IL CENTONE
un bilancio redazionale collettivo

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Qualunque cosa accada, la borghesia
si ricorderà dei miei foruncoli per tutta la vita.

[Karl Marx, Lettera a Friedrich Engels, Londra 22.6.1867]

L'America è un muro
e tu stai dall'altra parte.

[Carl Lee Haley, Il momento di uccidere]

In una ventina d'anni - diciassette ufficialmente come rivista di marxismo puntualmente uscita ogni bimestre, preceduta da dieci numeri, nell'anno e mezzo di una precedente esperienza con un breve foglio mensile sperimentale [NO - NumerO] di contro/in/formazione, e da qualche brevissimo numero locale uscito nel 1983, iniziative tutte promosse e fortemente volute da Gianfranco Ciabatti - molte cose sono cambiate (... a parte il papa, per poco ancora). Ma tale "cambiamento" si è manifestato soprattutto in termini fenomenici. In realtà, nel febbraio 1987 allorché uscimmo col numero 0, erano già trascorsi altri due decenni da quando, come scrivemmo allora, era in corso una "lunga crisi mondiale che - sempre la stessa, e non come "ricaduta" dopo false riprese - continua ormai da lungo tempo". Essa era determinata da quella sovraproduzione (che è ancora fraintesa, se non ignorata) e comportava la caduta del tasso di profitto e la distruzione dell'occupazione (riserva di lavoro e soprattutto di lavoratori). Dunque, con criteri adeguati di analisi, tutto ciò era ben interpretabile.
"La contraddizione, esposta in termini generali, è questa: il capitale stesso è la contraddizione in processo" - furono le prime parole di Marx da noi scelte per la nostra copertina, da allora conseguentemente immutata, dato che quella lunga ultima crisi incontra parecchie difficoltà per essere risolta. Sulla base delle indicazioni marxiste codeste contraddizioni risultano immanenti al capitalismo medesimo; mentre l'ideologia dominante, senza eccezioni da destra a manca, lo vuol far sembrare totalmente privo. La nostra proposta di marxismo è così sempre consistita nell'analisi della contraddizione. Pertanto, qui il motivo di fondo è stato e rimane quello di seguire i "criteri del marxismo - nella sua totalità e completezza - nella misura in cui la realtà attuale è tuttora pienamente dominata dal modo di produzione capitalistico": proprio in una fase in cui eravamo fin dal principio costretti a osservare che "in nome del marxismo e a sua insaputa sono state fatte passare troppo spesso analisi e concezioni fallimentari, che con esso avevano poco o nulla a che vedere". La storia purtroppo continua e si ripete al ribasso.
Ma si tratta di insistere nell'individuazione di quelle "determinazioni storiche che pesano - per dirla con Marx - "come un incubo sul cervello dei viventi"". In questo centesimo numero, che consideriamo più una vittoria reale delle categorie usate piuttosto che un nostro soggettivo privilegio, ogni volta faticosamente conquistato, proviamo perciò a trarre un bilancio della nostra iniziativa pressoché ventennale, dall'attraversamento di "un periodo storico in una profonda fase di crisi e dopo-crisi, in modo altalenante e contraddittorio" fino a questi ultimi anni. Secondo una doverosa analisi storica risulta che sono crollati muri, torri, miti e contesti di pace: questa, certamente, è l'apparenza reale del molto che è cambiato. E, con tale realtà che appare, anche il linguaggio che oggi ci è dato usare redazionalmente non ha più condizioni, di comprensione e di ambiente sociale, come quelle che autorizzavano i concetti, certamente più politici, perché tale era negli anni `80 la rappresentazione coscienziale preponderante in cui si condivideva l'intera realtà (sociale a essere completamente diversa - dell'epoca della presentazione della rivista). Proprio per questo, i lineamenti del marxismo che analizzano la classe proletaria posta nei reali rapporti di forza tra le classi - divise dalla proprietà privata che ne esige la lotta strutturale -mostrano queste categorie come quelle specifiche del modo di produzione capitalistico, nel mutamento delle sue fasi storiche.
