CAPITALE FINANZIARIO MONDIALE
gli spauracchi dei secessionisti valligiani
Pasquale Cicalese
Basilea 2 rappresenta un esempio del ruolo sempre maggiore
della tecnocrazia
che, insieme ad altri poteri, tende a sostituirsi al potere politico.
[Giulio Tremonti, Il Sole 24 Ore, 6.5.2003]
Il fenomeno Cina va visto in un contesto universale.
Oggi si parla di declino dell'economia italiana.
Ma passare dal miracolo al declino in pochi anni non è normale,
per un declino di solito ci vogliono alcuni decenni.
[Giulio Tremonti, Panorama, 22.8.2003]
Il rappresentante tipico dell'economia di Lucignolo, lucidamente
descritta dall'economista De Cecco nel suo omonimo libro del 1998, ha iniziato
la sua campagna autunnale contro i nemici dell'apparato produttivo del centro-nord-est.
Il fiscalista di Sondrio, un tempo editorialista del Manifesto, ha
ormai due fissazioni; i parametri di "Basilea 2" che entreranno
in vigore dal 2005-06 e quei maledetti cinesi che erodono a più non
posso quote di mercato mondiale ai sciùr Brambilla delle sue
celtiche terre. Dopo aver cartolarizzato mezza nazione, invitato i suoi
elettori ad evadere il fisco a più non posso, fatto il gioco delle
tre carte nei conti finanziari pubblici (non ultimo il Dpef, per il quale
il relatore di maggioranza Falsitta, di Fi, aveva pubblicamente dichiarato
di non poterlo presentare in aula a causa l'assoluta nebulosità della
documentazione stessa), creato buchi virtuali e reali, abolito la tassa
di successione, reso inconsistente il reato di falso in bilancio ecc. ecc.,
pretenderebbe che il capitale finanziario italiano apra i rubinetti per
le mitiche e scassate Pmi del suo nord e che Bruxelles aumenti considerevolmente
i dazi ai paesi dell'estremo oriente perché non rispettano le regole
(!?), non hanno l'articolo 18 (quando il 95% delle imprese italiane ha meno
di 15 dipendenti), non hanno la 626/94 (non a caso le morti bianche e gli
infortuni sul lavoro in Italia sono poca cosa) e fanno false fatturazioni
(modalità operative notoriamente non presenti in Italia).
La voce del padrone - Il Sole 24 Ore - è leggermente imbarazzata
dagli strombazzi di questo ministro come del suo sodale e feudale compare
celtico, alias Bossi. Un po' di industriali e di rappresentanti del
capitale finanziario italiano si stanno raccogliendo attorno alla figura
del tomista di Palazzo Koch per mettere loro un freno; non a caso il rappresentante
di viale dell'Astronomia, il cartaro D'Amato, parla sempre meno e con voce
più sommessa, visto che si è troppo compromesso con Palazzo
Chigi. Come avevamo previsto, in Italia a farla da padrona non è
la dialettica, inesistente e banale, degli schieramenti politici, ma lo
scontro tutto interno alla (inesistente) classe dirigente nazionale, una
sottile e feroce collisione tra i rappresentanti del capitale finanziario
e gli esponenti dello squassato apparato produttivo nazionale, ben rappresentata
dalla schizofrenica linea editoriale dell'organo di Confindustria, che da
una parte aizza i politici ed i lettori contro il sistema bancario (vedi
vicenda Cirio, Argentina-Bond, impieghi, vigilanza bancaria da parte di
Fazio, ecc.) e dall'altra scrive a più non posso di perdita di competitività
del Sistema-Paese, del nanismo paralizzante delle aziende italiane,
della scarsa concorrenza in settori dove a farla da padrona sono gli elettori
della Casa delle libertà (dai commercianti ai notai) e, non ultimo,
arrivando a ridicolizzare le proposte di Tremonti e Bossi finalizzate a
chiudere il mercato europeo
ai prodotti asiatici.
