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QUANDO BERLUSCONI NON FALLÌ
1994: cronaca di un fallimento mancato

L. V.


In una recente comparsata televisiva, incredibilmente, passata anche sul tg2, il comico Beppe Grillo ha detto che Calisto Tanzi ha sbagliato tutto: infatti, se invece di perdere il suo tempo a falsificare i bilanci avesse fondato il partito politico "Forzalat", l'avrebbe senz'altro fatta franca. Come dimostrano queste pagine, tratte dal libro di M. Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli, Milano 2003, (pp. 133-145), quella di Grillo non era una battuta di spirito ... Non di solo latte vive l'uomo!

Salvare la roba

L'idea della soluzione autarchica, e dunque della scalata in proprio al governo dell'Azienda Italia, risale all'ultimo giorno dell'inverno del 1993, quando il proprietario della Fininvest si convince di non avere altri mezzi per evitare che qualcuno gli porti via le televisioni sulle quali sventola la bandiera del Biscione. Questo è un punto cruciale, che non bisogna mai dimenticare. L'ha riconosciuto onestamente, già nel dicembre del 1994, Marcello Dell'Utri, che dirigeva la concessionaria di pubblicità del gruppo: "Berlusconi è entrato in politica per difendere le sue aziende. Era già pronto un piano per ridurre di due unità le nostre tv ... Se i comunisti vanno a palazzo Chigi, quel piano lo attueranno. Noi non possiamo accettarlo". La storia dei governi di centro-sinistra dimostrerà che i cosiddetti "comunisti" non toccheranno un'antenna che è una. Ma c'è abbastanza documentazione per sapere che a quel tempo stavano per venir meno i pilastri sui quali si reggeva il gruppo Fininvest: il credito bancario e l'influenza di Bettino Craxi, l'uomo politico socialista che aveva sempre protetto la tv commerciale e il suo padrone, del quale era stato compare d'anello ... Anche senza subire alcun esproprio proletario, Berlusconi rischiava di perdere tutto.

La verità di Possa

Esistono vecchie carte, oggi dimenticate dai più, che spiegano molto. Sono i verbali dei Comitati Corporate della Fininvest, un vertice informale nel quale Silvio Berlusconi e i massimi dirigenti affrontano i problemi con la franchezza di chi, nella quiete di villa San Martino ad Arcore, è sicuro di parlare al riparo dei curiosi. E invece i resoconti dell'ingegner Guido Possa, compagno di liceo di Berlusconi, poi suo segretario fedele e infine deputato di Forza Italia, saranno sequestrati per ordine della Procura della Repubblica di Milano e poi finiranno anche sull'Espresso. Rileggiamoli al volo, facendo attenzione alle date.
L'8 gennaio 1993 il direttore generale della Fininvest, Alfredo Messina, snocciola il preventivo dell'anno, che chiude con una perdita di 296 mrd [[sterling]], senza contare il fabbisogno di Telepiù, pari a 213 mrd, al quale il Biscione non può far fronte. Il 22 gennaio il direttore finanziario, Ubaldo Livolsi, informa i colleghi sull'esposizione con le banche: "Al 31 dicembre 1992, i debiti del gruppo possono essere così sintetizzati: 3300 mrd di debiti a breve, medio e lungo termine (compresi i debiti per operazioni di leasing, con l'esclusione però di Mondadori leasing); 700 circa per operazioni di window dressing; 200 di indebitamento di Mediolanum factor a favore di società del gruppo; 350 di minore indebitamento creato mediante il blocco dei pagamenti dei fornitori Standa attivato nell'ultimo quadrimestre". Il fabbisogno di cassa del gruppo supera nel primo trimestre dell'anno i 1200 mrd [[sterling]]. Annota Possa: "U. Livolsi segnala che il sistema bancario italiano non è disposto ad aumentare ulteriormente l'affidamento nei nostri confronti (alcune banche, anzi, hanno chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell'esposizione)". Il primo marzo Messina avverte: "Quando in una società il rapporto tra indebitamento e mezzi propri supera determinati valori di soglia (intorno a 4) - il nostro gruppo ci è vicino - inevitabilmente la società si avvita sui suoi debiti". E Livolsi: "Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della televisione (non improbabile vista la recessione in atto e vista la presente sofferenza di qualche nostro investitore come la Curcio editore e Ciarrapico) per porci in grosse difficoltà".
E così a Berlusconi viene l'idea. Anzi, l'Idea. Il diligente Possa (lo stesso che nella campagna elettorale del 2001 compilerà l'agiografìa del Capo a uso e consumo delle famiglie italiane) rispettosamente verbalizza: "A suo avviso l'attuale situazione è favorevole come non mai per chi, provenendo da successi imprenditoriali, voglia dedicare i propri talenti al governo della cosa pubblica ... Nell'arena politica non sono presenti leader di statura adeguata: basti pensare che vi giganteggia una persona come Mario Segni, certo non di primissimo piano. Non nasconde [Berlusconi - ndr] che gli viene una gran voglia di mettersi alla testa di un partito". Chiosa L'Espresso: "Occhio alla data della riunione: 20 marzo 1993. Mancano ancora 312 giorni al fatidico 26 gennaio 1994, quando il Cavaliere annuncerà a reti unificate agli italiani che è pronto a bere l'amaro calice della politica".

