Come si legge un fatto storico?

Enrico Castelli Gattinara

Leggere non è mai un'attività innocente. Non è neppure un'attività esclusivamente recettiva, dove il lettore assorbe passivamente ciò che altri hanno scritto. Ogni lettura è un intervento diretto sul testo. Leggere implica infatti sempre un'attività di adattamento del testo alle proprie aspettative, alle proprie credenze, alla propria sensibilità, eccetera. E' insomma un'attività conoscitiva, anche quando viene svolta per puro piacere, senza pretese, come semplice intrattenimento. Chi legge un fumetto, un romanzo giallo o un articolo di cronaca scandalistica interviene sempre nel testo, coglie certi aspetti a scapito di altri, fa attenzione solo a certi dettagli, si annoia su certi passaggi, cerca di sapere determinate cose, salta, corre alla fine, torna indietro e si muove nel testo con libertà. Decide lui quando cominciare o interrompere la lettura, quando terminarla, quando tralasciarla del tutto, e questo inevitabilmente "agisce" su quanto ha davanti agli occhi.
L'oggetto della lettura non se ne sta là inerte e compiuto, ma reagisce ogni volta differentemente all'attività del lettore. Gli scrittori e i poeti lo sanno, e dosano sapientemente lo scritto per non occupare loro tutto il posto, ma sanno anche come indirizzare l'inevitabile intervento del lettore. Siamo in una specie di libertà vigilata, o di vincolo democratico, dove gli attori possono agire fino a un certo punto, ossia fino al punto in cui non s'incontra l'agire dell'altro attore.
Ogni lettura aggiunge una parte di verità a ciò che è letto, perché non c'è un modo ideale, un tempo ideale o una situazione ideale per leggere qualcosa. La verità, è la lettura che finisce di istituirla, o costruirla, secondo le direzioni indicate dal suo oggetto. Non c'è neppure una realtà assoluta da leggere, perché tutte le letture apportano alla realtà concreta di ciò che viene letto una parte aggiuntiva e indispensabile di realtà e concretezza. Per questo un testo qualsiasi non è mai compiuto del tutto, quando lo si sia scritto nella sua versione cosiddetta definitiva: gli manca ancora l'altro lato della realtà, quello appunto della lettura, delle sue innumerevoli letture possibili.
Qualcosa di simile accade anche nell'apparentemente asettico mondo delle scienze. Fin dai primi decenni del `900 scienziati e filosofi hanno cominciato a rendersi conto che l'oggetto su cui volge l'attività dello sperimentatore non se ne sta là inerte ad aspettare che lo studioso ne sveli la verità. La neutrale oggettività del fatto scientifico non è per nulla tale; anzi, a rigore non esiste un "fatto oggettivo" di cui lo scienziato dovrebbe "scoprire" le leggi e la natura, perché ogni fatto è appunto "fatto", costruito dallo scienziato stesso e da una serie piuttosto numerosa di altri fattori che istituiscono con l'oggetto un rapporto analogo a quello fra il lettore e la sua lettura. Non aveva torto, Galileo, quando scriveva che la Natura è un libro, solo che questo libro è fatto d'infinite cose e non è scritto solo in caratteri matematici, come invece lui pensava.

La definizione di "fatto" storico non è cosa banale e solleva non pochi problemi d'ordine pratico e teorico da circa un secolo. Il problema si è posto già dalla fine del secolo scorso, quando alcuni filosofi e scienziati si sono interrogati sullo statuto del "fatto" tout court, e avevano concluso che un fatto - ciò che era una certezza fondamentale per la scienza del XIX secolo nella sua datità, base irrinunciabile di ogni conoscenza sperimentale - non era qualcosa di così oggettivo e neutrale come si pensava. Ne nacque una polemica che dura ancora oggi e che non sembra poter avere fine.
La storia, quando a partire dal secolo scorso si è voluta legittimare come scienza, aveva anche lei a che fare con i fatti, solo che questi non erano così solidi e concreti come quelli della fisica o della chimica, e allora ha cercato in tutti i modi di definirli nel modo più rigoroso emulando le scienze cosiddette "dure". La speranza scientista della storia è però durata poco tempo. Un cinquantennio, forse qualcosa di più, poi è entrata inesorabilmente in crisi.
Cos'era infatti un fatto storico? Cosa poteva esser trattato come un fatto, alla stregua della fisica che trattava una forza come la gravità? L'assassinio dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo il 28 luglio 1914 è senza dubbio un fatto sul quale nessuno avrebbe voglia di sollevare dubbi. Il trattato di Campoformio è anch'esso un fatto, come l'editto di Costantino, le epidemie di peste nel XIV secolo, l'invenzione della stampa, la scoperta dell'America, i campi di sterminio nazisti o la politica della pulizia etnica nei balcani. Anche la scrittura cuneiforme è un fatto storico, oppure l'invenzione dell'aratro o l'impiego della polvere da sparo per scopi bellici.
