La superiorità dello spazio (?)
Giuseppe Sindoni
È facile immaginare un linguaggio che consista soltanto di informazioni e di ordini dati in combattimento. - O un linguaggio che consista soltanto di domande e di un'espressione per dire sí e no. E innumerevoli altri.---- E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita.
(Wittgenstein 1929)
In un mondo che sembra avviarsi in modo necessitato verso forme di comunicazione
normate in modo molto più rigido e codificato rispetto a quanto è
avvenuto sinora, riflettere su questioni concernenti il rapporto uomo-macchina
in un contesto di utilizzazione reciproca dai contorni e dai confini sempre
più sfumati, è non solo auspicabile, ma forse necessario alla
sopravvivenza di un adeguato stato di percezione del sé e dell'ambiente
circostante.
Se è vero infatti che per alcuni l'informatica è semplicemente
la scienza che studia metodi e sistemi per l'automazione dell'informazione,
per altri è invece la scienza dell'astrazione, nel senso che
essa si occupa di come alcune classi di problemi possano essere adeguatamente
formalizzate al fine di trovare metodi risolutivi basati su sequenze finite
e automatizzabili di operazioni. Il nodo della questione sta proprio in
questo atteggiamento, comune a molte altre scienze, per cui si cerca di
astrarre su fenomeni idealmente immersi, in modo quasi newtoniano, in contesti
spazio-temporali illimitati e misurabili. Il fine ultimo dichiarato è
quello di affrancare l'essere umano dai cosiddetti lavori ripetitivi,
che vengono deputati alla macchina, la quale è ritenuta in grado
di eseguirli in modo più efficiente, efficace e affidabile. In realtà
quello che si osserva è un continuo spostarsi del confine tra il
pensiero e la norma della macchina a favore di quest'ultima.
Un sistema informatico può essere visto, secondo un ottica quasi
materialistico-dialettica, come un insieme di nessi e processi, o, più
tecnicamente, come un insieme di processi che interagiscono tramite interfacce.
Se ci limitiamo agli aspetti riguardanti la parte software del sistema,
la parte cioè che esprime in modo concreto le sequenze finite di
operazioni astratte, possiamo vedere i processi come trasformatori di
informazioni, come sequenze di istruzioni che cioè, agendo su
informazioni di ingresso, le trasformano in informazioni di uscita, secondo
i dettàmi espressi dalla sintassi e dalla semantica di un certo linguaggio,
quello appunto in cui le istruzioni sono scritte. Le interfacce possono
invece essere viste come trasformatori di linguaggi, cioè
ancora come sequenze di istruzioni che però trasformano le informazioni
di uscita di un certo processo in informazioni di ingresso per un altro
processo che accetta in generale un linguaggio differente dal primo. Appare
evidente quindi come l'architettura di un sistema informatico possa essere
definita da una serie di confini linguistici, l'aspetto e lo spessore
dei quali determina non solo le caratteristiche del sistema ma anche, e
soprattutto, le caratteristiche dell'interazione uomo-macchina. Queste ultime,
in un contesto di globalizzazione della produzione e dell'economia, reso
possibile soprattutto dai progressi della telematica, divengono determinanti
in quello che è il rapporto tra il lavoro mentale e la "nuova
forma del capitale-denaro frutto del controllo e della progettazione dei
modi e dei mezzi di produzione di conoscenza" nota ormai come capitale
cognitivo[1]. Tra i vari tipi di interfaccia
assumono particolare importanza quelle che servono a tradurre il linguaggio
del lavoro mentale in istruzioni per la macchina: le cosiddette interfacce
utente. Il contesto di riferimento è quello secondo cui la macchina
è parte del più complesso sistema <<macchina-forza lavoro>>,
contesto che va necessariamente postulato se non si vuole correre il rischio
di farsi sfuggire la stretta interconnessione esistente tra le fasi di riorganizzazione
del lavoro polarizzate sulla macchina e quelle polarizzate sulla forza lavoro.
