"Il successo sta nel pieno controllo dell'impresa sul sindacato" T. Ohno
La questione salariale è determinante per comprendere la storia degli ultimi anni cogliendo sia i grandi processi di ristrutturazione economica sia le dinamiche di carattere politico e sociale. La difesa del salario rappresenta una priorità sia per quelli che analizzano la dinamica sociale sia per i militanti sindacali e politici. L'appropriazione del reale passa attraverso attività che talvolta smentiscono la costruzione ideale. Il presente si trasforma in tempi e modi che con la logica hanno poco da spartire; la conoscenza intesa come azione consente di avere una visione della realtà dove la fase interpretativa è connessa con il processo di sperimentazione e verifica delle nostre asserzioni, processo che in ultima istanza conduce al cambiamento.
Per queste ragioni è determinante conoscere il salario sociale a partire dalla sua stessa composizione. Salario diretto è la busta paga con tutte le sue componenti: anzianità, livello di base, merito e produttività. Collegare la retribuzione alla produttività vuol dire intensificare lo sfruttamento della forza lavoro, ridurre la paga base legando gli aumenti ad incentivi e altre dinamiche prettamente capitalistiche. I minimi tabellari sono determinati dai due livelli di contrattazione, nazionale e decentrata.
Sono noti a tutti i deludenti risultati dell'ultimo rinnovo contrattuale metalmeccanico, conclusosi con la vittoria dei falchi di Federmeccanica e aumenti lordi di lire 158.000(lorde!) raggiunte con scaglioni solo a partire dal 1 Ottobre 1998.
Il vecchio detto "due piccioni con una fava" sintetizza meglio di ogni altra perifrasi il successo della Confindustria che ha centrato in un colpo solo due obiettivi: supera la concertazione e gli accordi del Luglio 1993 (che prevedevano aumenti di lire 268.000), e lancia un severo monito al Governo e alle parti sociali dimostrando come gli accordi siano all'occorrenza regolarmente stracciati. Se la memoria della sinistra non fosse così labile molti ricorderebbero gli impegni assunti in merito all'Alfa (regalata alla FIAT dall'allora Boiardo Romano Prodi), oggi chiusa senza che Magistratura e Governo siano intervenuti per il ripristino della cosiddetta legalità.
Se gli accordi non sono dunque rispettati da Confindustria, aspettiamoci la prossima eliminazione della contrattazione decentrata e con essa l'annullamento degli ammortizzatori sociali; non a caso Romiti parla di resistenze al vero riequilibrio dei livelli retributivi, concetto che in termini meno tecnici vuol dire ripristinare salari secondo i principi cardini della cultura di impresa: flesibilità, meritocrazia e produttività.
Fino ad oggi è stato il cosiddetto salario accessorio a tenere conto degli aumenti dei costi della vita, adeguando le retribuzioni alle spese crescenti. L'aumento dei costi per i servizi come la mensa, i trasporti pubblici, spese per vestiario e parcheggi diventano costanti che contraggono ulteriormente il salario depauperizzandolo. Tutte le voci non considerate dal salario di base, una volta eliminata la contrattazione decentrata e collegata quella nazionale a poche voci favorevoli solo agli interessi capitalistici , sono il risultato dell'offensiva inauguratasi con gli attacchi alla scala Mobile fin dai primi anni ottanta.
I fuori busta, il merito ossia la sudditanza all'ideologia padronale, i fuori busta finiscono con danneggiare ulteriormente i salari, legando i futuri aumenti alla intensificazione dello sfuttamento sia a livello qualitativo che quantitativo. In questa ottica vanno letti i notturni e i sabati festivi, come la richiesta di maggiore produzione insieme alla liberalizzazione dei prezzi e del lavoro rappresentano l'anticamera di forme ancora più articolate e selvagge di precarietà/flessibilità (interinale, part time sono gli esempi più noti).