L'insidia di Cuccia

L'ormai celebrata discesa nel campo della politica serve prima di tutto ad assicurare alla Fininvest la risorsa che, negli affari, si rivela spesso la più scarsa: il tempo. I due anni necessari per rivendere con profitto il gruppo della grande distribuzione Standa-Euromercato e collocare in Borsa senza troppi patemi cospicui pacchetti azionari della casa editrice Mondadori, della compagnia di assicurazioni Mediolanum e della neonata Mediaset, la società nella quale confluiscono Canale 5, Italia 1, Rete 4 e la concessionaria di pubblicità Publitalia `80. Diversamente dagli altri padroni del vapore di più antico lignaggio, che in simili frangenti usavano rivolgersi a Mediobanca, Silvio Berlusconi sceglie come banca d'affari di fiducia l'americana Morgan Stanley. È l'inizio di un rapporto così solido che nel 1998 il plenipotenziario italiano della Morgan, Claudio Sposito, diventerà amministratore delegato di Fininvest. Alla banca d'affari milanese guidata da Enrico Cuccia la Fininvest affida le operazioni Mondadori e Mediolanum, rilevanti sì, ma non quanto Mediaset. Da uomo pratico, Berlusconi sa distribuire saggiamente le commissioni sui collocamenti, ma per l'affare più importante preferisce gli americani e l'Imi, l'Istituto mobiliare italiano appena privatizzato. Il perché lo rivelerà, anni dopo, Fedele Confalonieri: "È vero, all'inizio l'istituto di via Filodrammatici ha avuto un ruolo nel collocamento di Mediaset in Borsa: quello di far saltare l'operazione. Vi fu un incontro in una sede importante nel quale i rappresentanti di Mediobanca ci dissero: "Voi avete un conflitto d'interessi, dovete congelare il 60 % del capitale e cambiare tutto il management"".
Il percorso verso il risanamento finanziario non è agevole. Nei primi anni novanta, la Fininvest aveva addirittura pagato 4,3 mrd [[sterling]] a un dirigente dell'Isveimer, che per il Banco di Napoli cura i finanziamenti agevolati nel Mezzogiorno e che, tuttavia, aveva erogato mutui per 450 mrd al Biscione meneghino. Ma nel momento del bisogno, non viene meno l'aiuto della Banca di Roma, da sempre la più vicina alla politica. Mentre il banchiere milanese Lucio Rondelli chiede il rientro dell'esposizione verso il Credito italiano, dando corpo ai sospetti su una manovra ostile ispirata da Mediobanca, il suo collega capitolino Cesare Geronzi si prende il rischio di prestare 240 mrd [[sterling]] a Ennio Doris per uno scopo particolare: questo vecchio sodale di Berlusconi - un mago dei fondi di investimento, dicono - deve comprare una quota della partecipazione di Fininvest in Mediolanum e può dare in garanzia al suo creditore soltanto titoli Mediolanum non ancora negoziabili.
Tanto basta. Quei 240 mrd costituiscono la somma che consente alla Fininvest di salvare il bilancio del 1993: il biglietto da visita con il quale l'uomo d'affari Berlusconi intraprende il nuovo business della politica. Il felice esito del collocamento di Mediolanum in Borsa consentirà due anni dopo a Doris di saldare il debito con la Banca di Roma. La spericolata e fortunata triangolazione fra Doris, Geronzi e Berlusconi, tuttavia, è solo un pannicello caldo. L'anno seguente, il 1994, proprio quello nel quale debutta in politica, appare ancor più preoccupante. Ufficialmente chiude con una perdita consolidata di 77 mrd [[sterling]]. In realtà, va peggio, molto peggio. Se non avesse modificato i criteri di contabilizzazione dei titoli delle società assicurative del gruppo e la vita utile dei diritti televisivi da ammortizzare, il gruppo Fininvest avrebbe dovuto dichiarare una perdita consolidata superiore ai 250 mrd [[sterling]], mettendo a rischio l'intero piano di risanamento. Che, peraltro, esige operazioni di respiro ben superiore a quanto era stato tentato fino ad allora. La nuova linea, dunque, è quella di vendere un bel pacco di azioni Mediaset di proprietà della Fininvest e di lanciare, in contemporanea, un aumento di capitale della nuova società televisiva: con questa doppia manovra si sarebbero drasticamente ridotti i debiti della casa madre e dell'azienda figlia. I consulenti della Morgan Stanley ne parlano con il nome in codice di "Operazione Wave".