Il primo, il capitale finanziario, con le privatizzazioni dei governi tecnici
e del centro-sinistra degli anni 1990 e con la centralizzazione del settore
bancario-assicurativo, che vide come registi il trio Amato-Ciampi-Fazio,
si è focalizzato in questi anni in tutti i settori protetti dal mercato
mondiale, dalle autostrade ai telefoni, dalle pubbliche utilità al
settore immobiliare ecc., magari abbandonando i propri settori di riferimento
(è il caso di Benetton), con incroci ed alleanze con rappresentanti
del capitale finanziario europeo ed anglosassone; esso ha come obiettivo,
in tutti questi settori, di arrivare ad avere una massa critica spendibile
sul mercato continentale e mal sopporta il provincialismo autoritario e
straccione della triade Berlusconi-Bossi-Tremonti con i novelli ascari
(per dirla alla Salvemini) di saggi onorevoli meridionali, tanto
più che non garantisce affatto quel percorso di riforme strutturali
dentro una cornice di neocorporativismo che solo il centro-sinistra può
offrire. I secondi, rappresentanti della fazione perdente, riflettono in
pieno gli umori di chi è schiacciato dal compimento del mercato mondiale,
di chi vede erose sempre più quote di mercato mondiale nei settori
produttivi tipici del made in Italy, quegli stessi settori che paesi
come la Germania, l'Olanda, la Francia ecc. hanno abbandonato alcuni decenni
fa per specializzarsi in quelli ad alto valore aggiunto.
Il 2003 rappresenta pienamente la sconfitta intellettuale dei tanti, troppi,
economisti, sociologi, storici che avevano individuato nel modello "Terza
Italia", della specializzazione flessibile, del mito del piccolo
è bello, una modalità moderna di relazioni economiche
e sociali, contrapposto al gigantismo delle multinazionali e della razionalità
fordista, foriera di conflitto di classe. Le università italiane
sono piene di questi cantori, a loro sono andate ingenti risorse per celebrare
il mito dei distretti industriali, visti come nuova modernità,
la bibliografia su queste tematiche è sterminata e pochi, veramente
troppo pochi, furono coloro i quali non erano affatto convinti di questa
illusoria modernità, intravedendone caratteri precapitalistici se
non proprio feudali e antimoderni. "Il Nord-Est e in generale la terra
dei padroncini sembrano finalmente aver capito che l'Europa vuol dire governo
fermo e regole sicure, e tasse, magari più basse, ma certe. Per questo
mormorano, e il loro esagitato profeta urla, il proprio dissenso. Vogliono
mantenere la libertà di non pagare le tasse, di sporcare l'ambiente,
di svalutare quando il gioco concorrenziale si fa duro" [Marcello De
Cecco, L'oro d'Europa, Donzelli 1999].
Questo fascino colpì la stessa asinistra con il mito dei sindaci
più vicino ai cittadini, con il federalismo sussidiario, con
l'illusione del rapporto locale-globale che affossava non già la
marxiana ma la ricardiana teoria del commercio internazionale, per non parlare
della divisione internazionale del lavoro, tant'è vero che ad essere
protezionisti sono gli stessi no global con in testa l'agnolotto
consulente di Bindi.
Per loro era tramontato il fordismo e l'operaio, salvo poi celebrare l'indipendenza
(formale) del lavoratore autonomo, non vedendone i caratteri feudali dei
rapporti di sudditanza (reali) già descritti da Marx nel I libro
del Capitale, estremizzato dal trionfante ritorno del lavoro a domicilio.
Per costoro erano da affossare la teoria del plusvalore, la teoria del valore-lavoro,
la critica dell'economia politica, base di conoscenza materialistica dei
rapporti economici. Insomma era da buttare a mare la scienza rivoluzionaria
per eccellenza, il marxismo. Dove sono andati a parare si può ben
vedere; nell'Impero di kauskyana memoria e nel concetto di moltitudine
che ricorda tanto nazistoidi lavori heideggeriani, in luogo del concreto
soggetto storico del proletario, venditore della propria forza-lavoro, ridotta
a merce, ed unico creatore di plusvalore.
Ora si scopre che il modo di produzione capitalistico è riemerso
nelle asiatiche terre: si parla di forza-lavoro, di orari ottocenteschi
(come se non ci fossero, ad esempio, nella civile America del nord o nel
meridione d'Italia), di una massa enorme di capitalisti che hanno la stessa
furbizia e cattiveria dei Brambilla brianzoli di 40 anni or sono. Insomma,
si scopre - finalmente! - che il capitale è mondiale, e questo fa
paura, soprattutto a quell'asinistra che ha rimosso, se mai le ha
capite, le risultanze del compimento del mercato mondiale e della divisione
internazionale del lavoro. Fa paura altresì ai rappresentanti delle
piccole e medie imprese nostrane, a cui anche Togliatti dedicò negli
anni 1950 un celebre scritto d'elogio [Ceti medi, Emilia rossa],
il quale, forse, aveva compreso ben poco degli scritti gramsciani sul fordismo,
avente valore planetario, con la variante ultima del toyotismo. In ogni
caso, la tattica politica di appoggio a questi ceti alla lunga si è
rivelata suicida per le sorti del Paese e dei lavoratori nel quadro della
divisione internazionale del lavoro, come dimostra la cultura economica
ed industriale, essa stessa antimoderna e feudale, del personale politico,
soprattutto emiliano, del fu Pci.
