Lo scopo di questa prima relazione è di contribuire a mettere in evidenza come alcuni dei più significativi provvedimenti legislativi adottati dal governo in carica in materia fiscale e di sostegno finanziario alle imprese tendano nel complesso da un lato a ricollocare in senso favorevole, nella competizione oligopolistica, la posizione della frazione dell'oligarchia finanziaria che fa capo all'attuale presidente del consiglio (e dei gruppi capitalistici ad essa collegati) e dall'altro a realizzare un legame, il più possibile stabilizzato, con le piccole e medie imprese (e con i ceti professionistici), legame fondato sia sulla subalternità di queste ultime ai gruppi oligopolistici dominanti - fra i quali si annoverano quelli di governo - sia sull'inserimento delle pmi nel blocco sociale dominato dalle associazioni monopolistiche e dalle aree d'interesse di cui è espressione l'esecutivo. È questo tentativo di modificazione dei rapporti di forza intercapitalistici in uno con la feroce aggressione al mondo di lavoro in cui si sostanzia in gran parte dell'azione del governo, l'aspetto essenziale e qualitativo di quello che è chiamato, in un'accezione moralistica e fuorviante, "conflitto di interessi". Il governo mira attraverso una vera e propria "simbiosi" tra le istituzioni pubbliche e la frazione economico politica berlusconiana ad una organica realizzazione attraverso le prime degli obiettivi economici e politici della seconda.
Incominciamo con una breve cronistoria dell'iter dell'ultima legge finanziaria a far tempo dalla presentazione del disegno di legge governativo del 30/9/2002. In esso erano contenuti vari provvedimenti:
A ) il dimezzamento degli incentivi a fondo perduto destinati alle imprese delle aree depresse e, quindi, in particolare, a quelle del mezzogiorno. Tutte le leggi nazionali e regionali di agevolazione delle imprese erano pertanto da rivedere. Si era stabilito che il fondo perduto potesse essere mantenuto al massimo per il 50% delle spese documentate e il resto del beneficio venisse trasformato in un prestito di durata decennale ad un tasso di interesse non inferiore allo 0,5%. Per la più utilizzata delle leggi di erogazione alle aziende, la n. 488, erano previsti stanziamenti di soli 700 mln di euro, dei quali la maggior parte nel 2005 (l'anno precedente la finanziaria aveva assegnato alla legge 1,2 mld). Le reazioni padronali furono furibonde. Il presidente degli industriali campani arrivò a dire: "scenderemo in piazza se il governo non fa marcia indietro sugli incentivi. Non possiamo accettare nessuno sconto sulle agevolazioni perché il governo ha firmato a luglio con noi e i sindacati il patto per l'Italia in cui si prevedevano per il sud molte cose, fra cui i contributi della legge 488 e i contratti di investimento." (Il Sole - 24 Ore del 1deg./10/2002);
B) il ripristino del credito d'imposta per gli incrementi di occupazione dopo che il governo, a seguito dell'esaurimento delle risorse, aveva sospeso il "bonus" e richiesto alle imprese la restituzione di quanto utilizzato. La gran parte di questi fondi peraltro erano stati utilizzati negli ultimi anni al nord in aree con un tasso di disoccupazione basso;
C) la revisione del credito d'imposta per investimenti nelle aree cosiddette "deboli", con il blocco delle procedure di "automatismo" introdotte dalle leggi di incentivazione del centro sinistra; introduzione del criterio della prenotazione e della verifica della spesa;
D) l'accentramento nel CIPE, presieduto in "maniera non delegabile" da Berlusconi nella "riallocazione di tutte le spese per le aree depresse: incentivi alle imprese, patti territoriali, contratti di programma, bonus su nuove assunzioni e credito d'imposta sugli investimenti, intese istituzionali di programma, prestiti di onore, risorse destinate all'ex legge sull'intervento straordinario. Era inoltre prevista l'istituzione di un fondo nuovo per le "aree sottoutilizzate " destinato a raccogliere gli stanziamenti previsti finora per le aree depresse più i crediti d'imposta su occupazione e investimenti. Il presidente del consiglio ha sostanzialmente mani libere nell'impiego dell'insieme delle risorse, potendo tra l'altro decidere il passaggio dei mezzi finanziari da un fondo all'altro, da un investimento all'altro.
