle sorti del capitale.
Qui però non si vuol dire che "economia" è sinonimo di "corporativismo" tout court anche se proprio questa è la tendenza intrinseca del capitale. Sarebbe fuorviante non sottolineare la specificità delle forme corporative stesse. L'economia del capitale è basata sempre sulla violenza esercitata nei confronti del lavoro salariato, almeno come espropriazione. Ma essa si manifesta sotto vesti differenti, storiche e territoriali, ora più ora meno esplicite, autoritarie o consensuali, sanguinarie o pacificatrici. Mentre con i termini di aperta violenza ci si può riferire agli innumerevoli aspetti del comando capitalistico più repressivo, il corporativismo, nelle sue diverse forme, mira a presentarsi con l'ideologia dell'armonia e della pace sociale.
Se la pace sociale era, ed è, il solo vero e unico obiettivo del capitale, le vie per perseguirla - con le cattive o con le finte "buone" - sono molto differenti tra loro. Il capitale in sé non nasconde le classi e la loro lotta; anzi, ne fa un motivo di forza e, ove occorra, impone decisamente tale antagonismo. La concezione corporativa, viceversa, serve per sopprimere e reprimere il conflitto di classe (epperò rimuovere le classi medesime) in quanto limite all'espansione interna dello stato e fattore di divisione della comunità nazionale. I dominati sono ridotti, coattivamente o suasivamente, all'inerzia.
Mentre il moderno corporativismo storico è una dottrina politica elaborata dai teorici dello stato fascista, che si impone attraverso la forza armata della classe dominante, il corporativismo contemporaneo, o neocorporativismo, persegue gli stessi obiettivi del corporativismo storico con altri mezzi, apparentemente incruenti. Le forze produttive della società vengono sempre presentate come corpora, corpi, corporazioni; ma - come Marx insegna - è una falsa astrazione considerare l'"economia nazionale" quale "corpo collettivo" (comunque esso sia mascherato sotto la specie del moderno stato corporativo o neocorporativo).
Lo stato - privatizzato per destinazione capitalistica - in generale sostituisce e coordina gli interessi particolari in una forma corporativa moderna superiore, quale "formalismo di stato", nel grande "corporativismo generale" dell'imperialismo che scaccia il piccolo corporativismo particolaristico [cfr., Marx, Il 18 brumaio]. Ma il neocorporativismo, con l'istituzionalizzazione della rappresentanza ufficiale del lavoro (partiti, associazioni, sindacati confederali o meglio d'azienda), si differenzia dalla precedente forma storica in tema di organizzazione del lavoro (appartenenza di corpo, professionalità, cottimo collettivo, concorrenza e controllo reciproci tra lavoratori), forme di repressione (imposizione istituzionalizzata "democratica" di un concerto preventivo e coercizione del "consenso" al posto della forza militare) e giustificazione ideologica (scientismo del modo capitalistico di produzione nel mercato mondiale).
Tuttavia, anche quest'ultima forma assume caratteri diversi a seconda che si sia in una fase di crescita o di crisi dell'imperialismo capitalistico. E in caso di crisi, per le ambiguità che sottende, il capitale procede a una separazione delle masse, chiamando la maggioranza al consenso per la repressione delle minoranze. Man mano che il costo sociale delle politiche neocorporative nella crisi supera la soglia della tollerabilità e del consenso popolari, si può perciò facilmente regredire al corporativismo fascista. Senza rifare la storia del corporativismo [cfr. le voci del Quiproquo (curate da Gianfranco Ciabatti e Carla Filosa), reperibili in rete a www.contraddizione.it, oppure sul no.36 della rivista; sempre di Gianfranco Ciabatti, Il neocorporativismo: le nuove forme di dominio dell'imperialismo transnazionale, (a cura di Carla Filosa), Laboratorio politico (la Città del Sole), Napoli 1995; e la voce Neocorporativismo tra "qualche tema", testi anche questi in rete], conviene sottolineare alcuni punti basilari per ciò che si vuole argomentare.

In primo luogo, entrando nel contenuto della questione, è abitudine diffusa ritenere che qualsiasi forma di corporativismo debba riferirsi quasi esclusivamente a relazioni di tipo sindacale. È vero che, una volta costituitisi i sindacati come prima organizzazione autonoma della classe lavoratrice, obiettivo del capitale (dal nazifascismo alla "democrazia americana" al più recente sistema giapponese) è sempre stato la soppressione o il "pieno controllo dell'impresa sul sindacato" [Taiichi Ohno]. Ma questo è solo il punto empirico di partenza. Entro questa impropria limitazione, si colloca l'ulteriore confusione che circoscrive l'andamento "corporativo" a faccende puramente "categoriali", principalmente da parte di falsi "critici" del corporativismo. Gli apparati sindacali definiscono erroneamente "corporative", infatti, le lotte per il salario che i lavoratori di determinate categorie conducono al di fuori del controllo degli apparati stessi. Simile nozione di "corporativismo" non ha riscontro nella storia politica e teorica. Il motivo di ciò è abbastanza chiaro.
