Che cosa suggerisce un titolo come questo? Innanzitutto diffidenza, noia, irritazione.
E da qui che bisogna partire se si mira a comprendere l'attuale miseria degli studi "teorici". L'immaginario comune raffigura il "teorico" come una persona delirante, chiusa nelle proprie astrazioni ideali e capace in nome loro degli atti peggiori (provocazione gratuita, sacrificio degli amici, terrorismo).
Una minoranza di persone, quelli che continuano a militare contro il "sistema", pensa invece al teorico come ad un innocuo fastidio: un autistico chiuso in qualche biblioteca a speculare su argomenti assurdi (i cosiddetti "massimi sistemi"). Per questa minoranza politicizzata la colpa più grave del teorico è quella di "disprezzare le masse", di render complicate le cose semplici, magari con il solo obiettivo di apparire intelligente.
Sembra strano a dirsi (dato che normalmente si pensa esattamente il contrario), ma la sinistra non è mai stata amica dei "teorici". I riformisti hanno sempre diffidato della teoria, vedendo in essa il germe dell'estremismo politico. I comunisti, dal canto loro, hanno coccolato gli intellettuali docili (ovvero disposti a giustificare nelle loro analisi la linea del Partito) attribuendogli grandi meriti (l'intellettuale organico: espressione della coscienza reale del proletariato), ma si sono sempre riservati la possibilità, qualora la teoria entrasse in conflitto con qualche loro dogma, di lanciare la terribile accusa: "intellettuale piccolo borghese! Impara dalle masse e non pretendere di insegnare!".
Quanto appena detto appare piuttosto improbabile.
Come si puo negare, perlomeno in Italia, il ruolo chiave della sinistra nello sviluppo e nella diffusione della cultura? Come si puo dimenticare quel magico momento in cui la maggioranza degli storici filosofi, poeti e registi si dichiaravano "di sinistra" (alcuni perfino "marxisti")? E se anche si ammettesse che la sinistra"tradizionale" (il PCI e i suoi apparati politico-culturali) non ha mai preso sul serio la teoria ... come negarlo nel caso della "nuova sinistra"? E ancora: non e forse vero che oggi attorno al PDS e all'Ulivo si sta compattando tutta una cerchia di intellettuali di buon livello e grande fama (la rivista MicroMega ne è un buon esempio)? Cosa dire infine di Rifondazione (partito talmente"teorico" da rivendicare il titolo di comunista)?
Alla base di queste obiezioni stanno pero alcuni grandi equivoci. Si provera a chiarirli.
1) Innanzitutto bisogna precisare che cosa la "teoria" non è, altrimenti si continuerà a polemizzare con un fantasma e a portare come controesempi argomenti del tutto non pertinenti.
La "teoria" di cui si parla qui deve essere distinta dalla "cultura". Rispetto alla maggior parte delle obiezioni sopra menzionate si dirà dunque questo: è vero che il PCI (e oggi, anche se in misura minore, il PDS) ha svolto un ruolo importante nella diffusione della cultura, ma non nella diffusione ed elaborazione della teoria. Le sezioni del PCI hanno continuato, fino ai tardi anni '80 ad organizzare dibattiti con titoli tipo "La Resistenza e l'antifascismo", "Pasolini e il cinema", "Qualche nozione di marxismo", "La storia del movimento operaio in Italia", "Dove va oggi l'URSS", e cosi via. Questa è cultura: diffusione di nozioni e soprattutto di "storie".
La cultura italiana del Novecento, salvo qualche rara eccezione, è stata storicista. "Storia", intesa come Narrazione, come Racconto di racconti, come supremo arbitro dei destini umani, come processo lineare (senza salti, interruzioni o arretramenti). Niente di strano dunque che la diffusione della cultura abbia visto un ruolo dominante del "raccontar storie". Storia della guerra di liberazione, Storia del marxismo, Storia della Rivoluzione d'Ottobre, Storia del Movimento Operaio e Sindacale, Storia delle recenti scoperte scientifiche, Storia ...
