Mimetismo e falsificazioni: storia e psicologia
Enrico Castelli Gattinara
I like a look of Agony,
Because I know it's true -
Men do not sham Convulsion,
Nor simulate, a Throe -
The Eyes glaze once - and that is Death -
Impossible to feign
The Beads upon the Forehead
By homely Anguish strung.
(Emily Dickinson)
"Eccezionalmente", scriveva lo storico francese Marc Bloch,
"il falso può dire il vero". Dietro questo apparente paradosso
si nasconde una profonda verità della ricerca in scienze umane. La
politica, e più ancora la diplomazia, vivono della falsità
almeno quanto vivono delle verità che distribuiscono nei loro innumerevoli
pronunciamenti. La psicologia ha saputo guardare oltre le apparenze, scoprendo
nella falsità la traccia di una verità nascosta e più
profonda, più vera quasi di quella che si vorrebbe lasciar parlare.
La storia, come la psicologia, è una di quelle discipline che sa
far tesoro di ciò che altrove, soprattutto nel senso comune, viene
invece aborrito e disprezzato. Inganno, tradimento e falsità di ogni
genere hanno da sempre nutrito la conoscenza storica, soprattutto quella
che si è dedicata alla storia politica. Ma il resto degli ambiti
del sapere non ne sono certo privi: dalla storia dell'arte alla più
austera storia delle scienze, menzogne e falsificazioni sono state da sempre
all'ordine del giorno. Così la nostra storia umana è costellata
di tante falsità quante sono le verità possibili, quelle desiderate
o quelle imposte, quelle taciute o quelle usate per coprirne altre. Dietro
ogni verità si nasconde una menzogna, come dietro ogni menzogna si
nasconde una verità. E' questo uno dei contributi maggiori che alcune
scienze umane del XX secolo ci hanno permesso di raggiungere.
Non è difficile capirne le ragioni, visto che la politica intesa
in senso reale, non quindi come filosofia politica ma come strategia operativa
e azione, è intimamente intrisa di inganni, trame e tradimenti di
ogni genere. Basti considerare una qualsiasi campagna elettorale e confrontare
i discorsi, i programmi e i pronunciamenti pubblici degli uomini politici
per rendersene immediatamente conto. E come la politica, che è in
parte specchio del nostro vivere sociale, così la psicologia individuale
è intessuta di trame, tradimenti, inganni e falsificazioni. Non che
questa sia la sola realtà del nostro essere così profondamente
umani, troppo umani forse da non riuscire a sopportare la luce della verità,
ma di certo non è solo di pura verità che il nostro agire,
credere e conoscere si è nutrito.
Dalle regole del galateo e della buona educazione all'intimo rapporto che
lega genitori e figli, per non parlare dei rapporti di lavoro o professionali
in genere, il gioco delicato e fragile fra verità e menzogna è
indispensabile alla tenuta del legame. Non c'è nulla di scandaloso
in questo, perché lo scandalo della verità è direttamente
proporzionale a quello della menzogna.
Rari, nella condizione umana, anzi rarissimi sono invece i casi in cui la
verità s'impone quasi allo stato puro (ma lo stesso vale per la menzogna,
altrettanto insopportabile quando s'impone come pura falsità). La
poesia della Dickinson posta all'inizio ne mostra in modo mirabile il carattere
eccezionale: ciò che lei ama è "l'espressione d'agonia",
la sola ad essere sincera, perché "l'uomo non può contraffare
lo spasimo / né simulare un rantolo. / Gli occhi si fanno vitrei
- ed è la morte. / Impossibile fingere / le perle di sudore sulla
fronte / infilate dalla sommessa angoscia"[1].
Ma questa impossibilità di fingere è possibile solo all'estremo,
quando quasi non siamo più umani perché l'angoscia dell'agonia,
o il dolore più grande e insopportabile della morte vicina non lascia
più spazio al gioco vitale della verità e dell'errore, del
vero e del falso. Di fronte alla verità ineluttabile della morte
espressa nel motto moralistico e agghiacciante "Sappi che devi morire",
che alcune sette religiose antiche e moderne (compresi i puritani americani
cui la Dickinson apparteneva) propongono per distogliere gli adepti dai
piaceri effimeri della vita materiale concreta, la vita stessa è
l'insidia di quella verità estrema, è la sua continua e sempre
ripetuta falsificazione. La verità della morte è falsificata
dalla vita. La vita come mimesi, inganno della morte, giro di danza che
in alcune splendide ballate medievali o rinascimentali porta la morte a
distrarsi e a dimenticare il proprio dovere, laddove la distrazione e la
dimenticanza sono ingredienti specifici dell'oblio, dell'errore e della
falsità che ne consegue.
Questo non vuol dire che il falso sia da privilegiare sul vero, perché
una conclusione del genere non sarebbe che l'immagine speculare del suo
inverso. Vuol dire invece che le vie per la verità sono assai più
tortuose e insidiose di quanto appaiano, e che il cammino della vita reale,
a conoscerlo bene, non può né deve evitare di fare i conti
con quanto ha da sempre ritenuto moralmente riprovevole. Non tutte le bugie
vengono insomma per nuocere, e ce ne sono molte che si rivelano necessarie
quando il peso della verità, proprio per il suo aspetto molteplice
e complesso, non sarebbe colto in pieno ma solo parzialmente, con conseguenze
più gravi di quelle implicate dalla menzogna. Ma questo vale solo
perché anche la menzogna ha un valore di verità che può
essere speso in favore di un legame, di un affetto, di un momento vitale.
