DALL’ESTENSIONE
DELL’ART 18 ALLA CONFLITTUALITA’ SINDACALE SOCIALE E POLITICA
Sono trascorsi più di trenta anni dal 1970 anno in cui venne approvata la legge 300, meglio nota come statuto dei lavoratori. Erano gli anni successivi al centrosinistra ai tentativi di costruire un insieme di garanzie in grado di prevenire la diffusa e radicata conflittualità di massa e nello stesso tempo riconoscere un sistema di relazioni sindacali basato su soggetti collettivi, ossia Cgil Cisl Uil, come unici depositari della rappresentanza sindacale e interlocutori unitari di Governo e Confindustria. Vogliamo ricordare l’astensione del Pci e del PSUp in Parlamento che certo non potevano contrastare una legge avanzata ma nello stesso tempo con alcune palesi contraddizioni, perché nei luoghi della produzione la rappresentanza veniva riconosciuta alle tre organizzazioni sindacali e non ai soggetti politici, tanto è vero che l’allora numero due del Psi Giacomo Mancini , insieme alla Dc, si pronunciò contro la proposta del Pci di estendere alle materie politiche il diritto di assemblea.
Lo Statuto dei lavoratori nei fatti determinava alcune
garanzie circoscrivendo a materie sindacali le questioni da trattare e
respingeva le richieste radicali del movimento operaio e studentesco
iniziando una politica di codeterminazione con il Governo, politica che
nelle sue molteplici involuzioni sancirà la base della odierna concertazione.
Oggi non solo difendiamo lo Statuto
dei Lavoratori ma ne vogliamo la estensione e il rafforzamento in un contesto
internazionale dove la deregolamentazione del mercato lavorativo ha sancito
perdita di diritti individuali e collettivi con il rafforzamento delle imprese a
discapito del potere di contrattazione della forza lavoro. Se nel 1970 il
movimento operaio era all’offensiva oggi è in una posizione di estrema
debolezza per la subalternità culturale e politica dei sindacati confederali e
della stessa sinistra che al posto della direzione a fini economici e sociali
della economia, prevista dalla Costituzione, ha sostituito un pensiero
neoliberista compatibile con le imprese e con il profitto capitalista. Se è
uscito sconfitto il radicalismo operaio e una ipotesi di autonomia del soggetto
politico conflittuale nei luoghi della produzione e della distribuzione, la
crisi investe direttamente ogni ipotesi di riformismo social democratico per cui
lo stesso richiamo alla Costituzione appare come un gesto di mero estremismo.
Non solo la “svolta” dell’Eur
e il Compromesso storico vanno di pari passo, ma l’introduzione del
maggioritario si unisce alla esaltazione delle imprese e nel governo di
centrosinistra inizia la deregolamentazione del mercato lavorativo con il
pacchetto Treu che partorisce il
libro Bianco e la legge Biagi.
In tutti questi anni abbiamo una
lunga sequela di cedimenti da parte del sindacato confederale: dalla
soppressione della scala mobile alla pace sindacale, dallo scambio tra monopolio
della rappresentanza e rinuncia alla conflittualità sui luoghi di lavoro. Il
sindacato concertativo è stato baluardo di ogni genere di moderatismo, sociale
, sindacale, rivendicativo e legislativo, tanto è vero che i vari Treu e Giugni
, ossia gli artefici dei vari attacchi al salario, ai diritti e alle pensioni
provengono dalle fila sindacali e svolgono tutt’oggi attività di consulenti.
Questa premessa è non solo
necessaria ma doverosa per impostare la campagna referendaria per vari
motivi.
Servono a poco i dibattiti con
personale politico che rifiuta l’analisi degli ultimi trent’anni al fine di
perseverare in pratiche moderate e consociative. Prendiamo atto che la Fiom Cgil
è la sola organizzazione metalmeccanica a non avere firmato il nuovo contratto
al di sotto della inflazione reale e quindi con aumenti irrisori e con minori
diritti di contrattazione decentrata.