Non a caso, nelle polemiche contro l'astrattezza della teoria, è stata sempre la Storia a giocare il ruolo della "vera realtà" di fronte alla quale le illusioni "teoriche" avrebbero dovuto cedere il passo (e magari anche fare autocritica: "mea culpa, mea culpa ...").
Quando la teoria diveniva normativa, cioè pretendeva di giudicare la realtà storica di un evento (ad esempio lo "stalinismo"), c'era lì sempre la Storia a ricordarle che "così sono andate e dovevano andare le cose", che "non si può giudicare un fatto storico fuori dal suo contesto" e che, verità delle verità, "non si puo fare la frittata senza rompere le uova". Detto in forma brutale: o si accettava Stalin, o si era contro di lui, contro la Storia, contro i comunisti. La dittatura della Storia non lasciava spazi ad una critica da sinistra dello stalinismo (nel PCI, nessun intellettuale paragonabile ad Althusser).
Ovviamente, il venir marginalizzati dalla cultura ufficiale del Partito, il venir trattati come anticomunisti e nemici del popolo, alla lunga infligge ferite. Delle due l'una: o si diventa veramente anticomunisti, elitari e antipopolari (perlomeno si è coerenti ... e in piu ci si puo vendicare); oppure si impazzisce (di una follia non necessariamente "clinica"), vale a dire ci si rinchiude nel proprio mondo di astrazioni (ora sì, separate dalla realtà) e da lì si lanciano anatemi e profezie. Un esempio classico di questi "deliri paranoici" sono (stati) i micropartlti trotzkisti e bordighisti.
2) Chiarito quindi che dire "teoria" è cosa diversa da dire "cultura", risulterà non meno evidente come la maggior parte dei movimenti extraparlamentari della cosiddetta "nuova sinistra" abbia rappresentato un momento alto di contro-cultura, ma non di nuova produzione teorica. Addirittura in nome di una forte critica culturale alla "societa borghese", essi si sono distinti per atteggiamenti di vero e proprio "luddismo anti-intellettuale" nei confronti dei teorici (via via amalgamati con i nemici del momento).
Quanto detto non sminuisce affatto l'importanza di quei movimenti. Anzi, è forse proprio grazie alla loro rottura con la cultura cattolico-storicista, con il perbenismo democristiano, con il tradizionalismo del PCI, con gli elementi ancora "feudali" della società italiana, che è oggi possibile proporre una discussione seria sulla teoria.
Certo, non si puo nascondere che la trasformazione culturale del '68 sia stata una fase tutta interna alla modernizzazione (capitalistica) dell'ltalia e che dai ranghi di quei movimenti (si pensi a Lotta Continua) siano scaturiti gli odierni busti televisivi, baroni universitari, interventisti (Sofri che chiede i bombardamenti americani nella ex Yugoslavia), arrampicatori da strapazzo e ladri.
Tutto questo è vero e bisogna dirlo senza paura, se non altro come forma di rispetto verso quei pochi "sessantottini" che hanno conservato la propria autonomia. Va anche detto che spesso è proprio per effetto di catastrofi così radicali che il dibattito teorico ha potuto trovare la forza di emanciparsi dai legami della tradizione. Come aveva gia capito Hegel, il "negativo" puo risultare piu fecondo del "positivo".
3) E i moderni teorici ai quali fa riferimento il PDS? I Cacciari, i Flores D'Arcais, i Vattimo, ... (tanto per nominare i piu noti)?
Essi sono al di la del discorso che stiamo facendo. Non si tratta né di cultura, né tantomeno di teoria, solo "pentitismo" alla massima potenza. Si vergognano a tal punto del proprio far riferimento ad una forza politica che in passato si è definita marxista e comunista (per alcuni, a ciò si aggiunge l'orrore di essersi essi stessi definiti così), che il loro chiodo fisso, la loro croce personale, diviene l'espiazione di quella colpa tremenda. Parlano di Hannah Arendt, di Heidegger, di pensiero debole, di John Rawls, di liberalismo, ma e tutta apparenza. Sotto quel fiume di parole, saggi, libri, comunicazioni a congressi, articoli di giornale ripetono solo un'unica filastrocca: non sono più comunista, non lo sono mai stato, non lo sarò mai, non sono piu marxista, non lo sono ... mai, mai, mai ...