L'offensiva del capitale si avvale di numerosi strumenti ideologici che intendono modificare i linguaggi correnti: così la forza lavoro viene sostituita dai produttori, i diritti sociali diventano di cittadinanza, gli interessi di classe quelli di impresa e il conflitto sociale sinonimo di egoismo. L'economia globalizzata e gli indirizzi del FMI prevedono ulteriori attacchi al salario anche su base indiretta ( le pensioni calcolate tutte su base contributiva gettando alle ortiche la già pessima "Riforma" Dini), contraendo ulteriormente gli obiettivi della Finanza Pubblica (Dpef) con i ticket sulle assistenze opedaliere e presto anche sulla medicina di base. A tutti i livelli l'attacco al salario persegue il medesimo obiettivo, ridurre il potere di acquisto e la forza contrattuale.
Il lavoro produttivo è il lavoro salariato che produce capitale ma non sono le sole mansioni industriali da considerare come lavori produttivi; un'analisi di questo tipo autorizza molti ciarlatani post moderni a liquidare il marxismo in nome della fine della classe operaia di fabbrica (altro discorso è invece parlare di classe operaia come classe non intermodale). A nostro avviso una rigida applicazione della distinzione tra lavoro produttivo ed improduttivo non aiuta a comprendere perché e in quali condizioni storiche quote crescente di capitali sono destinati alla creazione di infrastrutture (strade, palazzi, prodotti destinati al consumo di massa e via dicendo); in secondo luogo se per spiegare il modo di produzione capitalistico dobbiamo riferirci ai lavori che producono il plusvalore, è innegabile che la differenziazione tra i due lavori prima ricordati ha conosciuto dinamiche non comprensibili solo all'interno del Capitale di Marx, come la teoria sullo sviluppo delle forze produttive ci dimostra eloquentemente. O si storicizza il modo di produzione capitalistico nelle sue svariate epoche storiche, oppure si prende per buono il concetto che il capitalismo è uno schema rigido da leggere in termini meccanici e ripetitivi, con le ipotesi di Marx elevate a lettura oggettiva della realtà. Questa ultima prassi è particolarmente rischiosa in relazione alle dinamiche di trasformazione della realtà, come errata può essere la sottovalutazione del ruolo dello stato e il suo intervento nell'economia ad alterare gli equilibri tra le classi. Il marxismo se viene ridotto ad una lunga sequenza di regole che organizzano la produzione avremo forse delle risposte alle crisi monetarie o a quelle di sovrapproduzione ma rimarremo incapaci di cogliere la specificità del modo di produzione con tutte le sue ripercussioni sulla sfera sociale. In sintesi il solo atteggiamento possibile sarebbe quello di saccenti indottrinati che vogliono fornire risposte su tutto ma non si chiedono perché il modo di produzione capitalistico, pur con tutte le sue crisi, sembra più forte di prima e nonostante le contraddizioni palesate non esistono movimenti in grado di rovesciarlo.
Discernere tra ruoli esecutivi, ruoli manageriali e ruoli tecnici è senza dubbio un modo intelligente per cogliere le evoluzioni del sistema capitalistico; tuttavia non ci sentiamo di sostenere in pieno l'ipotesi di G. La Grassa che analizza il capitalismo come una organizzazione coesa e così forte da neutralizzare ogni forma di conflitti, perché una asserzione di questo tipo ci sembra il rovesciamento della visione fideistica di chi credeva nell'evento ineluttabile del socialismo e il sorgere inequivocabile di contraddizioni nelmodo di produzione. Piuttosto siamo dinanzi ad una rinnovata capacità manageriale di imprimere maggiore forza e coesione alle proprie direttive imprenditoriali, sia a livello della produzione di merci e di servizi, sia nel campo delle interrelazioni sociali e politiche. Marx non può essere la risposta a tutti i problemi perché dobbiamo fare i conti con il marxismo novecentesco e le sue letture che hanno guidato i movimenti politici e sociali. In Marx non si possono trovare analisi sugli attuali dominanti né sulla disarticolazione dei gruppi sociali sottomessi, tuttavia il punto di partenza per una battaglia sul lavoro può essere proprio il processo di valorizzazione, ossia il consumo della merce forza lavorativa in modo sempre più sistematico ed intensivo. Pagare il lavoratore solo per le ore in cui questi effettivamente produce significa intensificare i processi di sfruttamento, ridurre o limitare il lavoro necessario al suo sostentamento e far crescere il tempo cosiddetto superfluo quello che produce il plusvaloro. Ma queste dinamiche di maggiore intensificazione dello sfruttamento oggi rigurdano almeno nei paesi a capitalismo avanzato quelli che Marx definirebbe lavori improduttivi, a conferma che il capitale odierno ha trasferito certi processi al campo della distribuzione dove si spiegano non solo con le teorie inerenti la produzione del plusvalore assoluto, dacché entrano in gioco lo stato e le dinamiche sociali. Tutto questo a nostro avviso non viene spiegato dai marxisti ortodossi che si celano dietro alla lettura del Capitale, o in casi peggiori autorizzano in nome del lavoro e della riduzione dell'orario a sposare politiche filocapitalistiche di maggiore sfruttamento e precarietà.