E la forma dell'elsa della spada di re Artù, oppure il carattere tipografico degli incunaboli, la forma di un campo della Linguadoca, il materiale del tetto di una fattoria bavarese, il costume da festa di una contadina lituana dell'800, l'abito da lavoro di un minatore inglese del `700, le posate, le candele, il cibo, i nomi dei villaggi, i proverbi, le filastrocche... sono anch'essi fatti storici? E se lo sono, in che modo li deve considerare uno studioso?
Se tutte queste manifestazioni della vita umana sociale, individuale, economica, politica, artistica, religiosa, linguistica, eccetera sono fatti storici, è possibile leggerli nello stesso modo?

Fin dai primi decenni del `900 ci si è resi conto che i fatti storici non sono tutti uguali, e soprattutto che non c'è un solo modo di leggerli e utilizzarli... ammesso che si possa ancora parlare di fatti come di entità oggettive che si offrono allo sguardo e alla curiosità dello storico. Ma sappiamo che non è così. E lo sappiamo proprio dai primi del nostro secolo, quando è caduta l'illusione confortante della loro oggettività e ci si è resi conto che i fatti erano veramente fatti, nel senso dell'esser fatti, costruiti e istituiti dallo studioso, dalle sue aspettative, dal contesto della sua formazione, dalle circostanze della sua ricerca, dalle sue idee, dai suoi rapporti con le istituzioni e coi colleghi, da innumerevoli altri fattori che travolgono e travalicano il ricercatore stesso e impediscono al fatto di restare un mero fatto, un dato gettato là per essere analizzato come una cosa inerte. Leggere un fatto significa interpretarlo, lavorarci su.
Si è scoperto - ma questo è valso per tutte le scienze - che le cose inerti non esistono e che il rapporto fra scienziato e oggetto della ricerca è assai più complesso di quanto si fosse pensato. La casa non è una casa, il microbo non è un microbo, l'elettrone non è un elettrone, la malaria non è la malaria. O meglio, tutte queste cose sono assai più complesse e meno circoscritte di quanto ancora oggi si pensi.
Agli inizi del secolo, sulle orme di illustri scienziati e filosofi delle scienze, anche alcuni storici si sono interrogati sui propri oggetti e sul proprio metodo di studio. Questo lento sforzo di rielaborazione alla luce delle nuove teorie scientifiche e della crisi in cui sembrava sprofondare sempre di più l'immagine acquisita della ragione classica ha fornito agli storici (a certi storici francesi soprattutto) uno spunto per allargare i propri orizzonti e trattare i problemi con maggiore libertà.
Ne nacque alla fine degli anni Venti una nuova rivista, le Annales d'histoire économique et sociale, che inizialmente restò ai margini della storia istituzionale, ma che dopo la guerra s'impose, soprattutto a partire dagli anni `50, come il punto di riferimento della storia più avanzata. I suoi direttori iniziali, Marc Bloch e Lucien Febvre, furono fra coloro che determinarono un cambiamento radicale nel modo di leggere i fatti storici.

Febvre proponeva infatti di parlare non più in termini di storia-scienza, ma di storia-problema, poiché la scientificità della storia non doveva più trastullarsi ingenuamente su pretese oggettività documentarie. Al contrario, tanto più scientifica era la storia quanto più era capace di porre problemi, proprio perché "alla base di tutte le procedure scientifiche moderne" stanno due operazioni: "porre problemi e formulare ipotesi". Il che significava "far penetrare nella cittadella dell'oggettività il cavallo di Troia della soggettività..."[1]. Questo voleva dire abbandonare la convinzione che i fatti ci fossero forniti da una Provvidenza generosa e saggia, e che occorresse soltanto registrarli passivamente. Tutt'altro: anche per lo storico (anzi, forse proprio a maggior ragione per lo storico) non si tratta di osservare, quanto di interpretare ciò che più che un dato è una vera e propria astrazione. Di fatti bruti non ne esistono. "I fatti storici, anche i più umili, è lo storico a richiamarli in vita", e chi pratica la storia per mestiere sa quanto difficile e indiretta sia la strada che porta a individuarli.