Il corporativismo, al contrario, implica l'imposizione della volontà generale della classe proprietaria, padronale, al proletariato subalterno, svuotato di qualsiasi autonoma determinazione, estorcendo a quest'ultimo il consenso e la partecipazione. È più che ovvio, allora, che in questa accezione compiuta il corporativismo - in ogni sua forma storica, classica, moderna o nuova - abbia le sue radici nell'intera economia del capitalismo, e in particolare nel suo peculiare carattere di classe. L'aspetto politico di esso (quello partitico, governativo, giudiziario, ecc.) ne rappresenta la logica e primaria conseguenza. Il rabbassarlo a mera prassi sindacale (in positivo o negativo) dipende in fondo dalla circostanza che esso tratta immediatamente di rapporti di lavoro salariato, senza tener conto che essi sono rapporti di classe del modo di produzione capitalistico, ovverosia rapporti di proprietà.
Per le radici storiche del corporativismo moderno qui basterà ricordare che, nella prima metà del XIX sec. di fronte ai primordi del socialismo, l'armonia tra le classi e la pace sociale fu la prima linea di difesa della proprietà capitalistica. Il corporativismo, che rinasceva dalle ceneri delle gilde medievali di arti e mestieri, fu allora caratterizzato da una doppia veste ideologica: quella cattolica e quella tecnica economica. Per questa seconda teorizzazione della "collaborazione di classe" si risale al liberismo di Babbage, Ure, Bastiat, ecc., o all'utopismo di Owen, Proudhon e simili.
La prima rimanda invece alle mediazioni etiche della cosiddetta "questione sociale", dall'ideatore delle "dame di San Vincenzo", Ozanam, al sacerdote Lammenais, dal vescovo di Mainz, von Ketteler, per arrivare al papa Leone XIII, che siglò l'enciclica Rerum Novarum, affidandola soprattutto alle cure dell'ideologo Giuseppe Toniolo, poi elevato - nel 1942! - alla venerazione degli altari [in quegli stessi anni di "sfascismo" veniva pure ristampato un libello didattico di Amintore Fanfani (cfr. Il significato del corporativismo, pure parzialmente riportato in la Contraddizione, no.19), dove l'allor giovane fascistello tesseva ampi elogi di corporativismo e supremo interesse della nazione, sciopero come reato, pace sociale, gioia, onore ... e duce, per "conservare la proprietà privata, che completa la personalità umana": non occorre spendere altre parole].
Con l'enciclica del 1891 sulla "questione sociale", il potere ecclesiastico cattolico si poneva lo stesso problema che, poi, il fascismo riprese sistematicamente, per primo, in Italia. In realtà, il moderno corporativismo rispecchiava la centralizzazione imperialistica capitale, dei "grandi imperi industriali che progressivamente vanno assoggettando le masse". La "più salda disciplina sociale", attraverso la coesistenza forzosa di lavoratori e imprenditori, garantiva la "solidarietà nazionale dei produttori", in una società "più giusta", costruita sull'associazionismo per il "bene comune", in un'unità di padroni e lavoratori, con lo stato nel ruolo di patrocinio corporativo. Per Mussolini nel 1923 l'antitesi socialista non era reale. "La collaborazione è in atto. Bisogna costruire un fronte unico dell'economia, bisogna eliminare tutto ciò che può turbare il processo produttivo, raccogliere in fascio le energie produttive del paese nell'interesse della Nazione".
E mentre i capitalisti "utilizzano lo stato di pace sociale instaurato dal governo fascista - aggiungeva, per chiarire le idee - sarei felice domani di avere nel mio governo i rappresentanti diretti delle masse operaie organizzate". Al potere ecclesiastico era demandato il compito di assicurare la proprietà privata, convogliando le masse impoverite ad accettare sacrifici e sopportazione. In nome del principio catechistico di "sussidiarietà", con la chimera di "solidarietà" contro conflittualità sociale, la chiesa cattolica cercò di raggiungere due suoi obiettivi sociali primari, coartando "i ceti sociali inferiori per limitare la diffusione del socialismo, ed anche per contrapporli polemicamente agli interessi della borghesia censitaria".
