Non offenderti con la sentinella
che, quando vai ad uccidere il tiranno,
ti lascia passare con un sorriso indulgente,
credendo che tu sia il buffone.
[Stanislaw Leè, Pensieri spettinati]
Saccheggi, distruzioni e fini
La "fine delle ostilità in Irak, ma non della guerra al terrorismo"
- come ha trionfalmente annunciato dalla portaerei Lincoln Bush jr.
- è l'avvertimento mediatico. I consiglieri del Pentagono già
avevano anticipato questa sceneggiata. Cominciata in Afghanistan e poi in
Irak, la strategia del "terrorismo e armi di distruzione
di massa" attaccherà altri Paesi ma anche istituzioni:
per cominciare intanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu, il Dipartimento
di Stato Usa (si legga Colin Powell), l'Opec, ecc.. I loro nomi più
prestigiosi: Richard Perle, Donald Rumsfeld, Newton Gingrich, Frank J. Gafnay
jr., direttore del Center for security policy, l'ala ultraconservatrice
della finanza transnazionale armata.
Il Nuovo Ordine per ora raggiunto in Mesopotamia ha dato il via ad assassinii,
regolamenti di conti, vendette, soprusi, vandalismi, bottini e mercati clandestini
collaterali. Dai saccheggi del bisogno, riconoscibili in frigoriferi, bombole
del gas, letti e ambulanze, a quelli più impegnativi delle banche
depredate o date alle fiamme, a quelli decisamente scientifici come quello
del museo archeologico di Baghdad e della biblioteca nazionale fondata nel
'61 Maktabak Wataniyyah, con i suoi rari manoscritti antichi. L'identità
araba, testi antichi e medievali dell'età abasside e mamelucca, anche
di scienze, algebra, documenti d'epoca ottomana fino alla I guerra mondiale,
in cui era racchiusa la possibilità di scrivere una storia non omogenea
a quella dei vincitori anche allora Usa, è finita nel rogo. La direttrice
del centro nazionale degli archivi, fondato nel '72, all'interno della biblioteca,
ha avuto negato il visto d'ingresso in Italia per un convegno di arabisti
e islamisti a Palermo.
L'Unesco, nella persona del suo direttore K. Matsuura, inutilmente chiede
"misure d'emergenza", valuterà, farà inventario
dei danni, creerà un fondo speciale per l'Irak a rifondere il saccheggio
del Museo archeologico, organizzato al seguito di truppe dei più
forti del mondo, con l'ordine di ridurre a merce l'arte e la cultura come
la vita umana in genere. Non si hanno notizie dei siti archeologici del
nord e sud del Paese, al pari delle vite irakene annientate, mutilate, sfregiate
nei corpi come nella psiche. Si sa solo di circa 170 mila oggetti distrutti,
80 mila tavolette cuneiformi in argilla e grandi statue del sito di Hatra
perdute. "L'Fbi manderà agenti in Irak per assistere nel recupero
dei tesori del Museo di Baghdad" - scrive Repubblica il 18.4.03.
Perfino oltre 300 animali, tranne quelli feroci, sono stati rubati allo
zoo della capitale.
Inutile chiedersi dei mandanti dei roghi della Biblioteca irakena. Sono
gli stessi dei roghi di fronte all'Università Humboldt di Berlino
negli anni trenta, gli stessi che misero a fuoco la biblioteca d'Alessandria
tra il 48 e 47 a.C., e che non esitano mai a bruciare negli oggetti, così
come negli esseri umani, i passi dell'emancipazione spirituale opposta a
chi permane nella gestione di un sistema di accaparramento e sfruttamento
di classe, anche se nelle forme differenziate della storia. Sempre dopo
aver soddisfatto i mercanti.
Di fronte a dichiarazioni francesi di "crimini contro l'umanità",
o alle dimissioni del presidente del comitato consultivo per gli affari
culturali di Bush jr., Martin Sullivan, per protesta contro "una tragedia
prevedibile e che si poteva evitare", l'ineffabile segretario alla
difesa, D. Rumsfeld, ha negato ogni responsabilità rispondendo con:
"fatti imprevedibili, come una sommossa in una partita di calcio".