I fatti non vengono assunti per presa diretta; al contrario, "lavoratori pazienti che si susseguono dandosi il cambio li fabbricano lentamente e faticosamente grazie a migliaia di osservazioni giudiziosamente interrogate e a dati estratti, anch'essi laboriosamente, da documenti molteplici"[2]. Da dove lo si trarrebbe, questo fatto inteso un tempo come l'atomo costitutivo della storia, si chiede Febvre. Un fatto in sé non esiste. Si pensi, scrive lo storico, all'assassinio di Enrico IV da parte di Ravaillac. Apparentemente, un fatto indiscutibile. Ma se lo si analizza e lo si scompone nei suoi elementi che per un verso sono materiali e per un altro spirituali, allora la sua unità complessa d'incastri e di sovrapposizioni si scioglie nei risultati combinati di leggi generali, di circostanze particolari di tempi e di luoghi, di circostanze proprie a ciascun individuo, conosciuto o sconosciuto che sia, ma che tutte hanno avuto un ruolo nella faccenda... ecco allora che il fatto che ci appariva come un "dato di fatto" si scompone e si articola in mille sfaccettature, e ciò che chiamiamo "assassinio di Enrico IV" non è che un modo di stabilirne la complessa unità. Ecco il lavoro specifico dello storico, ciò che Febvre chiamava l'invenzione e la costruzione del fatto, lavoro che seguiva uno sforzo delicato e appassionante compiuto con l'ausilio d'ipotesi e di congetture. E' lo storico, insomma, a definire "assassinio" quello di Enrico IV, o a leggerlo come tale dandogli l'importanza che ritiene opportuna: il fatto in quanto tale, l'azione compiuta da Ravaillac, non la si può epurare dal resto, non sarà mai leggibile come un'azione "pura".
Diciamo, in un certo senso, che per leggere la storia occorre sempre inforcare un paio d'occhiali, anche se non è detto che un tipo di lenti sia più adatto di un altro. Vale, per la storia, lo stesso problema che vale per le scienze che si occupano della realtà fisica: la conoscenza che se ne può avere non è mai pura, non è mai "diretta" e "oggettiva", perché deve pur sempre passare per il filtro della nostra mente. Il risultato è quindi sempre un ibrido fra ciò che è e ciò che diciamo che sia, senza che tale distanza possa mai essere colmata (altrimenti si rischia il paradosso dei cartografi dell'impero di cui parlava Borges, i quali presi dalla smania di render sempre più precisa e dettagliata la propria carta, finiscono col disegnarla delle stesse dimensioni dell'impero reale). Lo storico lavora un po' come l'istologo, spiegava Febvre: "l'essenziale del suo lavoro consiste nel creare, per così dire, gli oggetti della sua osservazione, con l'ausilio di tecniche spesso molto complicate. Poi, una volta acquisiti tali oggetti, nel "leggere" le sue selezioni e le sue preparazioni. Compito singolarmente arduo; perché descrivere ciò che si vede, passi, ma vedere ciò che bisogna descrivere, ecco il difficile"[3]. Come a dire che non si finisce mai d'imparare a leggere.
Gli storici hanno cominciato allora ad allargare il proprio orizzonte, hanno abbandonato i sogni scientisti dei decenni precedenti e, ormai quasi sicuri del trionfo istituzionale della prorpia disciplina, si sono lanciati alla ricerca di alleanze che gli permettessero di scrivere un tipo di storia che corrispondesse alle letture molteplici in cui continuamente s'imbattevano trattando delle vicende umane nel tempo. Per questo occorreva cambiare spesso punto di vista, farsi geografo, linguista, sociologo, psicologo e altro ancora, oltre che storico. Confrontare fra loro documenti di ogni genere e far incrociare epoche fra loro anche molto distanti, senza restar chiusi nelle compartimentazioni epocali tradizionalmente accettate (età classica, medioevo, modernità, ecc.), e imparare a leggere anche ciò che era ritenuto prima inconcepibile, travalicando l'imperialismo dei testi scritti.

Il fine di Bloch, per esempio, era quello di estendere la nozione di documento ben oltre l'ambito dei testi. Fu lui a inaugurare la storia comparativa negli anni `30 e a promuovere il mimetismo dello storico, alleandosi e sostituendosi al lavoro di geografi, economisti, linguisti ecc. Nel giro di relativamente pochi anni, gli storici si sono trovati di fronte a un materiale immenso: non più solo testi laboriosamente tratti dagli archivi, ma un numero indefinito di documenti d'ogni genere per i quali occorreva ogni volta una precisa griglia di lettura.
Questo diede un nuovo impulso alla storia come disciplina, che imparò a leggere il mondo nelle sue mille e mille sfaccettature, perfezionandosi, certo, ma restando sostanzialmente fedele a questo impulso metodologico ricevuto in quei primi decenni del secolo. Ancora oggi la lezione delle Annales è considerata un'esperienza cruciale cui non è più possibile rinunciare, benché da allora i modi di lettura abbiano giustamente subito cambiamenti anche radicali, imboccando percorsi divergenti e comunque molteplici.
S'era imparato a leggere, potremmo dire. S'era imparato a porre attenzione a cose che prima tacevano, e non essendo lette da nessuno neppure esistevano, perché ogni realtà è tale solo quando viene riconosciuta (ossia letta).
Si può fare un esempio significativo di questi cambiamenti, ma anche delle difficoltà che comportano e hanno comportato, prendendolo da un ramo della storia ancora non molto comune, ma assolutamente recente (non economico, politico, militare o sociale).

