Il chi e il cosa del leggere
Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; me mi fanno orgoglioso quelle lette (Borges, Elogio dell'ombra, p.125)
"Fammi vedere!" "Ecco, avvicinati bene e guarda: cosa
leggi?" Non è mai stato facile leggere negli occhi di qualcuno
i reali sentimenti provati, eppure non solo la letteratura, ma anche in
molti momenti della realtà si pensa agli occhi come al luogo privilegiato
di questa lettura. Più che i gesti, la postura, la sudorazione o
i colori assunti dalla pelle del viso, sono soprattutto gli occhi a lasciarsi
leggere e a rivelare ciò che accade dentro.
Ma cosa si legge negli occhi? Non vedo niente. Apri gli occhi, che io possa
leggervi dentro se davvero è così...
L'atto dell'aprire è in genere molto legato alla lettura: un libro,
un quaderno, un diario devono essere prima aperti per poter essere letti.
Aprire vuol dire permettere l'entrata e l'uscita. Spesso leggere significa
entrare in un testo o, nel caso degli occhi, nell'intimità di qualcuno.
A volte significa uscirne, congedarsene, leggere per separarsi da ciò
che si è letto. Aprire per leggere porta con sé questo rischio,
o questa promessa: entrare per prendere congedo.
Ma ci sono anche infinite altre cose che si possono leggere senza essere prima aperte o sfogliate, perché leggere non è necessariamente un'azione complementare alla scrittura (come la scrittura non è necessariamente riducibile a un testo). In questo numero si vuol continuare un discorso sviluppato già lungo i numeri precedenti, quando si era parlato delle varie forme dei saperi, dei limiti, dei confini, del corpo, delle misure e dell'esperienza. Qui si tratta d'interrogarsi su ciò che è o implica la lettura, cosa s'intenda per leggere, quando lo si fa, perché, dove, a cosa si applica, se è un'esperienza, qual'è il ruolo del corpo o delle immagini, quali ne possono essere certi risvolti politici... Si tratti di teatro o di videogiochi, di filosofia o di Internet, di arte, cinema o matematica, spazi metropolitani o deserti africani, sempre c'è qualcosa da leggere. Perché mai, ancora nel mondo attuale, si può fare a meno di leggere, persino là dove l'analfabetismo più o meno di ritorno riduce la lettura a microsintagmi ad effetto pubblicitario e nulla più. Ovunque si giri lo sguardo, cartelli e segnali, prezzi, indicazioni, suggestioni, annunci in un'orgia di cui le metropoli sono il luogo privilegiato. "Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?" si chiedeva già Karl Kraus ai primi del secolo. Ci si lamenta, spesso, che non si legge abbastanza, quando è il contrario a essere vero: c'è troppo da leggere, e non lo si sa fare neppure bene. Questo è l'autentico analfabetismo d'origine: tutti credono d'esserne capaci, invece leggere è qualcosa che non si smette mai d'imparare. Perché tutto, ogni volta, rientra nel gioco.
Durante la lettura il corpo non rimane inerte, ma partecipa attivamente a questa attività che sembra riguardare apparentemente solo gli occhi. Invece la pelle freme, rabbrividisce e si contrae, le gambe si agitano, il respiro cambia ritmo, le dita delle mani, i piedi, le braccia, la schiena e il sesso reagiscono a ciò che si legge. E' tutto il corpo che legge. Si piange o si ride, ci si annoia o si brucia di curiosità, ci si stende o ci si irrigidisce seduti, si tiene la mano sul "mouse" con gli occhi incantati e fissi allo schermo, ci si appoggia a un muro, ci si tiene aggrappati al sostegno di un autobus, si cammina, ci si addormenta, ci si dondola... non c'è quasi posizione che impedisca la lettura. In autostrada, con velocità proibitive irresistibilmente attratte da rettilinei quasi deserti, chi resiste alla tentazione di leggere la velocità indicata dal tachimetro? E i chilometri che mancano alla meta? La targa di chi ci precede? Con la testa fuori del finestrino, in treno, a cercar di capire per quale stazione stiamo passando. &laqno;Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi di andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l'idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura...» (I. Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, p.I).
