CAPITALE FINANZIARIO MONDIALE
gli spauracchi dei secessionisti valligiani

Pasquale Cicalese


Basilea 2 rappresenta un esempio del ruolo sempre maggiore della tecnocrazia
che, insieme ad altri poteri, tende a sostituirsi al potere politico.

[Giulio Tremonti, Il Sole 24 Ore, 6.5.2003]

Il fenomeno Cina va visto in un contesto universale.
Oggi si parla di declino dell'economia italiana.
Ma passare dal miracolo al declino in pochi anni non è normale,
per un declino di solito ci vogliono alcuni decenni.

[Giulio Tremonti, Panorama, 22.8.2003]

Il rappresentante tipico dell'economia di Lucignolo, lucidamente descritta dall'economista De Cecco nel suo omonimo libro del 1998, ha iniziato la sua campagna autunnale contro i nemici dell'apparato produttivo del centro-nord-est. Il fiscalista di Sondrio, un tempo editorialista del Manifesto, ha ormai due fissazioni; i parametri di "Basilea 2" che entreranno in vigore dal 2005-06 e quei maledetti cinesi che erodono a più non posso quote di mercato mondiale ai sciùr Brambilla delle sue celtiche terre. Dopo aver cartolarizzato mezza nazione, invitato i suoi elettori ad evadere il fisco a più non posso, fatto il gioco delle tre carte nei conti finanziari pubblici (non ultimo il Dpef, per il quale il relatore di maggioranza Falsitta, di Fi, aveva pubblicamente dichiarato di non poterlo presentare in aula a causa l'assoluta nebulosità della documentazione stessa), creato buchi virtuali e reali, abolito la tassa di successione, reso inconsistente il reato di falso in bilancio ecc. ecc., pretenderebbe che il capitale finanziario italiano apra i rubinetti per le mitiche e scassate Pmi del suo nord e che Bruxelles aumenti considerevolmente i dazi ai paesi dell'estremo oriente perché non rispettano le regole (!?), non hanno l'articolo 18 (quando il 95% delle imprese italiane ha meno di 15 dipendenti), non hanno la 626/94 (non a caso le morti bianche e gli infortuni sul lavoro in Italia sono poca cosa) e fanno false fatturazioni (modalità operative notoriamente non presenti in Italia).
La voce del padrone - Il Sole 24 Ore - è leggermente imbarazzata dagli strombazzi di questo ministro come del suo sodale e feudale compare celtico, alias Bossi. Un po' di industriali e di rappresentanti del capitale finanziario italiano si stanno raccogliendo attorno alla figura del tomista di Palazzo Koch per mettere loro un freno; non a caso il rappresentante di viale dell'Astronomia, il cartaro D'Amato, parla sempre meno e con voce più sommessa, visto che si è troppo compromesso con Palazzo Chigi. Come avevamo previsto, in Italia a farla da padrona non è la dialettica, inesistente e banale, degli schieramenti politici, ma lo scontro tutto interno alla (inesistente) classe dirigente nazionale, una sottile e feroce collisione tra i rappresentanti del capitale finanziario e gli esponenti dello squassato apparato produttivo nazionale, ben rappresentata dalla schizofrenica linea editoriale dell'organo di Confindustria, che da una parte aizza i politici ed i lettori contro il sistema bancario (vedi vicenda Cirio, Argentina-Bond, impieghi, vigilanza bancaria da parte di Fazio, ecc.) e dall'altra scrive a più non posso di perdita di competitività del Sistema-Paese, del nanismo paralizzante delle aziende italiane, della scarsa concorrenza in settori dove a farla da padrona sono gli elettori della Casa delle libertà (dai commercianti ai notai) e, non ultimo, arrivando a ridicolizzare le proposte di Tremonti e Bossi finalizzate a chiudere il mercato europeo
ai prodotti asiatici.
Il primo, il capitale finanziario, con le privatizzazioni dei governi tecnici e del centro-sinistra degli anni 1990 e con la centralizzazione del settore bancario-assicurativo, che vide come registi il trio Amato-Ciampi-Fazio, si è focalizzato in questi anni in tutti i settori protetti dal mercato mondiale, dalle autostrade ai telefoni, dalle pubbliche utilità al settore immobiliare ecc., magari abbandonando i propri settori di riferimento (è il caso di Benetton), con incroci ed alleanze con rappresentanti del capitale finanziario europeo ed anglosassone; esso ha come obiettivo, in tutti questi settori, di arrivare ad avere una massa critica spendibile sul mercato continentale e mal sopporta il provincialismo autoritario e straccione della triade Berlusconi-Bossi-Tremonti con i novelli ascari (per dirla alla Salvemini) di saggi onorevoli meridionali, tanto più che non garantisce affatto quel percorso di riforme strutturali dentro una cornice di neocorporativismo che solo il centro-sinistra può offrire. I secondi, rappresentanti della fazione perdente, riflettono in pieno gli umori di chi è schiacciato dal compimento del mercato mondiale, di chi vede erose sempre più quote di mercato mondiale nei settori produttivi tipici del made in Italy, quegli stessi settori che paesi come la Germania, l'Olanda, la Francia ecc. hanno abbandonato alcuni decenni fa per specializzarsi in quelli ad alto valore aggiunto.