Il nostro è sempre stato, deliberatamente, un "punto di vista niente affatto imparziale, bensì di parte, quello delle classi lavoratrici" mondiali. Attraverso la "critica della realtà e delle spiegazioni giustificative di essa", si può costruire una prassi trasformatrice di essa. Ma sappiamo bene che una siffatta costruzione richiede tempi lunghi e percorsi tortuosi. È molto più agevole e gratificante diffondere incultura e semplificazione, ignorare e rabbassare i concetti e impoverire la lingua, piuttosto che il contrario. Non solo. Il potere - oggi il potere finanziario della classe borghese - ha sempre a disposizione ricchezze e mezzi che a noi mancano, sì che la nostra ridotta prospettiva attuale consiste nell'accumulare forze per il presente che può essere, in preparazione del futuro. Per questo abbiamo cercato di mostrare che "contraddizione è anche impugnare la negazione per dire quel che si può contro l'informazione e la cultura dominante".
La pervasività comunicativa dell'ideologia egemone è oggi uno dei principali nemici da battere. La nostra insufficiente crescita è, forse, anche dovuta a una scarsa capacità di utilizzare adeguate strategie comunicative; ma essa va unita alla nostra voluta insistenza di effettuare analisi incompatibili con fini politici di corto respiro. L'augurio di rappresentare uno strumento utilizzato per la lotta di classe si è, a volte, avverato, ma il motivo di fondo del nostro isolamento va comunque ricercato nel fatto oggettivo che il marxismo si fa strada insieme alla crescita materiale e politica dei salariati. La sintesi dell'iniziativa, di cui qui vorremmo trarre un primo bilancio, sta nel puntare a incrociare gli avvenimenti reali con le nostre analisi, come "momento centrale della dialettica storico-materialistica, e della sua peculiare teoria della contraddizione". Una simile sintesi può forse, a un primo sguardo, sembrare autocelebrativa, ma ciò che qui si vuole evidenziare è che le nostre analisi hanno interpretato e anticipato una realtà che si è delineata e sviluppata proprio nelle direzioni che quelle categorie usate indicavano come tendenziali.

Il neocorporativismo, come organizzazione in espansione su scala mondiale e proteiforme, ha costituito un momento logico intorno al quale è ruotata la nostra analisi. Da un suo primo categorico occultamento da parte della classe dominante, si è assistito via via, di fronte all'evidenza dei fatti (triangolazioni, consociativismo e via concertando), a un'inevitabile emersione del "termine", anche sulla stampa ufficiale. Ovviamente, la sua sostanza concettuale è stata stravolta, sia da parte dei padroni e dei loro governanti, sia da parte dei sedicenti "rappresentanti" dei lavoratori.
Si è infatti lasciato intendere come un pacifico e benevolo accordo tra le parti sociali (proprio secondo l'ottica originale fascista), eventualmente da invocare anche quando fosse stato più conveniente per il capitale spingere la poliedricità neocorporativa verso l'esternazione del conflitto. Per l'ideologia dominante è necessario vanificare ogni possibile forma di opposizione reale, mascherando quest'ultima mediante un beneplacito consenso massificato e di popolo. La falsa esaltazione di massa, tesa a imprigionare nei sentimenti immediati popolari il senso delle guerre-umanitarie-con-i-giovani-soldati-ammazzati in missione, ne rappresenta indirettamente un'esemplare attuale conferma. Anche in Italia si sono avuti dei morti, divenuti inconsapevoli "eroi", ammantati retoricamente di bandiera tricolore e di patrio inno di Mameli.