Se il mio bilancio familiare sta traversando un periodo economicamente difficile,
è inutile che lo faccia sapere a mio figlio di sette anni anche se
lui mi chiede perché non posso comprargli le scarpe nuove: in questo
caso la mia bugia evita a lui, che non saprebbe sopportarla o ne potrebbe
esagerare le conseguenze, l'ansia e la preoccupazione per una situazione
di cui non afferra tutte le implicazioni. Un esempio analogo lo si potrebbe
fare nei confronti del collega in crisi depressiva, quando ci chiede se
ce l'abbiamo con lui (e noi di lui non ne possiamo più): la bugia
salva in questo caso un rapporto che comunque dovrà continuare ad
esserci, e risparmia alla persona in questione un aggravarsi della crisi
[2].
Sono esempi banali, certo. Ma la verità che si nasconde dietro a
quelle bugie è una verità affettiva che spesso non sa trovare
altre parole, altre vie per esprimere se stessa nella vita quotidiana. La
menzogna, come il sorriso di circostanza o il saluto di buona educazione,
sono situazioni che lasciano trasparire una mezza verità: quella
di un rapporto che può restare aperto, di un legame che non è
del tutto infranto. Il mio saluto educato al vicino di casa che volentieri
strozzerei nelle mie fantasie non vuol dire altro che la vittoria della
società civile sullo stato di natura, il mantenimento di un barlume
di rapporto sociale di contro alla guerra aperta e all'aggressività
senza sbocco. Quella che sotto un certo aspetto è senza dubbio un'ipocrisia,
sotto un altro aspetto può essere invece un residuo di disponibilità.
Quando invece la menzogna diventa sovrana e l'ipocrisia l'unica forma del
rapporto sociale, la verità scompare del tutto e non resta aperta
nessun'altra strada che il conflitto e la rottura. Quelli della prevaricazione
e della violenza determinati dall'interesse privato in ogni forma di comportamento,
così tipici dell'ideologia borghese. Ne abbiamo testimonianza politica
presente e concreta nelle attuali vicende del nostro Paese, dove il falso
vale per vero, o viene fatto per forza valere per tale, senza mediazioni
o vie tortuose. Così l'aveva anche scritto Adorno, criticando lucidamente
la trionfante tracotanza della società borghese: "L'immoralità
della menzogna non consiste nella violazione della sacrosanta verità.
Il diritto di richiamarsi a quest'ultima spetta meno che mai ad una società
che sollecita i suoi membri coatti a parlare con franchezza per poterli
poi più facilmente acciuffare [...]. Fra gli scaltriti pratici di
oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare
intorno a qualcosa di reale. Nessuno crede più a nessuno. Si mente
solo per fare capire all'altro che di lui non ci importa nulla, che non
ne abbiamo bisogno, che ci è indifferente cosa pensa di noi. La bugia,
un tempo strumento liberale di comunicazione, è diventata oggi una
tecnica della sfrontatezza, con cui ciascuno spande intorno a sé
il gelo di cui ha bisogno per prosperare" [3].
Ma questo comportamento può essere analizzato criticamente e lucidamente,
può essere in un certo senso "smascherato", può
insomma veicolare con sé una verità indesiderata che è
pur sempre possibile conoscere, anche se in un secondo tempo o in seconda
istanza. Tale è il compito di alcune scienze tipicamente umane. Il
compito che si è dato Adorno, per esempio, è stato proprio
questo smascheramento critico. In nome di una verità? Probabilmente.
Ma di una verità critica, non della VERITA'. Consapevoli che ineluttabilmente
in ogni verità c'è del falso, come in ogni falsità
c'è del vero.
Sul piano del conoscere scientifico umano, comunque, due sono soprattutto
gli ambiti in cui, secondo le parole di Bloch, un falso può dire
il vero: la storia e la psicologia. Non si tratta del vero intenzionale
che il falso voleva invece mascherare, ma del vero in seconda istanza, del
contenuto di verità che trapela suo malgrado, inaspettato e inatteso,
insospettato e spesso inesorabile.
In storia
Il falso storico è stato spesso un bel problema per lo studioso
che doveva individuarlo e sopprimerlo. La storia ne è talmente piena
che spesso è impossibile stabilire con certezza se i documenti su
cui crediamo di poter fondare una ricostruzione sono veri, proprio come
il British Museum o il Louvre sono zeppi di falsi allegramente e profittevolmente
prodotti per tutto il XIX secolo e ancora non smascherati.
Ma la storia, a differenza di un grande museo, ha un vantaggio decisivo:
può far parlare il falso della sua falsità. Il che vuol dire
che può usare più linguaggi al tempo stesso, più approcci,
più sguardi, ricorrendo alle risorse che altre scienze umane (o esatte
o altro ancora, visto che oggi questo genere di delimitazioni contano sempre
meno) gli mettono a disposizione. Può inoltre, e non è cosa
da poco, interrogare il documento, il fatto, la traccia da più punti
di vista, facendoli reagire su problemi cui non erano affatto destinati.
Questo, naturalmente, solo dopo che l'analisi critica è riuscita
a stabilire l'autenticità o la falsità di un certo documento
(o di un racconto, una testimonianza, ecc.).
Quando viene prodotto un falso, il velo della Veronica per esempio, o una
delle sue innumerevoli copie, il fine della falsificazione è quella
d'ingannare sulla verità precisa cui il prodotto deve rispondere:
in questo caso una sacra reliquia risalente a una precisa datazione storico-religiosa.