Era inoltre prevista la "stretta" sugli enti locali con irrigidimento del cosiddetto "patto di stabilità interno e il taglio del 2% per il 2003 ai trasferimenti erariali ai comuni che alle province. Nel provvedimento erano altresì contenuti:
1) il taglio di due punti dell' Irpeg (dal 36 al 34%) dal 1/1/2003 (benefici totali previsti il rispetto 2002: circa 2,7 mld di euro), la riduzione dell'Irap con deducibilità integrale per i contratti di formazione - lavoro e la deduzione, a certe condizioni, di 2000 euro per dipendente;
2) il concordato preventivo fiscale per gli anni successivi cioè l'accordo di pagare una somma predeterminata a titolo di imposta per i successivi tre anni. Era inoltre ipotizzato il concordato per gli anni pregressi, consistente nell'accettazione da parte del contribuente di una proposta di definizione a sanatoria del fisco, nonché il cosiddetto "scudo fiscale" cioè la sanatoria a costi irrisori dei capitali illecitamente trasferiti all'estero;
3) lo stanziamento di 700 mln di euro per la riforma degli ammortizzatori sociali del cosiddetto "patto per l'Italia";
4) modifiche delle aliquote e scaglioni per i redditi medio - bassi.
Il giudizio del padronato relativamente al complesso delle misure sopra sintetizzate fu negativo. Il presidente della confindustria D'Amato, esibendo un "rigore meridionalista" degno di miglior causa, parlò di "molte ombre, poche luci e incerte. Avremmo voluto una finanziaria di svolta. Le cose che abbiamo visto sul mezzogiorno non vanno nella direzione giusta in particolare per quanto riguarda l'entità delle cifre e il cambiamento dei meccanismi in corso d'opera. Il mezzogiorno deve essere l'impegno convinto di tutto il paese". Si associarono immediatamente le organizzazioni sindacali: "siamo preoccupati per mezzogiorno. Questa finanziaria non aiuta certo la ripresa di quest'area. Con la finanziaria sono stati inficiati strumenti che avevano dato buoni risultati come il credito d'imposta [per gli investimenti], una formula che aveva stimolato le imprese" (Nerozzi della CGIL su Il Sole - 24 Ore del 21/10/2002). Anche l'"opposizione" parlamentare si indigna: "c'è un vero paradosso in questo governo: s'aumenta l'indennità di disoccupazione e poi si incentivano le imprese a non assumere" (Benvenuto dei ds, Il Manifesto, 4/10/2002). Intervenne anche Fazio, governatore della Banca d'Italia. Il governo, seguendo un copione già utilizzato in passato, a questo punto avvia un mercanteggiamento (attraverso confindustria) con gli altri capitalisti (chiedendo contropartite per la propria frazione) e nel contempo "negozia" con i sindacati. Alla fine di ottobre ritorna parzialmente sui propri passi, presentando un maxiemendamento al disegno di legge che prevede le seguenti misure:
1) lo stralcio delle norme sugli incentivi alle imprese. La legge 488, che è lo strumento più importante e più finanziato, non sarà toccata e così tutti gli interventi di agevolazione che utilizzano le "modalità e le procedure " della legge 488, ovvero patti territoriali, contratti d'area e contratti di programma. Viene in sostanza ripristinato il finanziamento a fondo perduto per le imprese;
2) il cosiddetto "bonus occupazione" è prorogato fino al 2005, anche se l'agevolazione sarà ridotta;
3) è confermato il credito d'imposta sugli investimenti.