L'autonomia dell'etica e del politico, per dirla alla Gorz, invece degli interessi di classe, è la ricetta proposta in nome di presunti interessi superiori. Siamo ormai calati nell'orizzonte post moderno, come quando un pamphlet dell'ultima ora cerca di promuovere una teoria inerente la redistribuzione del lavoro nella veste del principio cardine su cui poggia tutta quanta la struttura analitica della società e della produzione, uno dei grandi eventi taumaturgici in nome del quale promuovere grandi compromessi che di certo non aiutano i ceti subalterni.
Ma "accrescere il lavoro" è la tendenza dominante nel Libro Bianco della Commissione in Comunità Europea, il cui autore Delors si guarda bene dall'esaminare il contesto e le dinamiche regolanti l'intero processo, per finire poi con il sostenere che tanto vale ridistribuirlo visto che ormai l'occupazione langue in un vicolo cieco. Queste teorie sono del tutto funzionali a risolvere la crisi in cui si dibatte il capitalismo mondiale e le ricette a portata di mano nel migliore dei casi servono per salvagurdare un'ipotetica pace sociale attraverso la distribuzione di lavori sottopagati e precari.
Per questo crediamo che invece la questione del salario sia centrale: negli ultimi anni i contratti di categoria sono stati siglati con mesi o anni di ritardo e spesso in presenza di incrementi così risibile da non poter essere menzionati sotto la voce "aumenti". A farne le spese rimangono i lavoratori pubblici e quelli dei settori privati che hanno visto aumentare il costo della vita e diminuire il potere di acquisto delle loro buste paga.
Nel 1993 con la Riforma Ciampi le condizioni di uso dei lavoratori sono cambiate (per loro in peggio ovviamente) con la introduzione anche del fantomatico lavoro interinale che in agricoltura equivale alla legalizzazione del vecchio caporalato.
Lavoro in affitto significa sfruttamento più intensivo ed un doppio guadagno calcolato sulle prestazioni degli addetti, con una forza lavoro di riserva come serbatoio da cui attingere per mantenere salari bassi ed inferiori ai limiti consentiti. Queste "nuove" forme di impiego sanciscono un doppio livello di sfruttamento perché gli addetti oltre a non usufruire dei contratti di categoria possono essere utilizzati in mansioni nocive per la salute e senza rispettare normative a tutela della sicurezza. L'accordo, siglato da CGIL CISL UIl, dà inizio alla fase della concertazione sancita per legge con il patto per il lavoro "sottoscritto nel settembre 1996 da sindacati, governo e Confindustria. Non è casuale che in entrambi i casi,con Ciampi e Prodi, sia stata proprio la sinistra ad infliggere gli attacchi più veementi alle condizioni lavorative, in linea con il diktat di mediobanca della quale Prodi è una incolore emanazione. L'accordo stabilisce nuove regole sul part time e la rimodulazione degli orari con sgravi contributivi per le industrie ( sotto la forma degli incentivi finalizzati ai progetti industriali). I contratti di area che ristabiliscono le gabbie salariali nello stesso tempo traggono ninfa vitale dalla contrazione degli stipendi e da ritocchi alla legislazione con maggiore facilità nei licenziamenti per i padroni di impresa. In questa ottica si tende a comprimere i salari accordando minimi sociali ai disoccupati, incentivi che rappresentano un buon biglietto da visita per la prossima tornata elettorale.