Ma se noi interroghiamo l'oggetto non più sul piano della rappresentazione
religiosa, sul suo essere o meno una reliquia, ma su altri piani come per
esempio sulla sua fattura, sulla sua trasmissione e - una volta scoperto
che si tratta di un falso - sulle ragioni e i modi della falsificazione,
l'oggetto risponderà con una verità non più falsata
dall'intenzionalità che l'aveva portato ad essere. E' come la banconota
prodotta dal falsario: la sua intenzione falsificante è circoscritta
al valore di scambio nel corso attuale della moneta, alla sua diretta destinazione
d'uso come moneta, perché se la moneta di cui è la copia diventasse
fuori corso perderebbe ogni interesse, e il suo intento falsificante perderebbe
senso. Per il collezionista però può invertirsi il rapporto,
e la banconota falsa acquistare un nuovo, altissimo valore proprio perché
unica nel suo genere, rara e quindi preziosa proprio perché smascherata.
Ma l'intenzione del falsario che l'aveva prodotta non andava certo a rispondere
ai bisogni del collezionista (che compare sulla scena magari tre secoli
dopo). Né ai bisogni dello storico, che in quella moneta falsa riconosce
una serie di rapporti di forza e di scambio in cui giocano interessi di
ordine diverso, abilità tecniche, grafiche e incisorie nascoste in
settori della società su cui più raramente si sofferma l'attenzione.
Il falso, insomma, falsifica solo una parte ristretta della complessità
cui appartiene storicamente, quella direttamente intenzionale. Non falsifica
invece tutto ciò che sfugge all'intenzionalità diretta, ivi
compresa la sua ragion d'essere.
Per questo la menzogna può acquisire lo statuto di documento storico,
ed è questo il senso in cui più propriamente può dire
il vero. Nell'ambito della lotta fra papato e impero, la falsa Donazione
di Costantino il cui carattere menzognero è stato mostrato da Lorenzo
Valla ci dice molto sul conflitto fra le due potenze e sulle poste in gioco,
sui criteri di legittimazione di tali poste e sul tipo di persuasione veicolato
dai documenti del passato. Lo stesso dicasi di quei documenti, falsificati
a bella posta, che hanno portato alla condanna del capitano Dreyfus alla
fine del XIX secolo: se l'intenzione era quella di liquidare il capitano
facendolo passare per spia dei tedeschi, la dimostrazione della falsità
dei documenti nelle revisioni del processo ha liberato Dreyfus dalla vergogna
della condanna precedentemente comminata, fino alla sua seppur tardiva riabilitazione;
ma la storia ci dice che quella falsificazione serviva a scopi ben più
vasti, e l'esplosione dell'affaire ha dimostrato la drammatica verità
di un conflitto epocale e generazionale fra conservatori antisemiti e riformatori
laici nella Francia fin-de-siècle, di cui la falsificazione e la
menzogna erano ingredienti essenziali, preoccupanti anticipazioni di un
uso ben più perverso e pervasivo che ne sarebbe stato fatto di lì
a trent'anni dalla propaganda dei regimi totalitari europei.
Certo, quando lo storico Bloch aveva scritto la sua frase si riferiva essenzialmente
a un caso particolare in cui un falso può dire il vero: il caso in
cui viene forgiato un documento falso per attestare qualcosa che compariva
in documenti autentici andati irrimediabilmente perduti. Si tratta però
di casi particolari, in cui effettivamente la copia - pur volendo nascondere
il suo carattere di copia - dice la verità intenzionale dell'originale,
mentendo solo sulla sua non originalità. Lo storico che vi si trova
davanti dovrà quindi fare attenzione a non prendere necessariamente
per false le attestazioni di un documento riscontrato come un falso: il
valore di verità di un falso è assai più mobile e complesso
di quanto si sarebbe portati naturalmente a supporre. La menzogna sulla
propria originalità viene considerata in genere meno grave di quella
relativa alla propria intenzionalità contenutistica, ma non per questo
è meno menzognera.
Ben diverso è il caso della Donazione. Qui il lavoro dello
storico non si limita alla tecnicità professionale che gli permette
di riconoscerne con relativa certezza la falsità (il ricorso ad altre
scienze come la filologia, l'archeologia, la linguistica, ecc.), ma deve
saper intendere anche le verità nascoste che rendono così
storicamente umane le innumerevoli varietà di menzogne che in ogni
circostanza ci vengono propinate. Umane, ma non per questo meno tragiche
o tremende, visto che dietro l'intento falsificante c'è una volontà
spesso violenta e arbitraria di contrapporre una verità di comodo
(falsa) a una verità di fatto o comune.
"Non basta constatare l'inganno. Occorre anche scoprirne i motivi:
se non altro, per svelarlo meglio [...]. Soprattutto, una menzogna in quanto
tale, è a suo modo una testimonianza. Limitarsi a provare che il
celebre diploma di Carlo Magno per la chiesa di Aquisgrana non è
autentico, equivale a risparmiare un errore, non ad acquisire una conoscenza.
Riusciremo invece a stabilire che il documento falso fu fabbricato nella
cancelleria di Federico Barbarossa? che fu originato dal desiderio di servire
i suoi grandi sogni imperiali? Ecco aprirsi una visione nuova su vaste prospettive
storiche. Così la critica è condotta a cercare, dietro l'impostura,
l'impostore; vale a dire, conforme alla stessa divisa della storia, l'uomo"[4].
