Alle elezioni politiche del 21 aprile si presentano due opposte grandi cordate politiche "di governo".
La cordata Polo delle libertà (Fini-Berlusconi-Butttiglione-"cespugli") e la cordata Ulivo (D'Alema-Prodi-Bianco-Dini-Maccanico-Segni-"cespugli"), a quest'ultima partecipa anche Rifondazione Comunista tramite un "patto di desistenza" (sul quale ci soffermeremo più avanti).
Recentemente l'Ulivo ha accusato il Polo di avergli copiato il programma; quest'ultimo ha risposto che è stato in realtà lo stesso Ulivo a copiare il vecchio programma di Forza Italia. A noi non interessa sapere chi ha copiato chi. Quello che ci preme sottolineare è che, sui punti di maggior rilievo, Polo ed Ulivo hanno lo stesso programma.
in che cosa i due schieramenti coincidono
Anche da una semplice lettura dei rispettivi programmi balza subito agli occhi che ambedue gli schieramenti:
a) vogliono privatizzare tutto quanto è privatizzabile (grandi imprese e holding pubbliche, banche, terreni ed alloggi statali, etc.) e vogliono aumentare il peso relativo del privato in molti settori (televisione, telefoni, trasporti, istruzione, università, etc.). In pratica vogliono smantellare il Welfare State (Stato Sociale) come noi lo conosciamo.
b) chiedono con forza un innalzamento dell'età pensionabile e caldeggiano una nuova riforma delle pensioni che ne riduca il valore (anche tramite un'apertura alle costose ed instabili "pensioni private").
c) sostengono senza condizioni il processo in atto di "flessibilizzazione del lavoro", ovvero lo sviluppo del lavoro precario e part-time (malpagato e poco sicuro), la perdita del potere di acquisto dei salari, l'utilizzo degli immigrati e dei disoccupati per svolgere lavori a rischio senza le necessarie protezioni. Presentano la flessibilizzazione come l'unica cura contro la disoccupazione.
d) vogliono abolire la quota proporzionale, instaurando così un sistema elettorale maggioritario puro.
e) ritengono necessario un aumento della meritocrazia in tutto il campo dell'istruzione e della formazione.
f) considerano favorevolmente la sostituzione dell'esercito di leva con un esercito di professionisti ("meglio equipaggiato" e più "fedele") in grado di intervenire fuori dai confini nazionali (sullo stile "guerra del golfo", "Somalia", "Bosnia"). Hanno altresì presentato progetti di legge per rendere più libero il commercio di armamenti italiani all'estero.
Sarebbe comunque ingenuo dire che Polo e Ulivo sono uguali.
Non sono uguali, ma sono egualmente dannosi (sia pur in maniera differente) per una fetta consistente, diciamo pure maggioritaria, dei cittadini italiani: dannosi innanzitutto per i lavoratori salariati dipendenti, i pensionati, i disoccupati, ma anche per i lavoratori formalmente autonomi ma di fatto inseriti, sotto forma di indotto, nel circuito della grande impresa. Questi cittadini che vedranno i loro salari diminuiti, le loro pensioni svalutate, le loro condizioni di lavoro peggiorate, le loro attività costrette al fallimento, questi cittadini non hanno alcun interesse a preferire il Polo o l'Ulivo, in quanto, riguardo a bastonate di egual forza, poco importa chi impugna il bastone.
Perché i due schieramenti convergono su punti così importanti?
Il fatto che la richiesta delle suddette misure politiche (a - e) sia presente quasi quotidianamente sulle pagine del Sole 24 Ore ci mette sulla giusta strada.
Quelle misure (in particolare la privatizzazione del pubblico e la flessibilizzazione del lavoro) sono ciò che i grandi poteri economici e finanziari chiedono, o meglio impongono, ai partiti politici. Agnelli, i vertici della Confindustria, Mediobanca & c., dopo aver condizionato per 50 anni la vita politica (e soprattutto gli orientamenti economici) dell'Italia, fanno oggi le loro richieste ad un mondo politico che, oggi come ieri "non può rifiutare" di concedere i propri favori a quelli che sono i "veri padroni del Paese".