Il 2003 rappresenta pienamente la sconfitta intellettuale dei tanti, troppi, economisti, sociologi, storici che avevano individuato nel modello "Terza Italia", della specializzazione flessibile, del mito del piccolo è bello, una modalità moderna di relazioni economiche e sociali, contrapposto al gigantismo delle multinazionali e della razionalità fordista, foriera di conflitto di classe. Le università italiane sono piene di questi cantori, a loro sono andate ingenti risorse per celebrare il mito dei distretti industriali, visti come nuova modernità, la bibliografia su queste tematiche è sterminata e pochi, veramente troppo pochi, furono coloro i quali non erano affatto convinti di questa illusoria modernità, intravedendone caratteri precapitalistici se non proprio feudali e antimoderni. "Il Nord-Est e in generale la terra dei padroncini sembrano finalmente aver capito che l'Europa vuol dire governo fermo e regole sicure, e tasse, magari più basse, ma certe. Per questo mormorano, e il loro esagitato profeta urla, il proprio dissenso. Vogliono mantenere la libertà di non pagare le tasse, di sporcare l'ambiente, di svalutare quando il gioco concorrenziale si fa duro" [Marcello De Cecco, L'oro d'Europa, Donzelli 1999].
Questo fascino colpì la stessa asinistra con il mito dei sindaci più vicino ai cittadini, con il federalismo sussidiario, con l'illusione del rapporto locale-globale che affossava non già la marxiana ma la ricardiana teoria del commercio internazionale, per non parlare della divisione internazionale del lavoro, tant'è vero che ad essere protezionisti sono gli stessi no global con in testa l'agnolotto consulente di Bindi.
Per loro era tramontato il fordismo e l'operaio, salvo poi celebrare l'indipendenza (formale) del lavoratore autonomo, non vedendone i caratteri feudali dei rapporti di sudditanza (reali) già descritti da Marx nel I libro del Capitale, estremizzato dal trionfante ritorno del lavoro a domicilio. Per costoro erano da affossare la teoria del plusvalore, la teoria del valore-lavoro, la critica dell'economia politica, base di conoscenza materialistica dei rapporti economici. Insomma era da buttare a mare la scienza rivoluzionaria per eccellenza, il marxismo. Dove sono andati a parare si può ben vedere; nell'Impero di kauskyana memoria e nel concetto di moltitudine che ricorda tanto nazistoidi lavori heideggeriani, in luogo del concreto soggetto storico del proletario, venditore della propria forza-lavoro, ridotta a merce, ed unico creatore di plusvalore.
Ora si scopre che il modo di produzione capitalistico è riemerso nelle asiatiche terre: si parla di forza-lavoro, di orari ottocenteschi (come se non ci fossero, ad esempio, nella civile America del nord o nel meridione d'Italia), di una massa enorme di capitalisti che hanno la stessa furbizia e cattiveria dei Brambilla brianzoli di 40 anni or sono. Insomma, si scopre - finalmente! - che il capitale è mondiale, e questo fa paura, soprattutto a quell'asinistra che ha rimosso, se mai le ha capite, le risultanze del compimento del mercato mondiale e della divisione internazionale del lavoro. Fa paura altresì ai rappresentanti delle piccole e medie imprese nostrane, a cui anche Togliatti dedicò negli anni 1950 un celebre scritto d'elogio [Ceti medi, Emilia rossa], il quale, forse, aveva compreso ben poco degli scritti gramsciani sul fordismo, avente valore planetario, con la variante ultima del toyotismo. In ogni caso, la tattica politica di appoggio a questi ceti alla lunga si è rivelata suicida per le sorti del Paese e dei lavoratori nel quadro della divisione internazionale del lavoro, come dimostra la cultura economica ed industriale, essa stessa antimoderna e feudale, del personale politico, soprattutto emiliano, del fu Pci.