Ma è questa appunto un'altra verità: la verità di ]chi
vuol falsificare a proprio vantaggio una realtà. La verità
del male, per dirla in termini morali. O la verità dell'opportunismo,
che il tempo non tarderà a svelare. Oppure ancora la strategia politica
di un certo esercizio del potere. Qui il falso ha un fine politico, laddove
in altre occasioni il fine era invece economico (il falsario), o personale
(di prestigio personale). Poi c'è la verità dell'attore, che
falsifica per imitare, e prima di lui quella del bambino, che falsifica
imitando per imparare. E' la verità del bene, se vogliamo insistere
su queste classificazioni ad effetto. Ma non finiscono qui. C'è la
verità dello scienziato, che falsifica per verificare. C'è
quella dell'animale, che lo fa per sopravvivere. Ce ne sono innumerevoli,
quali forse solo Borges riuscirebbe ad elencare.
Le articolazioni del falso non sono infatti a senso unico, perché
non esiste un'unica forma della falsificazione. Ed è per questo che
il contenuto di verità di ogni falso cambia e si complica secondo
il tipo particolare di falso con cui si ha a che fare. Perché esistono
falsificazioni "cattive" e falsificazioni "buone", e
fra loro una miriade di sfumature che sono lo specchio della nostra umana
forza o debolezza.
Il falso politico, anch'esso soggetto alle più svariate sfumature,
è quello che Dante avrebbe messo a fianco dei traditori, nel girone
più basso dell'Inferno (e il tradimento non si fonda forse su una
delle forme più subdole di falsificazione?). La storia è piena
di esempi in proposito, come d'altra parte anche la cronaca. Prendiamo un
esempio attualissimo, nel clima di belligerante tensione che attualmente
ci affligge e che molti vorrebbero tradurre in un oscuro e impreciso "conflitto
di civiltà" (cristiani contro islamici, occidente contro oriente,
ecc.). L'operazione di falsificazione con cui il Presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi ha alterato un proprio discorso tenuto a Berlino e contenente
frasi inaccettabili per paesi a maggioranza religiosa islamica, per dimostrare
agli ambasciatori di questi paesi (cui ha fatto distribuire una versione
del discorso opportunamente alterata, dove le frasi incriminate non comparivano
più) l'innocuità del discorso stesso e attribuire la colpa
delle feroci polemiche che ne sono seguite ai "travisamenti della stampa
di sinistra", è un triste esempio della cronaca recente. Falsificazione
di se stessi per giustificare e negare ciò che ha provocato una reazione
indignata della stampa nazionale e internazionale.
Di ben diverse conseguenze fu invece un'altra celebre cancellazione di parole
e frasi. Quella che il cancelliere Bismarck fece subire al "dispaccio
di Ems" con cui Guglielmo I di Prussia rifiutò di ricevere,
nel luglio del 1870, l'ambasciatore francese. Il problema era sorto in seguito
alla vacanza del trono di Spagna, dopo che un pronunciamento militare ne
aveva cacciato la borbonica Isabella. Il nuovo re sarebbe dovuto diventare
Leopoldo Hohenzollern-Simaringen, parente di Guglielmo I, ma Napoleone III,
individuandovi una palese minaccia di accerchiamento della Francia, reagì
immediatamente spedendo il proprio ambasciatore di Berlino ai bagni di Ems
(dove il re di Prussia si trovava) convincendo Guglielmo e Leopoldo a declinare
l'offerta del trono. Volendo Napoleone un impegno formale di rinuncia anche
per il futuro, l'ambasciatore chiese una nuova udienza il giorno seguente.
A questo punto Guglielmo rifiutò di riceverlo ancora, pur rinnovandogli
tutte le sue rassicurazioni per mezzo di un telegramma. Bismarck decise
allora di mutilare il testo del telegramma, così da renderlo decisamente
offensivo per la Francia, e lo fece avere anche alla stampa nazionale ed
estera. La Francia reagì come previsto da Bismarck e dai suoi ministri,
dichiarando quella guerra che l'avrebbe poi tragicamente umiliata e che
avrebbe portato all'unificazione della Germania. L'intento falsificatorio,
moralmente riprovevole, veniva tuttavia negato da Bismarck, perché
il testo - scriveva - "non contiene né cambiamenti, né
aggiunte al telegramma", intendendo in questo modo che una cancellazione
non costituiva una falsificazione[5].
Proprio come, tanti anni dopo, il nostro Berlusconi, che con lo stesso principio
ha cercato di salvare la faccia a se stesso e al paese che rappresenta,
sottintendendo che la cancellazione di una frase infelice non rappresenta
un inganno. Quasi che l'inganno e la falsificazione avessero una sola forma,
quella dell'alterazione totale, senz'altra possibilità e senza sfumature.
Tutt'altro discorso si deve fare per la forma opposta di falsificazione,
quella più "buona" di tutte, talmente ricca di sfumature
che non ne esiste quasi una forma codificata. Non politica, non economica,
non personale, la falsificazione mimetica per eccellenza, utile e vitale,
simpatica, accettata da tutti e da tutti inevitabilmente esperita è
quella del gioco infantile d'imitazione. Il gioco per eccellenza. Quello
che sta alla base di tutti i processi di apprendimento. Quello che sta alla
base anche di tutti i procedimenti creativi, perché ogni innovazione
esiste solo sulla base di ciò da cui si parte, da cui si prendono
le distanze. Il bambino forma la propria personalità imitando dei
modelli e prendendone poi le distanze, formandosi e differenziandosi consolidando
le proprie caratteristiche individuali: senza modelli sarebbe perduto. Analogamente,
nelle botteghe artistiche del XV e del XVI secolo, la maggior parte del
tempo l'apprendistato dei giovani artisti consisteva nel copiare le opere
dell'antichità, producendo dei veri e propri falsi. Ma questi falsi
non avevano altro scopo intenzionale che essere un esercizio di stile, una
delle forme più elementari di apprendimento.
