Nota
LE FORME DEL CORPORATIVISMO
il neocorporativismo nelle diverse fasi della crisi
Gianfranco Pala
Moralmente e filosoficamente condivido praticamente tutto
del libro del prof. Hayek, La strada dell'asservimento;
e non si tratta di un semplice consenso
ma di una condivisione profondamente motivata.
Laddove sacrifici economici siano richiesti per garantire vantaggi non economici,
è soprattutto la dottrina comunista a essere disperatamente fuori
moda.
Ciò che occorre è una restaurazione di un pensiero moralmente
corretto,
un ritorno a giusti valori morali nella nostra filosofia sociale,
orientando le menti e i cuori alla questione morale.
[John Maynard Keynes, Opere, XXVII.385-387].
Quando si parla di neocorporativismo come tendenza generale
dell'attuale imperialismo sono necessarie diverse precisazioni. L'uso, sempre
ambiguo, del prefisso "neo", in genere si appone a un termine
quando non si sa definire in positivo il concetto che la parola di nuovo
conio vuole esprimere. Nel presente caso, tuttavia, gli elementi generali
comuni del corporativismo non mutano la loro sostanza nel tempo,
adeguandosi soltanto nella necessaria universalità del concetto che
ne racchiude tutte le diverse forme storicamente determinate e concrete.
Ed è precisamente di tale differenza, nell'indifferenza della categoria,
che si parla.
Tutta l'"economia politica", incrollabilmente fondata su schemi
cosiddetti "neoclassici", marginalistici o keynesiani, anela intrinsecamente
alla visione corporativa. A es., nella funzione di produzione neoclassica
è funzionale al sistema la presenza di lavoro senza
altra qualificazione in una molteplicità di altri fattori produttivi.
La forma sociale della dipendenza del lavoro non c'è, svuotando
il concetto di rapporto sociale del "capitale" stesso.
Da Say a Keynes, tutti sostengono che "per "lavoratore" s'intende
qualsiasi persona che viva del suo lavoro. Contadini, artigiani, operai,
artisti, preti, soldati, re, sono tutti lavoratori" [Silvio Gesell].
E i salariati, no?! Per tutti quanti, "anche i profitti devono
essere considerati come retribuzione del lavoro". Sicché affermano
che il salario è il prezzo che l'imprenditore paga per le merci che
gli fornisce il lavoratore.
"La parola "salario" è superflua in economia politica",
dicono conseguentemente, poiché quel "salario" non sarebbe
altro che il prezzo del prodotto, meno ciò che va al capitale!
Scompare ogni riferimento a un qualsiasi agente della produzione capitalistica
che si caratterizza invece per avere alle sue dipendenze dei lavoratori.
Misurando i compensi dei lavoratori ai guadagni delle aziende, si muta la
sua stessa figura nei rapporti con il capitale, il che trasforma qualitativamente
quel compenso (mettendo sullo stesso piano lavoratori e imprenditori) e
non solo quantitativamente. La corporazione si presenta così come
cointeressenza obbligatoria alle sorti del capitale.
Qui però non si vuol dire che "economia" è sinonimo
di "corporativismo" tout court anche se proprio questa
è la tendenza intrinseca del capitale. Sarebbe fuorviante non sottolineare
la specificità delle forme corporative stesse. L'economia del capitale
è basata sempre sulla violenza esercitata nei confronti del
lavoro salariato, almeno come espropriazione. Ma essa si manifesta
sotto vesti differenti, storiche e territoriali, ora più ora meno
esplicite, autoritarie o consensuali, sanguinarie o pacificatrici. Mentre
con i termini di aperta violenza ci si può riferire agli innumerevoli
aspetti del comando capitalistico più repressivo, il corporativismo,
nelle sue diverse forme, mira a presentarsi con l'ideologia dell'armonia
e della pace sociale.
Se la pace sociale era, ed è, il solo vero e unico obiettivo
del capitale, le vie per perseguirla - con le cattive o con le finte "buone"
- sono molto differenti tra loro. Il capitale in sé non nasconde
le classi e la loro lotta; anzi, ne fa un motivo di forza e, ove occorra,
impone decisamente tale antagonismo. La concezione corporativa, viceversa,
serve per sopprimere e reprimere il conflitto di classe (epperò rimuovere
le classi medesime) in quanto limite all'espansione interna dello stato
e fattore di divisione della comunità nazionale. I dominati sono
ridotti, coattivamente o suasivamente, all'inerzia.
Mentre il moderno corporativismo storico è una dottrina politica
elaborata dai teorici dello stato fascista, che si impone attraverso la
forza armata della classe dominante, il corporativismo contemporaneo, o
neocorporativismo, persegue gli stessi obiettivi del corporativismo
storico con altri mezzi, apparentemente incruenti. Le forze produttive della
società vengono sempre presentate come corpora, corpi, corporazioni;
ma - come Marx insegna - è una falsa astrazione considerare l'"economia
nazionale" quale "corpo collettivo" (comunque esso
sia mascherato sotto la specie del moderno stato corporativo o neocorporativo).
Lo stato - privatizzato per destinazione capitalistica - in generale sostituisce
e coordina gli interessi particolari in una forma corporativa
moderna superiore, quale "formalismo di stato", nel grande
"corporativismo generale" dell'imperialismo che scaccia il piccolo
corporativismo particolaristico [cfr., Marx, Il 18 brumaio].