L'espressione politica di questi ceti produttivi, ben rappresentata da Tremonti e Bossi (Berlusconi è un caso a sé) con il loro ancestrale provincialismo e l'interclassismo becero, ha ormai assunto come nemici principali la tecnocrazia europea di Maastricht, il capitale finanziario e lo stesso libero mercato. Dopo aver eluso la crisi di sovrapproduzione che attanaglia il modo di produzione capitalistico da circa trent'anni, mediante droganti svalutazioni della lira (1992-1995) e dell'euro (2001-2002), accomodanti politiche fiscali elusive concesse da governi di ogni colore politico, finanziamenti a pioggia (488/92, patti territoriali, sovvenzioni globali, contratti d'area, legge Sabbatini, fondi strutturali ecc., ecc.) i rappresentanti produttivi del modello di specializzazione flessibile italiano mostrano tutti i loro limiti, incapaci di reggere la concorrenza estera in settori maturi quali il tessile, l'abbigliamento e robetta varia.
L'abbraccio mortale di Bossi alle sorti politiche e giudiziarie di Berlusconi (una lealtà che non ha eguali con gli altri alleati, nemmeno con i fascisti) è il segno illuminante che le tematiche riguardanti il federalismo e la devoluzione hanno profonde radici materialistiche e s'inquadrano nella più ampia cornice di restaurazione capitalistica italiana, aventi caratteri regressivi, antimoderni ed autoritari, ben rappresentata dal Piano P.2, la cui attuazione pare inarrestabile, con la variante del federalismo devolutore nel modello della destra plebiscitaria, contrapposto a quello della destra sussidiaria dell'Ulivo.
In questa rivista ci si è occupati diverse volte delle tematiche costituzionali e delle riforme federaliste, viste come nuove forme statuali e di governo del comando sulla forza-lavoro, finalizzate allo smantellamento del salario globale di classe, all'estrazione illimitata di plusvalore, ad una maggiore liquidità della forza-lavoro nel quadro della crisi mondiale di sovrapproduzione che trova in Europa, con i trattati di Maastricht e di Amsterdam e, non ultima, la Convenzione Europea, l'espressione più lampante di modalità di uscita dalla crisi del capitale, che è mondiale e transnazionale, mediante la crisi di lavoro. Non a caso il federalismo fiscale non è un'invenzione italiana ma trova attuazione negli Stati uniti, con la crisi fiscale dei singoli stati causati dallo smantellamento della rete di protezione sociale stabilita a livello federale, nella riforma delle pensioni e della sanità del governo Raffarin in Francia, nella riforma di Schroeder e del piano Rürup in Germania con l'allungamento dell'età pensionabile, con il taglio ai länder e alla città-stato, alla sanità e ai sussidi di disoccupazione ecc., ecc.
Le varianti nazionali del federalismo fiscale hanno in ogni caso la finalità di attacco al salario sociale di classe, ma la peculiarità italiana fa sì che essa diventi vero e proprio laboratorio di macello sociale e di ingegneria costituzionale. Alti funzionari francesi stanno ad esempio analizzando il sistema della fiscalità regionale e locale italiano, la Germania vorrebbe imitare il sistema sussidiario della sanità e l'introduzione dei ticket, ecc. ecc. Ma la particolarità italiana è che la questione del federalismo fiscale (o devoluzione) è legata alle questioni costituzionali, al riassetto capitalistico per il prossimo decennio e, infine, al comando sul lavoro in un contesto produttivo regressivo dove una buona fetta del paese, il Mezzogiorno, è stata trasformata nell'ultimo decennio in una sorte di Thailandia al servizio dell'apparato produttivo del centro-nord-est in termini di subfornitura, esercito industriale di riserva e laboratorio di politiche sociali ed economiche che via via verranno attuate nel cuore dell'apparato produttivo italiano.
Da questo punto di vista ha ben ragione il tributarista Victor Ukmar quando sostiene che "o salta il federalismo fiscale o salta la promessa di riduzione del prelievo fiscale" [Il Secolo XIX, 15 maggio 2003]. Gli è che già con la riforma costituzionale ulivista del Titolo V si faceva espresso riferimento all'autonomia finanziaria degli enti locali, i quali possono stabilire tributi propri, in luogo dei trasferimenti statali, non contemplando tuttavia i settori per i quali gli enti locali possono esercitare il prelievo. Inoltre, se a questa nuova configurazione, benché incerta, associamo la riforma Tremonti della riduzione fiscale per le imprese (33%), la progressiva soppressione dell'Irap e la deriva devolutrice prossima ventura, il quadro diventa nitido e sconvolgente. Arrivati alla roba, come direbbe Machiavelli, ci si accorge che circa 80 mrd Ä di trasferimenti statali (compresi quelli dovuti alle regioni a statuto speciale) dovranno essere rimpiazzate da entrate proprie di regioni ed enti locali. Da qui deriva la soppressione graduale dei servizi sanitari, sociali e pubblici (asili nido, scuole, assistenza agli anziani, ai disabili, edilizia popolare, trasporti pubblici, ecc., ecc.) che le regioni e gli enti locali attueranno nel prossimo decennio, oltre che aliquote regionali e comunali alle stelle, aumenti delle tariffe e salassi fiscali negli ambiti tributari che essi adotteranno. La politica di prelievo fiscale che si instaurerà colpirà soprattutto il Mezzogiorno d'Italia con meccanismi simili a quelli già adottati nell'ambito sanitario [cfr. la Contraddizione, no.90].
Questa massa critica di natura fiscale, trasferita alle imprese, dovrebbe servire all'apparato produttivo del centro-nord-est a parare i colpi della concorrenza mondiale. Ciò significa che si continuerà a perpetrare un assetto economico regressivo non rispondente affatto al ruolo che l'Italia dovrebbe avere nella divisione internazionale del lavoro. È da questo punto di vista che si dovrebbe ripartire, vale a dire dall'analisi approfondita dell'apparato produttivo italiano. Delle (poche) grandi imprese italiane e dei capitalisti senza capitali si è già analizzata la loro metamorfosi [cfr. la Contraddizione, no.97 ] rispondente al giudizio che Cuccia diede di loro ("ho dovuto fare le nozze con i fichi secchi"). Poco si sa invece del sistema delle Pmi dal lato della catena transnazionale, sia in termini manifatturieri sia nel contesto finanziario europeo. Da questo punto di vista, le considerazioni del ministro Tremonti circa la clava finanziaria di "Basilea 2" e la concorrenza mondiale rispondono appieno alle risultanze di un apparato produttivo per nulla innovativo, con una dimensione lillipuziana ed in ultima analisi specializzata in settori maturi dove la ricerca e lo sviluppo contano poco e dove la concorrenza asiatica si farà sempre più forte nei prossimi anni.
L'analisi materialistica, che ha come base di partenza la crisi di sovrapproduzione mondiale, una volta indagate le risultanze del federalismo fiscale e della deriva cesarista e devolutrice, ritrova come oggetto d'indagine specifico l'analisi dell'apparato produttivo italiano. Questo perché per troppi anni si è lasciato a sicofanti professori universitari, cantori delle Pmi, dare un quadro distorto dell'assetto economico italiano. Nel 2003 i nodi vengono al pettine: il cuore industriale italiano è scosso da una profonda crisi, l'attacco al salario globale di classe si fa sempre più nitido e il salasso fiscale sta raggiungendo vette simili alla fine dell'Ottocento e alla stabilizzazione del ministro De Stefani del 1926, acutamente analizzata da Pietro Grifone [cfr. Il capitale finanziario, Einaudi, Torino 1972].