L'espressione politica di questi ceti produttivi, ben rappresentata
da Tremonti e Bossi (Berlusconi è un caso a sé) con il loro
ancestrale provincialismo e l'interclassismo becero, ha ormai assunto come
nemici principali la tecnocrazia europea di Maastricht, il capitale finanziario
e lo stesso libero mercato. Dopo aver eluso la crisi di sovrapproduzione
che attanaglia il modo di produzione capitalistico da circa trent'anni,
mediante droganti svalutazioni della lira (1992-1995) e dell'euro (2001-2002),
accomodanti politiche fiscali elusive concesse da governi di ogni colore
politico, finanziamenti a pioggia (488/92, patti territoriali, sovvenzioni
globali, contratti d'area, legge Sabbatini, fondi strutturali ecc., ecc.)
i rappresentanti produttivi del modello di specializzazione flessibile italiano
mostrano tutti i loro limiti, incapaci di reggere la concorrenza estera
in settori maturi quali il tessile, l'abbigliamento e robetta varia.
L'abbraccio mortale di Bossi alle sorti politiche e giudiziarie di
Berlusconi (una lealtà che non ha eguali con gli altri alleati, nemmeno
con i fascisti) è il segno illuminante che le tematiche riguardanti
il federalismo e la devoluzione hanno profonde radici materialistiche e
s'inquadrano nella più ampia cornice di restaurazione capitalistica
italiana, aventi caratteri regressivi, antimoderni ed autoritari, ben rappresentata
dal Piano P.2, la cui attuazione pare inarrestabile, con la variante del
federalismo devolutore nel modello della destra plebiscitaria, contrapposto
a quello della destra sussidiaria dell'Ulivo.
In questa rivista ci si è occupati diverse volte delle tematiche
costituzionali e delle riforme federaliste, viste come nuove forme statuali
e di governo del comando sulla forza-lavoro, finalizzate allo smantellamento
del salario globale di classe, all'estrazione illimitata di plusvalore,
ad una maggiore liquidità della forza-lavoro nel quadro della crisi
mondiale di sovrapproduzione che trova in Europa, con i trattati di Maastricht
e di Amsterdam e, non ultima, la Convenzione Europea, l'espressione più
lampante di modalità di uscita dalla crisi del capitale, che è
mondiale e transnazionale, mediante la crisi di lavoro. Non a caso il federalismo
fiscale non è un'invenzione italiana ma trova attuazione negli
Stati uniti, con la crisi fiscale dei singoli stati causati dallo smantellamento
della rete di protezione sociale stabilita a livello federale, nella riforma
delle pensioni e della sanità del governo Raffarin in Francia, nella
riforma di Schroeder e del piano Rürup in Germania con l'allungamento
dell'età pensionabile, con il taglio ai länder e alla
città-stato, alla sanità e ai sussidi di disoccupazione ecc.,
ecc.
Le varianti nazionali del federalismo fiscale hanno in ogni caso la finalità
di attacco al salario sociale di classe, ma la peculiarità italiana
fa sì che essa diventi vero e proprio laboratorio di macello sociale
e di ingegneria costituzionale. Alti funzionari francesi stanno ad esempio
analizzando il sistema della fiscalità regionale e locale italiano,
la Germania vorrebbe imitare il sistema sussidiario della sanità
e l'introduzione dei ticket, ecc. ecc. Ma la particolarità
italiana è che la questione del federalismo fiscale (o devoluzione)
è legata alle questioni costituzionali, al riassetto capitalistico
per il prossimo decennio e, infine, al comando sul lavoro in un contesto
produttivo regressivo dove una buona fetta del paese, il Mezzogiorno, è
stata trasformata nell'ultimo decennio in una sorte di Thailandia al servizio
dell'apparato produttivo del centro-nord-est in termini di subfornitura,
esercito industriale di riserva e laboratorio di politiche sociali ed economiche
che via via verranno attuate nel cuore dell'apparato produttivo italiano.