Ma il neocorporativismo, con l'istituzionalizzazione della rappresentanza
ufficiale del lavoro (partiti, associazioni, sindacati confederali o meglio
d'azienda), si differenzia dalla precedente forma storica in tema di organizzazione
del lavoro (appartenenza di corpo, professionalità, cottimo collettivo,
concorrenza e controllo reciproci tra lavoratori), forme di repressione
(imposizione istituzionalizzata "democratica" di un concerto preventivo
e coercizione del "consenso" al posto della forza militare) e
giustificazione ideologica (scientismo del modo capitalistico di produzione
nel mercato mondiale).
Tuttavia, anche quest'ultima forma assume caratteri diversi a seconda che
si sia in una fase di crescita o di crisi dell'imperialismo
capitalistico. E in caso di crisi, per le ambiguità che sottende,
il capitale procede a una separazione delle masse, chiamando la maggioranza
al consenso per la repressione delle minoranze. Man mano che il costo sociale
delle politiche neocorporative nella crisi supera la soglia della tollerabilità
e del consenso popolari, si può perciò facilmente regredire
al corporativismo fascista. Senza rifare la storia del corporativismo [cfr.
le voci del Quiproquo (curate da Gianfranco Ciabatti e Carla Filosa),
reperibili in rete a www.contraddizione.it, oppure sul no.36 della
rivista; sempre di Gianfranco Ciabatti, Il neocorporativismo: le nuove
forme di dominio dell'imperialismo transnazionale, (a cura di Carla
Filosa), Laboratorio politico (la Città del Sole), Napoli 1995; e
la voce Neocorporativismo tra "qualche tema", testi anche
questi in rete], conviene sottolineare alcuni punti basilari per ciò
che si vuole argomentare.
In primo luogo, entrando nel contenuto della questione, è
abitudine diffusa ritenere che qualsiasi forma di corporativismo debba riferirsi
quasi esclusivamente a relazioni di tipo sindacale. È vero che, una
volta costituitisi i sindacati come prima organizzazione autonoma
della classe lavoratrice, obiettivo del capitale (dal nazifascismo alla
"democrazia americana" al più recente sistema giapponese)
è sempre stato la soppressione o il "pieno controllo dell'impresa
sul sindacato" [Taiichi Ohno]. Ma questo è solo il punto empirico
di partenza. Entro questa impropria limitazione, si colloca l'ulteriore
confusione che circoscrive l'andamento "corporativo" a faccende
puramente "categoriali", principalmente da parte di falsi "critici"
del corporativismo. Gli apparati sindacali definiscono erroneamente "corporative",
infatti, le lotte per il salario che i lavoratori di determinate categorie
conducono al di fuori del controllo degli apparati stessi. Simile nozione
di "corporativismo" non ha riscontro nella storia politica e teorica.
Il motivo di ciò è abbastanza chiaro.
Il corporativismo, al contrario, implica l'imposizione della volontà
generale della classe proprietaria, padronale, al proletariato subalterno,
svuotato di qualsiasi autonoma determinazione, estorcendo a quest'ultimo
il consenso e la partecipazione. È più che ovvio, allora,
che in questa accezione compiuta il corporativismo - in ogni sua forma
storica, classica, moderna o nuova - abbia le sue radici nell'intera
economia del capitalismo, e in particolare nel suo peculiare carattere
di classe. L'aspetto politico di esso (quello partitico, governativo,
giudiziario, ecc.) ne rappresenta la logica e primaria conseguenza. Il rabbassarlo
a mera prassi sindacale (in positivo o negativo) dipende in fondo dalla
circostanza che esso tratta immediatamente di rapporti di lavoro salariato,
senza tener conto che essi sono rapporti di classe del modo di produzione
capitalistico, ovverosia rapporti di proprietà.
Per le radici storiche del corporativismo moderno qui basterà ricordare
che, nella prima metà del XIX sec. di fronte ai primordi del socialismo,
l'armonia tra le classi e la pace sociale fu la prima linea di difesa della
proprietà capitalistica. Il corporativismo, che rinasceva dalle ceneri
delle gilde medievali di arti e mestieri, fu allora caratterizzato da una
doppia veste ideologica: quella cattolica e quella tecnica economica.
Per questa seconda teorizzazione della "collaborazione di classe"
si risale al liberismo di Babbage, Ure, Bastiat, ecc., o all'utopismo di
Owen, Proudhon e simili.
La prima rimanda invece alle mediazioni etiche della cosiddetta "questione
sociale", dall'ideatore delle "dame di San Vincenzo", Ozanam,
al sacerdote Lammenais, dal vescovo di Mainz, von Ketteler, per arrivare
al papa Leone XIII, che siglò l'enciclica Rerum Novarum, affidandola
soprattutto alle cure dell'ideologo Giuseppe Toniolo, poi elevato - nel
1942! - alla venerazione degli altari [in quegli stessi anni di "sfascismo"
veniva pure ristampato un libello didattico di Amintore Fanfani (cfr. Il
significato del corporativismo, pure parzialmente riportato in la
Contraddizione, no.19), dove l'allor giovane fascistello tesseva ampi
elogi di corporativismo e supremo interesse della nazione, sciopero come
reato, pace sociale, gioia, onore ... e duce, per "conservare la proprietà
privata, che completa la personalità umana": non occorre spendere
altre parole].