La difesa della proprietà privata - considerata "diritto di natura" - serviva in primo luogo come trampolino di lancio (teorico, politico e giuridico) contro il socialismo scientifico e il comunismo. Se, tuttavia, il comunismo rappresenta (per dirla coi gesuiti) l'eresia capitalistica, il potere ecclesiastico l'additò sùbito, anche se in modo contraddittorio, come filiazione del liberismo radicale. "Il corporativismo rinnega - scrisse poi Mussolini - alcuni concetti basilari in gran parte comuni al liberalismo ed al socialismo, perché il socialismo è il prolungamento logico del materialismo capitalistico". L'altare e la spada del clericofascismo possono così proseguire la vecchia battaglia contro liberalismo e socialismo a un tempo, contrapponendoli, reprimendoli con la violenza e condannandoli anche con la scomunica. Le tematiche, ancora oggi rinverdite a destra e a manca, sulla cosiddetta "terza via" hanno lì le loro radici.
Purché il comunismo fosse colpito a morte - e oggi ne sappiamo qualcosa, a livello mondiale e tragicomicamente italiano - ogni trucco va bene. È in ballo il rapporto di lavoro: quello che, in ultima analisi, determina l'accumulazione di plusvalore da parte del capitale. Perciò, dalla fine del XIX sec. (si può dire, per fissare una data come boa, dal 1864, anno di fondazione della Prima internazionale), con l'ambigua parola d'ordine "l'uomo non è una merce!" si ricopre, a manca e a destra, di petali di rosa il mercato del lavoro che è negato solo eticamente, non capitalisticamente. Giacché l'obiettivo finale è chiaro: "lo sciopero è uno sconcio!"
La "dottrina sociale" parte dal cuore del problema che riguarda il lavoro, entrando anche nel merito di questioni come il salario e lo sciopero, vitali per il profitto, da condizionare eticamente per tutelarlo nella prassi. Il risultato di questo "balzo in avanti" clericale si è concretizzato in istituzioni sociali autonome (scuole, ospedali, banche, associazioni, partiti, sindacati, giornali, ecc.) quali veicoli dottrinari e insieme modelli operativi di soluzione dei mali-del-capitale. Questo spiega anche perché tutti i regimi capitalistici (fossero essi fascisti o liberisti) mantennero - nonostante le contraddizioni esteriori - il sostegno "spirituale" delle chiese, anch'esso in cordata nella cintura sanitaria contro il bolscevismo e le sue possibili estensioni [cfr. Carla Filosa, Il cristianesimo imperiale, in La ragione, Roma 1991; anche in rete].

Sul versante "laico", il problema dell'argine corporativo al comunismo ha seguìto diverse strade. In Italia le riforme sociali pregiolittiane di Zanardelli - che coinvolgevano politicamente tutte le strutture statali dalla magistratura alla scuola - hanno puntato sul tacito consenso dei movimenti di massa e sulla collaborazione di classe con le organizzazioni dei lavoratori, di cui si fomentavano in continuazione scissioni. Il "patto sociale" tra imprenditori e lavoratori corrispondeva al "patto politico" tra governo e socialisti riformisti moderati. Il conflitto, come si disse, veniva "parlamentarizzato" [si pensi alle odierne "triangolazioni" rappresentate tradizionalmente, insieme al sindacato, dal capitale e dall'apparato del suo stato, con tanto di "tavoli", accordi, protocolli d'intesa e via concertando - rigorosamente senza lotte!]
Ma già qualche anno prima, nella Prussia, il cancelliere Otto von Bismarck, che aveva simpatizzato con il "comunista" Lassalle [criticato impietosamente da Marx, cfr. Critica al programma di Gotha e La guerra civile in Francia (prefazione di Engels)] aveva affrontato "corporativisticamente" le questioni sociali. Dai princìpi teorici del cosiddetto "stato etico", trasse le sue direttive autoritarie per quel "socialismo di stato" (in odio a Marx e Engels) che incluse alcune rivendicazioni socialiste moderate (previdenza, infortuni, salute, ecc.) negli interventi assistenziali governativi. Ma in quella che era una delle prime forme reali di "stato assistenziale" del corporativismo moderno, l'autoritarismo prussiano si estrinsecò con le maniere forti attraverso l'apparato militare (guerre) e la drastica repressione interna (polizia e leggi antisocialiste). Tale tendenza aggressiva fu prevalente - con l'eccezione della "dottrina sociale" cattolica, per espliciti motivi d'immagine, il che non impedì però alla chiesa apostolica romana di appoggiare Mussolini e il suo reuccio - nel moderno corporativismo nazifascista (il cosiddetto "asse Ro-Ber-To" Italia-Germania-Giappone).
