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LA PARTITA DOPPIA DELLA DIPLOMAZIA:
ONU, NATO, UE A PEZZI

 

L'arroganza dell'imperialismo statunitense ha accelerato bruscamente l'aggressione a tutte le istituzioni internazionali uscite dalla Seconda Guerra Mondiale.
Con la fine dell'URSS e del campo socialista, gli Stati Uniti hanno ritenuto di poter costruire un Nuovo Ordine Mondiale in cui esercitare l'egemonia politica e soprattutto il dominio militare, come contrappeso alla perdita di egemonia economica del proprio sistema produttivo e finanziario nazionale. Tale crisi, che dura ormai da decenni e che negli anni '90 del secolo scorso è andata avvitandosi e inasprendosi trascinando con sé altre economie legate a doppio filo a quella statunitense (vedi la situazione argentina), è ormai ad un punto tale che solamente la guerra può dare una boccata di ossigeno alla agonizzante economia USA, come dimostra il fatto che solo il settore produttivo bellico è in attivo. L'economia USA attraversa un ristagno ormai prolungato, che pare preludio ad una vera e propria recessione, mentre solo le spese militari sono cresciute del 4,6% nel 2002 (dal Corsera del 31 gennaio 2003).
In questa situazione, la necessità della guerra è per gli Stati Uniti una vera e propria esigenza di sistema, per rilanciare l'egemonia economico-finanziaria altrimenti non ulteriormente sostenibile.
La guerra è dunque un'esigenza per gli USA: oltretutto il controllo dell'area mediorientale permette anche di impadronirsi delle risorse petrolifere, essenziali per almeno altri 15 anni, e nel contempo di tenere sotto controllo i più temibili avversari imperialisti per gli USA, cioè l'Europa, la Russia e la Cina. Ovviamente, parlando di Europa dobbiamo distinguere i molti interessi nazionali che, seppure nel quadro della moneta unica dell'Euro, stanno riaffiorando tenacemente a destabilizzare un quadro già piuttosto agitato.
La partita che l'Amministrazione Bush ha deciso di giocare si svolge dunque su due piani: da un lato dichiarare guerra a tutti i popoli e agli Stati del mondo che non intendono sottomettersi al tentativo di ridefinizione degli equilibri internazionali fondati sul dominio politico-militare statunitense; dall'altro ridurre all'impotenza e all'asservimento le istituzioni internazionali uscite dalla Seconda Guerra Mondiale e dagli accordi di Yalta con l'URSS, in primo luogo l'ONU. Peraltro, anche alleanze costruite chiaramente in funzione antisovietica come il Patto Atlantico risultano ormai obsolete, e la stessa Europa unita, nata sotto l'ombrello difensivo NATO e a sovranità limitata, rappresenta ormai un pericolo più che una risorsa per gli USA.
Tali organismi non servono più ad un progetto di scontro frontale con gli imperialismi concorrenti, quello europeo per primo, né per contenere lo sviluppo di Stati come quello cinese che in prospettiva possono turbare la stabilità del sistema capitalistico introducendo elementi al momento imponderabili nelle relazioni economiche e politico-militari planetarie.
Ciò che va evidenziato è dunque che dopo la guerra all'Iraq resteranno solo i cocci di un sistema di relazioni internazionali già logorati e minati negli ultimi dieci anni, ed emergerà l'evidenza dei rapporti di forza economici, finanziari e politico-militari nella costruzione di equilibri internazionali.
La Francia, che in queste settimane ha giocato il ruolo della potenza "pacifista", ha in realtà compreso molto bene qual era la posta in gioco nella partita che si è giocata all'ONU: da una parte, la difesa degli interessi nazionali francesi, tedeschi, russi che in Iraq hanno investimenti attraverso multinazionali come la Total/Fina/Elf, e che dunque non avevano alcun interesse a scatenare una guerra contro Saddam Hussein (almeno in questo momento); dall'altra il mantenimento di un quadro di legalità internazionale (l'ONU), che ha permesso in questo mezzo secolo di mantenere gli scontri interni al campo imperialistico nei limiti di conflitti regionali e non generalizzati, mantenendo necessariamente omogenea l'alleanza tra Stati capitalistici in contrapposizione agli Stati socialisti del blocco sovietico e asiatico.
Per la Francia, dunque, la partita di opposizione agli USA ha prodotto il ridimensionamento dell'Europa come potenza unitaria sotto la sua egemonia (in asse con Berlino), e fatto riaffiorare le tendenze nazionalistiche su cui si giocheranno i rapporti di forza e diplomatici nei prossimi anni.
Se la Francia conservatrice (con la sua classe dirigente espressione di rapporti sociali e politici nettamente spostati a destra) ha tentato di mantenere il simulacro della legalità imperialistica dell'ONU, l'Italia (come la GB e la Spagna) ha invece mostrato tutto il suo asservimento all'imperialismo statunitense oggi dominante, dimostrando ancora una volta come le classi dirigenti del nostro paese e la borghesia imperialistica nazionale abbiano la propensione al parassitismo, in campo economico-finanziario e politico-diplomatico. Il Governo Berlusconi, reazionario, guerrafondaio e parafascista, ha infatti lavorato perché gli equilibri internazionali regredissero verso il caotico scenario della guerra permanente e preventiva degli USA.
La costruzione di una opposizione alla guerra, a questa guerra e al sistema militaresco che si sta rapidamente costruendo, comporta la mobilitazione delle masse popolari e dei lavoratori che, attraverso lo strumento dello sciopero generale, richiedano a gran voce la cacciata dei Governi di Guerra, e la fine del sistema di alleanze militari internazionale. Per questo chiediamo l'uscita dell'Italia dalla NATO (strumento di aggressione permanente), la chiusura delle basi USA e NATO in Italia e in tutta Europa, la fine della partecipazione italiana a qualsiasi operazione militare in terra straniera (Afghanistan, Filippine, Kosovo) che necessariamente si iscrive nel quadro delle guerre di aggressione.

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