Bambini ed artisti hanno sempre "falsificato" la realtà,
imitandola, ed è per questo che sono caduti sotto gli strali severi
di Platone. La realtà modificata dalla finzione la rende più
a portata di mano, più accettabile e più manipolabile. Eppure
senza questa falsificazione mimetica nessun adulto sarebbe stato capace
di diventare veramente se stesso. Aristotele lo sapeva, perché aveva
capito che la realtà è spesso imitazione di se stessa, replica,
copia: le leggi della fisica mostrano un cosmo sempre uguale a se stesso,
e le leggi della natura organica permettono di farci capire che il delicato
e meraviglioso processo della riproduzione è un sapiente ininterrotto
dosaggio di imitazione e innovazione. Il bambino gioca a..., scherza, copia,
allenandosi su un terreno reso meno ostile, ma non meno reale rispetto a
ciò che dovrà affrontare da adulto: è aperto a un mondo
dove tutto è ancora possibile e nulla ancora necessario, mentre quando
sarà adulto dovrà drasticamnete scegliere, e scegliersi, immergendosi
sempre di più nella necessità. Le sue giocose finzioni saranno
la sua più o meno ampia capacità di adattamento, la sua vita
futura ancora aperta nel gioco del presente.
Di fronte a questa proliferante ricchezza lo storico, come scriveva Bloch,
deve conservare un atteggiamento critico: deve saper distinguere le articolazioni
del falso, deve saper comparare i diversi valori di verità, deve
saper separare i piani di falsificazione e intenzionalità per ritrovare
nella sua inesauribile complessità quello che chiamiamo l'umano,
dove l'individuale e il collettivo, il personale e il sociale sono inestricabilmente
legati fra loro. Deve quindi non rendersi sordo ai diversi discorsi di ciò
che ha davanti, alla complessa psicologia di Bismarck, oltre che al suo
cinico realismo, alla morale che lo pervade, alle giustificazioni in pubblico
o alle battute scambiate col ministro della guerra Moltke, e poi ancora
alle sue pagine autobiografiche. Per questo, ancora una volta, non basta
riconoscere la falsità del documento comprovante la donazione di
Costantino, perché occorre articolare il ruolo della cancelleria
papale del secolo VIII che ha prodotto il falso, la diffusione del falso
in epoca medievale, le ambizioni temporali dei papi, i numerosi studiosi
che avevano già prima di Valla messo in discussione l'autenticità
della donazione, il ruolo dello stesso Valla, i suoi motivi, il tono polemico
e aspro del suo scritto, la sua successiva ritrattazione, il suo uso da
parte della propaganda protestante, ecc.
Solo così è possibile sfuggire alle scorciatoie di chi vuole
rendere la storia una scienza dal metodo rigorosamente codificato, o di
chi la vuole appiattire alle fluttuazioni di una retorica che si pretende
basata solo sulla finzione, sulla fiction, mero esercizio linguistico
senza contenuto di verità. La verità dell'umano con cui la
storia ha a che fare è una complessità mobile e stratificata,
sempre aperta e per questo sempre suscettibile di modificarsi, di arricchirsi
o semplicemente di adattarsi alle interrogazioni del presente cui via via
viene sottoposta: non è solo finzione poetica, né legge, né
serie di fatti accertabili una volta per tutte, né solo verità,
né solo falsità. Lo sguardo e gli interrogativi di chi sa
cercare il vero nel falso, e il falso nel vero saprà distinguere
e orientarsi nella sua rete, consapevole che il proprio percorso è
uno dei tanti che tessono l'umano. A condizione, naturalmente, di saper
distinguere il falso dal vero, ossia di riconoscere in via preliminare che
dietro a un documento, un fatto, una situazione, un discorso c'è
un problema. Questo è infatti quello che tanti secoli fa aveva già
capito Montaigne: "Se la menzogna, come la verità, avesse una
sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto prenderemmo per
certo il contrario di quello che dicesse il bugiardo. Ma il rovescio della
verità ha centomila aspetti e un campo indefinito"[6].
In psicologia
Fra i centomila aspetti di cui il rovescio della verità si maschera
e che lo storico, come ogni altro uomo di scienza, cerca di dipanare tracciandovi
dentro il proprio cammino, ce n'è uno su cui Bloch aveva insistito.
Uno che non è il solo, né il più importante (ogni tracciato
ha la sua importanza, in una rete), ma che riflette quanto il falso possa
dire il vero nell'intimità più recondita di ciò che
fino a un secolo fa era ritenuto inviolabilmente unitario: il soggetto,
l'io, il sé che dir si voglia. Pur sempre l'essere umano, nella sua
forza e nella sua debolezza, uomo o donna, adulto o bambino, servo o padrone.
In particolare, i suoi errori. Gli errori non più intenzionali, questa
volta, ma quelli inintenzionali: le falsificazioni involontarie di quello
che si vorrebbe dire. Il rovescio del falso storico, del documento costruito
con fraudolenta intenzionalità, della menzogna ideata per ingannare
gli altri o per sottrarsi a una punizione.
