Il teatrino delle vanità
Enrico Castelli Gattinara
Se il nostro io è per noi l'unico essere, in conformità
del quale modelliamo e comprendiamo tutto l'essere: molto bene! Allora è
molto opportuno il dubbio che qui ci sia soltanto un'illusione di
prospettiva - l'unità apparente nella quale tutto si chiude come
in un orizzonte.
Nietzsche, Wille zur Macht, 518
Il nome delle cose importanti
C'è qualcosa che accomuna gli scienziati ai politici, o meglio
le loro reciproche ambizioni: è la sete di gloria. Non facile da
gestire, perché la gloria e la fama coronano solo pochi capaci d'imprimere
un senso nuovo al loro presente, ognuno cerca di cavarsela come può
per accaparrarsi un pezzettino di notorietà. La gloria viene riconosciuta
o presunta sulla base della fama, della notorietà, che in un'epoca
sempre più determinata da mezzi di comunicazione di massa come la
televisione significa essere nominati o apparire pubblicamente. Questo perché
la notorietà viene implicitamente identificata con una delle forme
dell'immortalità. La vanità personale, il narcisismo primario,
l'egoismo secondario e terziario che spinge a far parlare di sé e
restare il più possibile al centro dell'attenzione, sono forze irresistibili
che impongono la ferrea e spietata legge dell'egocentrismo. Ferrea e spietata,
perché l'apparire, che sovrasta ormai completamente l'essere, è
sempre inevitabilmente di breve durata, e fa giustizia della vanità
dei potenti.
Fra i politici, in particolare fra i parlamentari, questa vanità
si rivela in quell'attività che rappresenta il compito specifico
che spetta al Parlamento, che è quello di legiferare. Ogni legge
promulgata, o quasi, è legata al nome di chi la propone. Questo spinge
il parlamentare, soprattutto il neofita o quello che sa di restare per una
o al massimo due legislature, a inventarsi una legge, una leggina purchessia,
e a proporla e a insistere perché venga approvata: è l'unica
occasione, lo sa bene, perché il suo nome venga legato indissolubilmente
alla legge e resti per sempre (o quasi) nella memoria parlamentare del Paese.
Di qui, naturalmente, un fiorire di leggi incredibilmente varie e straordinariamente
inutili, la cui origine e motivazione sta esclusivamente nel vanitoso egocentrismo
del suo autore. Di qui, anche, tutte quelle leggi di comodo, opportunistiche,
solo circostanziali o emblemi di piaggeria che arricchiscono costantemente
la nostra giurisprudenza.
Per questo talvolta i giornali riportano la notizia, altrimenti incomprensibile,
di parlamentari che si accapigliano fra loro per la paternità di
questa o quella leggina, e le sfuriate del deputato X quando scopre che
il suo gruppo o un gruppo alleato ha modificato il testo cui voleva legare
il suo nome ma di cui ha così perso la paternità.
Più raramente, ma non meno appassionatamente, questo accade anche
fra gli illustri rappresentanti della scienza occidentale. Perché
molte leggi, teorie o teoremi scientifici vengono identificati col nome
del loro ideatore. Tutti conoscono il teorema di Pitagora, le leggi di Mendel
o il piano cartesiano; ma se si studia in modo più approfondito la
fisica, la chimica, la matematica o la biologia ci si ritrova sommersi di
nomi propri legati a leggi, teoremi, forze, formule, reazioni chimiche,
elementi, comete, cellule, organi, ecc. E se un tempo questo fenomeno era
solo l'omaggio dei posteri nei confronti di un grande maestro, oggi è
una corsa frenetica per il prestigio personale, ossessionata e incrementata
da quell'idiota meccanismo economico che lega il finanziamento e il prestigio
di uno studioso alla quantità di volte in cui il suo studio viene
citato da altri (inventato dagli americani in nome della "produttività").
Questo fenomeno non bisogna pensare sia di recente tradizione, frutto di
una modernità tecnologicamente narcisistica e autocelebrativa. Le
sue origini sono invece antiche come la storia, e basta pensare alle vie
consolari che diramano da Roma per rendersi conto di quanto sia stato importante
legare il proprio nome a qualcosa d'imperituro. Basta pensare anche alle
dispute sulla paternità delle scoperte e delle invenzioni, come quella
celebre fra Newton e Leibniz sull'invenzione del calcolo infinitesimale.
Nei casi poi in cui siamo noi posteri ad attribuire il nome alla cosa, manifestiamo
come una sorta di paura primaria, quasi che ci fosse difficile pensare le
cose nel loro anonimato e separate da noi. Ecco fiorire quindi palazzi storici
chiamati col nome del loro proprietario, monumenti chiamati col nome di
chi dovevano celebrare, sculture col nome di chi le ha possedute. Centriamo
la cosa sul suo nome proprio, perché così ci è più
facile identificarla. Ed è sempre lo stesso problema dell'identificazione
che spinge l'ambizione del matematico a trovare un teorema che possa portare
il suo nome (il che però succede di rado) o il politico la sua legge
(il che succede quasi sempre).
Come interpretare questo teatrino delle vanità, questo desiderio
di attribuire il proprio nome a una cosa duratura nel tempo e pubblica?