Ancora non è completo il repertorio dei beni trafugati nella guerra
del `91. Washington e Londra non hanno firmato la Convenzione dell'Aja del
`53 che obbliga le parti in guerra a proteggere il patrimonio dei paesi
conquistati o occupati.
Documenti pubblicati informano che gruppi di mercanti d'arte, una coalizione
di collezionisti d'antichità e negozianti in oggetti d'arte riuniti
sotto la sigla Accp (American council for cultural policy), ha preso
accordi con ufficiali della Difesa e del Dipartimento di Stato Usa, prima
dell'inizio delle operazioni militari, per preservare le collezioni archeologiche
irakene d'inestimabile valore. Sembra che l'influenza politica di tale gruppo
miri a flessibilizzare la severità delle leggi irakene in materia
di restrizioni per il possesso e l'esportazione d'antichità. Il governo
del dopoguerra, secondo il tesoriere William Pearlstein, dovrà facilitare
il possesso e la dispersione delle antichità verso gli Stati Uniti,
a seguito degli intenti perseguiti prima della guerra del `91.
Anche al seguito della I guerra contro l'Irak vennero trafugati reperti
archeologici e distrutta la città antica di Bassora. Allora, l'Accp
si era data da fare per la revisione della legge d'"applicazione della
proprietà culturale", per minimizzare gli sforzi dei paesi stranieri,
e che bloccava l'importazione d'oggetti verso gli Usa, in particolare oggetti
antichi. Le leggi irakene sono state infatti definite dal suddetto tesoriere
"restrittivamente detentrici, a eccessiva ritenzione" dei reperti
zonali.
Di fronte alla prospettiva di tale liberalizzazione, forse un solo e minimo
tra gli scopi ben più remunerativi della "vittoria" della
coalizione anglo-americana, perfino il Prof. Lord Renfrew de Kaimsthorn,
eminente archeologo di Cambridge e direttore dell'Istituto McDonald di ricerca
archeologica, scongiura "ogni modifica di tali leggi come qualcosa
di assolutamente mostruoso". Analogamente, l'Istituto archeologico
d'America ha definito siffatta eventuale revisione "un disastro".
Creata nel 2001, l'Accp sembra aver già determinato enormi difficoltà
in ambiti archeologici: tra i suoi membri più influenti si contano
collezionisti e avvocati di gran valore, rinomati per aver organizzato l'esibizione
di oggetti delle razzie naziste. Negando la volontà di far cambiare
le leggi irakene, l'Accp ha affermato che, al contrario, ha offerto "assistenza
tecnica e finanziaria" e "aiuti alla conservazione", nel
dopoguerra a gestione Usa.
Sia la razzia bellica sia postbellica del capitale a base Usa devono servire
- nell'impossibilità di contrastarla con le forze disperse dell'oggi
- all'acquisizione consapevole degli strumenti forgiati da questo potere,
per raggiungere il proprio unico obiettivo d'azione: l'autovalorizzazione,
la creazione di plusvalore dall'incremento illimitato dello sfruttamento
planetario della forza-lavoro incessantemente deprezzabile.
La liberalizzazione, in tutti i settori, richiede il rimpasto normativo
(la deregulation iniziata da Reagan) che ancora limita il risucchio
di ricchezza (dagli investimenti, alle merci, tra cui fondamentale la forza-lavoro,
alle antichità, ecc.) verso i Paesi dominanti, proseguendo nell'impoverimento
generalizzato del mondo. Cardine - per la prosecuzione nello sterminio di
ogni quantità di popolazione che si frappone anche involontariamente
a siffatti fini - è lo smantellamento culturale qualsivoglia, la
menomazione dell'identità storica, etnica, religiosa, di classe,
nell'unica omologazione alla soggezione ai "vincitori".