Lo storico della medicina J.P.Peters, raccontando qualche anno fa la storia particolare del paludismo in Francia, si è tovato di fronte al fatto semplice ma misterioso della sua repentina scomparsa a partire da un certo periodo del XIX secolo. Si è aperto così il problema del perché il paludismo sia scomparso proprio in quel periodo, per non tornare mai più ad affliggere quelle campagne. Nei decenni precedenti erano state prese una serie di misure volte a risolvere il problema, ma tutte si erano rivelate inefficaci. Neppure la bonifica dei terreni, semiabbandonati e comunque appartenenti a grandi proprietari, aveva potuto sradicare il male, e i contadini poveri di quelle contrade lo consideravano come una dannazione con la quale dovevano necessariamente convivere. Erano proprio loro, infatti, le vittime principali, e per questo si ritenevano quasi degli animali, comunque dei sotto-umani indegni di esser considerati come uomini alla stessa stregua non certo dei padroni, ma almeno dei cittadini o dei medici e dei funzionari che percorrevano quelle lande alla ricerca di un soluzione. Pur sottoposti ai più diversi trattamenti sanitari, il morbo continuava caparbio a mietere le sue vittime. E' solo a partire da un certo periodo che la malattia regredì fino a scomparire del tutto, come se la popolazione contadina locale fosse improvvisamente divenuta immune alle temibili zanzare, veicoli del morbo. Eppure le misure prese erano sempre le stesse: canalizzazione delle acque e bonifica delle paludi avevano concentrato tutta l'acqua della grande regione paludosa in un'infinità di stagni artificiali (dove le zanzare potevano tranquillamente continuare a riprodursi), e i trattamenti sanitari a base di chinino non erano cambiati. Quello che tuttavia era cambiato, osserva Peters, era l'atteggiamento dei contadini nei confronti di se stessi. I grandi latifondi si andavano restringendo, i proprietari terrieri vendevano appezzamenti che i borghesi ricchi acquistavano per farne tenute di caccia, le rivoluzioni sociali infondevano nuova dignità alle classi popolari e i terreni acquisivano valore. Quelle campagne fino allora ritenute abbandonate da Dio, flagellate da un morbo inestirpabile e quindi senza alcun valore né monetario, né morale, erano improvvisamente diventate fonte di speculazione e di lavoro. Quindi di ricchezza. I locali erano dunque saliti nella scala sociale, e da contadini vittime subumane e senza importanza erano diventati lavoratori, guardiacaccia, tavernieri, stagionali, ecc. Erano insomma entrati a far parte degli umani a tutti gli effetti, e le zanzare non ebbero più nessun potere su di loro.
Ecco in che modo Peters "legge" e interpreta la scomparsa del paludismo: il miglioramento delle condizioni economiche permette agli abitanti di quelle zone di recuperare la fiducia in sé stessi, e questo li rafforza in modo tale da incidere persino sul loro sistema immunitario, il che fa sparire il paludismo dalla Francia come né le bonifiche, né la somministrazione di medicinali erano riusciti a fare. Questa lettura particolare dei fatti rende conto di aspetti che normalmente la storia della medicina non considera, né giudica rilevanti o opportuni. Eppure le spiegazioni tradizionali (opere idrauliche, invenzione e somministrazione di massa di nuovi medicinali, ecc.) si erano rivelate inefficaci. Il "fatto" della scomparsa del paludismo, nella sua complessità, richiede una lettura più allargata e invita a stabilire o cercare connessioni capaci di allargare il nostro orizzonte interpretativo. Richiede anche documenti da leggere non sempre convenzionali: il corpo del contadino, la sua autostima, le congiunture economiche, la relazione fra apparato immunitario e ruolo sociale.
Questo vale soprattutto perché il fatto stesso, in questo caso la scomparsa di una malattia endemica, è una costruzione che ritaglia un suo spazio specifico in una complessità multirelazionale. Si dice: nell'insieme informe di credenze, usi, costumi, abitudini, strumenti, forme di vita, cibi, abitazioni, temperature, condizioni ambientali, situazioni geografiche, storie personali e di gruppo, eccetera, si ritaglia un certo periodo e si circoscrive una certa serie di situazioni, escludendone molte altre, e gli si dà il nome di "scomparsa del paludismo" sulla base di una determinata concezione della malattia, di certe convinzioni, di un sapere scientifico di un certo tipo, eccetera, che ci caratterizza come studiosi. Per farlo, diamo per implicite molte forme di lettura e molte idee preconcette ben radicate nella nostra formazione di base: prima fra tutte, in questo caso, quella secondo cui un morbo colpisce biologicamente sempre, oppure mai (le zanzare trasmettono la malaria quale che sia la condizione sociale delle vittime, il cancro non guarisce da solo, di AIDS si muore comunque, ecc.).