"Si ritiene al contrario che essenza dell'innovazione tecnologica capitalistica
sia non tanto quella di espellere forza lavoro sostituendola con macchine
quanto quella di <<normare>> la forza-lavoro, attraverso un
sistema sempre più rigido d'informazioni-comandi, il cui scopo è
quello di poter disporre di lavoro sempre più disciplinato e conforme
al meccanismo dell'accumulazione di capitale.
Il paradosso del nuovo lavoro è che ciò che viene normalizzato
e colonizzato ora, nel nuovo sistema <<forza lavoro mentale-macchina
informatica>>, è non più il corpo ma la mente stessa
del lavoratore/lavoratrice. È la sua intelligenza, la sua attituine
alla comprensione globale e intuitiva, la sua capacità di scelta
e d'intervento (insomma ciò che si dice costituire la caratteristica
più personale e non <<normalizzabile>> del soggetto umano)
ad entrare in un campo di normalizzazione di funzionalità interagente,
ma subalterna, con la macchina dell'informazione. La quale, per suo verso,
accumulando quantità tendenzialmente infinite d'informazioni alfanumeriche
sulla base del linguaggio binario, interpreta e riproduce il mondo reale
secondo la riduzione e la semplificazione di una forma, di una Gestalt,
che è solo matematico-quantitativa e che dunque pretende la cooperazione
di una soggettività predisposta a entrare nel mondo della produzione
e della vita secondo un'ortopedia della propria persona volta alla valorizzazione
del lato astratto-discorsivo-calcolante del proprio essere e alla rimozione
di tutte le altre componenti del proprio sé."[2]
Lo strumento principale per la messa in atto del processo di normazione
della mente umana da parte della macchina è dunque l'interfaccia
tra le due. Dietro il mito della facilità d'uso, dietro l'effettiva
disponibilità di strumenti che semplificano la vita dell'utente di
un personal computer, si nascondono le solite evidenti e ciniche ragioni
di mercato, risultato dell'azione mutante del capitale, le quali vanno sempre
più creando una vera e propria situazione di emergenza ecologica
nel mondo dell'informatica.
Vengono dunque introdotti, in nome della funzionalità e della presunta
velocizzazione delle operazioni, protocolli d'interazione uomo-macchina
che, pur risparmiando all'utente l'obbligo di conoscere i dettagli
realizzativi, cioè come le operazioni stesse vengono poi effettivamente
attuate dalla macchina, dall'altra essi nascondono la maggior parte delle
potenzialità che i sistemi mettono a disposizione e impediscono la
creazione di una cultura consapevole dello strumento utilizzato. A questo
supposto miglioramento delle caratteristiche di accessibilità dei
sistemi software, fa ovviamente riscontro un sempre crescente fabbisogno
di supporti fisici per l'elaborazione e la memorizzazione dei dati, causato
dal sempre crescente numero di livelli di interfacciamento che vengono
aggiunti entro lo spazio linguistico che si frappone tra l'uomo e la macchina
fisica. Per di più, molto spesso la supposizione elementare per cui
si riprodurrebbero tramite la macchina modi di produzione quanto più
verosimili a quelli non automatizzati, si rivela molto spesso fallace e
l'utilizzo di sistemi prodotti seguendo questa convinzione viene ben presto
abbandonato dopo l'iniziale entusiasmo provocato dall'illusione di aver
trovato il Golem a cui appioppare le quotidiane sfacchinate: l'essere umano
e la macchina producono secondo linguaggi diversi e non è sempre
detto che far parlare all'una il linguaggio dell'altro sia una buona scelta.
Uno dei casi più eclatanti viene dal settore dell'Informatica Medica,
in cui tutti i tentativi di far adottare in reparti clinici sistemi per
la gestione automatizzata delle cartelle cliniche che tentavano di riprodurre
fedelmente i modi di utilizzo delle cartelle cartacee sono miseramente falliti
per il semplice fatto che i medici si sono ben presto resi conto che la
nuova tecnologia non portava nessun vantaggio, né dal punto di vista
della praticità né da quello della velocità, rispetto
a i protocolli tradizionali.