Verità: falsificazione del dominio
I criteri seguiti sono quelli che una storia antica consegna a chi ha il
potere di riprodurli: radicato convincimento della inferiorità
e debolezza altrui (balcanici, asiatici, africani, nativi, ecc. oppure
islamici, induisti, ecc. oppure gialli, neri, o più semplicemente
proletarizzazione impoverita), tradotta nella falsata dicotomia "civiltà"/"inciviltà".
Sin dai tempi di Erodoto (430 a.C.) [cfr. Santo Mazzarino, Il
pensiero storico classico, Laterza, Bari 1966], di contro alla "civiltà"
greca di Atene si parla dei "barbari" di Babilonia, o di altri
popoli, con un corredo di rappresentazioni da resuscitare oggi all'occasione
mediante la gestione totale dei media informativi compiacenti.
I nemici erano indicati come iniziatori [hegemónes] di tracotanza
[hybris], responsabili del "principio d'ogni male"
[arkhè kakôn] e della "prima colpa"
[próte aitía], come pretesto [causam interserens]
per costruire un'accusa che l'aggressore recava a sviamento dell'indicibile
ragione vera della guerra. L'occasionale pretesto, come nel
caso arcaico l'aiuto degli Ateniesi agli Ioni, "funzionava" anche
e forse soprattutto come conoscenza di un fatto certo.
Anche oggi la criminalità certa di un Saddam Hussein o di
un Osama bin Laden, sono serviti ad occultare, come l'arcaico obiettivo
di conquista del persiano Dario, l'insediamento militare in Asia dei capitali
appoggiati ai piani di Rumsfeld. Altro strumento ideologico usato in passato
era l'attacco alla "ti-rannide" orientale come negazione
della Giustizia [Dike], mentre veniva rispettata la "monarchia"
[basileía greca] - cui oggi corrisponderebbe la "democra-zia
occidentale". Sempre in Erodoto si rintraccia la fonte della "libertà"
dei persiani dai Magi in Ciro; è un bene conservare un tal regime,
non si devono spezzare le leggi patrie, non è conveniente: la sua
"tirannide" fu per essi "libertà" [eleuthería].
Gli Usa campioni della "libertà" hanno fatto un
gran uso di questo termine ambiguo, nient'affatto universale ma anzi partigiano
di senso, relativo a chi lo usa. Il "buon governo" [eunomésetai]
di Bush jr. riposa ormai sulla "rinuncia" alle libertà
civili americane e da esportare nel mondo omologabile; una sorta di dittatura
consensuata [tyrannís] che consente di volgersi tutelati
alle proprie occupazioni senza essere devastati dal "terrorismo"
(le anomíe o assenza di leggi adeguate) opportunamente inoculato.
C'è, in altri termini, anche ora tirannia e tirannia, nemiche di
diverse Giustizie [Dikai]: la Giustizia dominante è preservata
dalla dittatura "democratica" dei capitali finanziari
occidentali a salvaguardia della (loro) "libertà"
contrabbandata per quella di tutti [kósmos], la Giustizia
dominata o dominabile è invece quella della tirannia del "Male",
itinerante per comodità di chi fa sopravvivere la propria economia
solo se aggredisce.
Dall'astrazione "comunista" a quella "terrorista" -
per ora - è stata fatta valere la minaccia alla "sicurezza"
per i soli Paesi dominanti: la gerarchia del valore della vita, come quello
della forza-lavoro o della proprietà a seconda dell'appartenenza
di bandiera, sono solo conseguenza logica della tirannia di siffatti credibili
assunti ideologici. Chi scriverà la storia si troverà di fronte
al dilemma: non chinarsi ai vincitori e quindi ritrovarsi come lo historikón
arcaico davanti a una materia contrastante da trattare come una "selva
senza regole" [améthodos hyle], oppure chinarsi e scrivere
i testi scolastici per le nuove generazioni (non solo islamiche) sulla falsariga
dell'unica verità e giustizia dei più forti.