Con l'enciclica del 1891 sulla "questione sociale", il potere
ecclesiastico cattolico si poneva lo stesso problema che, poi, il fascismo
riprese sistematicamente, per primo, in Italia. In realtà, il moderno
corporativismo rispecchiava la centralizzazione imperialistica capitale,
dei "grandi imperi industriali che progressivamente vanno assoggettando
le masse". La "più salda disciplina sociale", attraverso
la coesistenza forzosa di lavoratori e imprenditori, garantiva la "solidarietà
nazionale dei produttori", in una società "più giusta",
costruita sull'associazionismo per il "bene comune", in un'unità
di padroni e lavoratori, con lo stato nel ruolo di patrocinio corporativo.
Per Mussolini nel 1923 l'antitesi socialista non era reale. "La collaborazione
è in atto. Bisogna costruire un fronte unico dell'economia, bisogna
eliminare tutto ciò che può turbare il processo produttivo,
raccogliere in fascio le energie produttive del paese nell'interesse della
Nazione".
E mentre i capitalisti "utilizzano lo stato di pace sociale instaurato
dal governo fascista - aggiungeva, per chiarire le idee - sarei felice domani
di avere nel mio governo i rappresentanti diretti delle masse operaie organizzate".
Al potere ecclesiastico era demandato il compito di assicurare la proprietà
privata, convogliando le masse impoverite ad accettare sacrifici e sopportazione.
In nome del principio catechistico di "sussidiarietà",
con la chimera di "solidarietà" contro conflittualità
sociale, la chiesa cattolica cercò di raggiungere due suoi obiettivi
sociali primari, coartando "i ceti sociali inferiori per limitare la
diffusione del socialismo, ed anche per contrapporli polemicamente agli
interessi della borghesia censitaria".
La difesa della proprietà privata - considerata "diritto di
natura" - serviva in primo luogo come trampolino di lancio (teorico,
politico e giuridico) contro il socialismo scientifico e il comunismo. Se,
tuttavia, il comunismo rappresenta (per dirla coi gesuiti) l'eresia
capitalistica, il potere ecclesiastico l'additò sùbito, anche
se in modo contraddittorio, come filiazione del liberismo radicale. "Il
corporativismo rinnega - scrisse poi Mussolini - alcuni concetti basilari
in gran parte comuni al liberalismo ed al socialismo, perché il socialismo
è il prolungamento logico del materialismo capitalistico". L'altare
e la spada del clericofascismo possono così proseguire la vecchia
battaglia contro liberalismo e socialismo a un tempo, contrapponendoli,
reprimendoli con la violenza e condannandoli anche con la scomunica. Le
tematiche, ancora oggi rinverdite a destra e a manca, sulla cosiddetta "terza
via" hanno lì le loro radici.
Purché il comunismo fosse colpito a morte - e oggi ne sappiamo
qualcosa, a livello mondiale e tragicomicamente italiano - ogni trucco va
bene. È in ballo il rapporto di lavoro: quello che, in ultima
analisi, determina l'accumulazione di plusvalore da parte del capitale.
Perciò, dalla fine del XIX sec. (si può dire, per fissare
una data come boa, dal 1864, anno di fondazione della Prima internazionale),
con l'ambigua parola d'ordine "l'uomo non è una merce!"
si ricopre, a manca e a destra, di petali di rosa il mercato del lavoro
che è negato solo eticamente, non capitalisticamente. Giacché
l'obiettivo finale è chiaro: "lo sciopero è uno sconcio!"
La "dottrina sociale" parte dal cuore del problema che
riguarda il lavoro, entrando anche nel merito di questioni come il salario
e lo sciopero, vitali per il profitto, da condizionare eticamente per tutelarlo
nella prassi. Il risultato di questo "balzo in avanti" clericale
si è concretizzato in istituzioni sociali autonome (scuole, ospedali,
banche, associazioni, partiti, sindacati, giornali, ecc.) quali veicoli
dottrinari e insieme modelli operativi di soluzione dei mali-del-capitale.
Questo spiega anche perché tutti i regimi capitalistici (fossero
essi fascisti o liberisti) mantennero - nonostante le contraddizioni esteriori
- il sostegno "spirituale" delle chiese, anch'esso in cordata
nella cintura sanitaria contro il bolscevismo e le sue possibili estensioni
[cfr. Carla Filosa, Il cristianesimo imperiale, in La ragione,
Roma 1991; anche in rete].
Sul versante "laico", il problema dell'argine corporativo
al comunismo ha seguìto diverse strade. In Italia le riforme sociali
pregiolittiane di Zanardelli - che coinvolgevano politicamente tutte le
strutture statali dalla magistratura alla scuola - hanno puntato sul tacito
consenso dei movimenti di massa e sulla collaborazione di classe
con le organizzazioni dei lavoratori, di cui si fomentavano in continuazione
scissioni. Il "patto sociale" tra imprenditori e lavoratori corrispondeva
al "patto politico" tra governo e socialisti riformisti moderati.