Le urgenze odierne della crisi planetaria suggeriscono codesta maschera, per liquidare qualsiasi inutile intralcio formale dell'opposizione sindacale o partitica ancora legale. Siffatta urgenza impone al potere di non perdere altro tempo; senonché il neocorporativismo non decade, anche quando prevale l'opportunità di un apparente amoroso accordo con i lavoratori, poiché in esso è contenuto sempre e comunque il comando della classe dominante sul proletariato subalterno. Far sostenere a quanti sono affatto privi di proprietà gli interessi dei proprietari - e ciò dovrebbe essere oggi ben visibile nel coinvolgimento bellico iracheno, nei morti per gli interessi dei petrolieri e investitori internazionali, che nessun profitto spartiranno mai con le truppe da macello ai loro ordini - gabellandoli per interessi "comuni" al di sopra delle classi, è corporativismo.
Il suo intento è quello di isolare agli occhi delle masse gli eventuali "anomici" dissenzienti, colpevolizzare i salariati (magari dei trasporti) che scioperano senza rispettare "regole" surrettizie, per lasciare nell'ombra le ripetute violazioni della legge da parte padronale. Sul piano internazionale, poi, fa da riscontro l'esempio di Sharon che invoca un sostegno corale proprio quando vìola le delibere dell'Onu nel reiterare tutti i soprusi e i crimini nei confronti dei palestinesi, perpetrati dietro il miserabile scudo dell'"antisemitismo" ipocrita (sì che possa preparare da tempo azioni militari contro gli impianti nucleari civili iraniani, forse coperto o per conto degli Usa, quando Israele non aderisce al Trattato di non proliferazione e non è sottoposto ad alcuna verifica, unico in Medio oriente a tenere puntate su altri paesi della regione dalle 200 alle 400 testate nucleari).
In tal senso, è necessario ribadire come sia limitante, e al fondo distorcente, restringere la pratica neocorporativa alla sola forma sindacale, quando invece essa riguarda tutte le forme della lotta di classe, anzitutto politica. Perciò le forme attuali del neocorporativismo possono apparire mistificate rispetto alla loro assetto originario, ma questo non modifica ciò che abbiamo sempre identificato come carattere assunto dal potere imperialistico nel "nuovo ordine mondiale". È anche questo dominio ideologico delle coscienze infelici.
Se il neocorporativismo - dopo il prudente silenzio seguìto al fascismo e al new deal rooseveltiano, che ne hanno integrato le due diverse forme politiche per medesimi fini economici - ha subìto tante deformazioni, la transizione ha vissuto, e vive nella sua "inattualità", momenti di vero e proprio capovolgimento. Non per caso Gianfranco Ciabatti - subito dopo il "crollo-del-muro" del cosiddetto "socialismo reale" - scriveva che "la democrazia sociale nasce "naturalmente" col crisma del corporativismo nei regimi, diciamo così, postsocialisti, storicamente predisposti a una forma autoritaria di rimozione della lotta di classe che non può avere molto a che fare con quella fascista, ma che molto si avvicina a quella della nuova corporazione".
È stato perciò un gioco facile per l'imperialismo far ritenere a qualunque benpensante che "transizione" oggi significhi solo il passaggio all'economia-di-mercato, ossia al capitalismo. Noi invece intendemmo quel concetto, e quella parola, nel senso originario di epoca di grande trasformazione sociale, che nella totalità di una tale trasformazione del dominio capitalistico poneva i temi della transizione a un modo di produzione socialista. È un problema secolare di metamorfosi materiali e sociali che richiede l'esperimento di molte mediazioni, ossia l'attraversamento di numerosi termini medi in un processo di lotte storiche, cioè contraddittorio e ricco di complessità dialettica, il che significa che la loro visibilità è possibile solo nel termine delle trasformazioni avvenute.