Qui l'errore, più che il falso, cela in sé un valore di verità
che non appare, e che è possibile trovare solo sulla base di una
ricerca analitica, critica in senso lato, che può mostrarne la via.
Non solo la causa materiale dell'errore, ma la sua ragion d'essere, la verità
che porta con sé in quanto errore. La psicanalisi vi ha riconosciuto
gli indizi di una molteplicità interna al soggetto che ha messo in
crisi la monolitica stabilità e unitarietà dell'io. Quello
che qui ci interessa è però il modo in cui lo psicologo, in
particolare lo psicanalista, applica quello che poi Bloch ha detto con la
frase più volte citata sul falso che dice il vero. Soprattutto perché
poi lo storico saprà utilizzarlo come strumento del suo approccio
critico.
Accadde a Freud, con suo grande disappunto, proprio in una delle sue opere
più conosciute, L'interpretazione dei sogni, del 1899. Come
medico, uomo metodico e coscienzioso, maniacale nella stesura dei suoi testi
e nei riferimenti di cui li arricchiva, era molto attento agli errori. La
sua professione gli aveva inoltre insegnato che nulla avviene per caso.
E siccome teneva alla sua reputazione di scienziato rigoroso e analitico,
appunto, correggeva con estrema cura le bozze dei suoi lavori.
Quale non fu il suo disappunto, allora, quando lui stesso, o qualche amico
gli fece notare una serie di sviste e di palesi errori contenuti in alcune
parti del suo libro. Certo, si trattava di aspetti marginali rispetto al
contenuto principale del testo. Si trattava di dettagli, di pochi riferimenti
eruditi, di nomi di luoghi o di persone, tanto più frustranti nel
loro carattere erroneo quanto più Freud era sicuro di essere un esperto
in proposito.
"Nel mio libro - scriveva due anni dopo - mi sono reso colpevole di
una serie di falsi storici e in genere di errori materiali di cui mi sono
accorto con sorpresa dopo la pubblicazione del libro"[7].
Elencandoli, Freud cerca di spiegarli e tiene così a sottolineare
che "un esame più attento mi ha mostrato che non derivavano
dalla mia ignoranza, ma erano riconducibili ad errori di memoria che si
possono spiegare mediante analisi". Uno in particolare lo indispettisce
al massimo grado: quando definisce Asdrubale padre di Annibale, mentre ne
era il fratello o il cognato. "Questo errore mi ha irritato in modo
particolare, eppure mi ha confermato più degli altri nella mia concezione
di tali errori. Sulla storia dei Bàrcidi probabilmente pochi lettori
la sanno più lunga dell'autore, che scrisse questo errore e se lo
lasciò sfuggire durante ben tre giri di bozze" [8].
Questo genere di errori, che Freud insieme agli psicologi del suo tempo
chiama "falsi ricordi", gli indicano una via che ne esalta il
carattere falsificante come veicolo di una verità nascosta. Ma perché
li chiama "falsi"? Perché non si limita a chiamarli semplicemente
degli errori, come pure li chiama? Perché si dispera di aver "falsificato"
la storia, e chiama altri errori dello stesso genere, o che si riferivano
ad episodi del suo passato che lui riportava erroneamente alla mente, dei
"falsi storici"? La risposta sta proprio nell'articolazione del
falso col vero su cui la psicanalisi ha attirato l'attenzione dai primi
del Novecento, e che può interessare lo storico per raffinare la
sua attenzione critica. Mostra infatti come la realtà, in verità,
sia molto più complessa e sfaccettata di quanto si supponga, e che
non bisogna mai accontentarsi della sua apparente superficie. E infatti,
nel 1901, Freud inserisce questa sua riflessione personale all'interno dell'opera
che dedica interamente al tipo di menzogne, falsificazioni ed errori involontari
che sempre, in qualche modo, "dicono il vero": la Psicopatologia
della vita quotidiana.
Cos'era successo nel caso di Asdrubale e di Annibale? Oppure nel caso non
meno imbarazzante di Zeus e Crono (Freud aveva scritto che Zeus aveva evirato
il padre Crono e lo aveva precipitato giù dal trono, mentre era stato
Crono ad evirare il padre Urano)? Oppure ancora quello di aver spostato
i Medici da Firenze a Venezia? Freud risponde con un detto di Goethe: "Dove
fa uno scherzo, è nascosto un problema", e lo riformula così:
"dove c'è un errore, dietro ci dev'essere una rimozione. La
rimozione di una verità, che per questo resta nascosta. Ma dal suo
nascondiglio in qualche modo si manifesta, inducendo appunto l'errore, la
falsificazione.
Qui le cose stanno in modo del tutto diverso di prima: la falsificazione
non è più né intenzionale, né giocosamente sperimentale.