Operazione Wave e bare fiscali

Claudio Sposito ci gioca la carriera. Nel 1996, se vuole che l'onda spinga in avanti la nave, Berlusconi deve superare quattro prove: 1) troncare i rapporti con un certo numero di società semisegrete alle quali era stata girata negli anni ottanta una parte dei profitti della televisione; 2) dare un'impronta più manageriale all'azienda, ma senza perdere per strada la squadra dei vecchi amici e, soprattutto, dei dirigenti con i quali aveva intrapreso l'avventura della tv; 3) trovare alcuni soci stabili che accettino di comprare il 20% del capitale di Mediaset a un prezzo che funga da conveniente punto di riferimento per l'intera operazione; 4) accollare alle banche un altro 20% in attesa della quotazione effettiva.
La prima prova è assai delicata. In parole povere, il self-made man Berlusconi deve assicurare i mercati finanziari, con i fatti e non a parole, che non potrà più sottrarre risorse alla società che si affaccia alla Borsa. Attorno alla Fininvest, infatti, è prosperato un sottobosco di "scatole" italiane controllate direttamente dalla famiglia, delle quali poco si scrive sulla stampa, ma parecchio si mormora nelle banche. I revisori della Arthur Andersen le chiamano "società correlate". Si tratta di "bare fiscali" costruite negli anni ottanta allo scopo di mungere soldi alla Fininvest, vendendole diritti televisivi. Nel momento del bisogno, queste stesse società restituiscono un po' di quattrini alla Fininvest, ricomprando diritti tv.
Qualche volta queste relazioni incestuose vengono sommariamente richiamate in bilancio e qualche altra volta no: per esempio, nel 1992 dalle "correlate" arriva un benefìcio di 110 mrd senza il quale, nonostante tutte le manovre contabili effettuate, non si sarebbe potuta evitare una pesante perdita. Gli amministratori, nella relazione di bilancio, non ne dicono nulla. Ma questo è niente al confronto del cosiddetto "comparto riservato" del gruppo Fininvest, un arcipelago di società basate nei soliti paradisi fiscali portato alla luce dai revisori della Kpmg, su incarico della Procura della repubblica di Milano che indaga sui "fondi neri" del Biscione.