Bisogna comunque capire il perché delle differenze. Le ragioni a nostro avviso vanno ricercate nella non identità dei blocchi sociali che (per ora) sostengono i due schieramenti.
Il Polo e l'Ulivo possono essere visti come "formazioni di compromesso" tra le esigenze della propria base sociale e le esigenze dei "veri padroni del Paese".
Il Polo
Esprime gli interessi dell'area del lavoro autonomo (la cosiddetta "piccola borghesia tradizionale") in tutte le sue forme: grossi professionisti (le caste dei notai, architetti, avvocati, primari), commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori. La conciliazione degli interessi di questa base con quelli dei "veri padroni" di cui sopra appare oggi molto problematica. I primi vorrebbero conservare i propri privilegi, i secondi vogliono solo allargare i loro astronomici profitti (non gli importa se qualche piccolo lavoratore autonomo rimarrà schiacciato dallo sviluppo della grande distribuzione, o se qualche piccolo imprenditore fallirà a causa del rafforzamento della lira e della conseguente diminuzione delle esportazioni).
La politica del Polo, tentando di conciliare l'inconciliabile, assume quindi un aspetto schizofrenico che poco rassicura, nella congiuntura attuale, i mai troppo citati "padroni" di cui sopra.
Nel programma del Polo confluiscono potentemente i gretti interessi dei grandi autonomi (il "privatizziamo tutti i servizi sociali tanto mi posso permettere quelli privati", il "tagliamo i fondi alla scuola pubblica tanto mio figlio lo mando a quella privata", "fuori gli immigrati che ci fanno concorrenza", "pena di morte", etc.) e tutta la loro ostilità verso il lavoro dipendente (che si vorrebbe senza diritti), soprattutto verso i dipendenti pubblici.
Rimangono tuttavia fuori i piccoli autonomi, gli "esclusi" (soprattutto al sud) a cui si era promesso il lavoro, i lavoratori formalmente autonomi ma di fatto inseriti nei processi della grande impresa. Per loro il futuro è tutto in discesa se si fidano del Polo.
Diciamo subito che, secondo noi, il Polo non è la riproposizione contemporanea del fascismo e non rappresenta un pericolo extralegale per la democrazia in Italia (o perlomeno, rappresenta un pericolo per la democrazia equivalente all'Ulivo).
Ciò che fa apparire il Polo repellente è piuttosto la sua incultura, il suo rozzo populismo, il suo ingenuo anticomunismo alla Don Camillo.
L'Ulivo
La base sociale che lo sostiene è composta, per ora, di lavoratori dipendenti (operai, impiegati, pensionati, etc.) e di lavoro formalmente salariato ma dotato (ancora) di un certo margine di autonomia (esempio classico sono professori ed insegnanti).
Un compromesso accettabile (di tipo riformistico) tra interessi della base ed esigenze dei "padroni del Paese" avrebbe potuto essere un partito di sinistra riformista (sul modello dei laburisti inglesi o della SPD tedesca di Brandt).
In realtà dentro l'Ulivo (e in posizione dominante) ci sono 2 soggetti che rappresentano direttamente i due tronconi in cui si articola il cenacolo degli illuminati "padroni del Paese": il troncone della finanza cattolica di stato (Bianco e Prodi) e il troncone della finanza laica transnazionale (Dini e Maccanico). In un contesto di bipolarismo classico tra polo Conservatore e polo Laburista i suddetti soggetti farebbero parte del primo.
Ma la situazione attuale è ben diversa: il programma dell'Ulivo è, al 95%, espressione degli interessi forti di Mediobanca, della Fiat, insomma di tutto quel complesso imprenditorial-finanziario che detiene il vero potere economico (ovvero la capacità di dettare gli indirizzi che l'economia pubblica e privata dovrà prendere).
