Le proteste contro il trasporto su rotaia delle armi verso la base miliare
di Camp Darby confermano quanto abbiamo detto negli ultimi anni sul ruolo
strategico della base di Tombolo in ogni guerra intrapresa dagli Stati Uniti,
un insostituibile supporto logistico considerata la vicinanza al porto di
Livorno e all'aeroporto militare di Pisa.
Negli ultimi dodici anni la guerra permanente ha ricostruito assetti geopolitici,
economici e strategico militari decretando il rafforzamento del ruolo imperialista
degli Usa, la irreversibile crisi degli strumenti internazionali come l'Onu
che nel 1991 avallarono la guerra nel Golfo e, negli anni successivi, palesarono
l'incapacità di proporre e di far valere soluzioni pacifiche in Medio
Oriente ed Asia minore, per esempio a vantaggio di popoli martoriati come
i Palestinesi e i Kurdi che subiscono un autentico apartheid da parte di
due stati alleati degli Usa : Israele e Turchia.
La guerra permanente si allarga anche al continente latino americano come
dimostra la presenza di soldati ed esperti militari usa in Perù e
in Colombia, ovunque esista una guerriglia ed una opposizione popolare.
Ci preme sottolineare che le guerre del petrolio sono anche guerre per il
controllo dei corridoi, dei gasdotti, per esempio per la gestione del corridoio
10 che collega il Mar Nero e Mare del Nord e consente il diretto afflusso
alle risorse energetiche del Medio Oriente. Chi gestisce i corridoi controlla
l'economia mondiale, le guerre servono per rafforzare la supremazia economica
militare e tecnologica, lo sanno bene Francia e Germania, il PIL europeo
nel 1999 aveva raggiunto quello Statunitense ma dopo il Kosovo è
entrato in una piccola fase recessiva scontando il ritardo tecnologico e
militar industriale. Anche per queste ragioni i paesi prima citati stanno
ritardando l'assenso alla guerra contro l'Iraq . Negli anni novanta abbiamo
assistito acriticamente e senza alcuna etica pacifista alla occupazione
sistematica da parte delle Multinazionali di intere aree del mondo, insieme
alle truppe sono confluiti investimenti capitali che hanno imposto ai paesi
meno sviluppati la svendita, e il saccheggio, delle loro risorse naturali,
energetiche e agricole, una vera e propria colonizzazione.
Contemporaneamente il lavoro si è sempre più precarizzato,
sono cresciuti part time laddove esistevano impieghi a tempo pieno, si è
fatta strada e si è ormai stabilizzato un lavoro atipico la stessa
legislazione in tema di lavoro e diritti si è uniformata, in peggio,
a questo nuovo ordine mondiale. A noi preme sottolineare l'incapacità
di gran parte delle organizzazioni politiche e sindacali, dei pensatoi critici
a riportare al centro la contraddizione capitale lavoro per far comprendere
come il Nuovo ordine mondiale sia strettamente connesso alla flessibilità
di manodopera con sempre minori diritti, alla delocalizzazione di rami produttivi
nei paesi dove sistematico è lo sfruttamento della manodopera, dove
l'assenza di tutela per la forza lavoro si unisce al restringimento delle
condizioni di libertà collettive ed individuali. Non avere colto
questo nesso porta a ritenere scisse le lotte contro la guerra dalle rivendicazioni
salariali sociali e sindacali, porta ad una generica cultura antiglobalizzazione
che ritarda la costruzione di una opposizione sociale e di massa nei paesi
a capitalismo avanzato, non permette per esempio di andare oltre ad una
pur giusta e condivisibile critica ambientalista a progetti come la TAV
(alta velocità) che rientra a pieno titolo nella disputa per stabilire
i percorsi del Corridoio 5 con l'impegno diretto della Fiat (caldeggiato
da Prodi) a discapito di investimenti nella produzione industriale e nel
rilancio della produzione industriale.
La guerra permanente ha così fatto le prime vittime, dalle popolazioni
delle zone colpite, dai milioni di vittime degli embarghi ai malati e decessi
per le bombe all'uranio impoverito fino ai lavoratori e alle lavoratrici
flessibilizzati e precariati. E' in questo scenario che si muove la nuova
guerra Usa.
Le proteste di questi giorni, la dichiarazione della cgil, oltre a quella
"scontata" dei Cobas e del sindacalismo di base, a favore di uno
sciopero generale contro la guerra, danno forza e concretezza alla protesta
pacifista ma occorre saldare le rivendicazioni interne, salariali sociali
e rivendicative alla opposizione al conflitto senza se e senza ma con il
sostegno a tutte le mobilitazioni di questi giorni per ritardare l'arrivo
dei convogli militari alle basi militari. Lo scenario che si apre ci riporta
ad alcune considerazioni e a ridisegnare gli obiettivi.
Nelle rivendicazioni il riferimento alla chiusura delle basi militari e
alla loro ricollocazione per uso sociale non può che unirsi ad un
esplicito riferimento contro la Nato che nelle sue ultime ridefinizioni
rimane il caposaldo delle politiche di aggressione degli Usa
Il NO alla guerra sia esso etico, politico culturale necessita di azioni
concrete e di una coerenza di fondo che certo non si limiti ai parlamenti
o alle dichiarazioni di intenti degli Amministratori locali. Sono i Comuni
e le Province luoghi dove portare la protesta perché il no generico
alla guerra viene dettato spesso da opportunismi elettorali in prossimità
delle elezioni primaverili, perché ci si opponga non solo al potenziamento
delle basi militari ma ad ogni rafforzamento di strutture militari, di attività
economiche e logistiche connesse al ramo bellico. Un esempio eclatante è
il regalo di terreni da parte di molte Amministrazioni per la costruzione
di case destinate a corpi speciali e militari.
Pensiamo infine che l'impegno dei Sindacati non si possa limitare ad una
giornata di sciopero generale ma ad altre iniziative a singhiozzo per non
accettare la guerra e per non convivere con essa, per bloccare le città,
i porti le stazioni , i luoghi della produzione e della circolazione di
merci, per generalizzare il no alla guerra, per far comprendere all'opinione
pubblica i danni e le conseguenze dei conflitti, le ripercussioni sui salari,
sulle pensioni e sui diritti.
Sono le organizzazioni sindacali a dovere scendere in campo non solo nei
Porti e nelle ferrovie ma anche nei Comuni, nel terziario, nei servizi perché
la quotidianità e i riti ad essa collegati siano interrotti e ostacolati
per risvegliare non solo le coscienze ma per toccare interessi materiali.
Verso la manifestazione di Camp Darby del prossimo 8 Marzo e verso lo sciopero
generale contro la guerra senza se e senza ma, per generalizzare l'opposizione
al conflitto e perché le forme di lotta siano il più possibile
partecipate non limitandosi solo alla sfera rivendicativa e simbolica