Avevamo scritto allora che "gli esperimenti post-rivoluzionari di realizzazione del socialismo mostrano caratteri loro propri, che si fondano su contraddizioni oggettive e su problemi di enorme difficoltà". Verificando che sulla questione non si possono fare ipotesi temporali o di linearità, sapevamo bene che "la discontinuità epocale del tempo presente è momento di contraddizione rispetto alla continuità del dominio del capitale sul mercato mondiale: ciò indica la necessità di spostare l'attenzione sulla transizione, intesa dunque con un senso dialettico di mediazione storica, come processo oggettivo (lungo e tortuoso), periodicamente e provvisoriamente reversibile". È in questo preciso senso storico, e senza alcuna concessione al romanticismo economico e politico prevalente, che sono state considerate le basi oggettive messe in movimento dalla transizione, le quali hanno creato le necessarie e inevitabili contraddizioni al sistema di potere prevalente. Però, come si è venuto puntualizzando a proposito dell'internazionalizzazione del capitale, gli obiettivi "inattuali" della transizione socialista si presentano in modo del tutto diverso.
Il potere finanziario transnazionale della borghesia ha differito soggettivamente gli sviluppi della transizione, e li ha addirittura sovvertiti nella falsa coscienza delle masse, nel momento in cui ha determinato - in questa fase - la sconfitta soggettiva del movimento operaio internazionale. Gli accadimenti tumultuosi e devastanti verificatisi nelle economie socialiste, prima e dopo l'abbandono della pianificazione, non possono che rientrare oggi in questo tipo di complessa analisi. Appena buttato giù il muro a Berlino scrivemmo che "gli eventi "simbolici" del 1989 (e dopo: il crollo dei muri e la cosiddetta "fine dell'ideologia") e quelli reali (le guerre, le crisi e il loro perdurare) non hanno, in siffatto contesto, rappresentato alcuna sorpresa, ma anzi hanno dato una puntuale conferma delle analisi, svolte nell'indifferenza se non nella deliberata emarginazione da parte delle strutture sindacal-politiche della sinistra istituzionalizzata" [dell'"asinistra", abbiamo puntualizzato in seguito]. È l'economia mondiale che ormai dà anche il segno della transizione. Nelle vicende del dopo "muro di Berlino" - che, per i motivi detti, era già "crollato" prima del 1989 - la guerra imperialistica è una costante.

L'imperialismo e la guerra, che da più di un secolo inevitabilmente ne consegue, hanno costituito un altro corrispondente punto fisso di riferimento per la nostra analisi. La denuncia della guerra non è certo stata espressa solo da parte nostra, ma generalmente ne sono stati sottolineati gli aspetti connessi all'emotività di un comune sentire, nel senso del rifiuto morale o costituzionale. È opportuno insistere quindi sulla sua natura portata dalla conflittualità di classe a livello mondiale, originata dai rapporti di proprietà. Le sue radici vanno quindi rintracciate negli interessi economici interimperialistici che decidono, di volta in volta, se farle assumere la forma prevalentemente commerciale, politica o militare. La fase superiore transnazionale dell'imperialismo contemporaneo fornisce ampie spiegazioni della violenza, di aggressione anche bellica, in atto. L'incombere di forze di guerra - da noi seguito puntualmente - non si è più fermato.
È bastato riprendere il filo del discorso dopo il "mitico 1989" per vedere concretizzarsi le analisi svolte, assumendo come segno il primo "pronunciamento" militare Usa sugli obiettivi posti alla cosiddetta "nuova Nato". I protagonisti sono sempre gli stessi (i vari Wolfowitz, Armitage, Perle, Rumsfeld, Baker, Cheney e via condeleezeggiando a lungo), impegnati a far svolgere operazioni coperte che i servizi segreti "ufficiali" non possono compiere, mentre alle loro spalle agisce da tempo trasversalmente il gruppo di Bilderberg (Gotha politico, finanziario, ecc. dell'imperialismo mondiale) e la sua filiazione Trilateral.