Da questo punto di vista ha ben ragione il tributarista Victor Ukmar quando
sostiene che "o salta il federalismo fiscale o salta la promessa di
riduzione del prelievo fiscale" [Il Secolo XIX, 15 maggio 2003].
Gli è che già con la riforma costituzionale ulivista del Titolo
V si faceva espresso riferimento all'autonomia finanziaria degli enti locali,
i quali possono stabilire tributi propri, in luogo dei trasferimenti statali,
non contemplando tuttavia i settori per i quali gli enti locali possono
esercitare il prelievo. Inoltre, se a questa nuova configurazione, benché
incerta, associamo la riforma Tremonti della riduzione fiscale per le imprese
(33%), la progressiva soppressione dell'Irap e la deriva devolutrice prossima
ventura, il quadro diventa nitido e sconvolgente. Arrivati alla roba,
come direbbe Machiavelli, ci si accorge che circa 80 mrd Ä di trasferimenti
statali (compresi quelli dovuti alle regioni a statuto speciale) dovranno
essere rimpiazzate da entrate proprie di regioni ed enti locali. Da qui
deriva la soppressione graduale dei servizi sanitari, sociali e pubblici
(asili nido, scuole, assistenza agli anziani, ai disabili, edilizia popolare,
trasporti pubblici, ecc., ecc.) che le regioni e gli enti locali attueranno
nel prossimo decennio, oltre che aliquote regionali e comunali alle stelle,
aumenti delle tariffe e salassi fiscali negli ambiti tributari che essi
adotteranno. La politica di prelievo fiscale che si instaurerà colpirà
soprattutto il Mezzogiorno d'Italia con meccanismi simili a quelli già
adottati nell'ambito sanitario [cfr. la Contraddizione, no.90].
Questa massa critica di natura fiscale, trasferita alle imprese, dovrebbe
servire all'apparato produttivo del centro-nord-est a parare i colpi della
concorrenza mondiale. Ciò significa che si continuerà a perpetrare
un assetto economico regressivo non rispondente affatto al ruolo che l'Italia
dovrebbe avere nella divisione internazionale del lavoro. È da questo
punto di vista che si dovrebbe ripartire, vale a dire dall'analisi approfondita
dell'apparato produttivo italiano. Delle (poche) grandi imprese italiane
e dei capitalisti senza capitali si è già analizzata la loro
metamorfosi [cfr. la Contraddizione, no.97 ] rispondente al giudizio
che Cuccia diede di loro ("ho dovuto fare le nozze con i fichi secchi").
Poco si sa invece del sistema delle Pmi dal lato della catena transnazionale,
sia in termini manifatturieri sia nel contesto finanziario europeo. Da questo
punto di vista, le considerazioni del ministro Tremonti circa la clava finanziaria
di "Basilea 2" e la concorrenza mondiale rispondono appieno alle
risultanze di un apparato produttivo per nulla innovativo, con una dimensione
lillipuziana ed in ultima analisi specializzata in settori maturi dove la
ricerca e lo sviluppo contano poco e dove la concorrenza asiatica si farà
sempre più forte nei prossimi anni.
L'analisi materialistica, che ha come base di partenza la crisi di sovrapproduzione
mondiale, una volta indagate le risultanze del federalismo fiscale e della
deriva cesarista e devolutrice, ritrova come oggetto d'indagine specifico
l'analisi dell'apparato produttivo italiano. Questo perché per troppi
anni si è lasciato a sicofanti professori universitari, cantori delle
Pmi, dare un quadro distorto dell'assetto economico italiano. Nel 2003 i
nodi vengono al pettine: il cuore industriale italiano è scosso da
una profonda crisi, l'attacco al salario globale di classe si fa sempre
più nitido e il salasso fiscale sta raggiungendo vette simili alla
fine dell'Ottocento e alla stabilizzazione del ministro De Stefani del 1926,
acutamente analizzata da Pietro Grifone [cfr. Il capitale finanziario,
Einaudi, Torino 1972].
Le similitudini con quest'ultimo periodo sono impressionanti.