Essa è una "deformazione", una "insincerità",
quindi una falsificazione come quella operata volutamente dal Bismarck,
ma l'intento questa volta non è più dell'io, né appartiene
alla coscienza o al calcolo. Il potere della verità questa volta
appartiene all'inconscio, alle forze oscure e incontrollabili che sfuggono
all'attenzione vigile del soggetto consapevole di sé. Ma questa forza
oscura della verità si manifesta solo con la menzogna, con l'errore,
con la falsificazione storica, perché questo linguaggio indiretto
e insidioso è l'unico a poter aggirare l'apparente chiarezza dell'attenzione
e delle intenzioni coscienti. Una verità profonda si oppone così
alla verità voluta. Alla razionalità si sovrappone un'irrazionalità
che non ha nulla di mistico o di spirituale, perché si basa sulla
concretezza di una realtà che la volontà dell'io vorrebbe
controllare e manipolare. Alla tracotanza dell'io che pretende di usare
il falso per propinare la sua verità di comodo Freud scopre che si
oppone una maliziosa, spesso umoristica resistenza di una verità
delle cose che parla per vie traverse, per falsificazioni, lapsus, atti
mancati, errori. Ma opponendo la falsificazione involontaria alla falsificazione
volontaria, Freud compie una vera e propria rivoluzione concettuale anche
sul piano epistemologico, perché sposta la sede della verità
dal trono della ragione alla nuda terra della realtà materiale e
complessa.
Ecco il motivo della sua irritazione e della sua frustrazione, quando si
accorge dello scherzo che quest'altra verità gli ha giocato facendogli
prima compiere e poi per "ben tre giri di bozze" sfuggire l'errore.
Lo stesso genere di scherzo che impone la verità scomoda delle profondità
attraverso il lapsus che deturpa il discorso ben preparato del politico
o dell'accademico di fronte ai suoi illustri interlocutori, o quello che
rende umoristico il parlare del giornalista televisivo e che tanti programmi
satirici sanno selezionare e rimontare ad arte. Probabilmente è lo
stesso scherzo che giocano i tic, quando deformano grottescamente il viso,
lo sguardo o i gesti di ogni tipo di persona e rendono giustizia soprattutto
di quelli che si compiacciono del proprio potere e del proprio apparire
potenti. Lo scherzo di una verità la cui sede non è più
in alto della nostra animalità carnale, ma che non per questo è
meno veritiera o dotata di minor forza.
Proprio di questo genere di verità parla Freud quando scrive che
la sua irritazione gli ha fatto capire la sua impotenza di fronte a una
tale forza inintenzionale. Perché è proprio sul gioco fra
intenzionalità e inintenzionalità che si articola il rapporto
fra queste verità (la verità dall'alto e la verità
dal basso, per semplificare). E il gioco si gioca proprio sul piano della
menzogna, come se questo fosse veramente il suo unico modo di manifestarsi
(in una prospettiva che avrebbe potuto anche scomodare Heidegger che tanto
ha pensato la verità come non-nascondimento, il quale però
non ha ritenuto degno abbassarsi a riflettere sulla menzogna, che ha relegato
nel regno indegno dell'inautenticità): il falso costruito volontariamente
contro il falso che s'impone involontariamente, il primo per nascondere,
il secondo per imporre una verità.
"Ci si dovrebbe sorprendere, in generale, che il bisogno di verità
degli uomini sia molto più forte di quanto si ritiene solitamente.
Del resto è forse una conseguenza del mio occuparmi di psicanalisi
se quasi non riesco più a mentire. Ogni volta che tento una deformazione,
soggiaccio a un errore o a un atto mancato, col quale si tradisce la mia
insincerità"[9]. Qui sta
la speranza, o meglio la convinzione che costituisce la base di ogni lavoro
d'indagine, sia essa psicologica, storica, giudiziaria, ecc. Il delitto
perfetto non esiste proprio in ragione della nostra umana complessità
e molteplicità, come non esiste il falso perfetto. Il falsario può
infatti tener conto di tutte le variabili, di tutti i dettagli, e magari
se informato di psicologia e di metodo storico può applicare alla
sua opera tutti i trucchi per rendere plausibile la sua opera, ma non può
prevedere il futuro, né può sapere cosa il tempo gli riserva
come interrogativi e nuove prospettive di indagine: ecco ciò che
renderà il lavoro dello storico sempre possibile. Ecco perché
il metodo che lo storico Carlo Ginzburg ha reso celebre come "indiziario"
permette di avvalersi sempre di nuove "prove". Non a caso, ha
scritto Ginzburg, Freud fa riferimento all'incredibile storico dell'arte
Giovanni Morelli che per riconoscere la correttezza di un'attribuzione propose,
nella seconda metà dell'800, di esaminare non le figure o la composizione
di un quadro, ma i dettagli più insignificanti, i lobi delle orecchie,
le unghie, su cui allievi e falsari non perdevano tempo e tracciavano a
modo loro. Lobi o unghie che si presentavano come errori o lapsus rivelatori
agli occhi dello storico dell'arte, cui mai gli esecutori del quadro avrebbero
pensato ai loro tempi.
Oppure, si potrebbe addirittura considerare che lobi ed unghie, diti dei
piedi o aureole, come gli innumerevoli dettagli della vita quotidiana o
i sogni, siano la strada infame che la verità del basso ama percorrere,
e che quando la si ostacola si ricava ugualmente un camino perturbando l'ordine
con imprevedibili errori e sbadataggini di ogni sorta. Nessuna scienza,
tradizionalmente (galileianamente) intesa può soffermarsi sui dettagli,
sui particolari: la sua struttura generale epistemologicamente glielo vieta,
perché le leggi che deve proporre acquisiscono la loro validità
di leggi solo sulla base della loro generalità. E' la verità
dall'alto. Ma il mondo reale e quello umano in particolare sono pieni di
dettagli di cui le leggi generali non possono né devono tener conto,
ma che s'impongono comunque nel quotidiano, come tutti sappiamo bene. E'
la verità dal basso. E fra le due non c'è il vuoto, né
una precisa linea di confine: fra l'alto e il basso c'è una diffusione
di strati intermedi nei confronti dei quali la purezza degli estremi è
un'eccezione praticamente (concretamente) irreale (come la pura verità
o la pura menzogna). Le scienze umane sono cresciute proprio per questa
diffusa stratificazione dove le diverse verità lottano fra loro,
si accavallano e s'intrecciano. Anche le scienze esatte vi si sono applicate
(e per questo, nell'Ottocento, alcune venivano classificate come più
esatte di altre), perché è questa la realtà con cui
hanno a che fare. La realtà dalle centomila facce, la cui verità
ci fa cenno, e segno, con linguaggi molteplici e non sempre coerenti, non
sempre lineari, non sempre immediatamente attendibili.