Non è certamente riducibile soltanto alla sete di potere e agli interessi
economici che ne derivano - aspetti della questione certamente fondamentali
- perché l'ansia vanitosa dell'apparire rivela anche una specifica
filosofia, una concezione del mondo e dell'io su cui vale la pena di soffermarsi.
Fin dagli inizi, la psicanalisi (ma non solo lei) ha capito quanto l'individualità
dell'io si costituisca come una dolorosa separazione dall'ambiente circostante,
dagli oggetti e soprattutto dal corpo della madre. Si è scritto che
l'esperienza primaria traumatica della nascita (l'uscita e la separazione
dall'unità "oceanica" nel mare amniotico con la madre)
come perdita dell'unione col tutto sia alla base dei miti storico-religiosi
della caduta, della perdita della grazia, della fine dell'età dell'oro,
eccetera. "La nascita ha messo fine all'esperienza di autosifficienza
narcisistica e all'unione con il mondo, anche se molti genitori cercano
per un po' di tempo di ricreare in parte la sicurezza e l'appagamento dell'utero..."[1], per cui il neonato fa a poco a poco
l'esperienza di essere dipendente da cose esterne per i suoi bisogni primari.
E questa esperienza è assai più drammatica che per gli animali,
visto che fra tutti l'essere umano è quello che più a lungo
resta del tutto dipendente e impotente dopo la sua venuta al mondo.
Il piccolo umano deve imparare a sue spese che l'onnipotenza primaria non
vale più, e che le cose sono separate da lui: molti studiosi del
narcisismo dopo Freud, da B. Grunberger a Ch. Lasch, hanno sottolineato
l'importanza che l'esperienza della separzione dalle cose riveste per la
formazione dell'equilibrio psichico. Il narcisismo anzi consiste in quella
specie d'irresistibile istinto che spinge a una ritrovata comunione con
le cose in cui l'io non sia più separato da esse, ma parte integrante
di un'unità onnipotente che nella realtà non esiste più.
A differenza dell'egoismo, che accentra su se stessi il mondo intero, il
narcisismo è più radicale e primario in quanto è dettato
da quel senso (poi fantasia) di onnipotenza in cui l'io come entità
separata non aveva neppure ragione di esistere nella beatitudine indifferenziata
interna all'utero[2]. Per questo occorre
cautela nel definire la nostra epoca come un'epoca narcisistica: malgrado
l'apparire e il trionfo delle immagini, il nostro opulento occidente sembra
essere decisamente più egoista ed egocentrico
Senza volermi ora addentrare in questioni più specifiche sul narcisismo,
quello che mi sembra importante è questa difficoltà primaria
di ammettere non solo la propria inadeguatezza (rispetto al senso di onnipotenza),
ma anche la nostra separazione da cose e persone e la nostra dipendenza
da esse. Accennerò in seguito al significato e all'importanza che
ha invece la "relazione" con l'alterità per la definizione
di un "io", ammesso che si possa mantenere questa terminologia.
Per ora, il problema di Narciso, che è quello di non potere/sapere/volere
distinguere sé e l'ambiente (sé e il riflesso, io e non-io)
potrebbe rivelarsi anche dietro l'aspirazione invincivile e sempre più
tronfia di attribuire il proprio nome alle cose. In questo modo le cose,
le cose "importanti", si identificano col proprio sé, perdono
le loro caratteristiche distintive per diventare immediatamente il nome
che le nomina. Ogni forma di anonimato diventa terribile, e le cose stesse,
quelle "importanti" naturalmente, sembrano quasi perdere di valore
se sprovviste di un nome di riferimento.
Al contrario di quanto pensa Lasch[3],
in molti casi il desiderio di attribuire il proprio nome a una scoperta,
a una legge, a un'opera d'arte, ecc. implica che non si accetta di esserne
separati, che se ne vuole essere l'unico e principale protagonista, che
si vuol essere riconosciuti sulla base di quella cosa perché
la cosa e l'io che gli fornisce il nome diventano un'unica istanza. Istanza
unitaria e centralizzata rispetto alla cosa, che serve per sottolineare
la propria eccezionalità, la propria unicità (in tal senso
tutt'altro che narcisistica, ma più che altro egoistica): il fatto
che un io, possibilmente un solo ed unico io, ne sia l'artefice e il proprietario.
Questa era la ragione profonda del litigio fra Newton e Leibniz: io, e non
tu. Ecco l'essenziale.
Si tratta ora di capire (sommariamente) in che modo si articola quest'imposizione
dell'io come centro del mondo delle cose, a quali forze obbedisce il suo
vanitoso ma vano teatrino, e cosa tende principalmente ad escludere. Non
è infatti vergognoso attribuire un nome proprio a qualcosa, che anzi
potrebbe essere un segno per cui le cose (soprattutto nelle scienze) non
sono necessariamente separate e anonime, neutrali e del tutto indipendenti
da qualsivoglia forma di soggettività[4].
Ciò che è vergognoso è ciò che si pretende imponendo
il proprio nome alle cose, l'egocentrismo che si mette in scena e che pretende
che l'io cui rimanda sia un nucleo solido e stabile, ben centrato su se
stesso, che decide intenzionalmente cosa fare e non fare. Vergognosa, perché
ridicola e risibile, è l'esclusività egocentrata della cosa
nominata, la vanesia pretesa di essere identici a sé perché
identificabili con la cosa che si ritiene di aver prodotto, fatto, creato,
scoperto, posseduto, eccetera.