Il triangolo dei diritti

L'attività principale di questo comparto riservato è il commercio dei diritti televisivi secondo il classico schema della triangolazione: le società delle British Virgin islands comprano i diritti dei film o dei serial per la tv dalle major hollywoodiane e li rivendono alle consorelle inglesi e olandesi, e queste a Fininvest o a Telecinco, le cugine italiane e spagnole. Talvolta, tra l'ultimo intermediario esterovestito e l'utilizzatore reale si intromette una delle società correlate di proprietà della famiglia Berlusconi. La ragione dicibile di questi giri è l'ottimizzazione fiscale, tanto è vero che, a un certo punto, l'ultimo intermediario estero si sposta a Malta perché da lì conviene di più. Il sospetto indicibile, ma legittimo, è che le società delle British Virgin islands facciano la cresta sugli acquisti, costituendo così dei "fondi neri" di dimensioni imponenti. La Procura milanese ritiene di aver elementi per contestare la movimentazione in nero di almeno un migliaio di miliardi di lire. Toccherà ai giudici stabilire la rilevanza penale delle imputazioni in quello che i giornali hanno chiamato il "processo All Iberian". Qui interessa rilevare che da queste società passa quasi un terzo degli acquisti di diritti televisivi effettuati dal sistema Fininvest nel periodo compreso tra il 1990 e il 1995: 1138 mrd su un totale di 3854.
E tanto basta ai grandi investitori istituzionali, che non hanno bisogno di prove come i magistrati, per raddrizzare le antenne. Berlusconi lo sa così bene che, nell'attribuzione delle attività televisive nella nuova società Mediaset, oggetto del collocamento in Borsa, mette fine a quel doppio regime, tanto utile quanto poco trasparente. Nei due anni che precedono la quotazione, Mediaset investe 2102 mrd in diritti televisivi, dei quali 973 effettuati tramite società del gruppo Fininvest o correlate. È il segno che quanto era fuori, nel campo dell'intermediazione dei diritti tv, sta finendo dentro.
Il 10 giugno 1996, quando il prospetto informativo per il collocamento di Mediaset viene depositato alla Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, Fininvest e le società correlate non trattano più alcun diritto per il territorio italiano, a eccezione di Medusa film. Mediaset si presenta al mercato con in cassaforte la fideiussione della casa madre che garantisce copertura illimitata a eventuali brutte sorprese sui diritti televisivi conferiti. Ed esibisce anche la perizia della Kagan World Media che stima in 2700 mrd il valore dell'archivio dei diritti tv, la cosiddetta "library", che a bilancio figura per 1796 mrd.
La seconda prova - dotare Mediaset di un'adeguata struttura manageriale - è più semplice, perché il mercato si fida dell'abilità della squadra berlusconiana: tutta la seconda linea - quella decisiva dei colonnelli che dirigono la concessionaria Publitalia, scelgono i palinsesti, producono i programmi, guidano le reti - funziona benissimo e resta. Perde terreno, invece, il gruppo degli amici della prima ora: della prima linea storica resiste solo Confalonieri, che non è mai stato un manager operativo ma un uomo di rappresentanza e di mediazione.
Ma le vere prove, quelle che contano all'atto pratico, sono le ultime due.