La soddisfazione padronale è ora evidente: "è stato fatto un passo avanti importante, sono state recepite le proposte che confindustria, Cisl e Uil (la CGIL non era stata invitata agli incontri) hanno portato sul tavolo con forte determinazione, eliminando le storture sul mezzogiorno" (D'Amato, Il Sole - 24 Ore del 31/10/2002).
Con l'approvazione della finanziaria 2003 (legge 27/12/2002 n. 189 ) rimangono sostanzialmente invariate le norme sulle agevolazioni alle imprese e sui trasferimenti agli enti locali, mentre in materia fiscale si va ben oltre. Infatti:
a) per i lavoratori autonomi e per le imprese con un fatturato non superiore a 5,164 milioni di euro è previsto il concordato fiscale. Gli effetti sono estesi fino al 31/10/2002. Per il 1997 per basta versare 300 euro, per gli anni successivi sempre 300 euro per anno a certe condizioni (c.d. "congrui e concreti") oppure bisogna aumentare gli imponibili di un minimo di 600 euro per le persone fisiche e di 1500 euro per le società in base a studi di settore, parametri o elaborazioni di sistema. Le sanzioni e gli interessi sono totalmente scontati. Vi è l'applicazione di un criterio regressivo: le maggiori imposte dovute sono ridotte del 50% se si superano i 5000 euro per le persone fisiche e i 10.000 euro per le società. Il beneficio del concordato è previsto solo per i professionisti e le piccole imprese e presenta l'ulteriore vantaggio di poter essere limitato ad uno od alcuni anni senza l'obbligo (come invece nel "condono tombale") di definire tutte le annualità;
b) è previsto il condono tombale per grandi e piccole imprese, professionisti e privati (intendendo per questi ultimi coloro che non svolgono attività di impresa o di lavoro autonomo). La sanatoria prevede il pagamento, sempre con criterio regressivo, di una maggiorazione del 18% sulle imposte versate fino a 10.000 euro, del 15% da 10.000 al 20.000 euro e del 13% oltre 20.000 euro di imposta originaria. Per l'Iva il 2% fino a 200.000 euro, l'1,5% da 200 a 300.000 e l' 1% oltre i 300.000 euro;
c) è estesa alle società la possibilità, prima negata, di sanatoria (cosiddetto "scudo fiscale") dei capitali illecitamente esportati all'estero senza il pagamento dell'imposta del 2,5% sul valore delle attività finanziarie che si fanno "emergere";
d) le liti pendenti si possono chiudere con il pagamento del 10% del valore della lite, se superiore a 2000 euro. Per le "liti potenziali" in caso di processi verbali di constatazione con il pagamento del 20% della somma risultante dal verbale.
e) per quanto concerne l'Irap vengono esclusi dalla base imponibile i contratti di formazione - lavoro. Per le imprese con un fatturato fino a 400.000 euro è prevista la deduzione di 2000 euro per ogni dipendente. Viene aumentata a 7500 euro la deduzione forfettaria prevista per le piccole imprese. Si tratta di provvedimenti di riduzione che preludono alla progressiva abolizione dell'Irap che il governo intende realizzare appena le condizioni della finanza pubblica lo permetteranno. In attesa dell'approvazione della riforma regressiva dell'Irpef, la cui delega è all'esame delle camere, l'aliquota Irpeg è subito ridotta al 34%.