La recente autoesposizione ipertrofica di sé nella vita politica,
esaltata dai mezzi di comunicazione di massa, fa parte dello stesso teatrino
delle vanità. Si cerca di emergere, si spera affannosamente di farsi
notare, si pensa d'imporsi come modello e s'insegue affannosamente il "potere"
ponendosi al cenro dell'attenzione mediatica: più si è esclusivi,
più si pensa di poter contare. Si inganna, e ci si inganna, in nome
di un'identità, di un "io", che si pretende al centro della
scena. A condizione di non chiedersi mai cosa questo "io".
Io fragile, io consumato, io relazione...
"Io, come soggetto, non coincido mai con me stesso", ha scritto
M. Bachtin[5] riprendendo una tradizione
letteraria che nella prima metà del '900 ha caratterizzato buona
parte delle opere pubblicate. Chissà cosa ne avrebbe pensato il buon
Socrate, che dell'iscrizione sul tempio di Apollo "Conosci te stesso"
aveva fatto uno dei capisaldi del suo insegnamento filosofico. Viene in
mente allora il povero Pitagora, che per i più coincide con il suo
teorema famoso, quasi che lui fosse il teorema e non una persona in tutta
la sua complessità. I più colti forse lo chiamano matematico,
magari unendovi l'attribuzione di "grande" quasi a consolarlo
del resto che viene eliminato, oppure lo definiscono "filosofo",
come nei manuali per il liceo o l'univeristà. Occorrerebbe invece
chiedersi se l'io di Pitagora coincidesse all'epoca sua col suo teorema,
o la sua filosofia dei numeri o della musica, in un'esistenza in cui certamente
non era solo un grande maestro, ma un umano come tutti (anzi, oggi è
per noi più facile far coincidere Pitagora con quello che ci resta
di lui, proprio perché si tratta di resti, di residui: la storia
tramanda infatti solo residui di "io", e fa coincidere le persone
con qualche loro resto; ecco perché a nuovi punti di vista e nuove
conseguenti ricerche su un certo personaggio, Heidegger per esempio, vengono
a galla aspetti della persona prima sconosciuti, che possono addirittura
stravolgere o mettere in discussione ciò cui prima quel nome era
legato, come appunto nel caso di Heidegger, la profondità del suo
pensiero filosofico e la sua adesione al nazismo).
Milan Kundera si è chiesto in cosa consista l'identità di
qualcuno, il suo io: "cos'è che definisce un io? Quello che
fa, le sue azioni? Ma l'azione sfugge al suo autore, rivoltandosi quasi
sempre contro di lui."[6] E continua
spiegando come neppure le emozioni segrete, i pensieri profondi o la visione
del mondo bastino a fondare l'identità di un individuo. "Alla
ricerca di tale fondamento - una ricerca interminabile - Thomas Mann ha
dato un contributo assai importante: noi crediamo di agire, egli afferma,
crediamo di pensare, ma è un altro o sono altri ad agire e a pensare
in noi: abitudini ancestrali, archetipi tramandati sotto forma di miti da
una generazione all'altra; e sono questi archetipi, dotati di un'immensa
forza di attrazione, che dal fondo di quello che Mann definisce "il
pozzo del passato" continuano a governarci"[7].
Ma forse è proprio per questo che ognuno di noi cerca di emergere
da questo pozzo, di tirar fuori la testa e gridare "io" almeno
una volta, facendo così cadere un'altra goccia ad alimentare il pozzo
stesso. Ed è questo che la storia trattiene, qualche volta, secondo
le situazioni in cui si trova ad essere scritta o narrata, mentre il resto
rimane accumulato informe nel pozzo. In questo modo però l'io di
una persona non ha più quella solida compostezza sulla quale si spera
sempre di poter contare, ma è solo un'emergenza, un singhiozzo, una
piccola alterazione provocata da una serie di circostanze esterne ed interne
che non si possono mai definire una volta per tutte. E che proprio per questo,
molto spesso, non si verificano neppure, o si verificano su scale talmente
differenziate che è difficile poi ritrovare, articolando "la
storia" in un'infinità di storie, ognuna con le sue emergenze,
ognuna che sfuma nelle altre senza ridurvicisi, dalla storia familiare a
quella personale, dalla storia di paese a quella cittadina, nazionale, mondiale
oppure da quella psichica a quella economica, sociale, politica, e così
via.
Pirandello lo ha descritto in Uno, nessuno, centomila e Mann, citato
da Kundera, lo ripete così: "E' proprio vero che l'"io"
dell'uomo è rigidamente circoscritto ed ermeticamente racchiuso entro
i suoi limiti carnali ed effimeri? Non è vero al contrario che molti
degli elementi di cui è composto appartengono all'universo esterno
e anteriore ad esso?". Ma noi - occidentali - apparteniamo a un sistema
culturale, economico e politico in cui l'eroe non occupa solo un posto mitico,
ma s'impone anche come un essere pratico e concreto, valorizzato come individuo
agente ed egoisticamente al centro del suo mondo, o del mondo che comunque
è tenuto a costruire e imbastire intorno a sé.