Gli aruspici leggevano il fegato degli animali squartati a questo scopo; gli indovini leggevano gli astri e i segni naturali; gli psicologi leggono i movimenti del corpo e del volto; i medici leggono i segnali e i dolori che colorano la pelle o gonfiano gli organi; i passeggeri in attesa leggono giornali e riviste, e come loro i pazienti seduti nelle sale d'aspetto...
&laqno;Il dogma. Ci sono quelli che non hanno mai letto e se ne vergognano,
quelli che non hanno più tempo per leggere e se ne rammaricano, quelli
che non leggono romanzi ma libri utili, saggi, testi tecnici, biografie,
libri di storia, quelli che leggono di tutto, quelli che "divorano
libri" e gli brillano gli occhi, quelli che leggono solo i classici,
signore, "perché non c'è miglior critico che il vaglio
del tempo", quelli che passano l'età matura a "rileggere",
e quelli che hanno letto l'ultimo Tale e l'ultimo Talaltro, perché
bisogna pure, signore, tenersi al corrente... Ma tutti, tutti, in nome della
necesità di leggere. Il dogma.» (D.Pennac, Come un romanzo,
tr.it. p.56). E invece no, questo dogma non può esser fatto valere,
perché intende un solo modo della lettura, pura attività dello
spirito colto.
La morale è la seguente: non si legge per legge.
Leggere non è mai un'attività innocente. Quando si legge,
lo si fa sempre a partire da un certo punto di vista mentale e materiale,
storico e concreto: già il fatto di "saper leggere" significa
aver assunto un certo numero di criteri di partenza e di codici che permettono
la lettura, quindi significa essere già situati in una condizione.
Leggere in modo assoluto: ecco una forma subdola di totalitarismo. O un'assurdità,
perché non esiste un assoluto della lettura: esistono sempre varie
forme e vari modi di leggere.
Rispetto allo scrivere, che è agito da un autore in una forma diretta
e che si fa in un solo modo per volta (anche se poi, nello scrivere stesso,
possono esservi strati differenti), il leggere avviene sempre e inevitabilmente
a più livelli. Leggere è un'attività solitaria solo
in apparenza: in realtà è sempre una lettura corale quella
che si svolge anche nell'intimità di una poltrona. E' corale perché
implica tutto ciò che si è già letto, le tecniche apprese,
la lingua, il supporto materiale, il contesto, la storia implicata e quella
in cui si è implicati, l'occasione, ecc. Ciò che si legge
mette in questione chi legge, lo prende nel gioco esattamente nel modo in
cui chi legge prende nel proprio gioco ciò che legge. Se è
vero che è possibile scrivere "di getto", leggere "di
getto" è un paradosso: la mediazione della riflessione e dell'attenzione
è inaggirabile. Di qui l'enorme complessità di quest'operazione,
la sua irriducibile stratificazione, l'intersezione fra i livelli, il ritmo
e il corpo, lo spazio e il tempo.
Leggere è un'attività che si basa su un rapporto. Occorre dare tutta la sua importanza a questo fatto, perché è una delle rare attività che implica "necessariamente" una relazione. Forse come l'amore, certo più dello scrivere, quasi quanto il vivere stesso: perché non è possibile leggere se non c'è qualcosa da leggere (mentre al limite è pur sempre possibile scrivere anche nella certezza di non esser mai letti, oppure amare solo se stessi). Per questo leggere non è mai un'attività narcisistica, egocentrata, autistica: è una relazione alla cosa, qualunque essa sia e in qualsiasi modo si sviluppi questa relazione. E' quindi un'apertura alla cosa, anche se quest'apertura può essere fuorviante, falsificante, dispotica, distratta o avvilente come qualsiasi relazione sociale. Perché leggere è un'attività eminentemente sociale. Soprattutto quando non si limita la lettura al solo mondo dei testi, ma la si estende a tutte le cose.