Le similitudini con quest'ultimo periodo sono impressionanti. Analizzarne i contenuti, l'oggetto d'indagine e le comparazioni significa avere un quadro più specifico del fascismo prossimo venturo. A partire dalla Marcia su Roma si rafforzarono gli organi dell'esecutivo, svuotando le attribuzioni delle assemblee legislative. Con la politica liberista di De Stefani si ebbero sgravi fiscali alle imprese e la diminuzione dei salari reali. Venne gradualmente abolita la tassa di successione, si impennarono le imposte indirette in un quadro inflazionistico. Al liberismo di De Stefani fece seguito l'autarchia del Conte Volpi che aumentò i dazi su molti prodotti di base ed attuò una campagna a difesa del "prodotto italiano", il tutto finalizzato a "spogliare lo Stato di tutte le sue attribuzioni economiche" [discorso del duce, Udine, settembre 1926]. Ma nel descrivere questo quadro fosco nel 1940 Grifone notava: "Nessuno dei vari strati della borghesia italiana ha la compattezza, la forza coesiva e la potenza del capitale finanziario ed è perciò che esso, e non altri, riesce ad imporsi come strato decisivo, la cui volontà diviene volontà dell'intera classe". Accadeva negli anni venti, e alla stessa stregua accade nel 2003, pur con le dovute differenze, la perdita della sovranità monetaria, il quadro di relazioni economiche, finanziarie e produttive all'interno dell'Ue, il compimento del mercato mondiale, ecc.
Pur tuttavia, nel prossimo decennio, l'arma che ha il capitale finanziario per schiacciare la piccola borghesia e il sistema delle Pmi è inserita nell'accordo interbancario New Basel Accord, denominato Basilea 2. Non sono bastate ancora la distruzione di capitale fittizio, il possente processo di centralizzazione finanziaria, la concentrazione su scale europea, ecc. L'importanza di quell'accordo e le sue risultanze strategiche sono talmente enormi che è il caso, innanzitutto, di specificare il campo d'attuazione e le conseguenze sul tessuto produttivo di questo paese, con risultanze primordiali nei futuri assetti istituzionali. Come Grifone attribuì un'enorme importanza alla "svolta di Pesaro" che segnò il passo verso la centralizzazione e la concentrazione dell'economia fascista, l'accordo di Basilea è da inquadrarsi, in Italia, nelle novità istituzionali quali ad esempio la devoluzione, l'attribuzione di maggiori poteri all'esecutivo e il senato federale.
Gli è che questo nuovo accordo prevede per le banche del G.10 un nuovo regime sui requisiti patrimoniali al fine della concessione dei crediti bancari, attraverso i quali ad un alto debitore dovrà corrispondere un accantonamento patrimoniale consistente da parte del sistema bancario. Basilea 2, ideato dalla Banca dei regolamenti internazionali [Bri, o Bis, la banca delle banche centrali] ha come assi portanti tre pilastri:

- definire requisiti patrimoniali fondati su una misurazione completa dei rischi. Per il primo pilastro si è deciso di accordare alla banche due sistemi di calcolo: metodo standard [standardised approach], che prevede l'impiego di rating societari espressi da agenzie esterne specializzate nella valutazione del merito di credito della clientela; l'altro sistema di cancolo è il metodo di valutazione interna da parte delle banche circa la probabilità d'insolvenza attraverso la valutazione del coefficiente prudenziale da applicare, rispettando però alcuni requisiti standard imposti dall'autorità di vigilanza. Con il primo metodo a farla da padrona saranno le agenzie statunitensi quali Moody's, Standard&Poor's, ecc.; con il secondo metodo si innescherà un ulteriore processo di concentrazione bancaria e finanziaria a livello continentale, giacché occorrono divisioni operative di auditing specializzate nei vari settori produttivi, esperte, inoltre, nell'evoluzione dei mercati mondiali: insomma, il trionfo del capitale finanziario;

- migliorare la gestione dei rischi operativi e di mercato. Al riguardo le banche devono quantificare il rischio supportandolo con capitali, mediante il patrimonio di vigilanza, il cui rapporto con i rischi non può essere inferiore all'8%; questo pilastro viene denominato dalla Bri processo di controllo prudenziale;

- trasparenza per l'informazione al pubblico sui livelli patrimoniali delle banche, di modo che gli investitori abbiano un'esatta percezione del grado d'insolvenza dei crediti di una qualsiasi istituzione bancaria.