Anzi, nei tempi moderni della cultura e del consumo di massa dove la "privacy"
è addirittura tutelata dalla legge, l'identità privata sembra
essere sempre di più il pilastro schizofrenico della società:
per un verso, è ciò che costituisce il fondamento del sistema
economico-sociale (l'iniziativa individuale è sempre incoraggiata),
per un altro verso però è fragilizzata e il più delle
volte negata dalla massificazione dei consumi.
Per un verso assistiamo all'apparentemente imprescindibile necessità
di identificare l'autore delle azioni, per cui accade spesso che quando
si va in libreria si guardano i nomi degli autori più che i titoli
dei libri oppure al museo si controlla prima il nome dell'artista e poi
si dà un giudizio estetico sull'opera (oggi per esempio si fanno
campagne pubblicitarie indirizzate sempre più ad personam).
Per un altro verso assistiamo al fenomeno della moda, che è un esempio
eccellente della massificazione perché nega, nei fatti, la libera
espressione individuale al di fuori dei canoni stabiliti, canoni che sono
beninteso articolati sulla base di precise strategie economico-commerciali
(secondo la produzione-consumo di massa). Per cui in libreria ci orientiamo
su quegli autori che sono di moda, su quegli autori che sono "condivisi",
combinando in un modo assai complesso l'individualità privata dell'autore
che firma il best-seller e il fatto che lo prendiamo in considerazione solo
perché "di moda". Il che vuol dire due cose: senza l'autore
che lo scrive e lo firma, il best-seller non esiste; ma senza il successo
editoriale garantitogli da un buon sistema pubblicitario che lo fa diventare
un fenomeno di massa, lo scritto dell'autore non diventerà mai un
best seller.
In occidente - ma in modo sempre più diffuso anche in altre aree
culturali del pianeta che vengono "colonizzate" dal sistema della
produzione-consumo di massa - l'io individuale si è enormemente fragilizzato.
Stretto in questa morsa per cui ha dignità solo se emerge (come individuo
privato, dotato di capacità d'iniziativa personale), ma emerge ed
esiste solo se corrisponde ai bisogni condivisi del suo tempo, quindi se
si identifica nella massa, l'individuo non ha più punti solidi di
riferimento. Le sue possibilità si riducono il più delle volte
a due: o "si fa un nome", ossia lascia dietro di sé il
nome proprio che lo identifica, legandolo a un atto, a un'opera, a un teorema
o a una legge, oppure resta nell'anonimato indistinto, e quindi scompare
come individuo identificandosi con la massa.
Ma queste due possibilità - che per fortuna non sono le uniche, perché
ancora infinite sono le strategie per sottrarsi a questa morsa, anche se
sempre più difficili da realizzare - non sono che la manifestazione
dello stesso fenomeno: il valore di personalità individuale è
garantito a chi vi rinuncia in nome della corrispondenza a una produzione-consumo
di massa. Ma il nome emergente è così destinato ad essere
consumato nell'effimera gloria di un attimo, il tempo di apparire in televisione
e di essere menzionato su qualche pagina di giornale. H. Marcuse, nel suo
L'uomo a una dimensione, ne ha tracciato il profilo in un modo che
resta ancora oggi decisamente valido. Nel teatrino delle vanità che
sono i mezzi di comunicazione di massa, l'essenziale è che appaia
il proprio nome, una propria immagine, purché sia e si possa dire,
mostrandola, "io sono questo", "di me si parla qui".
Chi non sogna di essere insignito del premio Nobel, o di un suo equivalente
più o meno simbolico, più o meno noto? E' il sogno della celebrità,
che si pensa realizzi la propria personalità (e invece spesso la
blocca e la uccide): si ritiene sempre più che il proprio io sia
eccezionale e insostituibile, che la propria dimensione privata sia e debba
restare intangibile e vada protetta, che l'individuo sia infrangibile e
indiscutibile, centro d'irradiazione del proprio mondo. Ma la sua esaltazione
mediatica fa sì che si pensi che valga la pena di essere se stessi
solo se si può emergere in qualche modo, se qualcuno lo nota o lo
si può far notare a qualcuno. In realtà in questo modo si
rivela soltanto la propria fragilità, quell'io "minimo"
che Ch. Lasch giustificava come ultimo baluardo di difesa contro un mondo
sempre più massificato e sempre più simile a quello descritto
da Orwell in 1984. E le cose poi non sono così lontane da
quel quadro allucinante.
Il linguaggio pubblicitario è sempre più personalizzato, e
tende a dirigersi in via selettiva ai singoli più che alle masse.
La legge sulla privacy è nata da questa trasformazione dei meccanismi
pubblicitari e dalla diffusione e accessibilità dei dati personali:
siamo sempre più "esposti" e pubblici, ma lo siamo in quanto
individui. I nostri "segreti" hanno sempre meno possibilità
di essere tenuti nascosi, e la cosa più terribile è che anche
le nostre passioni e i nostri desideri possono essere accessibili a tutti,
soprattutto al sistema produttivo e di marketing. Spesso la spudoratezza,
l'autoesposizione e la nudità vengono assunti comevalori contro i
disvalori come la vergogna, la riservatezza o la timidezza (la difesa e
la segretezza delproprio privato). La pubblicità personalizzata si
basa su un'idea ben precisa di personalità individuale: datemi i
vostri desideri, i vostri interessi, le vostre debolezze, il vostro sesso,
la vostra età, le vostre dimensioni corporee, il vostro grado d'istruzione
e molte altre cose, ed io vi darò ciò che volete, bloccandovi
allo stato presente, blandendo i vostri piaceri e saziando i vostri appetiti
in modo tale che si sviluppino nella direzione che sarà necessaria
al mercato.