Altro discorso riguarda, come si dirà, le esperienze "democratiche" di pace sociale del lavoro, soprattutto negli Usa [cfr. Il "nuovo corso" del corporativismo; Roosevelt e il corporativismo, in la Contraddizione, no. 47], ma anche in Svizzera [cfr. La pace del lavoro, in la Contraddizione, no.71] e indirettamente in altri paesi europei, dove la Gran Bretagna aveva sperimentato il futuro welfare state con l'assistenzialismo fabiano-laburista [cfr. Rilib-rilab, in la Contraddizione, no.58; tutti i testi citati si trovano anche in rete, variamente combinati]. Queste, insieme alla "dottrina sociale", sono state prontamente recuperate in forme "consociative", apparentemente consensuali e non violente, nella versione più accattivante di neocorporativismo. Ma non è quest'ultima la sua unica forma presente, ne è la più pericolosa. Entrambe le forme, autoritaria e democratica, esprimono infatti la violenza adeguata alla fase dell'accumulazione, crescita o crisi.
Sulla pionieristica versione fascista italiana del moderno corporativismo sono state scritte, su questa rivista, molte cose [si rimanda alle citazioni fatte]. Sintetizzando, è in essa che ebbe avvio - al di là dei prodromi offerti dalla realpolitik bismarckiana e dalla "dottrina" ecclesiastica - lo "stato sociale" o del benessere [welfare state, appunto], che con la sua crisi ha favorito l'approfondimento della polarizzazione di classe (aristocrazia proletaria e nuove classi medie) negli stati imperialistici a danno dei dominati, entro un paese e ovunque nel mondo. Il fascismo italiano fornì per primo il laboratorio sociale che permise al capitale mondiale di passare dal corporativismo moderno (espressamente prevaricatore) a quello "nuovo", edulcorato con il consenso estorto, apparentemente senza armi e senza camicia nera (da rispolverare alla prima occasione, quasi di nascosto, per molti ma non per tutti). La sostanza non muta, o meglio muta funzionalmente a quanto occorre per assolvere ai nuovi compiti. La nuova forma che il "molto fascismo invisibile" ha assunto è quella del post-fascismo, lasciando ad altri il ruolo di coprirsi il volto con la "maschera del poco fascismo visibile", per dirla con Fortini.
Il fascismo, come comando e controllo integrale sulle classi subalterne, esordì sùbito nel 1923, alla formazione del primo governo, con provvedimenti riguardanti libertà d'impresa, privatizzazioni; abolizione delle imposte su sovraprofitti, successioni e fusioni, della nominatività dei titoli, del blocco dei fitti; esonero delle tasse su investimenti esteri; intervento statale per incoraggiare gli investimenti privati; salvataggi bancari e industriali, ecc. [Per inciso, si notino le terrificanti assonanze con il presente]. Tutto ciò ruotava intorno a ripetute riduzioni dei salari, crescita della produttività e aumento della competitività. Fu così che in pochi anni si passò dal cosiddetto "patto di Palazzo Vidoni" del 2 ottobre 1925, per l'esclusione del sindacalismo di classe da ogni trattativa, alla legge del 3 aprile 1926, in cui lo sciopero divenne reato penale, pervenendo infine alla promulgazione della Carta del Lavoro (aprile 1927) nei "superiori interessi della nazione".
Se gli obiettivi sopra elencati, e tanti altri, sono basilari per il modo di produzione capitalistico in ogni forma, il salto imposto dal corporativismo fascista è stata la piena integrazione e sottomissione del lavoro con il consenso di massa. Allora, infatti, i tagli successivi operati sui salari (in media 50%, con un monte salari industriali che negli anni 1920 diminuì di oltre 10 mrd, portando l'Italia al livello più basso d'Europa) furono "proposti" o "accettati" dal sindacato corporativo. Si ricordi che questo tipo di "sindacato" era organicamente riconosciuto dalle istituzioni politiche, prima ancora di essere organizzazione contrattualistica e lavoristica.
Il corporativismo basato sull'"autodisciplina" dei produttori - tutti i produttori, capitalisti in testa (si rammenti quanto dianzi scritto conformemente alle teorie economiche dominanti) - affida le funzioni di controllo agli organismi istituzionali corporativi che sono completamente in mano ai rappresentanti del capitale finanziario. Così lo stato, nell'estendere il suo "controllo" e le sue attribuzioni economiche, viene continuamente integrandosi e fondendosi con il capitale finanziario. Tutti gli innumerevoli organi, apparentemente tecnici, ma sostanzialmente dotati di ampi poteri discrezionali esecutivi, sono diretti da elementi personalmente legati ai gruppi dominanti del capitale monopolistico [cfr. Pietro Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, Mazzotta, Milano 1975, rist. la Città del Sole, Napoli 2001].

