IL CENTONE
un bilancio redazionale collettivo
* . *
Qualunque cosa accada, la borghesia
si ricorderà dei miei foruncoli per tutta la vita.
[Karl Marx, Lettera a Friedrich Engels, Londra 22.6.1867]
L'America è un muro
e tu stai dall'altra parte.
[Carl Lee Haley, Il momento di uccidere]
In una ventina d'anni - diciassette ufficialmente come rivista
di marxismo puntualmente uscita ogni bimestre, preceduta da dieci numeri,
nell'anno e mezzo di una precedente esperienza con un breve foglio mensile
sperimentale [NO - NumerO] di contro/in/formazione, e da qualche
brevissimo numero locale uscito nel 1983, iniziative tutte promosse e fortemente
volute da Gianfranco Ciabatti - molte cose sono cambiate (... a parte il
papa, per poco ancora). Ma tale "cambiamento" si è manifestato
soprattutto in termini fenomenici. In realtà, nel febbraio 1987 allorché
uscimmo col numero 0, erano già trascorsi altri due decenni da quando,
come scrivemmo allora, era in corso una "lunga crisi mondiale che -
sempre la stessa, e non come "ricaduta" dopo false riprese - continua
ormai da lungo tempo". Essa era determinata da quella sovraproduzione
(che è ancora fraintesa, se non ignorata) e comportava la caduta
del tasso di profitto e la distruzione dell'occupazione (riserva di lavoro
e soprattutto di lavoratori). Dunque, con criteri adeguati di analisi, tutto
ciò era ben interpretabile.
"La contraddizione, esposta in termini generali, è questa:
il capitale stesso è la contraddizione in processo" - furono
le prime parole di Marx da noi scelte per la nostra copertina, da allora
conseguentemente immutata, dato che quella lunga ultima crisi incontra parecchie
difficoltà per essere risolta. Sulla base delle indicazioni marxiste
codeste contraddizioni risultano immanenti al capitalismo medesimo; mentre
l'ideologia dominante, senza eccezioni da destra a manca, lo vuol far sembrare
totalmente privo. La nostra proposta di marxismo è così sempre
consistita nell'analisi della contraddizione. Pertanto, qui il motivo
di fondo è stato e rimane quello di seguire i "criteri del marxismo
- nella sua totalità e completezza - nella misura in cui la realtà
attuale è tuttora pienamente dominata dal modo di produzione capitalistico":
proprio in una fase in cui eravamo fin dal principio costretti a osservare
che "in nome del marxismo e a sua insaputa sono state fatte passare
troppo spesso analisi e concezioni fallimentari, che con esso avevano poco
o nulla a che vedere". La storia purtroppo continua e si ripete al
ribasso.
Ma si tratta di insistere nell'individuazione di quelle "determinazioni
storiche che pesano - per dirla con Marx - "come un incubo sul cervello
dei viventi"". In questo centesimo numero, che consideriamo più
una vittoria reale delle categorie usate piuttosto che un nostro soggettivo
privilegio, ogni volta faticosamente conquistato, proviamo perciò
a trarre un bilancio della nostra iniziativa pressoché ventennale,
dall'attraversamento di "un periodo storico in una profonda fase di
crisi e dopo-crisi, in modo altalenante e contraddittorio" fino a questi
ultimi anni. Secondo una doverosa analisi storica risulta che sono crollati
muri, torri, miti e contesti di pace: questa, certamente, è l'apparenza
reale del molto che è cambiato. E, con tale realtà che
appare, anche il linguaggio che oggi ci è dato usare redazionalmente
non ha più condizioni, di comprensione e di ambiente sociale, come
quelle che autorizzavano i concetti, certamente più politici, perché
tale era negli anni `80 la rappresentazione coscienziale preponderante in
cui si condivideva l'intera realtà (sociale a essere
completamente diversa - dell'epoca della presentazione della rivista). Proprio
per questo, i lineamenti del marxismo che analizzano la classe proletaria
posta nei reali rapporti di forza tra le classi - divise dalla proprietà
privata che ne esige la lotta strutturale -mostrano queste categorie
come quelle specifiche del modo di produzione capitalistico, nel mutamento
delle sue fasi storiche.