Questo implica una concezione statica e uniforme dell'individuo, il cui
io dovrebbe coincidere con una media statistica, capace di evolversi in
un modo facilmente prevedibile. Implica soprattutto una debolezza fondamentale
della propria personaità, ormai priva di segreti, da riempire con
i prodotti alla moda e gli ultimi modelli degli apparecchi, sempre migliori
e adeguati a soddisfare quegli standard operativi che prima ci si era curati
di creare come aspettative. Salvo poi, in certi momento particolari della
propria vita, a rendersi conto che tutto ciò che si riteneva indispensabile
a se stessi, per il proprio equilibrio e la propria felicità, per
la realizzazione di sé ed il riconoscimento altrui, non è
servito a nulla. Sono i momenti in cui si crolla, da dentro, e ci si rende
conto della "propria" vuotezza, dell'artificialità del
proprio io costruito di prodotti indotti, di apparenze, di beni di consumo
consumati, in cui non resta più niente cui aggrapparsi e riconoscere
come "proprio" (neppure il vuoto lasciato dal crollo). Sono anche
i momenti in cui crolla il mondo circostante, fisicamente e moralmente,
come quando muore qualcuno o si è coinvolti da una catastrofe naturale
e si perde tutto, quasi persino la vita. Sono i momenti in cui appunto ogni
vanità scompare e il teatrino viene giù come un castello di
carte.
Ma la vita è piena anche di altri momenti assai meno drammatici in
cui la vanità del proprio io si rivela vana: sono le fasi della crescita
e del cambiamento, sono gli anni che passano, gli ambienti che cambiano,
i bisogni che mutano. Un cinquantenne professionalmente realizzato come
ce ne sono tanti in giro guarda con accondiscendenza le proprie foto di
trent'anni prima, quando se ne andava in giro vestito come uno straccione,
i capelli lunghi e la sigaretta in bocca a imitare quelli come lui: confessa,
fra sé, "io non sono più così" e mostrando
la foto ai figli dice ad alta voce: "guardate un po' com'ero!".
Si sente cambiato. E' cambiato. Oggi non si concerebbe più così.
Quanto era ridicolo! pensa. Non si rende conto che è conciato nello
stesso modo, solo che le manifestazioni apparenti sono altre, e al posto
dei capelli lunghi ha i capelli corti magari con un po' di brillantina,
il vestito con la cravatta, il telefonino e il computer palmare in tasca.
Il suo teatrino delle vanità ha cambiato solo allestimento, ma le
scene e l'intreccio sono rimasti uguali.
Ciò che è rimasta uguale è soprattutto la sua immagine
di sé, composta dall'immagine che il mondo esterno ha preparato per
lui e dalla consapevole/inconsapevole accettazione e adeguazione a questa
immagine. Perché il più delle volte il meccanismo di adattamento
ai fenomeni di moda - che sono meccanismi di inserimento e integrazione
in contesti sociali vincolati dal fattore temporale[8]
- non è solo passivo, ma attivo e partecipato. Questa attività
e questa partecipazione però si mantengono a un livello che resta
intermedio, come quello di un gocatore che segue le regole del gioco, non
come quello di chi inventa il gioco e ne stabilisce le regole. In tale situazione,
vi è chi decide positivamente di adeguarsi alle regole del gioco,
adattando il proprio io ai modelli proposti e sforzandosi di mantenerlo
adattabile nel tempo; e vi è chi invece si adatta passivamente, inconsapevolmente
ai modelli proposti, seguendo di volta in volta pedissequamente le informazioni
(è su questa tipologia che la pubblicità conta di più).
In entrambi i casi però c'è un'irriducibile identificazione
di sé al modello proposto da un esterno cui non si può né
si deve partecipare. Ma ci basta ed avanza, se questo esterno ci fa sentire
al centro dell'attenzione e ci blandisce.
Per dirla al modo di Bateson, è più facile giocare un gioco
già pronto che inventare un nuovo gioco. Il problema nasce quando
non ci si accorge che le regole del gioco diventano sempre più vincolanti,
e si finisce col diventare le pedine di un gioco altrui: il proprio io (meglio
sarebbe parlare del proprio sé) si è allora dileguato, si
è "alienato" e "vanificato" a beneficio di un
gioco in cui non si gioca più, ma si è giocati. E quando la
vanità egocentrata spinge a dire "io ho fatto...", "io
sono diventato...", questo io dichiarato ed enunciato non appartiene
al proprio sé, non gli appartiene più, ma è soltanto
il misero prestito di un contesto nel quale si è presi e posti al
centro, come una pedina nella sua casella, contenta e tronfia perché
se ne sente al centro, e non si accorge che è solo una casella e
che le mosse obbediscono ad altre regole.