Il terreno (lo si chiami pure così, tanto per sottolineare che non si tratta né di teoria, né di cultura) sul quale questi signori ballano in continuazione è un ibrido tra "pensiero debole" ed "ermeneutica", il tutto trivializzato oltre ogni limite e sorretto dalla ferrea impalcatura (rugginosa) del liberalismo.
Ecco il nucleo di tale mirabile pensiero: "tutto è permesso, tutto è lecito, a parte (ovviamente) pretendere di cambiare qualcosa, dato che si tratterebbe di una poco tollerante imposizione del proprio punto di vista parziale"; "l'essenza del liberalismo consiste nel rispettare le posizioni ragionevoli, nello sviluppare un ragionevole (parola ricorrente nei testi di Rawls) consenso generale sulle regole del gioco"; "i principi liberali sono super partes, essi devono essere accettati da tutte le fazioni (parziali) come l'unico elemento veramente generale, al di là del quale si estende il regno delle opinioni (le quali, ammesso che siano ragionevali e che non diano fastidio, sono tutte egualmente valide)"; "un pensiero e tanto più valido quanto più è leggero, privo di pretese, estetico anziché vero".
Il filo conduttore consiste nel dare via libera ad una infinita proliferazione di discorsi (a patto però di sottrarre ad ognuno le sue pretese di validità generale e le sue speranze di ricerca della verità) entro il quadro di un liberalismo visto come modello e punto di arrivo finale della comunicazione emancipata in una societa libera e democratica (corrispondente, guarda caso, ad un "capitalismo ben temperato"). Il mezzo migliore per realizzare tale nobile ideale è quello di passare da un discorso all'altro in continuazione, impedendo così che alcunché si fissi.
Insomma, la comunicazione sociale ridotta ad una specie di enorme dibattito da talk show in cui l'intellettuale deve essere in grado di collegare la filosofia di Heidegger alle rivolte in Indonesia, passando per Bertinotti, Madonna, Max Weber, Picasso, il Gabibbo, Prodi, e la Zingara. Ovviamente, il palinsesto (tutto quanto oggi va sotto l'etichetta di "liberalismo": dalla libertà d'impresa ai tagli alla spesa sociale) è un aspetto tecnico che riguarda il padrone della TV, non certo gli "ospiti" del programma, il cui compito primario (anche loro malgrado) è quello di fare audience: di far divertire il pubblico. La cosa più divertente è notare come, in questo turbine caotico nuovista, finiscano per riaffiorare gli orientamenti culturali piu obsoleti: il liberalismo ottocentesco, l'etica kantiana, Dio (il recente "cristianesimo postmoderno" di Gianni Vattimo).
Per fortuna si tratta di fenomeni puramente accademici (perlomeno fino a quando i talk show attuali non perderanno share), o tuttalpiù da salotto bene. L'influenza effettiva sulla base del partito è nulla.
4) Ma perlomeno dentro Rifondazione Comunista un poco di teoria sarà rimasta? Come potrebbe infatti richiamarsi al marxismo dopo il crollo del muro (e non solo di quello ...) senza uno sforzo di rinnovamento teorico di vasta portata? E poi quel "rifondazione" si riferirà anche alla teoria, no? No.
Rifondazione è l'unione tra una corrente del vecchio PCI e tutta una serie di rivoli (sopravvissuti) della nuova sinistra. Essa non è piu della somma di queste due anime (la cui sostanziale estraneità ad un serio discorso sulla teoria e stata delineata ai punti 1 e 2). Addirittura essa è qualcosa di meno della somma. Forse per le dimensioni ridotte, forse per il mutato clima culturale, forse per incapacità dei suoi dirigenti o per indolenza della base, è del tutto assente non soltanto l'aspetto teorico, ma anche quello culturale.
