Imitazione: una parola scomoda per la psicanalisi
Franco Bellotti
"L'uomo ha una facoltà che per gli intenti collettivi è utilissima, e dannosissima per l'individuazione: quella di imitare." Jung 1916-1921
Il concetto di imitazione non è mai diventato una categoria psicoanalitica,
tanto che la voce imitazione raramente appare negli indici analitici dei
manuali e dei testi specialistici. L'unico studio sull'imitazione lo si
deve a Eugenio Gaddini che pubblicò nel 1968, sulla Rivista ufficiale
della Società Psicoanalitica Italiana, un articolo ad essa intitolata.
Con la grande sensibilità e l'acume psicologico che lo contraddistingueva,
Gaddini riconobbe nell'imitazione un modo arcaico di operare della mente,
una forma cioè del funzionamento mentale legata alla percezione che
precede il pensiero e che perdura tutta la vita. Egli vide cioè nell'imitazione
una struttura permanente e non solo un precursore dei processi di identificazione
e di proiezione.
Il contributo di Gaddini, in altre parole, è stato quello di mettere
in evidenza come l'imitazione non solo rappresenti un momento interno di
un processo che porta alla formazione del pensiero, ma anche una forma relazionale
stabile.
Purtroppo il lavoro di Gaddini è rimasto isolato, e la sua riflessione,
quando è stata ripresa, è stata sempre ricondotta a una fase
interna del processo di identificazione, definita per l'appunto "adesiva"
o "primaria".
La ragione di tale ostracismo per l'imitazione è ovviamente teorica,
e riguarda la motivazione sulla quale la psicoanalisi fonda l'agire umano:
la teoria degli istinti e i suoi rappresentanti pulsionali.
Se si assegna infatti all'imitazione una struttura originaria e permanente,
inevitabilmente si sostituisce la spinta pulsionale quale fondamento dei
concetti di identificazione e di proiezione. L'imitazione va perciò
ricondotta alle corrispondenti fasi dello sviluppo psicosessuale e in particolare
alla fase orale, prima tappa in cui il lattante, incorporando il cibo, struttura
il prototipo somatico dell'introiezione dei fantasmi e successivamente dell'identificazione
propriamente detta.
Un ulteriore passo verso la "rimozione" (se ci è concesso
il termine) del ruolo che l'imitazione svolge nei rapporti umani (basti
ricordare che Freud parlò dell'identificazione primaria come la forma
più precoce del legame affettivo), è stata la teorizzazione
kleiniana della Identificazione Proiettiva e il suo successo in tutta la
psicologia dinamica.
L'Identificazione Proiettiva teorizzata da Melanie Klein si fonda sull'idea
che il lattante è dominato fin dalla nascita da fantasie insopportabili
e aggressive che, per poterle controllare e in qualche modo liberarsene,
vanno scisse e proiettate sulla figura della madre; da questo meccanismo
sono nati i famosi seni buoni e seni cattivi.
Nelle successive elaborazioni, il concetto di Identificazione Proiettiva,
proprio per questa presunta possibilità di spostare letteralmente
una propria parte in un altro individuo, è diventato uno strumento
di conoscenza nella cura psicoanalitica. L'analista riconosce il vissuto
e la patologia del paziente dal disagio che prova su se stesso, dovuto alle
proiezioni del paziente.
L'Identificazione Proiettiva, così rivisitata, è diventata
un concetto cardine della cura psicoanalitica, con il grande svantaggio
a nostro avviso di deresponsabilizzare l'analista dalla sua partecipazione
reale alla strutturazione della relazione.
Sulla sacrosanta verità, che certamente la Identificazione Proiettiva
esalta, che ciascun individuo si deve assumere la responsabilità
della propria vita, che significa che la soluzione dei disagi spetta principalmente
a colui che li patisce e l'analista rappresenta un aiuto indispensabile
ma non sufficiente, si è attribuito al "lattante" e al
paziente una presunta pulsione di morte. Una vera fantasia metafisica che
disconosce la relazione reale prima fra il bambino e la madre e poi quella
fra analista e paziente.
Una relazione invece che si struttura con il contributo di entrambi i partner
configura diverse possibilità. Possibilità che sono state
categorizzate come stili di attaccamento, forse non a caso, da John Bowlby,
ex allievo della Klein. Egli infatti abbandonò del tutto la scuola
psicoanalitica kleiniana, allora dominante in Inghilterra, senza cercare
compromessi concettuali come tentarono prima di lui Winnicott e poi Bion.