Chi dice "io... io..." rivela più il suo essere pedina
che il proprio sé: ragiona e pensa ancora in modo tolemaico, per
così dire. Si fa prendere dalla vanità di mostrarsi e credersi
al centro del proprio mondo, e cerca in tutti i modi di sottolineare questa
sua centralità, rivelando così la realtà del suo io
alienato, preso in prestito, affittato, fatto apposta per rinchiudervisi
dentro come un assoluto. Ma è un io tragicamente fragile, come gli
psicoterapeuti di ogni scuola sanno bene, perché è un io che
non riconosce alcun sé, che non riconosce il contesto in cui è
giocato e non può quindi partecipare al gioco (e meno che mai contribuire
a stabilirne le regole, o pensare di modificarle): può essere solo
giocato, salvo poi crollare miseramente quando viene spostato di casella,
o eliminato perché non serve più.
Poi c'è l'ultima, tragica situazione in cui qualcosa dentro di sé
reagisce, disperatamente o patologicamente, e "si sta male". Si
tratta di un malessere in cui l'immagine di sé non corrisponde più
a ciò che ci si aspettava, in cui l'immagine non coincide più
con il vissuto, in cui diverse immagini non si corrispondono più
fra loro, in cui "non ci si sente più a proprio agio con se
stessi", in cui "non ci si riconosce più in ciò
che si fa o si è fatto", eccetera. Ma questo star male è
almeno un sintomo in cui si manifesta che non tutto è perduto, e
che l'alienazione non è stata totale: il sistema tolemaico non regge
e l'egocentrismo si rivela un'amara illusione. Occorre capire cosa si dice
quando si dice "io...", perché forse la centralità
perduta e rimpianta e sofferta era solo un inganno, una maschera, una sceneggiata.
Fra gli argomenti di cui tratta Mente e natura di Bateson, c'è
anche quello sui confini dell'io: "Esiste - si chiede l'antropologo-filosofo
- una linea o una specie di sacco così che si possa dire che 'dentro'
la linea o l'interfaccia ci sono 'io' e 'fuori' c'è l'ambiente o
qualche altra persona? Con quale diritto facciamo tali distinzioni?"[9]. Naturalmente, spiega, non si tratta
innanzitutto di concepire tali limiti come spazio-temporali, perché
'dentro' e 'fuori' non sono che metafore visto che la mente "non contiene
cose o maiali o persone [...] ma solo idee (cioè notizie di differenze),
informazioni su 'cose', tra virgolette, sempre tra virgolette"[10]. Se questi limiti esistono, non possono
quindi essere di tipo spaziale. Sono, scrive Bateson, fondamentalmente "relazionali",
e in quanto tali soggetti a un costante gioco di cambiamenti e stabilizzazione
in cui l'io non occupa più nessun centro. Occorre pensare sempre
alle due parti della relazione, quelle appunto che siamo abituati a chiamare
interno e esterno, io e mondo, soggetto e oggetto, io e l'altro, perché
"la relazione non è interna alla singola persona" e "viene
prima, precede" le persone stesse. I modi che abbiamo abitualmente
di definire l'io, il soggetto, sono del tutto inadeguati proprio perché
ancora "tolemaici", egocentrici ed egocentrati. Quando descriviamo
qualcuno come aggressivo, orgoglioso, dipendente, affettuoso, eccetera,
riteniamo implicitamente che queste cose siano "dentro" la persona,
e che ne caratterizzino il comportamento esteriore. Bateson spiega invece
come queste cose abbiano le loro radici "in ciò che accade fra
una persona e l'altra", nella relazione appunto, e che è proprio
tale relazione a modificare le persone (quindi a modificare i confini del
sé). L'io, da questo punto di vista, non è più quindi
un'interiorità, ma un modo della relazione. Per questo non può
più proporsi come un centro, né come un'unicità.
Non si può spiegare un'aggressione, per esempio, facendo riferimento
all'aggressività supposta istintiva in una persona (e oggi alimentata
dalla cieca ricerca di geni che la determinerebbero bio-fisicamente), proprio
perché l'aggressione stessa è un atto relazionale e ha senso
solo come tale. Sostenere l'esistenza di qualcosa come l'aggressività
interna, "che sposta l'attenzione dal campo interpersonale a una fittizia
tendenza, o principio o istinto o che so io, interiore, è, ritengo,
un'enorme sciocchezza, che serve solo a nascondere i problemi reali"[11].
E i problemi reali si pongono in termini appunto di relazione. Questo vuol
dire che occorrerebbe cominciare a capire cosa succede tra gli elementi
in gioco, perché è questo "tra" a delinearne di
volta in volta i confini. La distinzione fra esterno ed interno subisce
così un cambiamento di prospettiva, per cui l'interiorità
è stabilita dalla relazione stessa, e l'esteriorità è
quella di ciò che non fa parte della relazione. L'io, o il sé,
non vanno più concepiti come un nocciolo duro e invariabile che permane
nel tempo, ma come un sistema di relazioni. All'io unico si sostituisce
l'io relazionale, l'io dell'interscambio per il quale la nozione spaziale
di centralità non ha più senso.
Nella prospettiva di Bateson quindi il teatrino delle vanità acquista
tutto il suo significato, ma cambia radicalmente di senso: l'io perde la
sua supposta ma fittizia centralità di attore unico, ma il gioco
teatrale prende senso nella misura in cui scene, personaggi, luci, musiche,
parole, imprevisti e tecniche entrano in relazione fra loro. Non è
più il teatrino delle vanità, allora, ma il teatro della vita.