Il nostro è sempre stato, deliberatamente, un "punto
di vista niente affatto imparziale, bensì di parte, quello
delle classi lavoratrici" mondiali. Attraverso la "critica della
realtà e delle spiegazioni giustificative di essa", si può
costruire una prassi trasformatrice di essa. Ma sappiamo bene che
una siffatta costruzione richiede tempi lunghi e percorsi tortuosi. È
molto più agevole e gratificante diffondere incultura e semplificazione,
ignorare e rabbassare i concetti e impoverire la lingua, piuttosto che il
contrario. Non solo. Il potere - oggi il potere finanziario della classe
borghese - ha sempre a disposizione ricchezze e mezzi che a noi mancano,
sì che la nostra ridotta prospettiva attuale consiste nell'accumulare
forze per il presente che può essere, in preparazione del futuro.
Per questo abbiamo cercato di mostrare che "contraddizione è
anche impugnare la negazione per dire quel che si può contro l'informazione
e la cultura dominante".
La pervasività comunicativa dell'ideologia egemone è oggi
uno dei principali nemici da battere. La nostra insufficiente crescita è,
forse, anche dovuta a una scarsa capacità di utilizzare adeguate
strategie comunicative; ma essa va unita alla nostra voluta insistenza di
effettuare analisi incompatibili con fini politici di corto respiro. L'augurio
di rappresentare uno strumento utilizzato per la lotta di classe si è,
a volte, avverato, ma il motivo di fondo del nostro isolamento va comunque
ricercato nel fatto oggettivo che il marxismo si fa strada insieme alla
crescita materiale e politica dei salariati. La sintesi dell'iniziativa,
di cui qui vorremmo trarre un primo bilancio, sta nel puntare a incrociare
gli avvenimenti reali con le nostre analisi, come "momento centrale
della dialettica storico-materialistica, e della sua peculiare
teoria della contraddizione". Una simile sintesi può
forse, a un primo sguardo, sembrare autocelebrativa, ma ciò che qui
si vuole evidenziare è che le nostre analisi hanno interpretato e
anticipato una realtà che si è delineata e sviluppata proprio
nelle direzioni che quelle categorie usate indicavano come tendenziali.
Il neocorporativismo, come organizzazione in espansione
su scala mondiale e proteiforme, ha costituito un momento logico intorno
al quale è ruotata la nostra analisi. Da un suo primo categorico
occultamento da parte della classe dominante, si è assistito via
via, di fronte all'evidenza dei fatti (triangolazioni, consociativismo e
via concertando), a un'inevitabile emersione del "termine",
anche sulla stampa ufficiale. Ovviamente, la sua sostanza concettuale è
stata stravolta, sia da parte dei padroni e dei loro governanti, sia da
parte dei sedicenti "rappresentanti" dei lavoratori.
Si è infatti lasciato intendere come un pacifico e benevolo accordo
tra le parti sociali (proprio secondo l'ottica originale fascista), eventualmente
da invocare anche quando fosse stato più conveniente per il capitale
spingere la poliedricità neocorporativa verso l'esternazione del
conflitto. Per l'ideologia dominante è necessario vanificare ogni
possibile forma di opposizione reale, mascherando quest'ultima mediante
un beneplacito consenso massificato e di popolo. La falsa esaltazione di
massa, tesa a imprigionare nei sentimenti immediati popolari il senso delle
guerre-umanitarie-con-i-giovani-soldati-ammazzati in missione, ne rappresenta
indirettamente un'esemplare attuale conferma. Anche in Italia si sono avuti
dei morti, divenuti inconsapevoli "eroi", ammantati retoricamente
di bandiera tricolore e di patrio inno di Mameli.