Separando il salario dalla prestazione lavorativa si incrementano contributi sociali e redditi minimi, vedi i cosiddetti socialmente utili ad 800.00 lire mensili e senza copertura previdenziale, chiedendo contemporaneamente, come hanno fatto pur da posizioni differenti sia R.C che la CISL nel caso dei metalmeccanici, l'intervento dello Stato per dirimere conflitti e contrasti nelle più difficili contrattazioni categoriali. Lo stato si eleva così nella fase concertativa al ruolo di garante della pace sociale e della produttività capitalistica, per riportare ogni conflitto classista all'interno di commpatibilità non antagonistiche. Questo ruolo è per altro pienamente condiviso da Rifondazione che in un contesto siffatto può trovare terreno fertile per le proprie sparate massimalistico populiste. Senza la vendita della forza lavoro rapportata al suo valore viene meno il conflitto di classe e vincono i diritti di cittadinanza con servizi privatizzati e con i criteri di mercato elevati al ruolo di principi cardine.
Il reddito minimo garantito ai giovani disoccupati non sarà mai gratuito ricadendo sui lavoratori dipendenti sotto forma di tasse e perdita di acquisto delle buste paga. Del resto il Capitale non ha mai dato niente per niente, come dimostra la storia degli ultimi due secoli.
Precarietà e tutte le forme instabili di lavoro sono insieme alla flessibilità e allo sfruttamento intensivo dinamiche ricorrenti nel Capitalismo odierno; i lavori socialmente utili come i salari di ingresso vanno respinti per salvaguardare i lavoratori ancora in attività e le generazioni future. Allo slogan di moda nei centri sociali "salario garantito" continuiamo a preferire quello vecchio del "lavoro garantito"
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Ridurre l'orario di lavoro a parità di salario e distribuire lavoro non ridotto e flessibile sono ancora oggi gli obiettivi prioritari, rinviando al mittente l'iniquo scambio che la sinistra vorrebbe far passare tra snaturamento del Welfare e assistenzialismo, magari appaltato alle cooperative Arci e Caritas.
La logica dei sussidi e della flessibilità , accompagnata al precariato hanno smantellato ogni potere contrattuale della forza lavoro anglosassone, sconfitta molto prima dalle teorie pauperistiche e capitaliste dei laburisti e delle TRADE UNIONs e in tempi più recenti dalla signora Thatcher che certo nella ristrutturazione industriale ha trovato molti consensi anche in quella sinistra inglese che oggi piace tanto ai cugini italiani.
DOMANDE E RISPOSTE
CHE COSA è LA FLESSIBILITÀ?
Letteralmente significa utilizzo della forza lavoro in termini più compatibili con l'andamento della produzione, un impiego che consenta il part time, la riduzione salariale e lo spostamento delle unità laddove le esigenze della produzione lo richiedono.
In Corea gli scioperi operai hanno smascherato lo stretto legame che esiste tra l'ideologia della flessibilità come teoria per estorcere quote crescenti di plusvalore o incrementando il livello di sfruttamento e le libertà sindacali.
Mentre Confindustria e Governo invocano maggiore flessibilità si intensificano gli attacchi al sindacato come strumento difensivo dei lavoratori e alla stabilità del lavoro che, a detta di molti economisti, sarebbe in antitesi con il tempo dell'incertezza in cui oggi si vive.
E' venuto meno il punto di vista di classe, ragion per cui le ideologie della Confindustria diventano teorie alle quali adeguarsi con la massima celerità; asserire che non si assumono i giovani perché non esiste flessibilità e mobilità sui mercati del lavoro, equivale a concedere la libertà di licenziamento senza giusta causa ed espellere i sindacati dai luoghi di lavoro attraverso lo smantellamento della contrattazione decentrata.