Il conflitto, come si disse, veniva "parlamentarizzato" [si pensi
alle odierne "triangolazioni" rappresentate tradizionalmente,
insieme al sindacato, dal capitale e dall'apparato del suo
stato, con tanto di "tavoli", accordi, protocolli d'intesa
e via concertando - rigorosamente senza lotte!]
Ma già qualche anno prima, nella Prussia, il cancelliere Otto von
Bismarck, che aveva simpatizzato con il "comunista" Lassalle [criticato
impietosamente da Marx, cfr. Critica al programma di Gotha e La
guerra civile in Francia (prefazione di Engels)] aveva affrontato "corporativisticamente"
le questioni sociali. Dai princìpi teorici del cosiddetto "stato
etico", trasse le sue direttive autoritarie per quel "socialismo
di stato" (in odio a Marx e Engels) che incluse alcune rivendicazioni
socialiste moderate (previdenza, infortuni, salute, ecc.) negli interventi
assistenziali governativi. Ma in quella che era una delle prime forme reali
di "stato assistenziale" del corporativismo moderno, l'autoritarismo
prussiano si estrinsecò con le maniere forti attraverso l'apparato
militare (guerre) e la drastica repressione interna (polizia e leggi antisocialiste).
Tale tendenza aggressiva fu prevalente - con l'eccezione della "dottrina
sociale" cattolica, per espliciti motivi d'immagine, il che non impedì
però alla chiesa apostolica romana di appoggiare Mussolini e il suo
reuccio - nel moderno corporativismo nazifascista (il cosiddetto "asse
Ro-Ber-To" Italia-Germania-Giappone).
Altro discorso riguarda, come si dirà, le esperienze "democratiche"
di pace sociale del lavoro, soprattutto negli Usa [cfr. Il "nuovo
corso" del corporativismo; Roosevelt e il corporativismo, in la
Contraddizione, no. 47], ma anche in Svizzera [cfr. La pace del lavoro,
in la Contraddizione, no.71] e indirettamente in altri paesi europei,
dove la Gran Bretagna aveva sperimentato il futuro welfare state con
l'assistenzialismo fabiano-laburista [cfr. Rilib-rilab, in la
Contraddizione, no.58; tutti i testi citati si trovano anche in rete,
variamente combinati]. Queste, insieme alla "dottrina sociale",
sono state prontamente recuperate in forme "consociative", apparentemente
consensuali e non violente, nella versione più accattivante di neocorporativismo.
Ma non è quest'ultima la sua unica forma presente, ne è la
più pericolosa. Entrambe le forme, autoritaria e democratica, esprimono
infatti la violenza adeguata alla fase dell'accumulazione, crescita o crisi.
Sulla pionieristica versione fascista italiana del moderno corporativismo
sono state scritte, su questa rivista, molte cose [si rimanda alle citazioni
fatte]. Sintetizzando, è in essa che ebbe avvio - al di là
dei prodromi offerti dalla realpolitik bismarckiana e dalla "dottrina"
ecclesiastica - lo "stato sociale" o del benessere [welfare
state, appunto], che con la sua crisi ha favorito l'approfondimento
della polarizzazione di classe (aristocrazia proletaria e nuove classi medie)
negli stati imperialistici a danno dei dominati, entro un paese e ovunque
nel mondo. Il fascismo italiano fornì per primo il laboratorio sociale
che permise al capitale mondiale di passare dal corporativismo moderno (espressamente
prevaricatore) a quello "nuovo", edulcorato con il consenso estorto,
apparentemente senza armi e senza camicia nera (da rispolverare alla
prima occasione, quasi di nascosto, per molti ma non per tutti). La sostanza
non muta, o meglio muta funzionalmente a quanto occorre per assolvere ai
nuovi compiti. La nuova forma che il "molto fascismo invisibile"
ha assunto è quella del post-fascismo, lasciando ad altri il ruolo
di coprirsi il volto con la "maschera del poco fascismo visibile",
per dirla con Fortini.
Il fascismo, come comando e controllo integrale sulle classi subalterne,
esordì sùbito nel 1923, alla formazione del primo governo,
con provvedimenti riguardanti libertà d'impresa, privatizzazioni;
abolizione delle imposte su sovraprofitti, successioni e fusioni, della
nominatività dei titoli, del blocco dei fitti; esonero delle tasse
su investimenti esteri; intervento statale per incoraggiare gli investimenti
privati; salvataggi bancari e industriali, ecc. [Per inciso, si notino le
terrificanti assonanze con il presente]. Tutto ciò ruotava intorno
a ripetute riduzioni dei salari, crescita della produttività e aumento
della competitività. Fu così che in pochi anni si passò
dal cosiddetto "patto di Palazzo Vidoni" del 2 ottobre 1925, per
l'esclusione del sindacalismo di classe da ogni trattativa, alla legge del
3 aprile 1926, in cui lo sciopero divenne reato penale, pervenendo infine
alla promulgazione della Carta del Lavoro (aprile 1927) nei "superiori
interessi della nazione".