Le urgenze odierne della crisi planetaria suggeriscono codesta maschera,
per liquidare qualsiasi inutile intralcio formale dell'opposizione sindacale
o partitica ancora legale. Siffatta urgenza impone al potere
di non perdere altro tempo; senonché il neocorporativismo non decade,
anche quando prevale l'opportunità di un apparente amoroso
accordo con i lavoratori, poiché in esso è contenuto sempre
e comunque il comando della classe dominante sul proletariato subalterno.
Far sostenere a quanti sono affatto privi di proprietà gli interessi
dei proprietari - e ciò dovrebbe essere oggi ben visibile nel coinvolgimento
bellico iracheno, nei morti per gli interessi dei petrolieri e investitori
internazionali, che nessun profitto spartiranno mai con le truppe da macello
ai loro ordini - gabellandoli per interessi "comuni" al di sopra
delle classi, è corporativismo.
Il suo intento è quello di isolare agli occhi delle masse gli eventuali
"anomici" dissenzienti, colpevolizzare i salariati (magari dei
trasporti) che scioperano senza rispettare "regole" surrettizie,
per lasciare nell'ombra le ripetute violazioni della legge da parte padronale.
Sul piano internazionale, poi, fa da riscontro l'esempio di Sharon che invoca
un sostegno corale proprio quando vìola le delibere dell'Onu nel
reiterare tutti i soprusi e i crimini nei confronti dei palestinesi, perpetrati
dietro il miserabile scudo dell'"antisemitismo" ipocrita (sì
che possa preparare da tempo azioni militari contro gli impianti nucleari
civili iraniani, forse coperto o per conto degli Usa, quando Israele non
aderisce al Trattato di non proliferazione e non è sottoposto
ad alcuna verifica, unico in Medio oriente a tenere puntate su altri paesi
della regione dalle 200 alle 400 testate nucleari).
In tal senso, è necessario ribadire come sia limitante, e al fondo
distorcente, restringere la pratica neocorporativa alla sola forma sindacale,
quando invece essa riguarda tutte le forme della lotta di classe, anzitutto
politica. Perciò le forme attuali del neocorporativismo possono apparire
mistificate rispetto alla loro assetto originario, ma questo non modifica
ciò che abbiamo sempre identificato come carattere assunto dal potere
imperialistico nel "nuovo ordine mondiale". È anche questo
dominio ideologico delle coscienze infelici.
Se il neocorporativismo - dopo il prudente silenzio seguìto al fascismo
e al new deal rooseveltiano, che ne hanno integrato le due diverse
forme politiche per medesimi fini economici - ha subìto tante deformazioni,
la transizione ha vissuto, e vive nella sua "inattualità",
momenti di vero e proprio capovolgimento. Non per caso Gianfranco Ciabatti
- subito dopo il "crollo-del-muro" del cosiddetto "socialismo
reale" - scriveva che "la democrazia sociale nasce "naturalmente"
col crisma del corporativismo nei regimi, diciamo così, postsocialisti,
storicamente predisposti a una forma autoritaria di rimozione della lotta
di classe che non può avere molto a che fare con quella fascista,
ma che molto si avvicina a quella della nuova corporazione".
È stato perciò un gioco facile per l'imperialismo far ritenere
a qualunque benpensante che "transizione" oggi significhi solo
il passaggio all'economia-di-mercato, ossia al capitalismo. Noi invece intendemmo
quel concetto, e quella parola, nel senso originario di epoca di grande
trasformazione sociale, che nella totalità di una tale
trasformazione del dominio capitalistico poneva i temi della transizione
a un modo di produzione socialista. È un problema secolare di metamorfosi
materiali e sociali che richiede l'esperimento di molte mediazioni,
ossia l'attraversamento di numerosi termini medi in un processo di
lotte storiche, cioè contraddittorio e ricco di complessità
dialettica, il che significa che la loro visibilità è possibile
solo nel termine delle trasformazioni avvenute.