Come si vede, le cose non sono affatto semplici. L'evidenza di un fatto è tale solo per chi condivide tutto ciò che costituisce il retroterra di quest'evidenza. Se il sapere medico non si fosse evoluto nella direzione che oggi conosciamo, se l'economia non avesse intrapreso quelle determinate forme di sfruttamento dei terreni agricoli, se la religione fosse ancora oggi il referente determinante per ogni tipo di spiegazione, allora non parleremmo di "scomparsa di una malattia" ma, per esempio, di "fine dell'ira divina" o, in altra prospettiva, questo fatto non esisterebbe per nulla (nel senso che sarebbe privo di senso qualcosa come una malattia endemica che a un certo punto finisce).
La storia insegna questa difficoltà. Lo storico Marc Bloch faceva l'esempio di un generale appena uscito vincitore dal campo di battaglia. E' lui che comincia immediatamente a stenderne di suo pungo il resoconto. Testimone attivo, ne ha concepito il piano di battaglia e ne ha diretto le azioni, osservando coi suoi occhi lo svolgimento della mischia (ammesso che il campo di battaglia fosse ristretto come nell'antichità). Malgrado ciò, come gli era successo prima in piena azione, anche ora che descrive e racconta deve necessariamente ricorrere all'aiuto dei suoi luogotenenti per approfondire diversi episodi importanti. Infatti le immagini che aveva visto a occhio nudo o col cannocchiale in modo più o meno confuso, fra il fumo e la polvere sollevati dallo scontro, dovevano essergli continuamente confermate e spiegate nei dettagli dai vari aiutanti di campo e staffette che nel loro frenetico va e vieni lo aggiornavano su ciò che stava accadendo, permettendogli così di prendere le sue decisioni e muovere le sue truppe o le sue artiglierie. La sua osservazione diretta dei fatti non era assolutamente sufficiente. Lui, testimone diretto, ha bisogno di altri testimoni diretti. Quando poi il campo di battaglia si allarga e diventa un fronte di centinaia di chilometri, o uno spazio aereonavale, o addirittura un paese lontano e straniero visto attraverso schermi, radar e impulsi, allora tutta l'alea dell'osservazione diretta svanisce e va ripensata.

Bloch scriveva: "qualsiasi raccolta di cose viste comprende una buona metà di cose viste da altri". E questo vale tanto per il passato quanto per il presente, poiché anche chi analizza e riflette sull'epoca presente deve necessariamente ricorrere agli altri, e lasciar perdere l'inutile mito dell'osservazione diretta o dell'osservazione totale. Il che naturalmente non vuol dire che nessuna osservazione è possibile, o che non possa mai essere del tutto affidabile. E' che l'osservazione di un fatto non può illudersi di essere fuori dal contesto che ritaglia lo stesso fatto come un fatto. Certo, "il passato è, per definizione, un dato non modificabile. Ma la conoscenza del passato è una cosa in fieri, che si trasforma e si perfeziona incessantemente"[4].
Questa trasformazione implica una costante ridefinizione degli oggetti, la quale a sua volta comporta una vera e propria ristrutturazione dei documenti e delle testimonianze stesse. La lettura di uno storico non è mai ingenua e cambia come cambia, crescendo, chi legge un grande romanzo o una poesia. Prendiamo l'esempio di Tito Livio: per un lungo periodo è stato considerato una delle fonti principali della storia romana, e i suoi testi sono stati letti come preziosi documenti storici atti a ricostruire la veracità degli eventi e delle priorità. In seguito però gli sviluppi della storiografia hanno preso altre strade, scoprendo che gli scritti di Livio non testimoniavano integralmente della verità, ma adattavano il racconto a una ricostruzione degli eventi volta ad esaltare il primato di Roma nel mondo mediterraneo. I criteri di verità erano altri, o meglio la complessa rete di cui è tessuta la verità veniva presentata solo sotto certi aspetti a scapito di altri, mentre in seguito, soprattutto dalla fine dell'800 e dai primi decenni del `900, ci si interessava a nodi e a percorsi possibili ben diversi, pur restando all'interno della stessa rete. La storia si faceva scienza, e come tale allargava le sue letture. Livio non veniva più letto come un testimone fedele dell'epoca perché lo studio di altre testimonianze, meno dirette e spesso più rivelative come le monete o le medaglie, le iscrizioni, la forma degli abiti o i materiali da costruzione fornivano informazioni che negavano o ridimensionavano le sue affermazioni (in certi casi, naturalmente, le confermavano).