Se gli obiettivi sopra elencati, e tanti altri, sono basilari per il modo
di produzione capitalistico in ogni forma, il salto imposto dal corporativismo
fascista è stata la piena integrazione e sottomissione del lavoro
con il consenso di massa. Allora, infatti, i tagli successivi operati sui
salari (in media 50%, con un monte salari industriali che negli anni 1920
diminuì di oltre 10 mrd, portando l'Italia al livello più
basso d'Europa) furono "proposti" o "accettati" dal
sindacato corporativo. Si ricordi che questo tipo di "sindacato"
era organicamente riconosciuto dalle istituzioni politiche, prima ancora
di essere organizzazione contrattualistica e lavoristica.
Il corporativismo basato sull'"autodisciplina" dei produttori
- tutti i produttori, capitalisti in testa (si rammenti quanto dianzi
scritto conformemente alle teorie economiche dominanti) - affida le funzioni
di controllo agli organismi istituzionali corporativi che sono completamente
in mano ai rappresentanti del capitale finanziario. Così lo stato,
nell'estendere il suo "controllo" e le sue attribuzioni economiche,
viene continuamente integrandosi e fondendosi con il capitale finanziario.
Tutti gli innumerevoli organi, apparentemente tecnici, ma sostanzialmente
dotati di ampi poteri discrezionali esecutivi, sono diretti da elementi
personalmente legati ai gruppi dominanti del capitale monopolistico [cfr.
Pietro Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, Mazzotta,
Milano 1975, rist. la Città del Sole, Napoli 2001].
La parvenza "democratica" del corporativismo moderno
è quella che ha conferito forma adeguata al neocorporativismo.
Smesse le vesti esteriori della violenza contro le masse, esso però,
in fase di crisi, se non riesce a ridurle tutte all'inerzia, le sa dividere,
riservando la repressione armata contro i ribelli, i diversi, gli anomici
emarginati ("comunisti", dissidenti in genere, scioperanti, migranti,
razzizzati, ecc.). Per giunta, lo stato corporato scatena contro costoro
l'astio delle "forze-sane", della "maggioranza-silenziosa",
dei "cittadini" tout court ai quali vien fatto credere
e dire di non sopportare più le "angherie" dei diversi.
Il cammino seguìto da questa versione del corporativismo, per la
sorte a esso favorevole che le è stata riservata, merita una specifica
attenzione storica economica.
Si sono ricordate le premesse di Babbage e Owen, si possono riportare le
opinioni di Joseph Chamberlain, il quale ribadiva che "lo stato può
e deve intervenire nei rapporti tra l'operaio e il datore di lavoro, e la
legislazione di fabbrica deve proteggere gli interessi dei lavoratori",
o di Frederick Taylor con la sua organizzazione scientifica del lavoro.
Si può pure giungere alla pratica di Henry Ford il quale,
in nome di Taylor, invocava la collaborazione, la parificazione tra imprenditori
e operai, e la necessità di interessare il lavoratore all'azienda,
per "renderlo sentimentalmente vivo". Solo così gli alti
salari, collegati al basso costo per unità di prodotto - ovverosia,
altissima produttività e intensità del lavoro - potevano essere
resi obbligatori, col corrispettivo dovere di "rispettare il sistema".
Per capire quanto siano stati "democratici" costoro, basta leggere
i loro scritti! Ma sono considerarti campioni di codesto sistema. Vale la
pena solo ricordare che l'amerikano Henry Ford aveva forti simpatie e stretti
rapporti commerciali coi nazisti di Hitler.
Quello che preme qui rapidamente ricordare, però, sono i rapporti
tra il moderno corporativismo fascista italiano e il "nuovo corso"
[new deal] "fascista-democratico" del corporativismo rooseveltiano
[cfr. art.cit.]. Dopo la crisi del 1929 (diminuzione tra il 1929
e il 1932 del pil del 30%, collasso del sistema creditizio, disoccupazione
di massa, disagio sociale), gli Usa propugnarono l'intervento pubblico in
economia, per raggiungere la "pace sociale" con la creazione e
il sostegno di sindacati corporativi che facessero della collaborazione
la loro strategia principale (le norme in materia di lavoro erano disattese
grazie ai sindacati aziendali).
Franklin D. Roosevelt, che aveva definito Mussolini come un "ammirevole
gentleman italiano" [sic], varò espressamente
le politiche economiche del New deal (1933-1937) sulla scia di quelle
dello stato corporativo fascista. Le relazioni italo-americane, che
fino al 1935 erano state molto cordiali, si smorzarono solo dopo il 1936,
per l'aggressione italiana all'Etiopia, non concordata con gli Usa. Sono
tantissime le osservazioni [cfr. il numero speciale di Fortune,
1934, dedicato allo stato corporativo] che videro sùbito come la
concezione economica rooseveltiana della cooperazione tra governo e mondo
finanziario ricalcasse gli schemi del fascismo italiano e del nazionalsocialismo
tedesco.
La faccenda era così intricata che già nel 1933 Mussolini
si preoccupò che si mettesse troppo "in rilievo che la politica
di Roosevelt è fascista", perché commenti del genere
potevano servire "agli avversari di Roosevelt per combatterlo".
Mussolini stesso, ancòra nel 1935, affermò che lo spirito
del new deal e del fascismo italiano sono certamente "simili"
e che gli Stati Uniti si stavano muovendo verso l'economia corporativa [cfr.
la recensione del libro di Franklin D. Roosevelt, Looking forwards,
che Benito Mussolini fece per lo United states universal service,
pubblicata poi sul Popolo d'Italia, 7 luglio 1934]. Ovviamente, una
delle preoccupazioni maggiori concerneva il timore della collettivizzazione
comunista, rispetto alla quale l'economia italiana era un esempio da seguire!