Se fossero messe in pratica alla lettera, le 88 tesi di Prodi arrecherebbero ai lavoratori dipendenti, ai pensionati, ai piccoli lavoratori autonomi, agli "esclusi" un danno sociale ben più grande di quello che fu prodotto sotto il governo Berlusconi.
A tutto ciò si aggiunga che Prodi ha detto di voler far ricoprire i ministeri economici a Dini, Maccanico, Amato e Ciampi (ovvero a coloro che più hanno fatto, dal dopoguerra ad oggi, contro i lavoratori italiani).
La cultura dell'Ulivo è certo più gradevole di quella del Polo; la prima è la fine cultura dei salotti buoni del grande capitale transnazionale (con annessi intellettuali accademici postmoderni e connessi artisti di fama mondiale), la seconda è la vulgata televisiva alla Ferrara-Liguori-Fede (e relativi fischi dei commercianti al "fine" Prodi).
Ma i criteri di scelta per una serata mondana non hanno nulla a che vedere con le valutazioni politiche.
Una semplice riprova di quanto detto, ovvero che in questa fase è l'Ulivo e non il Polo il rappresentante più affidabile degli interessi di quel complesso imprenditorial finanziario nemico della maggior parte dei cittadini italiani è possibile ricavarla giocando al "chi sostiene chi".
Mediobanca sostiene Prodi e Dini (vedere dichiarazioni di Cuccia), i vertici della Confindustria sostengono l'Ulivo (basta sfogliare il Sole 24 Ore), anche la banca d'Italia sostiene il centro-sinistra (vi ricordate la sua ostilità verso il governo Berlusconi?), Agnelli critica di continuo il centro destra (vedere la repubblica e il Corriere della Sera). Al contrario il cuore dei piccoli imprenditori e dei lavoratori autonomi batte a destra, le associazioni di artigiani e commercianti sono tutte schierate con il Polo (i fischi a Prodi e gli applausi a Fini).
Il complesso imprenditorial-finanziario ritiene più affidabile l'Ulivo perché, nella attuale situazione di crisi economica (lasciamo perdere il volume delle esportazioni e guardiamo al livello della disoccupazione), quest'ultimo può offrire più garanzie di controllo sociale.
Al centro-sinistra fanno riferimento i sindacati confederali che (anche se non si sa per quanto) rimangono tutt'oggi delle organizzazioni ad elevato radicamento nel tessuto sociale, e sono quindi in grado di sedare (più o meno pacificamente) possibili (e probabili) proteste e movimenti spontanei dei lavoratori.
Facciamo un esempio:
la riforma (ovvero il drastico taglio) delle pensioni presentata dal governo Berlusconi fu sfruttata come pretesto dal PDS per scatenare una offensiva politica contro il Polo. Oltre un milione di lavoratori fu portato in piazza a manifestare (al grido di "ministro Dini, giù le mani dalle nostre pensioni").
Poco dopo, caduto il governo Berlusconi, l'ex ministro Dini, ora presidente del consiglio sostenuto dal centro-sinistra, mise tranquillamente le mani sulle pensioni dei lavoratori. CGIL, CISL, UIL non richiamarono i lavoratori in piazza, non lanciarono di nuovo i loro slogan, addirittura sostennero la nuova riforma delle pensioni (certo meno pesante di quella di Berlusconi, ma in fondo la prima non era passata, mentre questa sì).
I sindacati confederali in realtà non hanno "tradito" i lavoratori, o per lo meno non lo hanno fatto adesso. Già da prima la loro politica consociativa ci ha regalato l'abolizione della scala mobile, la diminuzione delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, la sostanziale accettazione di tutte le richieste della Confindustria (accordi di luglio, etc.).
Appare quindi chiaro che il complesso imprenditorial-finanziario, interessato alla flessibilizzazione del lavoro (con riduzione degli stipendi, delle pensioni e della sicurezza sul lavoro), alla privatizzazione delle imprese pubbliche (con relativi licenziamenti), al sostegno internazionale dell'economia italiana all'estero (e connessi interventi armati dell'esercito italiano), accordi i suoi favori all'Ulivo e molto di meno al Polo.