Avevamo scritto allora che "gli esperimenti post-rivoluzionari di realizzazione
del socialismo mostrano caratteri loro propri, che si fondano su contraddizioni
oggettive e su problemi di enorme difficoltà". Verificando che
sulla questione non si possono fare ipotesi temporali o di linearità,
sapevamo bene che "la discontinuità epocale del tempo
presente è momento di contraddizione rispetto alla continuità
del dominio del capitale sul mercato mondiale: ciò indica
la necessità di spostare l'attenzione sulla transizione, intesa
dunque con un senso dialettico di mediazione storica, come processo oggettivo
(lungo e tortuoso), periodicamente e provvisoriamente reversibile".
È in questo preciso senso storico, e senza alcuna concessione al
romanticismo economico e politico prevalente, che sono state considerate
le basi oggettive messe in movimento dalla transizione, le quali hanno creato
le necessarie e inevitabili contraddizioni al sistema di potere prevalente.
Però, come si è venuto puntualizzando a proposito dell'internazionalizzazione
del capitale, gli obiettivi "inattuali" della transizione
socialista si presentano in modo del tutto diverso.
Il potere finanziario transnazionale della borghesia ha differito soggettivamente
gli sviluppi della transizione, e li ha addirittura sovvertiti nella falsa
coscienza delle masse, nel momento in cui ha determinato - in questa fase
- la sconfitta soggettiva del movimento operaio internazionale. Gli accadimenti
tumultuosi e devastanti verificatisi nelle economie socialiste, prima e
dopo l'abbandono della pianificazione, non possono che rientrare oggi in
questo tipo di complessa analisi. Appena buttato giù il muro a Berlino
scrivemmo che "gli eventi "simbolici" del 1989 (e dopo: il
crollo dei muri e la cosiddetta "fine dell'ideologia") e quelli
reali (le guerre, le crisi e il loro perdurare) non hanno, in siffatto contesto,
rappresentato alcuna sorpresa, ma anzi hanno dato una puntuale conferma
delle analisi, svolte nell'indifferenza se non nella deliberata emarginazione
da parte delle strutture sindacal-politiche della sinistra istituzionalizzata"
[dell'"asinistra", abbiamo puntualizzato in seguito]. È
l'economia mondiale che ormai dà anche il segno della transizione.
Nelle vicende del dopo "muro di Berlino" - che, per i motivi detti,
era già "crollato" prima del 1989 - la guerra imperialistica
è una costante.
L'imperialismo e la guerra, che da più di
un secolo inevitabilmente ne consegue, hanno costituito un altro corrispondente
punto fisso di riferimento per la nostra analisi. La denuncia della guerra
non è certo stata espressa solo da parte nostra, ma generalmente
ne sono stati sottolineati gli aspetti connessi all'emotività di
un comune sentire, nel senso del rifiuto morale o costituzionale. È
opportuno insistere quindi sulla sua natura portata dalla conflittualità
di classe a livello mondiale, originata dai rapporti di proprietà.
Le sue radici vanno quindi rintracciate negli interessi economici interimperialistici
che decidono, di volta in volta, se farle assumere la forma prevalentemente
commerciale, politica o militare. La fase superiore transnazionale dell'imperialismo
contemporaneo fornisce ampie spiegazioni della violenza, di aggressione
anche bellica, in atto. L'incombere di forze di guerra - da noi seguito
puntualmente - non si è più fermato.
È bastato riprendere il filo del discorso dopo il "mitico 1989"
per vedere concretizzarsi le analisi svolte, assumendo come segno il primo
"pronunciamento" militare Usa sugli obiettivi posti alla cosiddetta
"nuova Nato". I protagonisti sono sempre gli stessi (i vari Wolfowitz,
Armitage, Perle, Rumsfeld, Baker, Cheney e via condeleezeggiando a lungo),
impegnati a far svolgere operazioni coperte che i servizi segreti "ufficiali"
non possono compiere, mentre alle loro spalle agisce da tempo trasversalmente
il gruppo di Bilderberg (Gotha politico, finanziario, ecc. dell'imperialismo
mondiale) e la sua filiazione Trilateral.