Consapevole di ciò, Popper ha ricordato che "impariamo dagli
errori", riprendendo non solo un luogo comune di tutta la storia dell'umanità,
ma una tradizione epistemologica che aveva fatto la sua strada in Francia
nei primi decenni del secolo. Né è un caso che Popper abbia
proposto un'epistemologia "falsificazionista", dove alla falsificazione
viene dato un ruolo determinante per la validazione delle teorie scientifiche:
non una verità dogmaticamente imposta dall'alto, quindi, ma una verità
falsificabile criticamente è quella che più si avvicina al
nostro modo umano di rapportarci al reale, consci della sua inesauribile
e concreta molteplicità.
E' questo reale così complicato e inesauribile che s'impone con prepotenza
quando cerchiamo di legarlo, ordinarlo, ammansirlo alle nostre categorie,
alle nostre aspettative, alle nostre volontà o ai nostri desideri.
La sua verità non si lascia sempre mettere a tacere dall'ordine costituente
della nostra coscienza, ma ci gioca degli "scherzi" che la psicologia
e la storia hanno imparato a decifrare. "Gli errori sono la conseguenza
di pensieri rimossi" scriveva Freud riferendosi a quello che gli era
capitato. Rimossi, qui, voleva dire fraudolentemente cacciati o mascherati,
falsificati intenzionalmente per buona creanza, opportunità o decenza
borghese. Scrivendo L'interpretazione dei sogni aveva voluto addolcire
le spiegazioni, non essere troppo esplicito oppure, per non urtare eccessivamente
la sensibilità dei lettori del suo tempo, aveva soppresso o alterato
qualche particolare indiscreto e incisivo. "Non potevo fare diversamente,
non avevo altra scelta" ha scritto, consapevole che la realtà
borghese delle buone maniere nella Vienna fin-de-siècle cui lui stesso
apparteneva male avrebbe accolto quell'altra realtà che oniricamente
(ma anche quotidianamente) viveva. "Orbene - continuava Freud - non
è stato possibile effettuare senza lasciare traccia alcuna la reticenza
o deformazione di pensieri di cui conoscevo la prosecuzione. Quel che volli
sopprimere, spesso contro il mio volere si è imposto ugualmente,
manifestandosi in forma di errore da me non osservato"[10].
Questo imporsi di una verità tramite il falso, il lapsus, lo scarto, l'errore che c'introduce nell'irriducibile molteplicità del reale cui apparteniamo e che contribuiamo a formare e riformare continuamente è ciò su cui Freud e Bloch, da due diversi punti di vista, hanno richiamato l'attenzione. L'imporsi malgrado tutto di questa verità è quanto permette al falso di essere riconosciuto come tale, minando ogni mito della perfezione. Infatti, proprio perché nulla è perfetto in questo mondo (non solo umano, ma anche naturale), le scienze hanno una loro ragion d'essere e la ricerca sarà sempre senza fine. Non perché la verità sia in ultima istanza irraggiungibile, ma perché infiniti sono gli occhi che la guardano, come avrebbe detto Borges, ossia infiniti sono i punti di vista da cui la si osserva e le vie che la percorrono.
La storia come scienza conta su questa inesauribile possibilità di riscrittura e su questa indefinita proliferazione di prove e d'interrogativi (ogni punto di vista pone i suoi interrogativi, aprendo la possibilità di nuove prove). La verità (non più unica, non più maiuscola) s'impone sempre, anche se la si vuole negare o rimuovere, cancellare, camuffare, truccare, alterare: trova le sue strade, come ha capito Freud, trova i suoi modi, fossero i più assurdi, fossero errori o scherzi, lapsus o sbadataggini come quelli che Lorenzo Valla ha riscontrato nella Donazione di Costantino. Così come lo sguardo critico ma umanistico di Valla sull'uso delle parole l'ha portato a riconoscere che certi termini presenti nella Donazione non sarebbero mai stati usati all'inizio del IV secolo, allo stesso modo il lapsus assunse lo statuto di prova solo con Freud, grazie al particolare punto di vista offerto dalla psicanalisi prima inimmaginabile. La verità trova sempre la strada per manifestarsi, ma questa via raramente è rettilinea e ben definita: spesso resta latente per lungo tempo, aspetta il suo momento, preferisce il groviglio o la rete alla superficie piana o alla curva regolare. Except the smaller size / No lives are round, ha scritto Emily Dickinson[11]. Perché se la natura ama nascondersi, come scriveva Eraclito, la ricerca si nutre di questo amore. Un amore di ciò che è per natura imperfetto, inapparente, impreciso, incerto e quindi suscettibile di un continuo perfezionamento sulla base delle nuove prospettive che sorgono nel tempo. Ivi compresa la verità.