Lo scenario di guerra, pertanto, ha segnato il pianeta in maniera particolarmente intensa a cominciare dagli anni 1990. Non che prima non ci fosse: le eufemisticamente denominate "guerre di debole intensità" (almeno una cinquantina in giro per il mondo) vedevano solo l'impiego per lo più indiretto delle forze armate Usa. Dopo la Corea, soltanto il Vietnam (da Kennedy a Nixon) aveva fino ad allora rappresentato l'"eccezione", sì da offrire pesanti analogie con quanto successe di lì a poco. Ma, appunto, in piena crisi da sovraproduzione, l'imperialismo è ripartito dalla prima "guerra del golfo" contro l'"alleato" Irak, scatenata dal clan Bush sr.
La prosecuzione si è avuta nelle varie fasi dell'aggressione clintoniana alla Jugoslavia, per giungere poi con i "corridoi" all'Afghanistan, e quindi in tutto il medioriente (dove svetta la questione palestinese, con le ricordate contraddizioni israeliane in spregio alle delibere dell'Onu, per favorire comunque il capitale finanziario sionista, soprattutto operante in Usa). Con la seconda "guerra del golfo" del sempiterno clan Bush, stavolta jr, la strategia militare di conquista delle postazioni strategiche Usa in vista del nuovo secolo sta avendo piena attuazione. Le maschere "umanitarie" (etniche, religiose, nazionali, ecc.) e di "sfida al terrorismo" (di chi?) sono state così calate sulla faccia corrosa e putrescente degli interessi di un capitale mondiale in crisi di rottura prolungata.
Abbiamo più volte rammentato il secolare avvertimento di Hobson, secondo cui "è, invero, una nemesi dell'imperialismo che le arti e i mestieri della tirannia, acquisite e esercitate nel nostro impero illiberale, siano rivolte contro le nostre libertà in patria". La repressione all'estero si è così tradotta, in nome della lotta al terrorismo nel drastico restringimento delle libertà costituzionali nei paesi dell'imperialismo stesso, fino all'adozione di leggi speciali e codici di guerra nel cosiddetto tempo-di-pace e alla violazione di ogni norma del vecchio diritto internazionale, in ossequio agli ordini impartiti dal capitale bellico.
In tale contesto militare imperialistico occupa una posizione importantissima - e di ciò ne stiamo dando ripetutamente conto - l'Eurasia, secondo la datata strategia di Brzezinski "democraticamente" allacciata al repubblicano "piano Kissinger". Ma non si può dire Eurasia e corridoi euroasiatici senza riferirsi al ruolo della Cina e al suo ingresso nell'Omc. Quanto a transizione e a mutamento stratosferici, in Cina - da Mao Tse-tung a Hu, passando per Liu, Teng e Zhao - il ... "grande balzo" verso il mercato capitalistico, attraverso gli ide (investimenti diretti esteri), non teme confronti: aspettiamo di valutarne gli sviluppi, fin qui abbastanza netti, nei prossimi venti o trent'anni.
Dal proliferare del "debito estero" all'invasione mondiale della pletora di capitale monetario nelle borse, "l'imperialismo transnazionale, guidato dal grande capitale a base Usa, ricorre sempre più alla sua violenza per imporre la propria egemonia armata sul mondo intero". È con le guerre imperialistiche del XX sec. - forme militari delle crisi economiche - che si sono venuti sviluppando, conseguentemente, successivi "piani" per una qualche soluzione della crisi. Dopo la distruzione, bellica e sociale, c'è la ricostruzione rigorosamente gestita dagli imperialisti distruttori. Dopo il "piano Dawes" che seguì alla prima guerra mondiale, fu la volta del "piano Marshall" della seconda (dei quali abbiamo dato conto, comparativamente, su queste pagine), o simili altrove.