Io è un altro e un altro e un altro...
D. Parfit ha sostenuto una teoria di io multipli che si accumulano, si
aggiungono e si sottraggono gli uni agli altri. Secondo lui l'io non è
un continuum, ciò che di noi perdura nel tempo. Il corpo non dura
nel tempo, per il semplice fatto che la maggior parte delle nostre cellule
cambiano in continuazione. Neppure la memoria, che per Locke era ciò
che caratterizzava in maniera forte l'identità personale, è
durevole in senso assoluto. Parfit, coerentemente con quanto aveva scritto
Th. Mann, ritiene le persone degli insiemi di esperienze caratterizzati
da una certa continuità; ma tale continuità è circoscritta
ad ambiti specifici. L'io non esiste come un'entità autonoma, come
una cosa, ma è piuttosto un insieme come un gruppo, un partito politico,
un club, una nazione. Quindi per comprendere cosa sia dobbiamo "suddividere
la vita di una persona in quella di molteplici io" che siano però
fra loro coerenti, in continuità successiva o coesistenti. Bateson,
lo si è visto, avrebbe parlato di essere in relazione.
Nel caso del cinquantenne di prima, Parfit spiega che ci sono tanti io quante
sono le fasi della propria vita, tutti connessi fra loro. Ci sono però
delle situazioni in cui tali connessioni psichiche sono meno accentuate,
e "una volta che tale attenuazione abbia avuto luogo, il mio io precendente
può sembrare estraneo al mio io attuale e se questo non si identifica
con quello, in qualche modo io penso quello come una persona diversa da
me. Qualcosa di simile possiamo dire dei nostri io futuri"[12]. Il giovane capellone degli anni '70 non
avrebbe forse mai identificato se stesso col professionista del 2000, mentre
questi guarda con accondiscendenza il suo io precedente, riconoscendovisi
a mala pena. Il più delle volte, anzi, cerca di non riconoscervisi
affatto nei casi in cui il suo io attuale rischia di venire pubblicamente
alla luce, e la sua vanità non ammette di essere oscurata dalle sue
precedenti condizioni d'esistenza.
Un caso simile è accaduto qualche tempo fa a un Ministro degli Esteri
tedesco, J. Fischer. Quando un quotidiano dell'opposizione di centro-destra
ha cercato di delegittimarlo pubblicando una foto d'archivio che lo mostrava
in procinto di bastonare dei poliziotti durante una manifestazione degli
anni '70, tutti i giornali d'Europa hanno riportato la notizia e la foto
affiancandola a quella del Fischer ministro, dando l'effetto di mettere
a confronto effettivamente due persone diverse. Il cinquantenne in completo
grigio ministeriale era la stessa persona del ventenne capellone e violento?
Fischer ha dovuto giustificarsi e avrebbe molto volentieri distrutto quella
foto e fatto dimenticare il suo io di allora. Ma Parfit spiega che la "persona"
in questione può identificarsi come tale solo sulla base della somma
numerica di tutti i suoi io, cosa che di fatto sostenevano il giornale e
l'opposizione, che chiedeva a gran voce le dimissioni del ministro. Tuttavia,
se nessuno può rinnegare i suoi io passati, deve comunque fare i
conti son i suoi io successivi e futuri, vale a dire, in termini più
banali, con i "cambiamenti". Come dire: Pitagora non era solo
quello del teorema.
Un io che restasse identico a se stesso nel tempo sarebbe un io malato proprio
perché la sua identità non potrebbe identificarsi con quella
costellazione plurale che caratterizza in modo aperto gli individui. L'io
quindi è paradossalmente un "soggetto collettivo"[13], non un individuo isolato. Rimbaud aveva
scritto: "Io è un altro", e nelle innumerevoli interpretazioni
di questo enunciato è possibile considerare anche quella che dà
tutto il suo peso all'articolo indeterminativo, che nella sua indeterminazione
implica un'apertura a una collettività. Nella prospettiva che stiamo
analizzando, però, va aggiunto qualcosa: io è un altro e un
altro e un altro... E tutti questi io sono in relazione fra loro, sono in
relazione con altre persone, sono in relazione con le cose del mondo, eccetera.
Parfit spiega che i legami esistenti fra i miei diversi io possono essere
più o meno forti, e che quindi gli stadi dell'esistenza di una persona
possono per questo essere sentiti come maggiormente propri rispetto ad altri.
Questo accade praticamente negli stessi termini in cui abbiamo relazioni
più o meno intense con altre persone. Da questo ne consegue la definizione
dell'io come di un soggetto collettivo alla stregua di un club, di una nazione,
di un partito. Una conseguenza di questa concezione è allora che
non tutte le connessioni sono significative per definire la persona a un
determinato stadio della sua esistenza, e che l'identità personale
di qualcuno si definisce sulla base delle connessioni più forti in
quel determinato momento (anche se tutte le altre connessioni non possono
essere trascurate, per cui un ministro che da giovane sia stato un rivoluzionario
non rassicura certo un'opposizione conservatrice, anche se non è
legittimo ridurlo a quella sua specifica personalità passata).