Fin qui, quello che risulta evidente è che in nome del mercato viene
fatto un uso distorto delle tecniche e delle tecnologie dell'informatica:
la competizione commerciale nell'economia capitalistica contemporanea si
basa sull'innovazione di prodotto. Ciò che è nuovo e attraente
si vende e per battere la concorrenza è sufficiente realizzare novità
e immetterle sul mercato nel più breve tempo possibile; se per di
più l'innovazione è innovazione tecnologica, si vende cioè
anche come valore aggiunto, il cerchio si chiude attorno a quella che può
essere vista come una riserva di caccia entro cui si perpetua e si autoalimenta
una sorta di sistema della produzione per la produzione.
Oltre a queste ragioni di mercato però, alla base di questo massacro
ambientale informatico possono essere individuate cause più immediatamente
legate a quelle che sono alla base dei problemi messi in evidenza dall'ecologia
classica e da tutti quei gruppi che attaccano i modi di produzione capitalisti
in nome del rispetto dell'ecosistema. La concezione del tempo e dello spazio
che infatti è alla base della scienza informatica è imperniata
intorno a una visione meccanicistica, di stampo ovviamente newtoniano, dei
confini e dei limiti che caratterizzano gli aspetti spazio-temporali delle
teorie, delle tecniche e quindi dei prodotti tecnologici proposti.
Il tempo dell'informatica è essenzialmente tempo di esecuzione,
misurabile numericamente in modo proporzionale al numero di operazioni elementari
che la macchina deve compiere per produrre i dati di uscita in funzione
di determinati dati di ingresso. La teoria alla base di queste misure prende
il nome di teoria della complessità e i risultati sinora raggiunti
dal corrispondente settore della ricerca hanno portato alla definizione,
matematicamente dimostrata, del limite inferiore di complessità per
quasi tutti i problemi classici, per i quali sono poi state formalizzate
le corrispondenti tecniche risolutive. Questo raggiungimento del limite
inferiore del tempo, del limite cioè al di sotto del quale non è
più possibile andare, ha fatto sì che tutte le possibilità
di progresso dovessero necessariamente far ricorso a un'analoga concezione
dello spazio, che viene anch'esso considerato illimitato e misurabile in
termini di capacità di memorizzazione dei dati, ma che, potendo essere
ritenuto di valore inferiore da un mercato che fa della velocità
il suo principale fattore di concorrenza, può crescere a dismisura.
Il continuo crollo dei prezzi dell'hardware non è certo frutto del
caso: l'innovazione informatica ha bisogno di sempre più spazio a
prezzi concorrenziali per il proprio perpetuarsi.
Nasce quindi un vero e proprio problema di ecologia dell'informatica, certamente
insignificante dal punto di vista dell'impatto socio-economico rispetto
a quelli più evidenti di ecologia dell'ambiente e della mente, ma
che ne ricalca le caratteristiche e le modalità, e che merita quindi
di essere analizzato, non foss'altro in qualità di micro-sistema
sperimentale, ma anche nell'ottica delle trasformazioni che l'avvento di
Internet e delle tecnologie correlate sta imponendo alle società
industrializzate[3].
Come l'economia contemporanea della produzione si basa sulla convinzione
dell'illimitatezza delle risorse e procede imperturbabile nella sua corsa
al massacro lasciando lungo il cammino degrado ambientale e nuove malattie,
così, basandosi sulla stessa convinzione per quanto riguarda le risorse
di calcolo, il capitale cognitivo, reificato nella produzione di innovazioni
informatiche, procede per la stessa strada, lasciando sul cammino sicuramente
carcasse di computer ritenuti vecchi anche dopo solo un paio d'anni d'uso,
ma probabilmente anche danni psico-sociali, la cui portata non è
sicuramente prevedibile allo stato attuale delle cose, ma dei quali è
bene iniziare a preoccuparsi da subito.