Rispetto alla politica economica di Roosevelt, qui si può solo fare
un fugace cenno alla base analitica datane da John M. Keynes [su questo
specifico tema teorico sono state qui pubblicate in passato diverse considerazioni],
che può essere considerata la più cospicua esperienza concettuale
e operativa per il perseguimento di un obiettivo corporativo, come quello
del cosiddetto "stato sociale" (fu lo stesso Keynes a riproporlo
privilegiatamente agli economisti nazisti, poiché "si adatta
assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario").
Sulla base di tali idee egli esaltò il "socialismo anti-marxista"
dell'austriaco Gesell, indicando l'azione sindacale come "microbo del
malessere della civilizzazione". Dopo un parallelo tra corporativismo
italiano e pianificazione pubblica del capitale finanziario inglese, Keynes
sottolineò la differenza di quest'ultima "dal socialismo e dal
comunismo perché non cerca di allargare il dominio dello stato fine
a se stesso. Non soppianta l'individuo nel campo che a questi compete, e
non mira a trasformare il sistema salariale o ad abolire la motivazione
per il profitto".
I fondamenti rooseveltiani keynesiani del corporativismo fascista
democratico forniscono le basi per il neocorporativismo del secondo dopoguerra.
Il legame tra le due forme passa attraverso la seconda guerra mondiale e
la vittoria dell'imperialismo Usa contro le forze-del-male dell'epoca -
il nazifascismo, con cui tuttavia proprio del "nuovo corso" rooseveltiano
si sono mostrati gli strettissimi contatti ideologici.
In Italia, come illustra Salvatore d'Albergo [cfr., Documenti del corporativismo
fascista, Laboratorio politico (la Città del Sole), Napoli 1995,
"Prefazione"], fu stabilita dalla legge, nel 1941-42, una
"sostanziale continuità tra ordinamento giuridico liberale
e ordinamento giuridico fascista"; l'impresa capitalistica era confermata
al centro di ogni valore della vita sociale. "Nel 1941 si trasformarono
i principî della carta del lavoro del 1927 nei princìpi
generali dell'ordinamento giuridico dello stato". Questo "dissolvimento",
per così dire, del potere corporativo in forma giuridica, ossia in
una veste legalitaria più consona a una forma democratica
del dominio, risponde alle esigenze del neocorporativismo liberale.
Il "passaggio" al neocorporativismo è ben descritto da
Bottai: "talora, per esser troppo fascisti, si arriva a cambiar casacca
e a diventar liberali". Marx spiegò a suo tempo la natura di
questa necessaria trasformazione: "la borghesia, al suo sorgere, ha
bisogno del potere dello stato; man mano che la produzione capitalistica
procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione,
abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo
di produzione. L'organizzazione del processo di produzione capitalistico
sviluppato spezza ogni resistenza; la silenziosa coazione dei rapporti economici
appone il suggello al dominio del capitalista sul lavoratore. Si continua,
è vero, sempre a usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo
per eccezione. Per il corso ordinario delle cose il lavoratore può
rimanere affidato alle leggi naturali della produzione, cioè
alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della
produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse" [Il Capitale,
I.24.3,6].
L'ideologia e la propaganda di un uso "legittimo e democratico"
delle forze organizzate, in luogo dell'uso "per eccezione" dell'aperta
violenza di stato sulle masse spontanee, rappresenta la chiave di volta
della "novità" corporativa. In Italia un ruolo eloquente
è stato ricoperto dal liberalsocialista progressista conservatore
Gino Giugni, il cosiddetto "padre" dello statuto dei lavoratori
[legge n.300/ 1970], una "conquista" che, sotto la maschera della
sanzione giuridica vittoriosa del biennio di lotte 1969-70, nasconde elementi
utili per rileggere l'affermazione del neocorporativismo in Italia. Nel
1956 Giugni scrisse due circostanziati saggi su corporativismo e democrazia
industriale che meritano una qualche attenzione [cfr. Esperienze corporative
e post-corporative nei rapporti collettivi di lavoro in Italia, e Contrattazione
aziendale e democrazia industriale, in Il Mulino n.51-52-54,
Bologna 1956; anche la Contraddizione, no.48].
Ma il suo progetto giuridico puntava sull'ulteriore involuzione storica
della normativa, sostanzialmente neocorporativa nel silenzio della parola,
che ha portato ai noti approdi dello "statuto" del 1970 e del
"protocollo" di luglio 1993. Tutte le problematiche pienamente
sviluppate dal neocorporativismo - cogestione, codeterminazione, rappresentanza
istituzionale, contrattazione nazionale, partecipazione, mobilità,
flessibilità, scomposizione sociologica della classe, ecc. - sono
state allevate da Giugni in quel suo antico brodo di coltura. A suo dire
si può "tracciare una linea di continuità tra il preesistente
sistema dei rapporti contrattuali e quello attuale".