Ulteriori significativi sgravi per gli evasori sono stati apportati in sede di conversione del decreto-legge al 232/2002, che conteneva modifiche alla finanziaria. In tema di condono tombale per le imposte dirette gli importi dovuti scendono all' 8% fino a 10.000 euro di imposta originaria, al 6% da 10 a 20.000 euro, al 4% oltre i 20.000 euro. Ulteriori agevolazioni sono previste in tema di concordato e "scudo fiscale". È opportuno rammentare che con il condono tombale si rendono imperseguibili, entro determinati limiti, anche i reati connessi. Potrà inoltre accedere al condono anche chi ha già ricevuto un avviso di garanzia. Il limite temporale per l'adesione al condono viene spostato in avanti in questi casi fino al momento del rinvio a giudizio. A parte la " furbizia" di intervenire in meglio per i grandi evasori a "luci" della finanziaria ormai spente, è di tutta evidenza che le misure sopradescritte integrano un insieme di rilevantissime donazioni in primis per professionisti, piccole e medie imprese industriali ed artigiane. Grandi sono ovviamente i vantaggi anche per la grande impresa. Straordinari i benefici per la frazione berlusconiana dell'oligarchia finanziaria.[1]
Significative riprove dell'assunto indicato in premessa ci vengono anche dalla nuova disciplina della Dit (dual incom tax) [2] e dalla delega fiscale all'esame del parlamento in materia di IRAP. Quest'ultima, al pari della prima, favorisce il capitale monopolistico finanziario e tende a penalizzare la piccola impresa artigiana, commerciale, industriale e il ceto professionistico in genere. L'introduzione dell'Irap, che aveva abolito varie imposte e il contributo al servizio sanitario nazionale, ha comportato una rilevante riduzione delle aliquote complessive (circa 12 punti percentuali) e, per come è stato ampiamente documentato negli anni successivi, una massiccia contrazione del prelievo fiscale dalle imprese in generale. Tuttavia, data la indeducibilità del costo del lavoro e dei debiti dei capitalisti, si sono avvantaggiate dell'imposta le imprese con elevato livello di utile, di patrimonializzazione e di automazione. Sono state meno favorite ed addirittura colpite le aziende con bassi utili, con elevato impiego di capitale variabile e con forte incidenza del debito. In questo senso il governo di "centro sinistra" che la introdusse optò per un sostegno ai settori dominanti del capitale e in particolare, come detto, al capitale monopolistico finanziario: solo tali settori sono infatti in grado di autofinanziarsi, di ricorrere meno al credito bancario e di utilizzare una quantità di capitale variabile, pur se non trascurabile, relativamente modesta. Il governo, al fine di saldare quel "blocco sociale" su cui si fonda il suo consenso elettorale, nella delega fiscale prevede la graduale eliminazione dell'Irap. Nella relazione al disegno di legge delega è esplicitamente scritto che l'Irap ha "discriminato, dato il regime di maggiore favore fiscale riservato alle dimensioni dell'impresa soprattutto finanziaria o tecnologica, sfavorendo per contro relativamente e non razionalmente la piccola e media impresa". Discorso analogo è fatto per il capitale di debito "non c'è ragione razionale o costituzionale per penalizzarlo".
Analoghe sono le posizioni sulla Dit. Il sottosegretario all'economia Molgora in sede di approvazione al senato del decreto-legge 209/2002 (cosiddetto taglia Dit) ebbe a dichiarare: "il sistema fiscale posto in essere dalla sinistra ha creato effetti positivi per grandi gruppi, non per artigiani, commercianti e piccole imprese" (Il Sole 24 Ore del 15/11/2002). Il presidente della confartigianato Luciano Petracchi è sulla stessa lunghezza d'onda: "la Dit è stata una norma a taglia un'unica, costata in un triennio oltre 20 mila miliardi di vecchie lire e indossata da pochi gruppi industriali" (Il Sole 24 Ore del 24/10/2002). "O si è a favore delle piccole e medie imprese" dichiara al Sole 24 Ore del 17/10/2002 il deputato leghista in commissione attività produttive Massimo Palledri "con la dismissione d'Irap, Irpeg e la rimodulazione degli incentivi, come previsto dalla finanziaria, o si mette a regime la Dit di cui hanno beneficiato le grandi aziende senza risolvere i problemi di capitalizzazione delle pmi". Una ricostruzione degli effetti dell'introduzione di Dit ed Irap, operata dall'agenzia fiscale statale Secit, nei giorni precedenti all'approvazione della legge, evidenziava gli enormi vantaggi conseguiti da cinque fra i più grandi gruppi monopolistici italiani. La Fininvest era invece "a invarianza di prelievo" (Il Sole 24 Ore del 17 ottobre 2002). La conversione in legge del cosiddetto decreto "taglia Dit", operata il 20/11/2002, prevede maggiori introiti per lo stato per 3,2 miliardi di euro per il 2002, 3,4 miliardi per il 2003, 2,6 miliardi per il 2004. Il padronato, in vista dei ben cospicui vantaggi promessi in materia di deregolamentazione del mercato del lavoro, accetta la misura. "Un grande appesantimento per la competitività del paese, anche se finalmente sono state corrette alcune storture che gravavano sulle imprese" (D'Amato, Il Sole 24 Ore del 24/10/2002). Più realista del re è il ds G. Benvenuto "è sempre un salasso, anche se abbiamo costretto il governo a fare mezzo passo indietro" (Il Sole 24 Ore cit.).