Analizzarne i contenuti, l'oggetto d'indagine e le comparazioni significa
avere un quadro più specifico del fascismo prossimo venturo. A partire
dalla Marcia su Roma si rafforzarono gli organi dell'esecutivo, svuotando
le attribuzioni delle assemblee legislative. Con la politica liberista di
De Stefani si ebbero sgravi fiscali alle imprese e la diminuzione dei salari
reali. Venne gradualmente abolita la tassa di successione, si impennarono
le imposte indirette in un quadro inflazionistico. Al liberismo di De Stefani
fece seguito l'autarchia del Conte Volpi che aumentò i dazi su molti
prodotti di base ed attuò una campagna a difesa del "prodotto
italiano", il tutto finalizzato a "spogliare lo Stato di tutte
le sue attribuzioni economiche" [discorso del duce, Udine, settembre
1926]. Ma nel descrivere questo quadro fosco nel 1940 Grifone notava: "Nessuno
dei vari strati della borghesia italiana ha la compattezza, la forza coesiva
e la potenza del capitale finanziario ed è perciò che esso,
e non altri, riesce ad imporsi come strato decisivo, la cui volontà
diviene volontà dell'intera classe". Accadeva negli anni venti,
e alla stessa stregua accade nel 2003, pur con le dovute differenze, la
perdita della sovranità monetaria, il quadro di relazioni economiche,
finanziarie e produttive all'interno dell'Ue, il compimento del mercato
mondiale, ecc.
Pur tuttavia, nel prossimo decennio, l'arma che ha il capitale finanziario
per schiacciare la piccola borghesia e il sistema delle Pmi è inserita
nell'accordo interbancario New Basel Accord, denominato Basilea
2. Non sono bastate ancora la distruzione di capitale fittizio, il possente
processo di centralizzazione finanziaria, la concentrazione su scale europea,
ecc. L'importanza di quell'accordo e le sue risultanze strategiche sono
talmente enormi che è il caso, innanzitutto, di specificare il campo
d'attuazione e le conseguenze sul tessuto produttivo di questo paese, con
risultanze primordiali nei futuri assetti istituzionali. Come Grifone attribuì
un'enorme importanza alla "svolta di Pesaro" che segnò
il passo verso la centralizzazione e la concentrazione dell'economia fascista,
l'accordo di Basilea è da inquadrarsi, in Italia, nelle novità
istituzionali quali ad esempio la devoluzione, l'attribuzione di maggiori
poteri all'esecutivo e il senato federale.
Gli è che questo nuovo accordo prevede per le banche del G.10 un
nuovo regime sui requisiti patrimoniali al fine della concessione dei crediti
bancari, attraverso i quali ad un alto debitore dovrà corrispondere
un accantonamento patrimoniale consistente da parte del sistema bancario.
Basilea 2, ideato dalla Banca dei regolamenti internazionali [Bri,
o Bis, la banca delle banche centrali] ha come assi portanti tre
pilastri:
- definire requisiti patrimoniali fondati su una misurazione completa dei rischi. Per il primo pilastro si è deciso di accordare alla banche due sistemi di calcolo: metodo standard [standardised approach], che prevede l'impiego di rating societari espressi da agenzie esterne specializzate nella valutazione del merito di credito della clientela; l'altro sistema di cancolo è il metodo di valutazione interna da parte delle banche circa la probabilità d'insolvenza attraverso la valutazione del coefficiente prudenziale da applicare, rispettando però alcuni requisiti standard imposti dall'autorità di vigilanza. Con il primo metodo a farla da padrona saranno le agenzie statunitensi quali Moody's, Standard&Poor's, ecc.; con il secondo metodo si innescherà un ulteriore processo di concentrazione bancaria e finanziaria a livello continentale, giacché occorrono divisioni operative di auditing specializzate nei vari settori produttivi, esperte, inoltre, nell'evoluzione dei mercati mondiali: insomma, il trionfo del capitale finanziario;
- migliorare la gestione dei rischi operativi e di mercato. Al riguardo le banche devono quantificare il rischio supportandolo con capitali, mediante il patrimonio di vigilanza, il cui rapporto con i rischi non può essere inferiore all'8%; questo pilastro viene denominato dalla Bri processo di controllo prudenziale;
- trasparenza per l'informazione al pubblico sui livelli patrimoniali delle banche, di modo che gli investitori abbiano un'esatta percezione del grado d'insolvenza dei crediti di una qualsiasi istituzione bancaria.
Con questi pilastri le banche valuteranno l'affidabilità delle
imprese non solo in termini statistico-economici ma su elementi qualitativi
quali il management, le prospettive di crescita del settore di riferimento,
l'innovazione, la ricerca, il portafoglio clienti e gli ordinativi. Guarda
caso tutti elementi di estrema debolezza del sistema delle Pmi italiane,
che producono - purtroppo, sarebbe il caso di dire - il 72% del valore aggiunto
e l'82% dell'occupazione in Italia. L'accordo di "Basilea 2" spinge
le imprese verso una maggiore patrimonializzazione e soprattutto introduce
la certificazione del bilancio per poter accedere al credito, obbligandole
a dotarsi di un rating, esterno o addirittura effettuato dalla banca
stessa, per permettere a quest'ultima di analizzare l'affidabilità
creditizia. Ciò significa che il sistema delle Pmi dovrà essere
più trasparente e che il patrimonio informativo delle banche avrà
un'importanza strategica, ben più dell'Istat o del Censis.