Per questi motivi dietro alla Flessibilità si nascondono ben altre insidie che il sindacato Confederale è ben lungi dallo smascherare anche perché è corresponsabile delle politiche confindustriali di questi anni e ideologicamente compatibile con larghi strati di Confindustria. A CGIL CISL UIL preme conservare la contrattazione nazionale come baluardo del sistema di concertazione con il Governo. Quando un vecchio sindacalista come Foa, oggi tra i più squallidi assertori del "Nuovo" , parlano di resistenze massimaliste e ancoraggi al passato riferendosi alle correnti più combattive della CGIL, pensiamo che mentre i mass media parlano di flessibilità e mobilità queste sono già operative in alcuni stabilimenti campioni:
GIOIA TAURO /FIAT contratti di formazione a tariffe ridotte,
MELFI / FIAT assente l'accordo integrativo e salari di ingresso con fortissime decurtazioni,
CASSINO abuso del notturno senza incentivi, contratti di week end con periodo di formazione non retribuito, contratti di EMERSIONE che prevedono aumenti contrattuali più bassi di quelli sanciti a livello nazionale.
Nel Meridione, dove la flessibilità viene barattata in cambio del lavoro da quei politici che fino ad oggi hanno utilizzato il ricatto dell'occupazione come voto clientelare, hanno già adottato orari flessibili ( senza incentivo per gli straordinari) , slittamenti nel rinnovo dei contratti aziendali, sconti di varia natura attraverso la formazione, CONTRATTI DI AREA COME SANCITO DAL PATTO PER IL LAVORO DEL SETTEMBRE 1996.
La babele contrattuale in fabbrica è stata analizzata nell'inchiesta di Campetti pubblicata su "Il Manifesto" del 16 Aprile scorso, e riassunta in tredici tipi di contratto. Tra gli altri ricordiamo le ditte individuali e gli artigiani in veste di consulenti, i pensiaonati al nero (onde evitare il cumulo pensioni/salario), la truffa delle cooperative fittizie, fino ai contratti con la data di licenziamento già scritta. Non mancano casi ottocenteschi di lavoratori prestati a industrie consorelle per fare fronte a commesse straordinarie ( i cento operai di Genova passati dalla Piaggio all'Alenia), fino ai dipendenti del terziario impiegati in lavori di manutenzione ceduti ai nuovi proprietari senza salvaguardarne i livelli retributivi.
CON LA FLESSIBILITA' AUMENTA L'OCCUPAZIONE E MIGLIORANO LE CONDIZIONI DI VITA?
La risposta non può che essere negativa per molte ragioni che proviamo a spiegare sinteticamente. Partiamo da una considerazione preliminare, ossia che la flessibilità è gia presente e ad introdurla sono stati gli accordi dei governi Amato e Ciampi, sostenuti ricordiamo dalla sinistra parlamentare.
Composizione della forza lavoro: da "Mondo Economico" del 14/10/96 apprendiamo che in Italia ci sono circa 2,6 milioni di disoccupati, mentre gli occupati sono attestati a quota 22,7 milioni, e di questi oltre tre milioni e centomila unità sono impiegati in imprese con meno di 15 operai, dove la tutela è più debole e in molti casi il sindacato assente. Oltre tre milioni sono gli irregolari o non dichiarati, mentre sul nero non esistono dati sicuri. Nell'edilizia sono impiegati 1 milione e quasi 50 mila unità nell'industria siamo ormai sotto i quattro milioni ( tre milioni e 918 mila secondo i dati della Relazione Programmatica 1997), nei Servizi quasi 5 milioni e mezzo ( secondo la R.P. 5milioni e 486 mila).
Abbiamo precedentemente detto di volere dimostrare che con la Flessibilità aumenta lo sfruttamento, non cresce l'occupazione e in molti casi si sfocia nella miseria. Il caso Americano è quanto mai eloquente: negli ultimi 23 anni il salario medio è calato del 13%, tra il 1979 e il 1994 il valore dello stipendio orario minimo è inferiore del 25%, mentre negli ultimi venti anni il reddito reale ha perso circa il 21%del suo valore.
I dati appena riportati sono esplicativi di come il modello Americano tenda ad accrescere le ricchezze accumulate dalle fasce sociali medio alte ( il 5% della popolazione detiene il 22% della ricchezza nazionale contro il 16,5% al tempo della presidenza Carter), costringendo oltre 8 milioni di americani al doppio e al triplo impiego perche' il loro stipendio non è sufficiente al sostentamento familiare, perche' tra flessibilità e decurtazioni varie oggi parlare di stipendio è solo un eufemismo.