Questo naturalmente non significa che gli storici non leggono più Tito Livio, ma che lo leggono in modo diverso: non è più il testimone fedele dell'epoca, ma un uomo del suo tempo fedele all'idea che Roma voleva dare di sé. Il documento cambia natura. I suoi libri hanno perso l'aspetto di cronache veritiere, ma hanno acquistato quello di essere un fenomeno di costume intellettuale. Senza volerlo, Livio ci racconta e ci rivela una gran quantità di cose sugli usi e i costumi della sua epoca, anche se queste informazioni lui stesso, e gli storici dei secoli passati, le consideravano come del tutto trascurabili. Oggi invece sono proprio queste informazioni di dettaglio, per esempio sui cibi, le strade o le capigliature, a contenere quelle verità di cui, come storici, siamo alla ricerca (proprio come le monete, la cui destinazione diretta non era certo quella di indicare i luoghi dei commerci in relazione all'epoca della loro coniazione).
C'è anche qualcos'altro però che il testimone Livio ci trasmette, e se non è un testimone affidabile per le guerre e l'onestà politica dei romani, lo è senz'altro per farci capire il ruolo degli intellettuali e degli storici dell'epoca, nonché il loro rapporto e la loro integrazione al potere. Nei suoi libri lo storico ci legge quindi molte cose ancora, anche se non proprio quelle per le quali l'autore le scrisse. Ci legge persino le falsità, e le cerca talvolta con curiosità e passione, come cerca gli errori o le false opinioni grazie alle quali può ricostruire un clima intellettuale, una serie di preconcetti, una differenza culturale, ecc. "Ciò che il testo ci dice espressamente non costituisce più l'oggetto preferito della nostra attenzione"[5], sottolinea lo storico.
Il documento cambia in questo modo la sua destinazione e la sua posizione nel tessuto della verità da costruire, ma resta un documento e il suo rapporto alla verità resta un fattore essenziale. Solo che il modo in cui lo si legge e ciò che vi si legge può cambiare profondamente, ed è per questo che la storia si trasforma incessantemente. Ma se la storia si trasforma, cambia anche la verità in nome della quale si proclama una scienza, perché la verità storica del racconto di Livio non è più ritenuta tale, e non lo è sulla base di ricerche che noi oggi chiamiamo più approfondite e circostanziate. La sua verità non è più la nostra, come la nostra non sarà inevitabilmente quella delle epoche future (il che non implica una inesorabile rinuncia alla verità, ma più semplicemente la coscienza della sua inevitabile storicità).

A partire dai primi del Novecento si è dunque assistito a quella che R. Aron ha chiamato "la dissoluzione dell'oggetto", e che ha rappresentato uno dei momenti essenziali della cosiddetta crisi della ragione. "Non esiste una realtà storica, già data prima della scienza, che occorrerebbe soltanto riprodurre fedelmente. La realtà storica, essendo umana, è equivoca e inesauribile. Equivoche sono la pluralità degli universi spirituali attraverso cui si svolge l'esistenza umana, e la diversità degli insiemi nei quali prendono posto le idee e gli atti elementari. Inesauribile il significato dell'uomo per l'uomo, dell'opera per gli interpreti, del passato per i presenti successivi"[6].
I modi di leggere un documento dipendono allora dalle diverse strategie operative in cui esso viene inserito, dal punto di vista del lettore o dei lettori, da quello di chi ha prodotto quel determinato documento, dalle circostanze che l'hanno prodotto, da quelle che l'hanno portato nuovamente alla luce, dalle aspettative che si hanno, dagli obiettivi prefissati, dalla curiosità, dai rapporti di forza fra chi l'analizza e da innumerevoli altri fattori di cui è quasi impossibile rendere esaurientemente conto. Questo perché il documento si presta a una molteplicità di approcci possibili, aprendo una verità - la verità storica - che è sempre una verità di relazione (ma che per il fatto d'esser di relazione non è per questo meno vera, come certe espressioni del relativismo culturale hanno cercato di sostenere). Per secoli si è pensato che la verità fosse una "cosa" indipendente, che si poteva scoprire o rivelare, ma che rimaneva in sé immutabile e intangibile come le tautologie matematiche del tipo 5+7 = 12. Nel nostro secolo le cose sono cambiate, e i criteri tradizionali di verità han cominciato a esser messi in discussione per aprirsi a una visione più "debole", più "relazionale" della verità, dove il soggetto e l'oggetto entravano entrambi in gioco. Come a dire che il ruolo del lettore si è finalmente fatto sentire sul testo, che dai primi del Novecento in poi non è rimasto più un'entità infrangibile e intoccabile, data una volta per tutte.