Ma nel caso dell’Alfa la stessa
Fiom ha avuto un atteggiamento blando, si sciopera giustamente per il contratto
ma lasciando fuori rivendicazioni elementari . Per rafforzare le rivendicazioni
dei metalmeccanici non ci possiamo limitare ad esigere un po’ di aumenti in
linea con la inflazione senza rimettere in discussione gli assi sui quali si
snoda la politica di Confindustria.
Contemporaneamente la Cgil continua
nei settori pubblici a scioperare con Cisl ed Uil su piattaforme indecorose
perché figlie della politica di concertazione, di esternalizzazione dei
servizi, di depotenziamento delle strutture pubbliche, di espansione dei poteri
e degli stipendi di Dirigenza e della nuova Vicedirigenza. Lo stesso discorso va
fatto per la scuola e la sanità, tematiche di interesse sociale sulle quali
costruire non solo una rivendicazione economica ma una progettualità sociale e
rivendicativa più ampia che certo sindacati e partiti responsabili delle
privatizzazioni non hanno alcuna intenzione di sostenere,
figlie come sono di ruoli concertativi dove ogni energia viene spesa per
le mille lire di aumento che non solo non compensano le perdite del potere di
acquisto ma non affrontano le problematiche generali, ossia la estensione dei
diritti ai nuovi soggetti lavorativi, la limitazione del potere delle industrie
e delle multinazionali, la subalternità della classe politica alle logiche e
agli interessi aziendali.
Chi gioca al ribasso quasi sempre
non salvaguarda neppure i diritti acquisiti e media in termini perdenti su
quelli ancora da conquistare. Un esempio eclatante è la legge Smuraglia dei Ds
che vorrebbe togliere garanzie e diritti ai lavoratori dipendenti per
restituirne una piccola parte ai precari ai cococo, agli interinali con il
risultato di danneggiare gli uni e gli altri cedendo ancora più potere alla
controparte ossia a Confindustria, Governo ed Aran.
Il ruolo del sindacato non può
essere quello di rivendicare poche lire quando l’intero sistema delle garanzie
crolla miseramente e lo stesso diritto ad una pensione equa sembra scomparire
all’orizzonte con calcoli e aliquote che costringeranno la maggior parte dei
lavoratori e delle lavoratrici a lavorare fino a 70 anni perché la pensione è
insufficiente per vivere
L’altra questione da affrontare
è legata ai contenuti che vogliamo costruire attorno alla campagna per la
estensione dell’art 18 alle piccole aziende e alle cooperative
A
Noi poco interessa convincere la Confindustria e il ceto politico che
l’art 18 non è una iattura perché questi signori hanno un solo obiettivo da
raggiungere ossia la libertà di licenziamento e la massima flessibilità della
forza lavoro e questo smentisce ogni ipotesi relativa alla fine del lavoro con
la conseguente sconfitta della contraddizione capitale lavoro.
Dobbiamo invece sapere spiegare che
la crisi del capitalismo italiano è legata alle politiche di depredamento dei
fondi pubblici e delle tasse dei lavoratori italiani
, alla totale assenza di investimenti nella ricerca e nella produzione
che determina non solo la fuga all’estero di tanti ricercatori ma la perdita
di competitività del settore industriale italiano con la Fiat che si è
preoccupata negli anni del centrosinistra di racimolare titoli in Borsa e
speculazioni finanziarie, con la copertura di Ministri e la compiacenza della
Banca d’Italia.
All’attacco contro la classe lavoratrice non si può rispondere stando sulla difensiva e con una totale schizofrenia che vorrebbe conciliare il moderatismo sindacale e politico con la richiesta di maggiori diritti, conciliare la presenza ai tavoli di trattativa anche quando c’è da firmare dismissione di aziende e privatizzazione con la richiesta di scioperi e di mobilitazione. Non possiamo andare a sventolare la bandiera di un mondo possibile e migliore fuori dal neoliberismo quando con gli stessi difensori di questo mondo si concludono alleanze elettorali e politiche. Solo a queste condizioni, senza opportunismi potremo potenziare la campagna per la estensione dei diritti, per rafforzare il potere di contrattazione e quello che un tempo definivamo il contropotere nei luoghi produttivi, distributivi e sociali