Lo scenario di guerra, pertanto, ha segnato il pianeta in maniera particolarmente
intensa a cominciare dagli anni 1990. Non che prima non ci fosse: le eufemisticamente
denominate "guerre di debole intensità" (almeno una cinquantina
in giro per il mondo) vedevano solo l'impiego per lo più indiretto
delle forze armate Usa. Dopo la Corea, soltanto il Vietnam (da Kennedy a
Nixon) aveva fino ad allora rappresentato l'"eccezione", sì
da offrire pesanti analogie con quanto successe di lì a poco. Ma,
appunto, in piena crisi da sovraproduzione, l'imperialismo è ripartito
dalla prima "guerra del golfo" contro l'"alleato" Irak,
scatenata dal clan Bush sr.
La prosecuzione si è avuta nelle varie fasi dell'aggressione clintoniana
alla Jugoslavia, per giungere poi con i "corridoi" all'Afghanistan,
e quindi in tutto il medioriente (dove svetta la questione palestinese,
con le ricordate contraddizioni israeliane in spregio alle delibere dell'Onu,
per favorire comunque il capitale finanziario sionista, soprattutto operante
in Usa). Con la seconda "guerra del golfo" del sempiterno clan
Bush, stavolta jr, la strategia militare di conquista delle postazioni strategiche
Usa in vista del nuovo secolo sta avendo piena attuazione. Le maschere "umanitarie"
(etniche, religiose, nazionali, ecc.) e di "sfida al terrorismo"
(di chi?) sono state così calate sulla faccia corrosa e putrescente
degli interessi di un capitale mondiale in crisi di rottura prolungata.
Abbiamo più volte rammentato il secolare avvertimento di Hobson,
secondo cui "è, invero, una nemesi dell'imperialismo che le
arti e i mestieri della tirannia, acquisite e esercitate nel nostro impero
illiberale, siano rivolte contro le nostre libertà in patria".
La repressione all'estero si è così tradotta, in nome della
lotta al terrorismo nel drastico restringimento delle libertà costituzionali
nei paesi dell'imperialismo stesso, fino all'adozione di leggi speciali
e codici di guerra nel cosiddetto tempo-di-pace e alla violazione di ogni
norma del vecchio diritto internazionale, in ossequio agli ordini impartiti
dal capitale bellico.
In tale contesto militare imperialistico occupa una posizione importantissima
- e di ciò ne stiamo dando ripetutamente conto - l'Eurasia, secondo
la datata strategia di Brzezinski "democraticamente" allacciata
al repubblicano "piano Kissinger". Ma non si può dire Eurasia
e corridoi euroasiatici senza riferirsi al ruolo della Cina e al suo ingresso
nell'Omc. Quanto a transizione e a mutamento stratosferici, in Cina - da
Mao Tse-tung a Hu, passando per Liu, Teng e Zhao - il ... "grande balzo"
verso il mercato capitalistico, attraverso gli ide (investimenti
diretti esteri), non teme confronti: aspettiamo di valutarne gli sviluppi,
fin qui abbastanza netti, nei prossimi venti o trent'anni.
Dal proliferare del "debito estero" all'invasione mondiale della
pletora di capitale monetario nelle borse, "l'imperialismo transnazionale,
guidato dal grande capitale a base Usa, ricorre sempre più alla sua
violenza per imporre la propria egemonia armata sul mondo intero".
È con le guerre imperialistiche del XX sec. - forme militari delle
crisi economiche - che si sono venuti sviluppando, conseguentemente, successivi
"piani" per una qualche soluzione della crisi. Dopo la distruzione,
bellica e sociale, c'è la ricostruzione rigorosamente gestita dagli
imperialisti distruttori. Dopo il "piano Dawes" che seguì
alla prima guerra mondiale, fu la volta del "piano Marshall" della
seconda (dei quali abbiamo dato conto, comparativamente, su queste pagine),
o simili altrove.
Dalla fine degli anni 1970 in poi la dipendenza dall'imperialismo dei paesi
dominati si è sempre più caratterizzata dall'indebitamento
estero e interno di questi ultimi paesi. Il cosiddetto "piano Baker"
decollò per questo, tanto che James Baker si ritrova puntualmente
dalla prima aggressione all'Irak alla seconda, passando per tutte le tappe
intermedie e quelle successive ... via distruggendo per ricostruire. I motivi
di tutto ciò erano chiaramente da ravvisare nella perdurante situazione
di crisi mondiale di sovraproduzione, a causa della quale il denaro capitale
disponibile sui mercati finanziari si trovava patologicamente in eccesso.
