Alcuni
spunti di riflessione 
Dopo il biennio 1968\70 entrano in vigore i nuovi
contratti collettivi e lo Statuto dei Lavoratori, si determinano maggiori
diritti: garanzie per gli apprendisti, assemblee nell’orario di lavoro,
licenziamento solo con la giusta causa nelle aziende con più di 15 addetti.
Contemporaneamente i salari nell’industria crescono del 20%.
La Banca d’Italia ricorda che tra il 1969 e il 1975 i salari crescono del 150%
e acquistano notevole potere di acquisto; nello stesso periodo la quota di
ricchezza assorbita dai profitti passa dal 34% al 24%, avviene un automatico
adeguamento dei salari all’inflazione e le retribuzioni non alimentano al loro
interno forti sperequazioni.
Questo periodo, che per la classe lavoratrice è stato carico di aspettative e
di buoni risultati anche se la loro gestione è avvenuta ad opera di chi spesso
e volentieri aveva avuto il ruolo di frenare e non alimentare il conflitto,
viene maledetto perché, a detta degli economisti e dei politici avrebbe
introdotto non solo la spirale incontrollata dell’inflazione, ma stipendi e
pensioni troppo elevate, una spesa sociale pubblica insostenibile.
Di conseguenza la sola ricetta terapeutica da applicare era quella di arrestare
l’inflazione, i salari, ridurre al minimo le ore di sciopero e una riforma
previdenziale con il sistema contributivo; ma il punto di partenza non poteva
che essere la soppressione della scala mobile e di ogni meccanismo di
adeguamento di pensioni e salari al costo della vita.
Del resto dalla Dc al Psi e al Pci, dall’Acli
all’Arci fino a Cgil-Cisl-Uil, chi potrebbe dire che queste organizzazioni non
sono state capaci di mobilitare la stragrande maggioranza della popolazione
italiana per riceverne una delega pressoché totale? Molti di noi credevano
maturi i tempi per costruire forti movimenti di massa anticapitalisti, parlavamo
di proletariato e di assalto al cielo ma con uno scarso senso della realtà;
nelle fabbriche, nella seconda metà degli anni settanta, non solo con l’unità
confederale contro il terrorismo, si cominciarono ad intravedere le sconfitte di
una strategia politica che pensava di sorreggersi su consensi radicali e
simpatie diffuse.
La svolta dell’Eur e il Compromesso Storico dettero l’illusione che un
grande patto sociale permettesse, attraverso la democrazia parlamentare e
accordi con il Padronato, di realizzare quei principi della Costituzione che
parlavano di controllo e direzione a fini sociali dell’economia. Nei fatti, più
che un’ipotesi riformatrice si affermava una strategia del blocco sociale e
politico dominante che perseguiva, anche con l’uso del terrorismo di stato per
impaurire e bloccare ogni movimento di massa, un ricompattamento dei grandi
produttori e degli alleati politici dietro alcune parole d’ordine come legalità
e democrazia.

3.
Nei fatti si stavano definendo le politiche offensive degli anni ottanta e
novanta, proprio nel momento in cui credevamo maturi i tempi per l’assalto al
cielo.
Sia lungi da noi semplificare trent’anni di storia
italiana, ma nelle ricostruzioni del periodo prevale una ricostruzione
agiografica tesa ad esaltare i movimenti senza cogliere l’aspetto economico e
il ruolo delle classi dominanti e dei loro apparati finanziari e politici.
Quando alla fine degli anni Settanta il sindacato confederale ha scelto la
compatibilità con gli interessi del capitale e la compartecipazione alle sorti
dell’impresa, bollando di massimalismo ogni critica, è iniziato un periodo,
durato quasi 15 anni, in cui le conquiste raggiunte sono state distrutte
attraverso accordi governo-sindacati e nei momenti salienti (1985 e l’ultimo
biennio) e con la messa in crisi dell’unità confederale attraverso accordi
separati con le sigle più subalterne al potere economico e politico dominante.
Così è stato per la Scala mobile, per i codici di regolamentazione del diritto
di sciopero preceduti da accordi di autoregolamentazione che miravano a
liquidare ogni forma di resistenza sindacale.
Alla luce di queste
scarne e affrettate riflessioni scaturiscono alcune osservazioni sul presente:
Meno che mai è ipotizzabile che atteggiamenti etici e morali si traducano in
conflitti sociali. Se dovessimo organizzare una manifestazione contro la
presenza degli Usa in Iraq oggi non raccoglieremmo che poche migliaia di
militanti, questo è il segnale da raccogliere. Lo stesso movimento è immobile
di fronte alle tragedie dei migranti delle ultime settimane, incapace anche di
costruire momenti di solidarietà e di iniziativa politica sulla immigrazione,
uno dei temi sui quali la destra ha costruito il proprio successo elettorale e
culturale
Per raggiungere questo scopo servono organizzazioni sindacali e movimenti
sociali capaci di organizzare consenso e conflitto attorno ad alcuni nodi come
quello della difesa del salario, delle pensioni e di scuola e sanità pubbliche.
Allo stato attuale la Cgil è la sola organizzazione capace di mobilitare
attorno ad obiettivi condivisibili, fermo restando che il suo unico obiettivo è
la riconquista di un ruolo istituzionalizzato, concertativo e qualche regola (da
rivendicare come proprio successo) per limitare
la svolta neoliberista (ma mai sulle questioni determinanti). Il
sindacalismo autorganizzato insegue sempre più chimere e manie di grandezza che
ci portano in vicoli bui.
Non stiamo a disquisire sulla necessità di un partito comunista (partiamo dalla
constatazione che, allo stato attuale, almeno, la classe dirigente del PRC
privilegia la propria sopravvivenza parlamentare e senza una strategia politica
e culturale oscilla tra alleanze di centrosinistra da una parte, e ipotesi di
conflitto simulato e vetero-municipalismo, care alla disobbedienza,
dall’altra), certo che una organizzazione sindacale e sociale non può avocare
per sé un ruolo onnicomprensivo pena la perdita di attenzione verso i suoi
compiti tradizionali che sono l’organizzazione nei luoghi del lavoro e del non
lavoro.
Da troppi anni è stato abbandonato il terreno dello studio e della ricerca, con
lo storiografia marxista surclassata da ricostruzioni utili solo alla propaganda
anticomunista e filo capitalista. La lettura del novecento a uso e consumo del
moderatismo politico e culturale stravolge non solo la Resistenza e l’apporto
dei comunisti ma riscrive la storia del movimento operaio senza i connotati di
classe e gli elementi sociali più radicali
L’inchiesta a carico dei Carc, ad esempio, riesumata nonostante i sospetti sui
legami tra questa organizzazione e le nuove BR sono decaduti in seguito a due
inchieste della Magistratura, è un segnale inquietante perché la messa fuori
legge dei comunisti per la loro incompatibilità con il quadro democratico è
dietro l’angolo.
Oppure, il caso della compagna del movimento antagonista la cui libertà
individuale si vorrebbe limitare pesantemente con alcuni provvedimenti della
Questura, bollandola come delinquente abituale.
E’ naturale che ci si debba adoperare per non attribuire
al comunismo e all’antagonismo sociale e politico un ruolo ideologico,
politico e sociale residuale,
di mera testimonianza e con analisi e pratiche sclerotizzate.
Anche per questo motivo
nascono i Comitati antifascisti e antimperialisti, che nei prossimi mesi
organizzeranno una serie di iniziative seminariali per rilanciare il confronto e
l’azione politica attorno a tre obiettivi: anticapitalismo, antimperialismo e
antifascismo.