Non si pensi che una situazione del genere sia priva di conseguenze. Al contrario, le gigantesche possibilità aperte da questa nuova prospettiva portano con sé problemi altrettanto grandi. Questo aspetto della questione tocca per esempio in modo drammatico la storia, perché se un documento non può mai esser soggetto a una lettura definitiva, allora nessun documento dovrebbe essere mai eliminato. Per l'archivista ciò significa la catastrofe per accumulazione. Si sa infatti che la preoccupazione maggiore degli archivisti dopo quella di salvaguardare i documenti è quella di salvare dello spazio, ossia di eliminare tutto ciò che non serve per evitare di accumulare enormi quantità di materiali inutili. E' un po' quello che succede in casa, quando si fa pulizia e si rimettono a posto i cassetti perché lo spazio comincia a mancare: una grande quantità di oggetti, carte, documenti, fatture, scontrini, cartoline ecc. finiscono inevitabilmente nel cestino. Quando l'ultimo dei genitori o dei nonni decede, l'appartamento in cui viveva passa in altre mani e dev'essere svuotato da tutto ciò che contiene e che non interessa gli eredi: collezioni di oggetti, lettere, classificatori per le tasse, fatture, bollette, fotografie, biglietti di ogni tipo, interi schedari, appunti, scritti nascosti, ricette... e se per caso il defunto aveva svolto un'attività autonoma, tutti i documenti relativi a tale attività accumulati negli anni e di cui le cantine si rivelano preziosi custodi, tutto dev'essere eliminato, selezionato, ridotto. Nessun archivista sarebbe disposto ad accogliere tutto il materiale che potrebbe venir conservato, proprio come l'erede non conserva del caro estinto che gli oggetti che lui considera di valore, qualche fotografia e pochi altri ricordi.
Se però il documento può essere interrogato in infiniti modi, e se il modo in cui può venir interrogato non è prevedibile, perché la ricerca futura può considerare documento ciò che per noi è del tutto inutile conservare, per esempio un biglietto di auguri natalizi, l'invito a una mostra o uno scontrino, allora il compito dell'archivista diventa quasi impossibile. Quando lo spazio comincia a mancare e lui si trova nella necessità di ripulire un po' i fondi dai documenti "inutili", come farà a scegliere? Come può sapere quello che interesserà gli storici di domani? L'erede sa cosa gli interessa, e seleziona gli oggetti in funzione di ciò che vuole; ma l'archivista? Spesso lo storico si trova nella stessa situazione di quei nipoti che s'entusiasmano all'apertura delle cantine dei nonni, perché gli oggetti che vi erano stati relegati hanno acquistato un valore anche di mercato, oppure di quei figli che, cresciuti, rimproverano i genitori d'aver buttato quei giocattoli o quegli oggetti che adesso loro vorrebbero poter conservare ("il trenino di quand'ero piccolo", "la mia bambola di porcellana e stoffa, non come quelle che fanno adesso..."). Il genitore, come l'archivista, non può materialmente conservare ogni cosa, e sceglie in base ai suoi bisogni, alle necessità del momento e alle sue previsioni: deve sapere però che in futuro le cose possono assumere un diverso valore, può rimpiangere quel biglietto d'invito buttato senza pensarci troppo perché adesso gli farebbe tanto comodo l'indirizzo riportato nell'intestazione... e quel biglietto che era destinato a comunicare solo un invito sarebbe stato ora letto come un frammento di rubrica.
Lo storico è questo lettore insaziabile delle cose, di tutte le cose, persino di ciò che non viene abitualmente neppure considerata una cosa. E' il testimone del tempo che passa e dell'instabilità delle importanze: quel diploma di laurea ritenuto fondamentale e gelosamente incorniciato sul muro dello studio a testimonianza indelebile del proprio prestigio finisce fra i rifiuti, qualche decennio dopo, quando lo studio è ormai chiuso e il titolare del diploma scomparso. Allo stesso modo, il nostro generale che scrive di suo pugno "a futura memoria" l'andamento di quella che ritiene una memorabile battaglia verrà secoli dopo ignorato, disprezzato e il suo scritto letto per individuarne vanità e debolezze, piuttosto che la verità dei fatti. Invece la lista del pranzo, le ricette mediche che erano servite a curargli l'emicrania o i prezzi dell'amore venduto la sera prima acquistano importanza documentaria per testimoniare di un altro "vero", inconcepibile per lui. "In ogni momento della storia - ha scritto A. Prost - vi sono questioni storiche che non si pongono più, e altre che invece si pongono". Per questo bisognerà sempre riscrivere la storia, e di conseguenza rileggerla in continuazione.

In questo modo è forse possibile rispondere alle considerazioni di Fukuyama, il professore giapponese di scienze politiche che considera "finita" la storia a partire dal 1989. Ciò vale naturalmente per una cultura che, come la nostra, è stata impregnata di storia da circa due secoli, e dove la storia è stata usata soprattutto nello scontro ideologico che ha opposto due o più interpretazioni diverse del potere economico, politico e sociale. Una volta esaurita la spinta propulsiva delle grandi ideologie, scrive Fukuyama, e soprattutto dopo che una delle ideologie, coi suoi corollari tecnologico-scientifici, ha preso il sopravvento su tutte le altre, dominando incontrastata su tutte le altre forme della vita umana associata - parliamo naturalmente del capitalismo liberalistico nelle democrazie occidentali - non essendoci più contrasto e lotta con altre forme d'organizzazione socio-politico-economica la storia finisce. Ammesso, ovviamente, che la storia consista e abbia senso in funzione dei contrasti e dei loro esiti in ambito umano. Sarebbe questo il destino implicato dalla globalizzazione.