La sostanza del corporativismo fascista è conservata, in quanto
trasmutata attraverso la forma del corporativismo "democratico"
usamericano. Giugni afferma che la risoluzione "paritetica" delle
"controversie in materia di qualifiche e di cottimi" costituì
la "conquista più avanzata dell'esperienza corporativa, troppo
affrettatamente cancellata, dopo la liberazione, mediante l'attiva cooperazione
per la ricerca di comuni e specifiche soluzioni tecniche". Parla poi
di limiti contingenti dovuti alla "disciplina corporativa antiproduttivistica"
che necessitava soltanto di "permearsi di un contenuto più
umano" [sic] contro "una soluzione esasperatamente garantista".
In anticipo di una quarantina d'anni, Giugni - prima di Treu e Biagi - sapeva
che "il lavoratore che fa proprio un mestiere e lo conserva per tutta
la vita è, in un certo senso, una figura destinata ad appartenere
al passato", asserendo che di ciò è "massimamente
responsabile l'organizzazione socialcomunista, nel quadro di un classismo
chiuso e dogmatico".
Il precipitare della crisi mondiale ha ridisegnato la ripresa
del comando assoluto del capitale sul lavoro. Con la nuova organizzazione
del lavoro e divisione internazionale del lavoro, su scala planetaria, il
ricorso storico del "fascismo democratico" ha perciò preso
il via sotto le spoglie del neocorporativismo transnazionale. È
stata la crisi Usa, presto divenuta mondiale con la sua sovraproduzione,
che ha determinato insostenibilità dei costi e taglio della spesa
per lo "stato sociale". Il nuovo ordine mondiale corporativo è
basato sull'unificazione del mercato mondiale per il nuovo ordine
(l'antica parola d'ordine corporativa nazionalsocialista era Neue
Ordnung), che è principalmente "nuovo ordine mondiale"
del lavoro. Quindi, il neocorporativismo sta innanzitutto,
com'è ovvio, nella trasformazione del processo di lavoro entro
il modo di produzione capitalistico.
Diceva già Marx che il cottimo è ciò che corrisponde
meglio al concetto di capitale, coartando il lavoratore all'autocontrollo
dello sfruttamento. Nella figura classica di cottimo - da intendersi
meglio come "cottimo collettivo", che è cottimo corporativo
- si possono oggi racchiudere come epitome tutte o quasi le nuove forme
contrattuali del rapporto di lavoro, emarginate precarie irregolari (che
Marx direbbe "stagnanti"). Si tratta di ciò che è
costruito intorno alle ricordate parodie di flessibilità del lavoro
e del salario, interinalità e parzialità del tempo di lavoro,
consensualità imbellettata come partecipazione (che è in realtà
ricatto consensuale), ecc. Questa accettazione del ricatto capitalistico,
infatti, subordina corporativamente il salario al risultato dell'impresa,
e il reddito (come cittadino) allo stato dell'economia "nazionale".
La flessibilità del salario misurata come cottimo tradizionale non
è più neppure rintracciabile direttamente nel "rendimento"
del lavoro stesso.
Tale tipo di "consociativismo", in quanto accettato dai sedicenti
rappresentanti politici e sindacali dei lavoratori, decreta la "fine"
delle classi. In ciò consiste la natura pattizia del neocorporativismo
in genere, allorché il capitale riesce a estorcere un totale consenso
di massa, per imporre come "norma" il proprio dominio di classe
sull'intera popolazione. È la fase della crescita e dell'accumulazione
di plusvalore in cui la lotta può procedere senza intoppi a senso
unico, nel dispotismo assoluto del capitale sul processo sociale
di produzione e di lavoro. La "pacifica", o pacificata, collaborazione
nazionalcorporativa è il risultato di tutto ciò.
Ma qualora l'eccesso di sovraproduzione di valore erompa in una crisi -
che ormai da tempo ha portata planetaria - lo strisciante disagio sociale
si fa sempre più palese. Il potere di classe del capitale non riesce
a continuare a coartare consensualmente tutte le masse popolari.
Lo spirito di solidarietà - imposto dal corporativismo perché
a esso connaturato e che ricorre sempre all'occultamento del conflitto insito
nella lotta di concorrenza (che avviene anche tra monopoli) - viene reso
selettivo da capitale stesso. All'occorrenza, esso sa dividere
le masse per comandare, colpendo duramente le parti più refrattarie
e autonome dalle gerarchie del potere, per esercitare esplicitamente quella
repressione di cui, comunque dissimulata, il capitale monopolistico finanziario
ha ineluttabilmente bisogno. Codesto divide et impera - reimportato
dal dominio imperialistico sui paesi stranieri alla composizione di classe
all'interno (come già insegnava Hobson) - conserva intatta l'attitudine
imperialistica corporativa verso quella parte del proletariato, e della
popolazione, che accede a far sì che la borghesia possa disporre
della volontà dei subalterni.
Chi non accetta è fuori della norma - "anomico", ripetiamo,
secondo la dizione sociologica integrata - e deve subire le discriminazioni
fattegli imporre da quella parte succube della massa che costituisce il
"gregge senza idee", per dirla con Marx. Questa forma del neocorporativismo
della fase di crisi ha perciò aspetti maggiormente selettivi,
rispetto a quella largamente "assistenziale" assunta nella fase
di ripresa o accumulazione. Per dare a qualcuno, a qualcun altro bisogna
togliere. E se l'apparenza fa credere ai più che il risultato sia
favorevole alla maggioranza assopita, basterebbe fare un po' di conti per
vedere sùbito che il saldo è negativo (meno tasse dirette
per tutti nasconde molte più imposte indirette, maggiori tariffe,
prezzi più alti, ecc. per chiunque, tranne che per i capitalisti
più ricchi che gongolano, osservando i sorrisi demenziali dipinti
sui volti di tante vittime consenzienti - popolazioni di Stati uniti e Italia,
per non nominare altri paesi, insegnano).