Dalla fine degli anni 1970 in poi la dipendenza dall'imperialismo dei paesi dominati si è sempre più caratterizzata dall'indebitamento estero e interno di questi ultimi paesi. Il cosiddetto "piano Baker" decollò per questo, tanto che James Baker si ritrova puntualmente dalla prima aggressione all'Irak alla seconda, passando per tutte le tappe intermedie e quelle successive ... via distruggendo per ricostruire. I motivi di tutto ciò erano chiaramente da ravvisare nella perdurante situazione di crisi mondiale di sovraproduzione, a causa della quale il denaro capitale disponibile sui mercati finanziari si trovava patologicamente in eccesso. Di fronte a ogni posizione di debito dei paesi dominati c'è sistematicamente, come sua causa, quella di credito del capitale internazionale. Intorno a ciò abbiamo cercato, negli anni della nostra rivista, di costruire uno dei nuclei portanti della nostra analisi economica politica, e con puntualità di riferimenti per la delineazione di un vasto quadro d'insieme, che desse conto il più possibile della totalità necessaria.

Il mercato mondiale, con il suo sviluppo diseguale, ha raggiunto ormai l'adeguata dimensione concettuale (ancorché non ancora attuale ma solo potenziale) che gli compete. Per questo abbiamo centrato praticamente tutta la nostra analisi proprio sul mercato mondiale in espansione, dall'attuale fase transnazionale dell'imperialismo ai conflitti tra le valute (dollaro euro e monete deboli), dalla dislocazione dell'industrializzazione fuori dai paesi imperialistici maturi, al processo di centralizzazione e al ruolo dello stato, ecc. Quella che, anche da noi, fu chiamata "putrescenza Usa", con una crisi endemica alla base delle guerre come forma necessaria di fase, è servita ideologicamente per lanciare la vuota parola d'ordine della cosiddetta "globalizzazione". Questo termine (pure mal tradotto in italiano) è stato usato, e da noi perciò criticato, per soppiantare ogni rapporto di proprietà e di classe su cui gerarchicamente si fonda, e che perciò mediante tali espressioni andrebbe inteso. La cosiddetta "finanziarizzazione" internazionale dell'economia, la "privatizzazione", la "nuova economia", non fanno altro che accompagnare l'intera mistificazione del potere, il quale fa intendere al senso comune che la lotta di classe sia finita e che un mondo senza disuguaglianze sia possibile.
Senonché la crisi planetaria è talmente in evidente espansione, che il capitale finanziario sta accelerando la propria uscita dalla grande industria per raggiungere meno rischiose posizioni di rendita derivanti da posizioni di monopolio (soprattutto "naturale"). Abbiamo ricordato come questo cambiamento del momento sia agevolato dalla privatizzazione, principalmente a opera dello stato borghese, al puntuale servizio del capitale. Ciò ha portato a una riflessione, non separata da quanto precede, sulla crisi dello "stato sociale" e sulle riforme istituzionali, non solo in Italia.
Inoltre il capitale a base italiana, oltre a rincorrere le cosiddette "pubbliche utilità" per garantire la propria condizione monopolistica nazionale, non ha, in particolare, perseguito la necessaria ristrutturazione tecnologica connessa all'automazione del controllo (pervenendo solo a un parziale aumento della sua composizione organica per recuperare un po' di plusvalore relativo). Le ambizioni del capitale mondiale, in un periodo di crisi incombente, erano quelle di poterla risolvere, sotto l'illusoria spinta del cosiddetto "modello giapponese", presuntivamente facendo leva sulla rivoluzione informatica. Ma tempestivamente avvertimmo che "la ristrutturazione tecnologica non sembra venire a capo dei problemi posti dalla nuova organizzazione del lavoro sociale. Il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo è sempre più storicamente miserabile".
Un effetto parallelo e secondario dell'automazione del controllo, considerato teoricamente, può vedersi nell'accelerazione impressa all'allontanamento tra valori e prezzi. In questo senso, un termine centrale - forse il termine centrale - cui ci riferiamo è proprio la teoria del valore, che in ultima analisi è fondante sia per i vari tipi di prezzo sia per lo sfruttamento della forza-lavoro (l'unico che conta). E proprio intorno al valore ruota la principale considerazione attuale sulla conflittualità dell'imperialismo transnazionale: la guerra tra aree valutarie.