Si dice che leggere sia un'attività prevalentemente mentale, e
la direttrice occhi-cervello la via principale e unica per questo procedimento.
Se ci teniamo all'universo testuale e al linguaggio scritto in un mondo
normale, nulla sembra più naturale e ovvio: la lettura è la
ricezione di un codice, la scrittura, che fornisce una certa quantità
di informazioni. Questa trasmissione avviene tramite gli occhi, che veicolano
la materialità del codice, e il cervello che decodifica i contenuti.
Eppure gli occhi non detengono il monopolio della lettura. Basti pensare
al metodo "Braille" di lettura per i ciechi, dove il tatto svolge
la funzione dell'organo della trasmissione, e già il rapporto privilegiato
occhi-cervello non è più l'unica via. Ma la possibilità
della lettura tattile rivela anche qualcos'altro, ossia che il cervello,
da solo, non può leggere niente, e che la mente - ciò che
si chiama "mente" - non può essere qualcosa che si riferisce
esclusivamente al cervello proprio perché è nell'unione e
nel rapporto (quindi nella relazione) fra cervello e organo di senso che
un processo come la lettura diventa possibile. Lo stesso succede con la
lettura ad alta voce, dov'è l'orecchio che prende il posto degli
occhi, e magicamente il bambino (o l'analfabeta) che non sa ancora leggere
può leggere ascoltando. Quindi definire "mentale" il leggere
è legittimo solo se con questo termine s'intende anche dare tutto
il suo peso a ciò che vi è di corporeo.
Perché è tutto il corpo che legge, quando si legge. Chi ascolta
la lettura socchiude gli occhi per non distrarsi e si fa tutt'orecchi, avvicinandosi.
Le dita del cieco che scorrono sulle piccole bollicine del Braille e carezzano
le pagine danno un gusto alla lettura che i vedenti non possono percepire.
J.L.Borges, mentre l'oscurità gli velava sempre più la vista
e sapeva che leggere gli sarebbe stato per sempre impossibile, acquisì
una nozione più larga della lettura che gli avrebbe permesso a lui,
cieco, di continuare: "Quando si cancellarono ai miei occhi/ le vane
apparenze che amavo, / i volti e la pagina, / mi detti allo studio del linguaggio
di ferro / che usarono i miei antichi per cantare / solitudini e spade".
E' un altro modo, certo, più difficile e meno comune; non per questo
però minore, perché il mondo si estende in altre direzioni
dove gli ostacoli, come l'ombra che cala sulla vista, sono porte che si
aprono altrove: "Dinnanzi al libro, il giovane s'impone una disciplina
precisa / e lo fa in vista di un preciso conoscere; / ai miei anni ogni
impresa è un'avventura / il cui confine è la notte".
Ecco perché "il còmpito cui attendo è illimitato
/ e dovrà accompagnarmi fino all'ultimo, / non meno misterioso dell'universo
/ e di me, l'apprendista".
Quando Borges scrive che i fogli dei libri per lui non hanno più
lettere, e che questo non gli fa paura, anzi, è una dolcezza e un
ritorno, dice anche che leggere non si fa solo con gli occhi, ma con la
memoria e l'oblio: "Delle generazioni di testi che ha la terra / non
ne avrò letti che alcuni,/ quelli che leggo ancora nel ricordo, /
che rileggo e trasformo". Tutto il corpo partecipa a questa attività
dove la pagina diventa materia su cui si plasmano le infinite trasformazioni
possibili. Il ricordo risuona nel corpo, l'oblio ritrasforma le cose e il
poeta continua a leggere il mondo.
Sono trasformazioni della lettura e del leggere, quando questi si estendono a ogni cosa. Perché è possibile leggere ogni cosa. Basta imparare a farlo, ed ecco che tutte le cose si aprono entrando in relazione fra loro e con noi, cambiando, rispondendo, formandosi in questo gioco che è sempre reciproco. Non c'è lettura insomma senza reciprocità. Quindi, come nel romanzo di Calvino, che al lettore venga dato il primo posto.
E.C.G.