La parvenza "democratica" del corporativismo moderno è quella che ha conferito forma adeguata al neocorporativismo. Smesse le vesti esteriori della violenza contro le masse, esso però, in fase di crisi, se non riesce a ridurle tutte all'inerzia, le sa dividere, riservando la repressione armata contro i ribelli, i diversi, gli anomici emarginati ("comunisti", dissidenti in genere, scioperanti, migranti, razzizzati, ecc.). Per giunta, lo stato corporato scatena contro costoro l'astio delle "forze-sane", della "maggioranza-silenziosa", dei "cittadini" tout court ai quali vien fatto credere e dire di non sopportare più le "angherie" dei diversi. Il cammino seguìto da questa versione del corporativismo, per la sorte a esso favorevole che le è stata riservata, merita una specifica attenzione storica economica.
Si sono ricordate le premesse di Babbage e Owen, si possono riportare le opinioni di Joseph Chamberlain, il quale ribadiva che "lo stato può e deve intervenire nei rapporti tra l'operaio e il datore di lavoro, e la legislazione di fabbrica deve proteggere gli interessi dei lavoratori", o di Frederick Taylor con la sua organizzazione scientifica del lavoro.
Si può pure giungere alla pratica di Henry Ford il quale, in nome di Taylor, invocava la collaborazione, la parificazione tra imprenditori e operai, e la necessità di interessare il lavoratore all'azienda, per "renderlo sentimentalmente vivo". Solo così gli alti salari, collegati al basso costo per unità di prodotto - ovverosia, altissima produttività e intensità del lavoro - potevano essere resi obbligatori, col corrispettivo dovere di "rispettare il sistema". Per capire quanto siano stati "democratici" costoro, basta leggere i loro scritti! Ma sono considerarti campioni di codesto sistema. Vale la pena solo ricordare che l'amerikano Henry Ford aveva forti simpatie e stretti rapporti commerciali coi nazisti di Hitler.
Quello che preme qui rapidamente ricordare, però, sono i rapporti tra il moderno corporativismo fascista italiano e il "nuovo corso" [new deal] "fascista-democratico" del corporativismo rooseveltiano [cfr. art.cit.]. Dopo la crisi del 1929 (diminuzione tra il 1929 e il 1932 del pil del 30%, collasso del sistema creditizio, disoccupazione di massa, disagio sociale), gli Usa propugnarono l'intervento pubblico in economia, per raggiungere la "pace sociale" con la creazione e il sostegno di sindacati corporativi che facessero della collaborazione la loro strategia principale (le norme in materia di lavoro erano disattese grazie ai sindacati aziendali).
Franklin D. Roosevelt, che aveva definito Mussolini come un "ammirevole gentleman italiano" [sic], varò espressamente le politiche economiche del New deal (1933-1937) sulla scia di quelle dello stato corporativo fascista. Le relazioni italo-americane, che fino al 1935 erano state molto cordiali, si smorzarono solo dopo il 1936, per l'aggressione italiana all'Etiopia, non concordata con gli Usa. Sono tantissime le osservazioni [cfr. il numero speciale di Fortune, 1934, dedicato allo stato corporativo] che videro sùbito come la concezione economica rooseveltiana della cooperazione tra governo e mondo finanziario ricalcasse gli schemi del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco.
La faccenda era così intricata che già nel 1933 Mussolini si preoccupò che si mettesse troppo "in rilievo che la politica di Roosevelt è fascista", perché commenti del genere potevano servire "agli avversari di Roosevelt per combatterlo". Mussolini stesso, ancòra nel 1935, affermò che lo spirito del new deal e del fascismo italiano sono certamente "simili" e che gli Stati Uniti si stavano muovendo verso l'economia corporativa [cfr. la recensione del libro di Franklin D. Roosevelt, Looking forwards, che Benito Mussolini fece per lo United states universal service, pubblicata poi sul Popolo d'Italia, 7 luglio 1934]. Ovviamente, una delle preoccupazioni maggiori concerneva il timore della collettivizzazione comunista, rispetto alla quale l'economia italiana era un esempio da seguire!
Rispetto alla politica economica di Roosevelt, qui si può solo fare un fugace cenno alla base analitica datane da John M. Keynes [su questo specifico tema teorico sono state qui pubblicate in passato diverse considerazioni], che può essere considerata la più cospicua esperienza concettuale e operativa per il perseguimento di un obiettivo corporativo, come quello del cosiddetto "stato sociale" (fu lo stesso Keynes a riproporlo privilegiatamente agli economisti nazisti, poiché "si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario").
Sulla base di tali idee egli esaltò il "socialismo anti-marxista" dell'austriaco Gesell, indicando l'azione sindacale come "microbo del malessere della civilizzazione". Dopo un parallelo tra corporativismo italiano e pianificazione pubblica del capitale finanziario inglese, Keynes sottolineò la differenza di quest'ultima "dal socialismo e dal comunismo perché non cerca di allargare il dominio dello stato fine a se stesso. Non soppianta l'individuo nel campo che a questi compete, e non mira a trasformare il sistema salariale o ad abolire la motivazione per il profitto".