Nel primo caso è interessante rammentare che fin dal 6deg. e 5deg.
secolo si era tentato di scrivere una storia, poi definita falsa,
basata sui miti e genealogie [plásmata], espressione della
società aristocratica del tempo. Per definire falsi
i miti del nostro tempo e renderli così inoperanti per la coscienza
emancipata, è necessario prima saperli riconoscere. Dei criteri però
noi ormai possiamo usarli e verificarli nel contempo: sapere che "freedom"
equivale alla libertas di classe per e nell'impero romano, o all'eleuthería
per le aristocrazie delle città greche in opposizione ai tiranni
(l'antico odium regum, contro i monarchi), ideologia da effetto scontato
nel 2003 d.C., vuol dire riconoscere lo svuotamento di contenuto, e relativa
cancellazione del portato delle lotte di classe e della memoria
storica d'ogni nazione.
La storia presente o passata, per essere vera deve dare conto dei
conflitti e degli interessi per i quali le guerre, armate e non, si combattono
quotidianamente per le ridefinizioni continue delle appropriazioni di chi
vivrà. Controllo della crescita economica, delle risorse energetiche,
dei transiti commerciali, della dislocazione e direzionalità degli
investimenti, uso indiscriminato della forza-lavoro: questi gli obiettivi
ineffabili del capitale transnazionale da gestire nel terrore crescente
dei dissidenti.
Pur dissentendo sull'effettiva efficacia di lotta pratica, un'indicazione
preziosa teorica ci viene dai martiri-kamikaze: non si deve temere la morte
individuale se si vuole combattere questo sistema che impernia la sua forza
di ricatto sulla paura della morte dei singoli. Di fronte all'aggressione
non ci debbono più essere "civili": o tutti siamo coinvolti
e ci sentiamo chiamati a vincere questa paura, siamo tutti combattenti,
o non avremo molte possibilità soggettive di prevalere, per un affrancamento
universale, di classe, l'unico possibile.
I "vincitori" di oggi minacciano con arroganza l'Iran, la Siria,
l'Arabia Saudita, la Corea del nord, e l'elenco può continuare all'infinito,
avendo comprato o intimidito gli alleati che formalmente risultano con loro.
Forse a sporcarsi con i massacri questa volta saranno i bastioni turchi
e israeliani: il genocidio dei curdi e dei palestinesi è la credenziale
che fa fede. Intanto la concentrazione in oligopoli o conglomerati dei mezzi
di comunicazione di massa ha già determinato un orientamento verso
la credibilità di argomenti, suffragati da immagini, a sostegno dei
più forti.
Ciò che i missili sull'Irak non ci hanno fatto vedere, è stata
l'ultima (?) missione richiesta agli (ex?) agenti Cia Osama bin Laden e
Saddam Hussein: fornire il pretesto necessario alle truppe Usa di
stanziarsi strategicamente in Asia, consegnare il Paese al rimpasto della
deregolamentazione, degli investimenti profittevoli, delle privatizzazioni,
e poi sparire. Questi agenti meriterebbero onorificenze dai governi anglo-americani;
irakeni fideisti hanno creduto invece al tradimento, categoria impropria
per gli affari. I 112 mrd $ in barili di petrolio irakeno a gestione Usa
saranno un ottimo argomento per contrastare la crescita economica cinese.
Ma la deregulation del settore dell'informazione serve a non mostrare
che l'unilaterale legittimazione delle ragioni dei più forti, tali
solo perché detengono un quantum di criminalità superiore
a quella di tutti gli altri. Anche l'informazione ormai è una merce,
e la deontologia dei giornalisti è un dinosauro in via d'estinzione
di fronte al copia-incolla della velocizzazione dell'informazione,
svago, intrattenimento, impoverimento culturale. Sembra che il termine sintetico
di siffatto "concetto" sia in anglo-americano "infotainment".
Tradotto in italiano risulterebbe infottenimento delle masse asservite.