Molto più calibrata alle esigenze delle frazioni oligopolistiche
al governo e dei ceti capitalistici e non ad esse alleati è invece
la cosiddetta "Tremonti bis", introdotta con il decreto-legge
n. 350 del 25/9/2001 convertito in legge nel successivo novembre (n. 383/2001)
[3].
Essa amplia sia il campo d'azione che i soggetti di beneficiari della legge
"Visco" (n. 133 del 15/5/1999). La "Tremonti", al pari
delle altre leggi di natura finanziaria, amplia e accelera quanto già
previsto dalle leggi varate dal precedente governo. I soggetti beneficiari
della rilevante agevolazione fiscale sono ora anche gli studi professionali
ed i liberi professionisti (avvocati, commercialisti, medici etc.) prima
esclusi dalla "Visco", e anche le banche, gli altri enti creditizi
e, guarda guarda, anche le assicurazioni (prima escluse). Le spese agevolabili
riguardano ora anche quelle in autovetture (anche di lusso) e fabbricati
(accatastati come A/10) prima escluse. Sono agevolabili anche le spese per
la formazione e per l'ampliamento e ammodernamento degli impianti esistenti,
prima escluse. Nell'ambito del meccanismo della legge, la detassazione è
ora totale (la "Visco" prevedeva un'aliquota del 19%).
Ammontano a 27,5 miliardi di euro, secondo le relazione presentata dal
governo il 13 marzo scorso, gli investimenti che nel corso del 2001 hanno
fruito della "Tremonti bis". I soggetti interessati all'agevolazione
sono stati circa 345.000 tra cui 68.000 società di capitali. La parte
principale degli investimenti detassati è stata operata dalle società
di capitali (73%). Secondo la relazione governativa, l'esame delle dichiarazioni
Unico 2002 mostra che l'agevolazione della "Tremonti bis" è
"molto più orientata a favore delle piccole e medie imprese".
Queste ultime avrebbero fruito del beneficio nella misura del 54,85% del
reddito complessivamente detassato ai fini della fruizione delle agevolazione.
"Percentuali molto più basse vengono indicate per la "Visco
investimenti" (legge n. 133/99) che avrebbe toccato solo il 6,27% delle
piccole e medie imprese mentre non molto più elevata risulterebbe
la percentuale di imprese di queste dimensioni che hanno fruito della Dit:
sul totale del beneficio le pmi avrebbero portato a casa solo il 14,06%"
(Il Sole 24 Ore del 14/3/2003).
È opportuno ricordare che il 27/11/2002 è stato approvato
un disegno di legge che, tra l'altro, assegna significative agevolazioni
finanziarie alle pmi in tema di spese in tecnologia.
La piccola e media impresa commerciale (oltre che la grande) è stata
favorita dall'atteggiamento mafioso - omissivo del governo in occasione
della introduzione dell'euro monetato. Vi è stata una totale assenza
di controllo su prezzi praticati dalla distribuzione e dalla produzione.
"Il governo ha lasciato soli i cittadini nell'anno dell'euro"
commenta il portavoce delle organizzazioni dei consumatori (cfr. Il Manifesto,
3/1/2003). Lo scandalo è stato denunciato finanche dalla commissione
dell'U.E..