Sulle ragioni si dovrà discutere, e molto, ma qui preme evidenziare una cosa: la cultura di Rifondazione e al 100% politica (politicistica). Certo, per molti compagni questo è un merito ... resta comunque il fatto che di teoria non si parla (o se ne parla male, con il disprezzo politico di chi non entra mai nel merito delle questioni, risolvendo tutto con slogan e battute).
Il politicismo di Rifondazione (aumentato dopo il "patto di desistenza") gli permette di ignorare tutta una serie di problemi, i quali potrebbero (il condizionale e d'obbligo) innescare un vero dibattito teorico in grado di coinvolgere anche la base. Questi problemi ruotano tutti attorno a due fatti dei quali bisognerebbe prendere atto (e non è un caso che dentro Rifondazione essi non vengano nominati). Il primo: dove i partiti comunisti hanno preso il potere è nato un tipo di società il quale, nell'arco di tre generazioni, si è dissolto (implodendo, come una impalcatura di legno marcio). Il secondo: dove i partiti comunisti sono rimasti all'opposizione si è compiuto, sempre nell'arco di tre generazioni, un graduale processo di integrazione che li ha condotti a rifondarsi come soggetti politici pienamente riformisti (anticomunisti e filo-capitalisti: liberaldemocratici di sinistra, insomma).
Non si tratta di "problemi" in senso assoluto. Essi sono tali soltanto per quelli che non si rassegnano ad accettare il capitalismo. Ora, se Rifondazione dice che il capitalismo non si può riformare e che deve essere superato, allora va da sé che non è interessata a costruire una società di legno marcio, oppure a trasformarsi in un nuovo PDS. Quindi sarebbe suo interesse rompere con tutta una serie di elementi (a livello di organizzazione interna, progettualita politica, analisi della società) che hanno caratterizzato tutti i partiti comunisti del Novecento.
E' assolutamente ovvio che dovrebbe rompere. Il problema sarebbe allora: cosa conservare? Cosa abbandonare? Cosa trasformare? Un dibattito aperto ... grande caos ... grande confusione sotto il clelo.
Ecco. Il punto nodale sta qui: Rifondazione avrebbe bisogno di fare tutto questo, ma, allo stesso tempo, la sua cultura politica, la sua organizzazione, il suo ruolo rispetto alle altre forze della sinistra, glielo impediscono.
Il militante intelligente di Rifondazione arriva fino al punto estremo: "va bene, c'è bisogno di più cultura non direttamente politica: aggiungiamola. Va bene, la teoria è importante: facciamo anche quella. Però senza cambiare la linea del partito, senza rimettere in discussione le alleanze, senza cambiare i dirigenti, senza rivedere i giudizi tradizionali sulla Resistenza, sull'URSS, sul PCI; altrimenti si confondono le idee alla base, si allontanano i compagni, si bruciano voti, si perde di efficacia nella lotta politica quotidiana ...". Di questo passo, gradualmente e non senza sofferenza (dato che le persone intelligenti non stanno bene quando si trovano costrette all'incoerenza), tutte le iniziali concessioni vengono ritirate ... tutte le aperture sigillate.
Conclusione: un "elogio della teoria" è sicuramente quanto di più sgradito si possa oggi proporre. In pratica, si ha la perfetta garanzia di scontentare un po' tutti (magari per motivi anche opposti).
Poco male.
Sgomberato il terreno dagli equivoci (1,2,3,4) ... si è comunque solo all'inizio. Si impone una domanda: ma vale la pena fare teoria? Si tratta della domanda piu ovvia. Il fatto che la teoria oggi se la passi male non sarebbe poi un dramma se essa fosse inutile, o magari dannosa.