Di fronte a ogni posizione di debito dei paesi dominati c'è sistematicamente,
come sua causa, quella di credito del capitale internazionale. Intorno a
ciò abbiamo cercato, negli anni della nostra rivista, di costruire
uno dei nuclei portanti della nostra analisi economica politica, e con puntualità
di riferimenti per la delineazione di un vasto quadro d'insieme, che desse
conto il più possibile della totalità necessaria.
Il mercato mondiale, con il suo sviluppo diseguale, ha
raggiunto ormai l'adeguata dimensione concettuale (ancorché non ancora
attuale ma solo potenziale) che gli compete. Per questo abbiamo centrato
praticamente tutta la nostra analisi proprio sul mercato mondiale in
espansione, dall'attuale fase transnazionale dell'imperialismo ai
conflitti tra le valute (dollaro euro e monete deboli), dalla dislocazione
dell'industrializzazione fuori dai paesi imperialistici maturi, al processo
di centralizzazione e al ruolo dello stato, ecc. Quella che, anche da noi,
fu chiamata "putrescenza Usa", con una crisi endemica alla base
delle guerre come forma necessaria di fase, è servita ideologicamente
per lanciare la vuota parola d'ordine della cosiddetta "globalizzazione".
Questo termine (pure mal tradotto in italiano) è stato usato, e da
noi perciò criticato, per soppiantare ogni rapporto di proprietà
e di classe su cui gerarchicamente si fonda, e che perciò mediante
tali espressioni andrebbe inteso. La cosiddetta "finanziarizzazione"
internazionale dell'economia, la "privatizzazione", la "nuova
economia", non fanno altro che accompagnare l'intera mistificazione
del potere, il quale fa intendere al senso comune che la lotta di classe
sia finita e che un mondo senza disuguaglianze sia possibile.
Senonché la crisi planetaria è talmente in evidente espansione,
che il capitale finanziario sta accelerando la propria uscita dalla grande
industria per raggiungere meno rischiose posizioni di rendita derivanti
da posizioni di monopolio (soprattutto "naturale"). Abbiamo ricordato
come questo cambiamento del momento sia agevolato dalla privatizzazione,
principalmente a opera dello stato borghese, al puntuale servizio del capitale.
Ciò ha portato a una riflessione, non separata da quanto precede,
sulla crisi dello "stato sociale" e sulle riforme istituzionali,
non solo in Italia.
Inoltre il capitale a base italiana, oltre a rincorrere le cosiddette "pubbliche
utilità" per garantire la propria condizione monopolistica nazionale,
non ha, in particolare, perseguito la necessaria ristrutturazione tecnologica
connessa all'automazione del controllo (pervenendo solo a un parziale aumento
della sua composizione organica per recuperare un po' di plusvalore relativo).
Le ambizioni del capitale mondiale, in un periodo di crisi incombente, erano
quelle di poterla risolvere, sotto l'illusoria spinta del cosiddetto "modello
giapponese", presuntivamente facendo leva sulla rivoluzione informatica.
Ma tempestivamente avvertimmo che "la ristrutturazione tecnologica
non sembra venire a capo dei problemi posti dalla nuova organizzazione del
lavoro sociale. Il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo è sempre
più storicamente miserabile".
Un effetto parallelo e secondario dell'automazione del controllo, considerato
teoricamente, può vedersi nell'accelerazione impressa all'allontanamento
tra valori e prezzi. In questo senso, un termine centrale - forse il
termine centrale - cui ci riferiamo è proprio la teoria del valore,
che in ultima analisi è fondante sia per i vari tipi di prezzo sia
per lo sfruttamento della forza-lavoro (l'unico che conta). E proprio intorno
al valore ruota la principale considerazione attuale sulla conflittualità
dell'imperialismo transnazionale: la guerra tra aree valutarie.