Se Rifondazione fosse veramente quello che dice di essere, ovvero un partito che sostiene gli interessi dei lavoratori e dei soggetti deboli contro l'aggressività vorace dei "poteri forti", allora sarebbe chiaro a tutti che nessun tipo di alleanza con l'Ulivo (oggi il garante più affidabile di quei "poteri forti") potrebbe essere giustificata.
In realtà Rifondazione è oggi, dal punto di vista qualitativo, ciò che era il PCI nei tardi anni '70 e primi anni '80: un partito-azienda a parole molto rivoluzionario, ma di fatto inserito a pieno titolo nelle dinamiche della politica istituzionale (per la quale l'unico valore che conta è il numero di poltrone che si riescono a conquistare in parlamento).
Questo partito-azienda "vende" frasi roboanti e grandiosi progetti di riforma (che, ci si intenda, sulla carta possono essere anche condivisibili, ma che, non essendo supportati da una reale volontà, non verranno mai neppure tentati), in cambio di voti e militanza attiva.
"Due milioni in più sulla busta paga" tuona Bertinotti (in televisione), ma poi nulla di concreto viene tentato (sui luoghi di lavoro), nessun contatto con quei sindacati disposti a lottare, nessuna proclamazione di sciopero. Niente.
Il "patto di desistenza" è perfettamente in linea con tale atteggiamento: si concede il proprio appoggio a Prodi (lo si aiuta ad andare al governo, un governo con Dini, Amato, Ciampi, Maccanico & c.), ma si conserva la propria "indipendenza verbale", si conserva intatta la possibilità di sbraitare nei comizi e in televisione contro il governo ("tre milioni in più in busta paga", "quattro", "dieci", chi offre di più?).
... ma il Polo è fascista ...
Noi non crediamo che il Polo sia "il fascismo". Tale interpretazione è speculare a quella che lancia talvolta Berlusconi dicendo che i suoi avversari dell'Ulivo sono "i comunisti". Sono solo affermazioni demagogiche per accalappiare i famosi indecisi.
Ma ammettiamo pure (anche se non lo crediamo affatto) che una parte del Polo (AN) sia pericolosa per la democrazia; ebbene, in questo caso il non votare per l'Ulivo diventerebbe una necessità più che una preferenza. Immaginatevi un'Italia governata da Prodi (Amato, Ciampi, Dini e gli interessi del complesso imprenditorial-finanziario) che colpisce duramente i lavoratori ed i deboli; a questo punto AN "fascista" potrebbe veramente raccogliere un consenso popolare attorno a soluzioni autoritarie e liberticide.
avviandoci verso la conclusione
Certamente ci si può obiettare (da sinistra) che la nostra analisi è schematica, che le nostre conclusioni sono massimaliste, che così si regala l'Italia alle destre, etc.
Bene. Siamo disposti ad ascoltare queste obiezioni, ma a chi le presenta tocca l'onus probandi. Spiegateci perché Agnelli (tramite i suoi giornali) sostiene il centro-sinistra, perché Mediobanca e Confindustria stroncano continuamente le affermazioni di Berlusconi in campo economico, perché Dini e Maccanico hanno scelto l'Ulivo, perché la magistratura colpisce Berlusconi e non Prodi (e D'Alema)?
Se riuscirete a convincerci avrete sicuramente guadagnato qualche voto in più. Ma per favore, caro popolo della sinistra, non venirci a dire che "Berlusconi è volgare" mentre "Prodi e Dini sono dei signori", oppure che "bisogna turarsi il naso e sostenere l'Ulivo perché l'alternativa è il fascismo". Questo estetismo straccione lasciatelo pure ai vari Curzi e a Santoro.
Chi apprezza e crede in Berlusconi lo voti pure, chi è convinto dalle 88 tesi di Prodi lo voti, ma chi considera ambedue deleteri e pericolosi per i lavoratori e per i soggetti deboli non creda che votando Rifondazione cambi qualcosa.
Pisa, marzo 1996