Non si tratta di una domanda unica, ma di una famiglia, di un grappolo di domande: utile per chi? Inutile per chi? Dannosa nei confronti di che cosa? Ecco una definizione provvisoria di "teoria" in base alla quale se ne potra valutare l'utilità. Teoria: un tipo particolare di pensiero che, non fermandosi al dato empirico, va oltre, individua le classi generali (astratte) che sono in gioco in un determinato ambito e ne ricostruisce logicamente le articolazioni reciproche (correlazione, inclusione, espressione, etc.). E' una definizione che risente molto del modello "dialettico". Si proverà adesso a chiarirne alcuni presupposti.
Fino ad ora, ad esempio, si è considerata la teoria come facoltà esclusiva del "teorico", come proprietà di una particolare cerchia di intellettuali. Tutto ciò non e affatto scontato. Anzi, forse il dato più interessante della teoria correttamente intesa (cioè in linea con la definizione sopra formulata) e proprio quello di essere una facoltà accessibile a tutti, una possibilità che ognuno puo esercitare (collocandola nella gerarchia delle proprie facoltà). Non sta scritto da nessuna parte che un "politico", interessato alla politica e assorbito principalmente da essa, non possa discutere di teoria oppure che ad un operaio, ad un pensionato sia preclusa questa via.
Il fatto che la teoria sia distinta dalla cultura (ovvero dal patrimonio delle nozioni e soprattutto delle storie) la rende accessibile anche a chi non è colto (o che ha una cultura non accademica, ad esempio pratica, lavorativa, da autodidatta).
Non è necessario essere degli eruditi specializzati in storia russa per poter discutere "teoricamente" di crollo dell'URSS e di comunismo. Il solo fatto di tentare un inquadramento concettuale di quegli eventi permette anche a chi ne sa poco, quantomeno di chiarirsi quali siano le informazioni cardine che egli vorrebbe possedere per poter capire la questione. Da questo punto di vista, la discussione teorica serve da guida nell'acquisizione di cultura.
Sia chiaro, non si sta facendo del populismo naif a buon mercato. Tutto l'opposto! Chi ha la fortuna (il privilegio) di avere una cultura (leggi: un percorso di formazione scolastica lungo e articolato) può trarre dalla teoria i massimi risultati, anche in termini di organizzazione e di critica (filtraggio) delle nozioni acquisite. Ma chi non ha questa fortuna, può comunque ricevere dalla teoria grandi benefici ... quantomeno sotto forma di coscienza delle propne lacune, e di accortezza nei confronti della cultura ufficiale.
L'ultimo punto e il più importante. Considerare le cose dal punto di vista teorico, cioè circoscrivendo le categorie che sono in gioco in un determinato discorso o situazione e analizzando le loro relazioni reciproche, è oggi la migliore difesa dai discorsi ideologici (poco importa se di destra o di sinistra) dai quali veniamo quotidianamente bombardati.
Schematizzando: a chi giova la teoria? A tutti coloro che desiderano orientarsi autonomamente, ovvero "pensare con la propria testa", traendone tutte le conseguenze. A chi nuoce? Agli ideologi, ai politici di professione, ai leader carismatici, insomma a tutti coloro che hanno bisogno, per mantenere il proprio potere, di far prevalere la consuetudine, la passività, la"sudditanza".
Quindi: teoria come emancipazione.
Non si chiede a nessuno di diventare un teorico di professione, ma solo di riconoscere che, di tanto in tanto, pensare teoricamente è un buon modo per conservare libera la propria individualità. Il fatto che, come si è visto, il 95% della cultura italiana odierna sia refrattario al discorso teorico (e lo sia per motivi "strutturali") non deve affatto scoraggiare. Anzi, se è vero che la teoria è emancipazione del pensiero, allora sarà la sua stessa diffusione a rimuovere quei pregiudizi ideologici che ne ostacolano lo sviluppo.