Come vediamo la ricetta della Confindustria si basa sulla contrazione dei salari per sviluppare l'occupazione, in cambio i salari sono così bassi da dovere ricorrere al doppio impiego, con l'aumento del nero e dello sfruttamento. La qualità della vita, quando gran parte della giornata è dedicata al lavoro, è quindi inesorabilmente compromessa, e non basta dire che aumenta la vita media se si deve lavorare fino alle soglie del settantesimo anno. Il modello italiano, dove la piccola e media impresa gode di buona salute e assicura tra gli anni ottanta e i primi del novanta la crescita di circa 1 milione e trecentomila posti lavorativi ( laddove la grande industria ne consente solo100 mila) , è senza dubbio quello dove la flessibilità silenziosa ha mggiori opportunità di realizzazione, e per dimostrarlo è sufficiente guardare ai salari delle piccole imprese inferiori del 20%, agli straordinari pagati senza incrementi e ai tanti fuori busta.
QUALI SONO GLI SCENARI IPOTIZZABILI PER I PROSSIMI MESI?
"Indispensabili i tagli per previdenza e sanità" intitolava il "Sole 24 Ore" del 5 Marzo, quasi a smentire i quotidiani lamenti di Rifondazione Comunista che con il cosiddetto Pacchetto Treu ha accettato anche il lavoro interinale e i contenuti degli accordi di Luglio che fino ad oggi aveva respinto. Solo da questo elemento si comprende come le concessioni di Prodi a Bertinotti e Cossutta siano ben poca cosa rispetto all'assenso di Rifondazione alla flessibilità e a quei lavori socialmente utili che per dirla alla Lunghini la società offre perche' il Mercato è incapace di afre altrettanto.
Non crediamo che esistano servizi e beni che la società richiede perché il mercato non è in grado di offrirli. La società in quanto tale non può utilizzare direttamente la forza lavoro al di fuori del circuito domanda offerta, e questi lavori, pagati con sussidio di disoccupazione INPS pari ad 800.000 sono i necessari tappa buchi per congiurare l'assunzione di nuovo personale nelle pubbliche Amministrazione dove si lavora con organici ridotti fino al 40%. Non esiste alcuna utilità sociale in questi lavori e il nome serve solo a confondere le idee, visto e considerato che sono privi di contributi previdenziali e non esiste di fatto un rapporto lavorativo in piena regola. Il contenuto della proposta è quindi nullo perche' i progetti sociali fino ad oggi avviati non servono ad arricchire la società di servizi sul modello del WElfare ma solo ad impoverire ulteriormente i lavoratori.
Lo smantellamento dello Stato Sociale prosegue parallelamente con la riscrittura della Carta Costituzionale ( come invocato da Agnelli e De Benedetti su "La Repubblica del 27/5 dove si parla di sistema interamente maggioritario), e siamo certi che il 1998 riserverà le maggiori sorprese. La merce da offrire in cambio di meno lavoro è più precariato è l'incremento dei sussidi di disoccupazione e l'offerta di lavori scarsamente renumerativi, secondo la pratica già conosciuta in Gran Bretagna e Usa dell' Employment conditional benefit.
Con la fine del monopolio pubblico del collocamento si prepara una babele lavorativa con trattamenti così differenziati da provocare ulteriori divisioni tra i lavoratori, e non solo a seconda delle aree geografiche. Con il decentramento a livello locale degli interventi pubblici pensiamo alla proliferazione di contratti di area con una differenziazione dei livelli di trattamento e in prospettiva l' intervento sociale gestito dai comuni che diventerebbe un facile strumento di ricatto e di schedatura politica.( a tal riguardo consigliamo la lettura di S. Bologna Nazismo e classe operaia manifesto Libri 1996) Queste ed altre soluzioni si prospettano ed occorre essere preparati perche' su pensioni e salari si concentreranno i maggiori attacchi di Governo e Confindustria.
[elaborato da Federico Giusti in occasione di una serie di dibattiti con Gianfranco Pala, Sergio Cararo e Sergio Donato]
Pisa 22/5/97