I fondamenti rooseveltiani keynesiani del corporativismo fascista democratico forniscono le basi per il neocorporativismo del secondo dopoguerra. Il legame tra le due forme passa attraverso la seconda guerra mondiale e la vittoria dell'imperialismo Usa contro le forze-del-male dell'epoca - il nazifascismo, con cui tuttavia proprio del "nuovo corso" rooseveltiano si sono mostrati gli strettissimi contatti ideologici.
In Italia, come illustra Salvatore d'Albergo [cfr., Documenti del corporativismo fascista, Laboratorio politico (la Città del Sole), Napoli 1995, "Prefazione"], fu stabilita dalla legge, nel 1941-42, una "sostanziale continuità tra ordinamento giuridico liberale e ordinamento giuridico fascista"; l'impresa capitalistica era confermata al centro di ogni valore della vita sociale. "Nel 1941 si trasformarono i principî della carta del lavoro del 1927 nei princìpi generali dell'ordinamento giuridico dello stato". Questo "dissolvimento", per così dire, del potere corporativo in forma giuridica, ossia in una veste legalitaria più consona a una forma democratica del dominio, risponde alle esigenze del neocorporativismo liberale.
Il "passaggio" al neocorporativismo è ben descritto da Bottai: "talora, per esser troppo fascisti, si arriva a cambiar casacca e a diventar liberali". Marx spiegò a suo tempo la natura di questa necessaria trasformazione: "la borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello stato; man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione. L'organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato spezza ogni resistenza; la silenziosa coazione dei rapporti economici appone il suggello al dominio del capitalista sul lavoratore. Si continua, è vero, sempre a usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo per eccezione. Per il corso ordinario delle cose il lavoratore può rimanere affidato alle leggi naturali della produzione, cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse" [Il Capitale, I.24.3,6].
L'ideologia e la propaganda di un uso "legittimo e democratico" delle forze organizzate, in luogo dell'uso "per eccezione" dell'aperta violenza di stato sulle masse spontanee, rappresenta la chiave di volta della "novità" corporativa. In Italia un ruolo eloquente è stato ricoperto dal liberalsocialista progressista conservatore Gino Giugni, il cosiddetto "padre" dello statuto dei lavoratori [legge n.300/ 1970], una "conquista" che, sotto la maschera della sanzione giuridica vittoriosa del biennio di lotte 1969-70, nasconde elementi utili per rileggere l'affermazione del neocorporativismo in Italia. Nel 1956 Giugni scrisse due circostanziati saggi su corporativismo e democrazia industriale che meritano una qualche attenzione [cfr. Esperienze corporative e post-corporative nei rapporti collettivi di lavoro in Italia, e Contrattazione aziendale e democrazia industriale, in Il Mulino n.51-52-54, Bologna 1956; anche la Contraddizione, no.48].
Ma il suo progetto giuridico puntava sull'ulteriore involuzione storica della normativa, sostanzialmente neocorporativa nel silenzio della parola, che ha portato ai noti approdi dello "statuto" del 1970 e del "protocollo" di luglio 1993. Tutte le problematiche pienamente sviluppate dal neocorporativismo - cogestione, codeterminazione, rappresentanza istituzionale, contrattazione nazionale, partecipazione, mobilità, flessibilità, scomposizione sociologica della classe, ecc. - sono state allevate da Giugni in quel suo antico brodo di coltura. A suo dire si può "tracciare una linea di continuità tra il preesistente sistema dei rapporti contrattuali e quello attuale".
La sostanza del corporativismo fascista è conservata, in quanto trasmutata attraverso la forma del corporativismo "democratico" usamericano. Giugni afferma che la risoluzione "paritetica" delle "controversie in materia di qualifiche e di cottimi" costituì la "conquista più avanzata dell'esperienza corporativa, troppo affrettatamente cancellata, dopo la liberazione, mediante l'attiva cooperazione per la ricerca di comuni e specifiche soluzioni tecniche". Parla poi di limiti contingenti dovuti alla "disciplina corporativa antiproduttivistica" che necessitava soltanto di "permearsi di un contenuto più umano" [sic] contro "una soluzione esasperatamente garantista". In anticipo di una quarantina d'anni, Giugni - prima di Treu e Biagi - sapeva che "il lavoratore che fa proprio un mestiere e lo conserva per tutta la vita è, in un certo senso, una figura destinata ad appartenere al passato", asserendo che di ciò è "massimamente responsabile l'organizzazione socialcomunista, nel quadro di un classismo chiuso e dogmatico".

