Scheda

BASTONARE IL CAN CHE AFFOGA

"lealtà e stupidità portano lo stesso nome"

Lu Hsün

Ci sembra particolarmente opportuno - in una fase politica, che Lu Hsün definiva "come una ruota che va su e giù", analogamente alla maniera in cui appare pure quella presente affollata dai vari Bush, Blair, Berlusconi & compari - riproporre le sue osservazioni sull'arbitrio violento e ipocrita della borghesia, perché i suoi rappresentanti ... a volte ritornano, anzi sempre. Abbiamo modificato il titolo originale (Di come si debba rimandare il "fair play" in La falsa libertà, Einaudi, Torino 1968, oppure, Necessità di differire il "fair play", in Cultura e società in Cina, Riuniti, Roma 1962) perché qui ne riproduciamo solo alcune parti, precisamente quelle che meglio richiamano l'attualità e, in particolare, ciò che non è strettamente vincolato alla situazione cinese di allora. Il proverbio cinese "lealtà e stupidità portano lo stesso nome" fa il paio con l'altro "bastonare il can che affoga", anch'esso ricordato esplicitamente da Lu Hsün, proprio nel contesto in cui "gli ingenui arrivano al punto di compiangere i malvagi" quasi che "ora toccasse a loro d'esser magnanimi". Lu Hsün lo dice "crudamente: si scavano da sé la fossa. Perciò, se volete essere gentili, prima di tutto è meglio che osserviate bene l'avversario; se appena è indegno d'esser trattato con gentilezza, non fate complimenti: solo quando avrete ottenuto da lui il fair play potete usarlo con lui". Il cane in questione, ovviamente, non è il povero animale, ma una metafora per potenti, padroni e loro servitori, che "mordono". [*.*]

Non è certo che un "can che affoga" non vada bastonato, o che addirittura non sia doveroso bastonarlo.
Bisogna vedere di che cane si tratti e come sia caduto in acqua. Grosso modo, può essere caduto per tre motivi: i. ha messo il piede in fallo ed è caduto da sé; ii. c'è stato gettato da altri; iii. ce l'hai gettato tu stesso. Se hai lottato con un cane e di tua mano l'hai bastonato fino a gettarlo in acqua, è ancora poco continuare a malmenarlo nell'acqua con un bastone. Un cane non si può mettere sullo stesso piano di un avversario leale perché, qualunque sia il suo modo di ringhiare, è sempre privo di ogni "principio morale". E poi il cane sa nuotare, senza dubbio tornerà ad arrampicarsi a riva; non cambierà carattere. Gli ingenui, prendendo la sua caduta in acqua per un lavaggio, credono che si pentirà e smetterà di mordere: questo è un errore particolarmente grave. Insomma, se si tratta di cani che mordono, credo vadano inclusi comunque tra quelli da bastonare, sia a riva che in acqua.
I "cani pechinesi" sembrano gatti, moderati, in accordo con tutti, pronti al compromesso, con l'espressione dell'equilibrio e della rettitudine, ostentano con distacco che nessun altro è immune dalla demagogia. Ecco perché sono tanto amati dai ricchi, e la loro razza continua ininterrotta. Il loro compito consiste nell'essere ingrassati dai ricchi grazie all'aspetto elegante. Questi vanno prima cacciati nell'acqua, e poi bastonati. Se cadono in acqua da soli, niente impedisce ugualmente di bastonarli. Certo, se vuoi essere proprio scrupoloso, non è indispensabile che tu li bastoni: ma non bisogna neppure compiangerli. Se si risparmiano i cagnolini pechinesi, non si possono più bastonare altri cani, i quali, se pure in tutto e per tutto dalla parte dei ricchi e dei potenti, conservano comunque qualche rassomiglianza con i lupi, mantengono una natura selvatica, e non arrivano al conformismo dei primi. Insomma, se si debba bastonare o meno il cane caduto in acqua, dipende in primo luogo dal suo comportamento dopo che si sarà arrampicato a riva.
La natura del cane non è suscettibile di molti cambiamenti; anche se tra diecimila anni sarà forse differente, oggi sto parlando di oggi. I burocrati e i gentiluomini dànno dei rossi e dei comunisti a tutti quelli che nuocciono ai loro interessi. I rivoluzionari portavano uno spirito nuovo - estremamente "civile" - per il quale i gentiluomini avevano concepito l'avversione più profonda. Essi dicevano: non "bastoniamo i cani nell'acqua", lasciamoli arrampicare a riva. Ed essi si arrampicarono, e vi restarono sdraiati fino a quando rispuntarono fuori per aiutare a suppliziare tanti rivoluzionari. E di nuovo si è affondati nelle tenebre, fino a oggi. Non sono solo vecchi resti del passato, e coloro che continuano a dominare sono gente della stessa specie. E ciò perché quei rivoluzionari sono stati generosi, sono stati umani verso i perfidi e li hanno lasciati moltiplicare. Così gli ingenui devono a loro stessi le pene che sopportano. Di ciò sono in parte causa proprio loro stessi che non "bastonano i cani che affogano". Lo dirò crudamente: si scavano da loro la fossa. "Lealtà e stupidità portano lo stesso nome", dice il proverbio: forse è un po' troppo crudele, ma a guardar bene non si tratta di un incitamento al male, bensì di un epigramma che generalizza molte amare esperienze. I giovani con le idee chiare dovranno spendere tanto più di energia e di vite per combattere i piani delle tenebre.