La questione va ben al di là dell'ordinario confronto e scontro tra
le monete nazionali operanti sul mercato mondiale. Nella misura in cui il
capitale "vola" sul pianeta da una piazza finanziaria all'altra,
senza sosta, l'area di riferimento di una particolare valuta travalica i
confini nazionali del particolare paese che conia la moneta. Ciò
già era evidente per le monete deboli le quali, non potendo denominare
i movimenti di capitale (debiti e crediti) del proprio paese, sono sempre
state costrette a riferirsi alle cosiddette "valute pregiate",
forti e di sicuro riferimento. Ora, però, con la trasversalità
e la completa mobilità del capitale finanziario imperialistico, le
aree nelle quali le valute di riferimento possono operare
(sia per gli investimenti diretti, sia per quelli di portafoglio) sono anch'esse
trasversali ai singoli paesi - compresi quelli "forti" - a seconda
della moneta in cui esso preferisce essere denominato.
Infatti, dopo la "crisi di Bretton Woods" e con il dollaro in
difficoltà, le cose vanno diversamente dal passato. La continuità
dell'analisi delle fasi dell'imperialismo, da noi sempre seguìta,
trova perciò oggi nella sua forma transnazionale il superamento
dialettico che, come tale, trasforma e include le forme imperialistiche
precedenti, nazionale e multinazionale. Questa nuova fase rappresenta perciò
il puntuale aggiornamento di quanto noi stiamo facendo da una ventina d'anni
almeno. Dunque, con la caduta o quanto meno il notevole indebolimento del
riferimento al dollaro - oltre a riprendere quota, come sempre avviene,
l'oro quale equivalente generale - il quadro mondiale ha messo in mostra
una nuova valuta di riferimento mondiale: l'euro. Se il dollaro,
nel corso della propria crisi, è riuscito prima a ritardare l'unificazione,
monetaria e reale, della "fortezza europea" (prevista originariamente
addirittura per il 1972), e poi a detronizzare a tempo indeterminato lo
yen giapponese (con la crisi del 1997), non ha potuto rimandare oltre il
varo e l'adozione dell'euro da parte di una frazione crescente del capitale
mondiale.
Questo capitale si estende su tutto il pianeta: a cominciare dalle nazioni
"originarie" dell'Ue, sta coinvolgendo molti paesi emergenti (soprattutto
detentori di materie prime fondamentali, a partire dagli idrocarburi), grandi
economie nazionali in (falsa) "transizione", come Russia e Cina,
operando perfino sui titoli provenienti dall'interno degli Usa. Quello
che vogliamo sottolineare, anche come programma di approfondimento dell'analisi
in corso, consiste proprio in questo: è il capitale monopolistico
finanziario mondiale, e non le nazioni o i paesi, che
adottano questa o quell'altra valuta. E in un periodo in cui nessuna
delle due monete può fare a meno dell'altra - anche con l'euro in
crescita sul dollaro, sia come denominazione delle transazioni sia per il
corso dei cambi - perché una (il dollaro, in particolare) non può
crollare drasticamente senza trascinare l'altra nel baratro, la loro convivenza,
almeno momentanea, non solo è indispensabile ma può perfino
tornare a vantaggio degli speculatori sui cambi (come all'epoca del "bimetallismo").
Tutto ciò si esprime in un doppio rovesciamento delle contraddizioni
del capitale a base europea, a causa della transnazionalità interna
all'Ue ed esterna rispetto agli Usa, che si replicano su tutto il pianeta
proprio per l'operare nei vari paesi delle due aree valutarie, dell'euro
(al di là dell'Ue) e del dollaro (al di là degli Usa). Si
aggiunga l'affacciarsi di altre minori valute locali, minori ma legate a
merci strategiche, e non c'è che da aspettare la Cina, lo yuan e
il possibile accordo per una moneta unica asiatica, con yen, rupia, ecc.
Intanto, la contraddizione procede: ... pure troppo! come attestano
le stragi, ovunque, in tutto il mondo.