Il precipitare della crisi mondiale ha ridisegnato la ripresa del comando assoluto del capitale sul lavoro. Con la nuova organizzazione del lavoro e divisione internazionale del lavoro, su scala planetaria, il ricorso storico del "fascismo democratico" ha perciò preso il via sotto le spoglie del neocorporativismo transnazionale. È stata la crisi Usa, presto divenuta mondiale con la sua sovraproduzione, che ha determinato insostenibilità dei costi e taglio della spesa per lo "stato sociale". Il nuovo ordine mondiale corporativo è basato sull'unificazione del mercato mondiale per il nuovo ordine (l'antica parola d'ordine corporativa nazionalsocialista era Neue Ordnung), che è principalmente "nuovo ordine mondiale" del lavoro. Quindi, il neocorporativismo sta innanzitutto, com'è ovvio, nella trasformazione del processo di lavoro entro il modo di produzione capitalistico.
Diceva già Marx che il cottimo è ciò che corrisponde meglio al concetto di capitale, coartando il lavoratore all'autocontrollo dello sfruttamento. Nella figura classica di cottimo - da intendersi meglio come "cottimo collettivo", che è cottimo corporativo - si possono oggi racchiudere come epitome tutte o quasi le nuove forme contrattuali del rapporto di lavoro, emarginate precarie irregolari (che Marx direbbe "stagnanti"). Si tratta di ciò che è costruito intorno alle ricordate parodie di flessibilità del lavoro e del salario, interinalità e parzialità del tempo di lavoro, consensualità imbellettata come partecipazione (che è in realtà ricatto consensuale), ecc. Questa accettazione del ricatto capitalistico, infatti, subordina corporativamente il salario al risultato dell'impresa, e il reddito (come cittadino) allo stato dell'economia "nazionale". La flessibilità del salario misurata come cottimo tradizionale non è più neppure rintracciabile direttamente nel "rendimento" del lavoro stesso.
Tale tipo di "consociativismo", in quanto accettato dai sedicenti rappresentanti politici e sindacali dei lavoratori, decreta la "fine" delle classi. In ciò consiste la natura pattizia del neocorporativismo in genere, allorché il capitale riesce a estorcere un totale consenso di massa, per imporre come "norma" il proprio dominio di classe sull'intera popolazione. È la fase della crescita e dell'accumulazione di plusvalore in cui la lotta può procedere senza intoppi a senso unico, nel dispotismo assoluto del capitale sul processo sociale di produzione e di lavoro. La "pacifica", o pacificata, collaborazione nazionalcorporativa è il risultato di tutto ciò.
Ma qualora l'eccesso di sovraproduzione di valore erompa in una crisi - che ormai da tempo ha portata planetaria - lo strisciante disagio sociale si fa sempre più palese. Il potere di classe del capitale non riesce a continuare a coartare consensualmente tutte le masse popolari. Lo spirito di solidarietà - imposto dal corporativismo perché a esso connaturato e che ricorre sempre all'occultamento del conflitto insito nella lotta di concorrenza (che avviene anche tra monopoli) - viene reso selettivo da capitale stesso. All'occorrenza, esso sa dividere le masse per comandare, colpendo duramente le parti più refrattarie e autonome dalle gerarchie del potere, per esercitare esplicitamente quella repressione di cui, comunque dissimulata, il capitale monopolistico finanziario ha ineluttabilmente bisogno. Codesto divide et impera - reimportato dal dominio imperialistico sui paesi stranieri alla composizione di classe all'interno (come già insegnava Hobson) - conserva intatta l'attitudine imperialistica corporativa verso quella parte del proletariato, e della popolazione, che accede a far sì che la borghesia possa disporre della volontà dei subalterni.
Chi non accetta è fuori della norma - "anomico", ripetiamo, secondo la dizione sociologica integrata - e deve subire le discriminazioni fattegli imporre da quella parte succube della massa che costituisce il "gregge senza idee", per dirla con Marx. Questa forma del neocorporativismo della fase di crisi ha perciò aspetti maggiormente selettivi, rispetto a quella largamente "assistenziale" assunta nella fase di ripresa o accumulazione. Per dare a qualcuno, a qualcun altro bisogna togliere. E se l'apparenza fa credere ai più che il risultato sia favorevole alla maggioranza assopita, basterebbe fare un po' di conti per vedere sùbito che il saldo è negativo (meno tasse dirette per tutti nasconde molte più imposte indirette, maggiori tariffe, prezzi più alti, ecc. per chiunque, tranne che per i capitalisti più ricchi che gongolano, osservando i sorrisi demenziali dipinti sui volti di tante vittime consenzienti - popolazioni di Stati uniti e Italia, per non nominare altri paesi, insegnano).