Il discorso di Fukuyama non va trattato come di solito si è fatto, con sufficienza e superficiale disprezzo, perché non è affatto privo di senso. La sua validità di fondo consiste nella concezione della storia come qualcosa che si fonda sulla differenza, e che senza differenza e processi di differenziazione naturalmente scompare, o finisce. Solo che questo assunto, da solo, non basta a definire il destino della storia, né quello addirittura dell'umanità. In primo luogo perché non è detto che il processo di globalizzazione cui indiscutibilmente assistiamo sia così totale da eliminare ogni differenziazione interna ed esterna. In secondo luogo perché non è possibile stabilire il grado delle differenziazioni che implicano lo svolgersi della storia, ossia se l'entità dei fatti e delle differenze, per entrare nella storia, debba essere di una certa grandezza, e quale questa sia. L'assassinio di un arciduca erede al trono può esser considerato un evento storico in grado di far esplodere tensioni mondiali accumulate da decenni, ma lo stesso evento nei riguardi di un re una manciata di anni prima può non avere le stesse implicazioni (per esempio nel caso di Umberto I). Lo stesso vale per due grandi "scoperte-conquiste" molto lontane fra loro nei secoli: 1492, le Indie occidentali e 1969, la Luna. La conquista e colonizzazione delle Americhe è stato senz'altro un evento storico ricco di conseguenze, mentre tale non si può dire il caso per la Luna... anche se non è mai detta l'ultima parola, in storia, perché le possibilità di leggerla non finiscono mai. E allora, terzo luogo, se vale il discorso che si è fatto fin qui sulla lettura della storia, nessuna fine sarà mai possibile poiché quanto oggi può sembrare irrilevante a Fukuyama potrebbe diventare cruciale domani secondo un altro tipo di lettura (ma tale è già il caso, come è stato rilevato da alcuni suoi critici). Vale a dire che la globalizzazione, l'omologazione e l'asfissiante identificazione di massa in un solo modello comportamentale "post-umano" può forse valere per i grandi numeri (pur sempre con beneficio d'inventario), ma fallisce su scale più piccole, là dove si manifestano sacche di resistenza di segno opposto (progressiste o conservatrici) che "infastidiscono" l'equilibrio statico del sistema, e che sovente - ecco tornare la storia - hanno imposto mutamenti anche radicali di direzione.
C'è poi un'ultima considerazione da fare a proposito del discorso di Fukuyama, che riguarda direttamente ciò che lui chiama storia: la storia finirebbe, secondo il suo punto di vista, perché l'umanità che la nutre dei suoi conflitti non esiste (esisterà) più tanto sul piano delle conflittualità (globalizzazione e omologazione), che su quello biologico, visto che le biotecnologie sembrano promettere il superamento degli "esseri umani" come erano stati concepiti fin'ora (secondo uno schema forse un po' rigido e generico, che porterebbe a un terzo stadio, dopo la preistoria e la storia, definibile come post-storia: "Siamo all'alba di nuove scoperte scientifiche che, per loro stessa essenza, aboliranno l'umanità in quanto tale" e "Fra due generazioni la biotecnologia ci darà gli strumenti che ci permetteranno di realizzare ciò che gli specialisti dell'ingegneria sociale non sono riusciti a fare. A questo stadio, l'avremo fatta definitivamente finita con la storia umana perché avremo abolito gli esseri umani in quanto tali. Comincerà allora una nuova storia, al di là dell'umano"). Ma secondo tale prospettiva la storia sarebbe ciò che è vissuto direttamente dagli uomini, non anche il modo secondo cui gli uomini "leggono" ciò che hanno vissuto. Fukuyama lo dice esplicitamente, e dichiara di usare il termine "storia" nel senso filosofico del termine, più precisamente nel suo senso "hegeliano-marxista". In tal senso si chiamerebbe "storia" una specie di realtà oggettiva del vissuto umano nella sua complessità, di cui si può dire che comincia in tale epoca e che finisce in talaltra; ma sappiamo che "storia" è necessariamente anche la lettura particolare, storicamente determinata appunto, che gli uomini fanno di sé nel corso del tempo. "Storia" è entrambe le cose, scienza e realtà del passato e del tempo che scorre, perché non c'è storia senza differenziazioni reali nel tempo, ma non c'è neppure storia senza lettura e riscrittura di questo passato, non c'è storia che non sia raccontata e ascoltata. Una umanità che non si racconta o non è raccontata, non ha storia. Quindi, finché raccontare sarà possibile, non si potrà ipotizzare nessuna fine della storia.