No, non si tratta di un paradosso. Bisogna semplicemente riconoscere che, mentre un discorso sulla teoria (ad esempio di "storia della teoria") non ha oggi scampo, un ragionamento teorico ha invece buone possibilità di far presa sull'intelligenza delle persone più disparate.
Detto altrimenti: praticare e far praticare la teoria e il mezzo migliore per fare, in seguito, una riflessione complessiva su di essa. Se invece si comincia discutendo di teoria, di quanto è utile, di quanto è bella, ci si nega la possibilita di superare gli ostacoli e i pregiudizi prima elencati (addirittura, si rischia di rafforzarli).
Che senso ha allora il presente intervento? Non e forse un discorso sulla teoria?
Forse. In ogni caso, quello che preme qui evidenziare è che c'è talmente tanta ostilità ideologica nei confronti della teoria che l'unico modo di diffonderla è praticarla direttamente ... senza troppi preamboli. Se si condivide questa conclusione, allora questo intervento ha svolto il suo compito e si puo passare oltre (cioe alla pratica della teoria).
Preme ribadire un'ultima cosa. Non la si ripeterà mai abbastanza. Produrre teoria è caratteristica umana, è una facolta dell'individuo, ovvero di TUTTI gli individui.
Chi oggi sostiene che il ragionamento teorico possa camminare solo sulle gambe della cultura scolastico-accademica concepisce la teoria come ornamento, come privilegio di una minoranza, come strumento pericoloso se dato in mano alla gente comune.
Tale atteggiamento deve essere denunciato per quello che è: un tentativo "ideologico" di mantenere le persone in un perenne stato di minorità intellettuale, concedendogli soltanto il diritto di scelta tra opzioni precostituite.
Di fronte a questa ideologia (dominante in senso proprio), può essere utile piegare addirittura il bastone in senso opposto.
Prendiamo come esempio quanto detto su Rifondazione alla fine del punto 4. Ipotizziamo un giovane con una cultura in gran parte "televisiva" e privo di una memoria personale della storia del '900. Bene, anche in questa situazione molto svantaggiata, egli sa: che l'URSS è crollata senza essere stata sconfitta da un attacco militare estero (ha visto le immagini, ha sentito i commenti circa il "sistema malato che è finalmente crollato"), che il PCl "comunista" è diventato PDS "non comunista" (glielo ricolda Veltroni ad ogni talk show), che Rifondazione si dice orgogliosamente comunista (il peso mediatico di Bertinotti si gioca in gran parte su questo "orgoglio"). Una lettura teorica, vale a dire in grado di isolare gli aspetti pertinenti e di schematizzare la loro articolazione, lo può condurre a formulare il giudizio: se Rifondazione vuole fare il comunismo deve cambiare strada.
Tanto basta. Ora il giovane può farsi dare il programma di Rifondazione, può leggersi qualche libretto divulgativo sulla storia del PCI, può chiedere, informarsi ... ma sicuramente, davanti ad un docente universitario iscritto al partito o ad un dirigente, porrà le domande giuste: "ma insomma, se il partito comunista al potere ha ottenuto questo ... se il partito all'opposizione si è trasformato in quest'altro ... allora come pretendete di evitarlo voi? Perché non parlate di queste cose? In cosa siete diversi da quei partiti che sono finiti male? In cosa pensate di essere migliori?".
Grande la tristezza sotto il cielo se la risposta sarà un "ma no! Tu semplifichi perché non conosci la storia (la Storia), la realtà è più complessa dei tuoi ragionamenti ... prima studia e poi giudica, lo dico per te, per non farti fare brutte figure ... guarda che con questi stessi discorsi che fai adesso, negli anni '70 fior di giovani son diventati terroristi ... studia la STORIA ... quello che conta e fermare Berlusconi, non ragionare sui massimi sistemi ... ne riparleremo tra vent'anni ..."
Happy End
[elaborato da Federico Dinucci in occasione di un seminario al quale parteciparono Massimo Bontempelli, Gianfranco La Grassa, Costanzo Preve e Maria Turchetto]
Pisa, 23/1/97