La forma del neocorporativismo del "nuovo ordine mondiale"
imposto dalla fase di crisi dell'accumulazione di plusvalore è
questa. Non tragga perciò in inganno l'assenza di uno
scontro frontale generalizzato, che è solo parvenza. Lo scontro
che c'è "per eccezione" è infatti sovrastato dal
"consenso coatto", estorto precisamente a quel "gregge senza
idee" che ancòra pervade le masse. Dunque, è neocorporativismo
anche quello che apparentemente non è. La finzione di duelli
in punta di fioretto serve solo per inficiare esteriormente l'accordo
di "tavoli triangolari" delle trattative governo-industria-sindacati.
C'è sempre, e in abbondanza, tra i sedicenti (e ... seducenti) rappresentanti
politici e sindacali dei lavoratori, chi "consente" con il governo
e con il potere in generale. L'importante, per la borghesia al potere, è
portare dalla sua parte - con la seduzione della "democrazia",
dell'armonia e della "pace sociale" - la maggioranza delle masse
liberate da ogni strumento difensivo e disgregate programmaticamente, per
poter inibire con la forza e strangolare le restanti frazioni a essa ostili.
"Negli stati fondati sulla divisione in classi, su una legislazione
che favorisce la lotta tra le classi, non si può sperare di veder
regnare lo spirito cristiano, quello spirito necessario alla pace interna
ed esterna. Lo spirito di pace tra cittadini e tra nazioni deve regnare
in fondo al cuore di ognuno, ricevuto col latte materno", scriveva,
senza tema di essere dileggiato, Silvio Gesell, il quale riferiva la "pace
interna ed esterna" - pace sociale, s'intende, tra classi e tra popoli
- alla bontà cristiana. Pertanto, il ricorso all'esplicita violenza
armata, al posto di quella ideologica più sottile, costituisce per
la borghesia l'estrema ratio, lo stato d'eccezione, l'emergenza delle
"leggi eccezionali". Ma esso non avviene mai smentendo
la logica neocorporativa.
Una controprova, per così dire, di ciò si può avere
non appena si provi a riscontrare che oggi il massimo ottundimento delle
masse si ha con la "coercizione al consenso" mediato dall'asinistra,
e non con la repressione diretta. Si prenda a esempio il recente caso olandese
[cfr. la Contraddizione, no.67]: per il cosiddetto "risanamento"
di quell'economia è stato esplicito il richiamo ai princìpi
del neocorporativismo, esaltato soprattutto da parte di esimi on.
prof. "pensatori" dell'asinistra. Mentre costoro parlano, tra
l'altro, di "scelta" del lavoro a tempo parziale e "contenimento"
dei tagli forzati (-12% del pil!) alla spesa sociale, ai sussidi e alle
indennità, i portavoce Fmi del capitale non tentennano un attimo
di fronte alla constatazione che "le autorità olandesi - attraverso
la concertazione sindacale - con l'obiettivo del consolidamento fiscale
e della riduzione dell'intervento pubblico, particolarmente nelle aree della
sicurezza sociale e del mercato del lavoro", hanno raggiunto l'"importante
risultato della ripresa di profittabilità delle imprese, propiziata
dalla moderazione salariale".
Mentre i sicofanti padronali dicono il vero, esultando per i risultati raggiunti
con il consenso pacifico dal neocorporativismo-di-sinistra, perché
l'asinistra di tutti i paesi (disunita) è attratta dal vuoto del
neocorporativismo, confondendolo per un "pezzo di socialismo"?
Del resto Engels, in uno scambio di opinioni con Marx, notò come
già ai suoi tempi lo sciopero si stesse trasformando in un'arma a
favore dei padroni, i quali lo caldeggiavano per ... ridurre l'orario di
lavoro, non dovendone pagare i costi a séguito della sospensione
dell'attività. Anche in Italia, tutti sanno com'è finita la
soggezione consensuale delle masse proletarie a forme di compromesso guidate
da governi in cui erano presenti partiti che, avendo gettato il comunismo
alle ortiche, pure ne portavano ancora (per poco) il nome. Perciò
è superfluo insistere sul ruolo dirompente del corporativismo affidato
alle amorevoli cure degli amici-dei-lavoratori!
La riduzione della lotta di classe a "discussione onesta"
in funzione del "bene comune" non è che il disarmo delle
masse. La partecipazione "parificata" neocorporativa è
la seduzione per calmierare - se mai fosse possibile - la lotta di classe.
Finché le masse proletarie non riescono a vedere l'imbroglio collettivo
cui sono costrette, in una guerra tra poveri, emancipandosene, i padroni,
potendo sparare il meno possibile - il minimo indispensabile, per così
dire, contro il minor numero possibile di reprobi - se la ridono.
Essi vivono! noi no (... non ancòra).