Secondo l'Eurispes (istituto europeo di studi politici, economici e sociali),
il costo dei prodotti alimentari nel corso del 2002 è salito del
29% (secondo l'Istat del solo 3,8%). Peraltro, pur applicando correttamente
lo stesso discutibilissimo metodo Istat, si otterrebbe, secondo l'istituto
citato, un aumento del 13%, quindi tre volte il dato ufficiale. Il peso
complessivo degli aumenti nel corso del 2002 è stato, secondo le
organizzazioni dei consumatori, di 1803 euro, equivalenti a quasi due mensilità
di salario operaio.
L'Istat è stato piegato, mai forse come in questi mesi, alle esigenze
del governo - azienda e dei suoi alleati. La richiesta di "panieri
differenziati" per reddito e tipologia familiare da più parti
avanzata (i panieri differenziati sono in vigore in Germania fin dal 1962)
è stata respinta dall'istituto di statistica con motivazioni pretestuose.
Tuttavia se, come è accaduto secondo lo stesso Istat, gli ortaggi
sono aumentati nel 2002 del 13% mentre i prodotti per il trattamento dell'informazione
sono scesi del 11% è evidente che chi impiega la maggior parte del
proprio reddito in alimenti, ossia le fasce più disagiate, subirà
solo l'aumento, non potendo "recuperare" grazie al calo dei prodotti
che sono fuori dalla portata delle proprie disponibilità. Anche i
"pesi" assegnati ai diversi settori hanno un che di scandaloso:
le assicurazioni, ad esempio, misurate al netto dei rimborsi, pesano solo
dello 0,4% sull'indice, mentre nei bilanci familiari pesano del 2,5% (cfr.
ricerca dell'Ires -CGIL, Il Manifesto del 9/1/2003). E' opportuno ricordare
che gli adeguamenti contrattuali rispetto all'inflazione programmata hanno
come riferimento (spesso purtroppo teorico) l'indice generale dei prezzi
dell'Istat.
Non è possibile non rammentare al riguardo lo sconcio del decreto-legge
varato nelle scorse settimane in tutta urgenza dal governo per impedire
le legittime azioni di rivalsa nei confronti delle società oligopolistiche
di assicurazione da parte dei cittadini a seguito dell'accordo di cartello
che aveva comportato per anni aumenti macroscopici dei premi da essi pagati
per l'assicurazione, accordo una volta tanto rilevato dalla cosiddetta autorità
antitrust.
Nello stesso quadro si colloca quella che appare una vera e propria controriforma
della legge sulla "sicurezza" sui luoghi di lavoro, la 626, nascosta
nella "legge di semplificazione", la delega che ogni anno il governo
si fa dare per ordinare le norme riguardanti un'identica materia. La controriforma
era già uno degli obiettivi indicati nel c.d. "libro bianco".
La legge di delega del governo, all'esame del parlamento, è sostanzialmente
costruita in favore delle imprese, soprattutto quelle medio - piccole. I
principi della delega sono quelli della deregulation, della depenalizzazione
e delle compatibilità aziendali. Il punto "C" della delega
parla di "misure tecniche e amministrative di prevenzione compatibili
con le caratteristiche gestionali e organizzativi delle imprese, in particolare
di quelle artigiane e delle piccole imprese"; il punto "D"
sollecita una "riformulazione dell'apparato sanzionatorio", cioè
la depenalizzazione delle violazioni. Il punto "F" afferma che
la prevenzione va adeguata alle nuove "tipologie contrattuali",
cioè si prefigurano norme di prevenzione e di tutela diverse per
persone che fanno lo stesso lavoro ma con contratti diversi (a tempo indeterminato,
interinali, cococo, etc.). E' qui che risiede il nesso che lega questa protezione
variabile alla delega che sovverte il mercato del lavoro. (cfr. Il Manifesto
dell'8/3/2003)
Raffaele Picarelli