Insomma, laddove non arriva il fisco italiano, arrivano le banche, le quali,
di fronte alla vischiosità delle imprese italiane specializzate in
settori maturi e schiacciate dalla concorrenza internazionale - non a caso
Fazio alla conferenza del Fmi a Dubai, in un battibecco con Tremonti, ha
affermato che le imprese italiane sono specializzate in prodotti cinesi
- ridurranno l'interesse verso l'assetto produttivo nostrano e si specializzeranno
sempre più in impieghi meno rischiosi dove necessitano meno accantonamenti
patrimoniali [fly to quality]. Oppure finanzieranno solo i settori
protetti, così come sta già accadendo: guarda caso è
lo stesso scenario italiano descritto da Grifone a partire dal 1926. È
questo uno dei motivi (a parte quelli diversamente fondati, come il caso
Cirio) per cui Tremonti e altri sicofanti economisti attaccano Bankitalia
e il suo potere di vigilanza, chiedendo che le funzioni di supervisore dell'assetto
bancario vengano ricondotti ad un soggetto neutro, un'altra autorità
o allo stesso ministero del Tesoro. Analoghe risultanze di analisi si hanno
nello scontro Fazio-Tremonti sul ruolo delle fondazioni bancarie, la cui
diatriba è arrivata fino alla Consulta.
L'accordo di "Basilea 2" sarà operativo nel 2006 ma già
alla fine di quest'anno ci sarà un periodo transitorio di graduale
applicazione dei parametri sopra elencati. Bankitalia ha già indicato
ai primi 6 gruppi bancari nazionali, che detengono una quota stimabile in
più del 60% del totale attivo bancario nazionale, la costruzione
e l'applicazione di modelli di rating interni. Secondo Rainer Masera,
presidente di Imi-San Paolo "i tassi praticati verso i prenditori di
qualità creditizia inferiore - un'area che comprende in larga misura
il middle market e lo small business - vedrebbero peggiorare
le condizioni loro praticate con un effetto di compressione della capacità
di indebitamento e di revisione delle opportunità di investimento"
[Il nuovo accordo di Basilea sul capitale, Incontri Aiti, Bologna
25.10.2002]. Detto da uno dei maggiori banchieri italiani fa un certo effetto.
In ogni caso i primi a subire il credit crunch [stretta creditizia],
perché è di questo che si tratta, saranno le imprese meridionali
specializzate nella subfornitura al sistema delle Pmi del nord. Successivamente
quest'ultime, strozzate dalla concorrenza asiatica, vedranno ridursi i finanziamenti
anche a breve da parte del capitale finanziario, il vero padrone di questo
Paese nel prossimo decennio. Cosicché il mito del "piccolo è
bello" verrà deposto presso qualche dipartimento universitario
italiano, magari diretto dai consiliori del centro-sinistra. Di certo
presso le istituzioni finanziarie non farà più presa. Ma il
sistema delle Pmi troverà per l'occasione un miracoloso paracadute:
il federalismo fiscale e la devoluzione, magari condita con
un nuovo cesarismo.
È ora di ammetterlo: Umberto Bossi non ragiona come un politico,
anzi non ragiona affatto, ma semmai prova senza speranze a farlo come un
banchiere piccolo piccolo. Tuttavia è da dimostrare che il capitale
finanziario gli permetterà pure di avere ancora questo ruolo. Va
bene attaccare i meridionali parassiti, gli immigrati e Marco Follini. Ma
sbraitare contro Bruxelles o Pechino, no, questo è troppo. Altrimenti
con chi li fanno gli affari? Con i produttori bresciani di pentolame? Il
sistema produttivo dei sciùr Brambilla appartiene al piccolo
mondo antico. Il capitale finanziario si aggrappa sempre alla modernità
poiché è esso stesso la modernità. Si è stufato
del feudalesimo nostrano e a partire da gennaio farà un po' i conti
col pattume italiano. Non a caso parecchi industriali incominciano a sedersi
nei cda delle banche.