La forma del neocorporativismo del "nuovo ordine mondiale" imposto dalla fase di crisi dell'accumulazione di plusvalore è questa. Non tragga perciò in inganno l'assenza di uno scontro frontale generalizzato, che è solo parvenza. Lo scontro che c'è "per eccezione" è infatti sovrastato dal "consenso coatto", estorto precisamente a quel "gregge senza idee" che ancòra pervade le masse. Dunque, è neocorporativismo anche quello che apparentemente non è. La finzione di duelli in punta di fioretto serve solo per inficiare esteriormente l'accordo di "tavoli triangolari" delle trattative governo-industria-sindacati. C'è sempre, e in abbondanza, tra i sedicenti (e ... seducenti) rappresentanti politici e sindacali dei lavoratori, chi "consente" con il governo e con il potere in generale. L'importante, per la borghesia al potere, è portare dalla sua parte - con la seduzione della "democrazia", dell'armonia e della "pace sociale" - la maggioranza delle masse liberate da ogni strumento difensivo e disgregate programmaticamente, per poter inibire con la forza e strangolare le restanti frazioni a essa ostili.
"Negli stati fondati sulla divisione in classi, su una legislazione che favorisce la lotta tra le classi, non si può sperare di veder regnare lo spirito cristiano, quello spirito necessario alla pace interna ed esterna. Lo spirito di pace tra cittadini e tra nazioni deve regnare in fondo al cuore di ognuno, ricevuto col latte materno", scriveva, senza tema di essere dileggiato, Silvio Gesell, il quale riferiva la "pace interna ed esterna" - pace sociale, s'intende, tra classi e tra popoli - alla bontà cristiana. Pertanto, il ricorso all'esplicita violenza armata, al posto di quella ideologica più sottile, costituisce per la borghesia l'estrema ratio, lo stato d'eccezione, l'emergenza delle "leggi eccezionali". Ma esso non avviene mai smentendo la logica neocorporativa.
Una controprova, per così dire, di ciò si può avere non appena si provi a riscontrare che oggi il massimo ottundimento delle masse si ha con la "coercizione al consenso" mediato dall'asinistra, e non con la repressione diretta. Si prenda a esempio il recente caso olandese [cfr. la Contraddizione, no.67]: per il cosiddetto "risanamento" di quell'economia è stato esplicito il richiamo ai princìpi del neocorporativismo, esaltato soprattutto da parte di esimi on. prof. "pensatori" dell'asinistra. Mentre costoro parlano, tra l'altro, di "scelta" del lavoro a tempo parziale e "contenimento" dei tagli forzati (-12% del pil!) alla spesa sociale, ai sussidi e alle indennità, i portavoce Fmi del capitale non tentennano un attimo di fronte alla constatazione che "le autorità olandesi - attraverso la concertazione sindacale - con l'obiettivo del consolidamento fiscale e della riduzione dell'intervento pubblico, particolarmente nelle aree della sicurezza sociale e del mercato del lavoro", hanno raggiunto l'"importante risultato della ripresa di profittabilità delle imprese, propiziata dalla moderazione salariale".
Mentre i sicofanti padronali dicono il vero, esultando per i risultati raggiunti con il consenso pacifico dal neocorporativismo-di-sinistra, perché l'asinistra di tutti i paesi (disunita) è attratta dal vuoto del neocorporativismo, confondendolo per un "pezzo di socialismo"? Del resto Engels, in uno scambio di opinioni con Marx, notò come già ai suoi tempi lo sciopero si stesse trasformando in un'arma a favore dei padroni, i quali lo caldeggiavano per ... ridurre l'orario di lavoro, non dovendone pagare i costi a séguito della sospensione dell'attività. Anche in Italia, tutti sanno com'è finita la soggezione consensuale delle masse proletarie a forme di compromesso guidate da governi in cui erano presenti partiti che, avendo gettato il comunismo alle ortiche, pure ne portavano ancora (per poco) il nome. Perciò è superfluo insistere sul ruolo dirompente del corporativismo affidato alle amorevoli cure degli amici-dei-lavoratori!
La riduzione della lotta di classe a "discussione onesta" in funzione del "bene comune" non è che il disarmo delle masse. La partecipazione "parificata" neocorporativa è la seduzione per calmierare - se mai fosse possibile - la lotta di classe. Finché le masse proletarie non riescono a vedere l'imbroglio collettivo cui sono costrette, in una guerra tra poveri, emancipandosene, i padroni, potendo sparare il meno possibile - il minimo indispensabile, per così dire, contro il minor numero possibile di reprobi - se la ridono.

Essi vivono! noi no (... non ancòra).