Con questi pilastri le banche valuteranno l'affidabilità delle imprese non solo in termini statistico-economici ma su elementi qualitativi quali il management, le prospettive di crescita del settore di riferimento, l'innovazione, la ricerca, il portafoglio clienti e gli ordinativi. Guarda caso tutti elementi di estrema debolezza del sistema delle Pmi italiane, che producono - purtroppo, sarebbe il caso di dire - il 72% del valore aggiunto e l'82% dell'occupazione in Italia. L'accordo di "Basilea 2" spinge le imprese verso una maggiore patrimonializzazione e soprattutto introduce la certificazione del bilancio per poter accedere al credito, obbligandole a dotarsi di un rating, esterno o addirittura effettuato dalla banca stessa, per permettere a quest'ultima di analizzare l'affidabilità creditizia. Ciò significa che il sistema delle Pmi dovrà essere più trasparente e che il patrimonio informativo delle banche avrà un'importanza strategica, ben più dell'Istat o del Censis.
Insomma, laddove non arriva il fisco italiano, arrivano le banche, le quali, di fronte alla vischiosità delle imprese italiane specializzate in settori maturi e schiacciate dalla concorrenza internazionale - non a caso Fazio alla conferenza del Fmi a Dubai, in un battibecco con Tremonti, ha affermato che le imprese italiane sono specializzate in prodotti cinesi - ridurranno l'interesse verso l'assetto produttivo nostrano e si specializzeranno sempre più in impieghi meno rischiosi dove necessitano meno accantonamenti patrimoniali [fly to quality]. Oppure finanzieranno solo i settori protetti, così come sta già accadendo: guarda caso è lo stesso scenario italiano descritto da Grifone a partire dal 1926. È questo uno dei motivi (a parte quelli diversamente fondati, come il caso Cirio) per cui Tremonti e altri sicofanti economisti attaccano Bankitalia e il suo potere di vigilanza, chiedendo che le funzioni di supervisore dell'assetto bancario vengano ricondotti ad un soggetto neutro, un'altra autorità o allo stesso ministero del Tesoro. Analoghe risultanze di analisi si hanno nello scontro Fazio-Tremonti sul ruolo delle fondazioni bancarie, la cui diatriba è arrivata fino alla Consulta.
L'accordo di "Basilea 2" sarà operativo nel 2006 ma già alla fine di quest'anno ci sarà un periodo transitorio di graduale applicazione dei parametri sopra elencati. Bankitalia ha già indicato ai primi 6 gruppi bancari nazionali, che detengono una quota stimabile in più del 60% del totale attivo bancario nazionale, la costruzione e l'applicazione di modelli di rating interni. Secondo Rainer Masera, presidente di Imi-San Paolo "i tassi praticati verso i prenditori di qualità creditizia inferiore - un'area che comprende in larga misura il middle market e lo small business - vedrebbero peggiorare le condizioni loro praticate con un effetto di compressione della capacità di indebitamento e di revisione delle opportunità di investimento" [Il nuovo accordo di Basilea sul capitale, Incontri Aiti, Bologna 25.10.2002]. Detto da uno dei maggiori banchieri italiani fa un certo effetto. In ogni caso i primi a subire il credit crunch [stretta creditizia], perché è di questo che si tratta, saranno le imprese meridionali specializzate nella subfornitura al sistema delle Pmi del nord. Successivamente quest'ultime, strozzate dalla concorrenza asiatica, vedranno ridursi i finanziamenti anche a breve da parte del capitale finanziario, il vero padrone di questo Paese nel prossimo decennio. Cosicché il mito del "piccolo è bello" verrà deposto presso qualche dipartimento universitario italiano, magari diretto dai consiliori del centro-sinistra. Di certo presso le istituzioni finanziarie non farà più presa. Ma il sistema delle Pmi troverà per l'occasione un miracoloso paracadute: il federalismo fiscale e la devoluzione, magari condita con un nuovo cesarismo.
È ora di ammetterlo: Umberto Bossi non ragiona come un politico, anzi non ragiona affatto, ma semmai prova senza speranze a farlo come un banchiere piccolo piccolo. Tuttavia è da dimostrare che il capitale finanziario gli permetterà pure di avere ancora questo ruolo. Va bene attaccare i meridionali parassiti, gli immigrati e Marco Follini. Ma sbraitare contro Bruxelles o Pechino, no, questo è troppo. Altrimenti con chi li fanno gli affari? Con i produttori bresciani di pentolame? Il sistema produttivo dei sciùr Brambilla appartiene al piccolo mondo antico. Il capitale finanziario si aggrappa sempre alla modernità poiché è esso stesso la modernità. Si è stufato del feudalesimo nostrano e a partire da gennaio farà un po' i conti col pattume italiano. Non a caso parecchi industriali incominciano a sedersi nei cda delle banche.