S. Tagliagambe, commentando proprio questi aspetti della teoria di Parfit,
accoglie l'idea del soggetto collettivo, ma considera come un valore aggiunto
la coerenza delle connessioni, per cui una persona, nella sua complessità
costitutiva, tanto più "vale" quanto più rende forti
le sue connessioni[14] (è quello
che comunemente si chiama coerenza, o "onestà"). Nietzsche
l'aveva capito più di un secolo fa, ormai, quando aveva criticato
senza appello la mentalità del risentimento borghese, quella mentalità
nichilistica che spinge a rimpiangere o a voler negare ciò che si
è stati. La stessa mentalità che porta a prendere le distanze
dal proprio io della giovinezza, o che spinge a rimpiangere i bei tempi
andati in cui si era giovani e spensierati, belli e pieni di energia.
L'io come soggetto collettivo è uno stato delle connessioni sempre
aperte in cui interno ed esterno restano in perenne rapporto, mantenendo
costantemente una differenza irriducibile. Non può essere identificato
con un'entità separata, con una sorta di nocciolo duro di se stessi,
anima, spirito, mente, carattere o come altro lo si voglia definire. In
realtà una definizione stessa dell'io è inappropriata, se
è vero che l'io come costellazione mutante e aperta di io diversi
interconnessi non è mai finito, mai completamente de-finito, delineato.
Non è l'interno di un esterno, non è una cosa, non è
mai chiaramente e definitivamente identificabile. Bateson ha cercato in
tutti i suoi libri di mostrare come i limiti del soggetto "io"
non siano determinabili, perché le delimitazioni appartengono esse
stesse a un "io" inteso come un tessuto di relazioni. Se a questo
aggiungiamo le conseguenze di teorie come quelle di Parfit, il risultato
sarà il seguente:"L'io, da questo punto di vista, si presenta
pertanto come un sistema fondamentalmente incompleto, e dunque 'aperto',
una collezione indistinta di eventi dai contorni labili e porosi, che può
venire di volta in volta e provvisoriamente percepita e assunta come un
'insieme conchiuso' di variabili soltanto in virtù di una specifica
'decisione' metodologica da parte del soggetto interessato, che può
a tal fine operare sul complesso delle proprie esperienze selezionando quelle
che, in una determinata fase della sua vita,considera le più incisive
e pertinenti ai fini della migliore definizione della propria identità"[15].
Ecco perché dire: "io sono questo e quello", "io sono
quello che ha fatto questo", "io sono quello che è apparso
in televisione, che ha dato il nome a tale legge, che ha vinto quel certo
premio" è fondamentalmente ridicolo e talvolta persino fatale.
Non è ridicolo nel senso che non faccia parte della propria identità,
ma è ridicolo quando lo si erge a sfondo della propria vanità,
selezionando ferocemente sulla costellazione che si è. Questa però
s'impone nei momenti in cui "si fanno i conti con se stessi",
e che talvolta sono talmente crudi e drammatici - sul piano della disillusione,
quando ci si rende conto che quell'io è in realtà risibile,
che ci si è solo presi in giro, e che l'immagine di sé non
corrisponde a ciò che ci si "sente" di essere - che si
è spinti al suicidio, pur di non riconoscere e accettare la costellazione
complessa che si è. Suicidio che corrisponde a una vendetta di sé
nei confronti di se stessi, quando il delirio di onnipotenza (egoistico
e al tempo stesso narcisistico) dell'io parziale che ha selezionato tutto
eliminando ogni cosa si ritrova solo, capisce che da solo non è neppure
più un io, e vuole portare alla rovina anche tutto il resto delle
connessioni, come ultimo disperato e fragilissimo gesto in cui quell'io
cerca di tirar fuori la testa dal pozzo (del presente questa volta) eliminandosi.
La depressione che coglie chi ha avuto il suo momento (o il suo periodo)
di gloria, la lucidità che lo spinge a dire "ma è tutto
un malinteso, quel premio io in realtà non lo meritavo, l'ho ricevuto
solo per l'immagine che ho saputo dare di me, ecc." corrisponde al
delirio di onnipotenza, ma sostituisce determinate connessioni ad altre,
un io isolato o eccessivamente selettivo a un altro (quello tronfio del
successo o quello depresso e sfiduciato): non capisce il regime di collettività
e di complessità aperta che sempre si è, né tollera
che si possa essere al tempo stesso sublimi e meschini, deboli e forti,
interessanti e noiosi. Non capisce che si è tali solo perché
in relazione, perché si è in gioco e si gioca al tempo stesso,
e che dire "io..." è aprire un rapporto a-centrato.
Nel teatrino delle vanità la scena è calcata da un solo personaggio,
ma quando lo spettacolo finisce o al personaggio scappa la pipì,
quando saltano le luci o i tecnici di scena si sono assentati un momento,
quando il truccatore è svogliato o l'audio non funziona, quando la
sedia si rompe o qualcuno ride dietro le quinte, quando l'attore secondario
non dice la sua battuta o non risponde allora ci si rende conto di quanto
quel personaggio, in sé, isolato dal resto, sia ridicolo e risibile.
N.B. In questo scritto non ho voluto di proposito trattare espliticamente di una questione che sottende l'intera tematica: quella dell'affettività. Questo lo rende naturalmente parziale, ma la questione dell'affettività richiede approfondimenti e spazi ben maggiori di queste pagine.