Per ora non dobbiam dar retta agli aforismi dei gentiluomini dal cuore pieno del proprio interesse e la bocca piena di equità. Neppure l'equità invocata dagli onesti aiuta i buoni, ma finisce per tutelare i malvagi. Finché sono in auge i malvagi, se quando maltrattano i buoni qualcuno invoca giustizia, non viene ascoltato. Ma per poco che i buoni arrivino una volta a sollevarsi, e i malvagi a "cadere in acqua", ecco gli onesti propugnatori della giustizia mettersi a gridare: "Non vi vendicate", "siate umani", "non opponete male a male", ... e stavolta hanno successo: i malvagi ottengono salvezza. Ma dopo che son salvi, pensano solo d'essersela cavata a buon mercato, non si pentono di certo; quindi, con le tane che si erano costruite e la loro abilità nell'intrigare, in breve tornano potenti e gloriosi come prima, e tali e quali nella malvagità. Eppure la "gente" non dice una parola. Se da ora in poi la luce e le tenebre non condurranno una lotta a fondo, e gli ingenui scambieranno la condiscendenza verso il male con la benignità e continueranno a essere indulgenti, il caos attuale sarà senza limiti e senza fine.
Si considerano, a torto, gli uomini decaduti come "cani nell'acqua", col risultato che le colpe restano impunite. I malvagi poggiano su un sostegno instabile e si lasciano andare, senza alcun riguardo, finché mettono un piede in fallo, e tutt'a un tratto chiedono pietà. E gli ingenui, che li conoscono di persona o ne sono stati "morsi", li considerano "cani che affogano" e non solo non li bastonano ma arrivano al punto di compiangerli, quasi che fosse stata ristabilita la giustizia e toccasse loro di essere magnanimi. Non sanno che quelli non sono mai stai realmente per "affogare": già da un pezzo era pronta la tana e il cibo ammucchiato. Anche se qualche volta sembrano feriti, non lo sono affatto; tutt'al più si fingono zoppi per suscitare la compassione e scappare tranquillamente a nascondersi. Ma il giorno dopo ricominciano a mordere gli ingenui.
Si sospetterà che con questo io aizzi la lotta tra correnti, vecchie o nuove, o tra altre correnti, o renda più profondo l'odio e più violento il conflitto. Oso affermare categoricamente che il veleno degli antiriformatori contro i riformatori non è mai venuto meno, e i metodi impiegati non potrebbero essere più crudeli. Invece i riformatori sono ancora immersi nel sogno, e ne traggono danno. D'ora in poi è necessario mutare condotta e metodi. Quelli che si oppongono alla civiltà materiale naturalmente non devono essere costretti ad andare in automobile. Se chiedevano di essere virtuosi, e hanno ottenuto di esserlo, che hanno da lamentarsi? Peccato che nessuno sia disposto a far così: tutti vogliono giudicare gli altri secondo se stessi, perciò al mondo ci sono tanti guai. Il fair play, specialmente, può essere male impiegato, fino a diventare una debolezza e costituire un vantaggio per le forze del male.
Allora non si deve adottare mai il fair play?, chiederanno le persone misericordiose. Naturalmente si deve, ma è ancora presto. Se uno non usa con te il fair play, la gentilezza, e tu lo usi con lui, alla fine sarai tu a subirne il danno. E non ti sarà più possibile non solo essere gentile, ma neppure non esserlo. Perciò, se volete essere gentili, prima di tutto è meglio che osserviate bene l'avversario; se appena è indegno di essere trattato con gentilezza, non fate complimenti: solo quando avrete ottenuto da lui il fair play potrete usarlo con lui. Ci sono tante doppie morali: per i padroni e per i servi, per gli uomini e per le donne, la morale non è la stessa, non è stata ancora unificata. Usare solo al "can che affoga" la stessa benevolenza che all'uomo caduto in acqua è troppo intempestivo, troppo prematuro. Se si vuole che lo spirito del fair play venga adottato universalmente, ritengo che si debba aspettare almeno fino a quando i cosiddetti "cani che affogano" abbiano modi umani. In una frase: "Sostieni i tuoi e attacca i nemici". Ed è tutto.