La questione va ben al di là dell'ordinario confronto e scontro tra le monete nazionali operanti sul mercato mondiale. Nella misura in cui il capitale "vola" sul pianeta da una piazza finanziaria all'altra, senza sosta, l'area di riferimento di una particolare valuta travalica i confini nazionali del particolare paese che conia la moneta. Ciò già era evidente per le monete deboli le quali, non potendo denominare i movimenti di capitale (debiti e crediti) del proprio paese, sono sempre state costrette a riferirsi alle cosiddette "valute pregiate", forti e di sicuro riferimento. Ora, però, con la trasversalità e la completa mobilità del capitale finanziario imperialistico, le aree nelle quali le valute di riferimento possono operare (sia per gli investimenti diretti, sia per quelli di portafoglio) sono anch'esse trasversali ai singoli paesi - compresi quelli "forti" - a seconda della moneta in cui esso preferisce essere denominato.
Infatti, dopo la "crisi di Bretton Woods" e con il dollaro in difficoltà, le cose vanno diversamente dal passato. La continuità dell'analisi delle fasi dell'imperialismo, da noi sempre seguìta, trova perciò oggi nella sua forma transnazionale il superamento dialettico che, come tale, trasforma e include le forme imperialistiche precedenti, nazionale e multinazionale. Questa nuova fase rappresenta perciò il puntuale aggiornamento di quanto noi stiamo facendo da una ventina d'anni almeno. Dunque, con la caduta o quanto meno il notevole indebolimento del riferimento al dollaro - oltre a riprendere quota, come sempre avviene, l'oro quale equivalente generale - il quadro mondiale ha messo in mostra una nuova valuta di riferimento mondiale: l'euro. Se il dollaro, nel corso della propria crisi, è riuscito prima a ritardare l'unificazione, monetaria e reale, della "fortezza europea" (prevista originariamente addirittura per il 1972), e poi a detronizzare a tempo indeterminato lo yen giapponese (con la crisi del 1997), non ha potuto rimandare oltre il varo e l'adozione dell'euro da parte di una frazione crescente del capitale mondiale.
Questo capitale si estende su tutto il pianeta: a cominciare dalle nazioni "originarie" dell'Ue, sta coinvolgendo molti paesi emergenti (soprattutto detentori di materie prime fondamentali, a partire dagli idrocarburi), grandi economie nazionali in (falsa) "transizione", come Russia e Cina, operando perfino sui titoli provenienti dall'interno degli Usa. Quello che vogliamo sottolineare, anche come programma di approfondimento dell'analisi in corso, consiste proprio in questo: è il capitale monopolistico finanziario mondiale, e non le nazioni o i paesi, che adottano questa o quell'altra valuta. E in un periodo in cui nessuna delle due monete può fare a meno dell'altra - anche con l'euro in crescita sul dollaro, sia come denominazione delle transazioni sia per il corso dei cambi - perché una (il dollaro, in particolare) non può crollare drasticamente senza trascinare l'altra nel baratro, la loro convivenza, almeno momentanea, non solo è indispensabile ma può perfino tornare a vantaggio degli speculatori sui cambi (come all'epoca del "bimetallismo").
Tutto ciò si esprime in un doppio rovesciamento delle contraddizioni del capitale a base europea, a causa della transnazionalità interna all'Ue ed esterna rispetto agli Usa, che si replicano su tutto il pianeta proprio per l'operare nei vari paesi delle due aree valutarie, dell'euro (al di là dell'Ue) e del dollaro (al di là degli Usa). Si aggiunga l'affacciarsi di altre minori valute locali, minori ma legate a merci strategiche, e non c'è che da aspettare la Cina, lo yuan e il possibile accordo per una moneta unica asiatica, con yen, rupia, ecc.
Intanto, la contraddizione procede: ... pure troppo! come attestano le stragi, ovunque, in tutto il mondo.