I testimonial

Trovare gli sponsor che comprino robusti pacchetti azionari di Mediaset a un prezzo capace di fare da punto di riferimento è la terza prova: quella decisiva. In questa ricerca, Berlusconi ottiene l'aiuto di due vecchi amici: il banchiere della Lehman, Ruggero Magnoni, e un produttore cinematografico tunisino, Tarak Ben Ammar. Saltano fuori tre investitori di rango: il magnate dei media tedesco Leo Kirch, il "re" del lusso e del tabacco Johann Rupert, un miliardario sudafricano che possiede Cartier, Dunhill e Rothmans, e il principe saudita Al Waleed. I primi due non destano soverchia sorpresa: Kirch è il Berlusconi tedesco che con il Berlusconi italiano ha già più di una partecipazione incrociata; Rupert è appena entrato nella pay-tv italiana Telepiù, che era stata fondata dalla Fininvest. L'arabo, invece, è una novità assoluta, che può suscitare sospetti. Ma per Al Waleed l'investimento in Mediaset è solo uno dei tanti che ha fatto in Occidente.
I tre nuovi soci sottoscrivono un aumento di capitale di Mediaset che dà loro poco meno del 15% della società. Naturalmente, Kirch, Rupert e Al Waleed ottengono le garanzie del caso. Su tutta una serie di questioni, il consiglio di Mediaset potrà decidere solo sulla base di una maggioranza qualificata che non possa prescindere dai soci di minoranza. E poi Fininvest si assume l'impegno di quotare Mediaset in Borsa entro il 31 dicembre 1997, altrimenti dovrà riacquistare le azioni cedute.

Sei su undici

Si arriva così alla quarta prova: convincere le banche. I signori del credito non sono mai stati insensibili alla politica. E tanto basta per tentare, ancora una volta, il colpo gobbo: in vista della quotazione, cerca di far comprare a fermo dalle banche titoli Mediaset per 1800 mrd [[sterling]]. L'invito è curioso. Di solito, le banche formano un consorzio per collocare in Borsa le azioni e assumono l'impegno di ritirare l'eventuale invenduto, se, giudicando buoni i titoli, immaginano che l'invenduto sia poco o nullo. In questo caso, il cliente spera di farsi anticipare dalle banche quanto un giorno sottoscriverà la Borsa, allo scopo di avere subito in cassa il necessario per tacitare i primi tre soci nel caso la quotazione andasse per le lunghe. Il gioco appare troppo pesante. Perfino la Banca di Roma, che pure aveva finanziato il comparto riservato della Fininvest e dunque può essere reputata fedele, tende a defilarsi e a lasciare il pallino in mano all'Imi, il capocordata designato.
Il 5 dicembre 1995 il vicedirettore generale dell'Imi, Vittorio Serafino, scrive a nove banche e due compagnie di assicurazione: Comit, Credito italiano, San Paolo di Torino, Cariplo, Bnl, Monte dei Paschi, Banca di Roma, Cassa di risparmio di Verona e Banca agricola mantovana più l'Ina e la Ras. Serafino chiede di acquistare azioni per 600 mrd e garantire un aumento di capitale di circa 1200 mrd. Il sondaggio dell'Imi si svolge mentre Berlusconi inizia una serie di colloqui con gli altri leader politici allo scopo di verificare se esistano i presupposti per un governissimo, nel quale confluiscano tutti i partiti maggiori.
Che la metà politica del nuovo Centauro stia cercando di dare una mano alla metà affaristica? Non sono certo i banchieri a porsi questo genere di problemi. I banchieri e gli assicuratori, semmai, discutono della valutazione di Mediaset sulla cui base è organizzata l'Operazione Wave: a parecchi di loro 5900 mrd [[sterling]] sembrano troppi. Al dunque, degli 11 convocati solo in 6 rispondono all'appello: Cariplo, Comit, Banca di Roma, San Paolo, Bnl e Monte dei Paschi. Ma bastano e avanzano: l'Operazione Wave sarà un successo. Fininvest porta a casa direttamente 980 mrd e Mediaset ben 2600. Considerando anche gli altri collocamenti di Mondadori e Mediolanum e la cessione di Euromereato, il gruppo Fininvest azzera quei debiti che solo due anni prima minacciavano di soffocarlo e si presenta munito perfino di una certa liquidità sul palcoscenico dell'alta finanza.
Inizia così la stagione del Centauro trionfante.