Bowlby contrappose alla "infant observation" della scuola kleiniana,
principalmente rivolta allo studio dello sviluppo che va dal narcisismo
primario ai primi investimenti oggettuali, l'osservazione del momento della
separazione e del ricongiungimento del bambino dalla madre. L'attaccamento,
e non la pulsione quale rappresentante dell'istinto, era visto come Sistema
Motivazionale fondante le relazioni umane, in quanto indispensabile per
la sopravvivenza e l'evoluzione della specie animale e umana.
Solo recentemente, dopo il riconoscimento quasi unanime dell'insostenibilità
teorica del modello pulsionale, lo psicoanalista americano Arnold Modell
ha riconosciuto alla teoria dell'attaccamento il fondamento biologico che
mancava alla teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali.
"Io credo, con Bowlby, - scrive Modell - che le relazioni oggettuali
trovino un loro analogo nei comportamenti gregari di altre specie".
(il corsivo è nostro; Modell, 1992; p.199 )
La capacità di entrare in relazione possiede, dunque, un significato
evolutivo molto più ampio della nutrizione, come invece pensava Freud,
e comprende innatismo e mimetismo.
"Secondo la teoria dell'attaccamento - sottolinea Bowlby - l'organismo
si sviluppa già provvisto di un numero ampio, ma finito di sistemi
comportamentali strutturati che nel corso dello sviluppo subiscono una elaborazione
attraverso processi di apprendimento e integrazione, e nell'uomo attraverso
l'imitazione e l'uso di simboli". (corsivo nostro; Bowlby, 1969/1972;
p.215)
Tuttavia, nonostante il riconoscimento di Modell, la teoria dell'attaccamento
è stata poco accettata nel mondo psicoanalitico per il motivo preciso
che questa teoria non rende conto dei fantasmi inconsci, vero fiore all'occhiello
della psicoanalisi. L'accusa che viene rivolta alla teoria dell'attaccamento
è quella di rimanere ad un livello fenomenologico del comportamento
o, peggio ancora, di vedere una continuità fra il piano inconscio
e quello della coscienza.
Sia la psicoanalisi (eccetto Gaddini) che la teoria dell'attaccamento, pur
avendo intuito il ruolo dell'imitazione, non ne hanno visto una forma originaria
e permanente del pensiero; forma, che invece spiegherebbe non solo la nascita
dei fantasmi inconsci, ma anche una modalità del funzionamento mentale
come ha mostrato René Girard, colui che sulla mimesi ha fondato tutti
i suoi studi. Studi inizialmente antropologici poi letterari, i quali si
basano sul principio estremamente semplice che una mimesi originaria fonda
sia l'intersoggettività che la stessa società.
L'essere umano è caratterizzato, secondo Girard, dal "valore
imitativo" delle percezioni sensoriali, come lo stesso Freud aveva
intuito nel 1895 nel discusso Progetto di una Psicologia, fino all'imitazione
vera e propria di un modello.
L'imitazione del modello crea una rivalità in cui il fantasma non
rappresenta un'immagine speculare riflessa del soggetto, né tanto
meno una fantasia originaria o archetipica che l'individuo possiede fin
dalla nascita, ma l'immagine di un altro reale che da modello si trasforma
in antimodello. La trasformazione è dovuta al fatto che l'imitazione
non riguarda il modello in quanto tale, ma il suo desiderio. E' abbastanza
noto, a questo proposito, quell'esperimento in cui in una stanza vengono
messi diversi bambini, ad uno di essi viene regalato una bici e solo successivamente
vengono regalate agli altri bambini delle bici identiche, ma che loro rifiutano
perché vogliono la prima.
La genesi reale del rivale è testimoniata, secondo Girard, anche
quando rimane sul piano dell'immaginario, "dalle repliche violente
con cui il soggetto le registra". (R. Girard, 1973; p. 377)
La rivalità mimetica di Girard riconduce ai reali rapporti umani
il fondamento mitologico sia del triangolo edipico della psicoanalisi, che
quello drammaturgico della vittima, del persecutore e del salvatore elaborato
dal cognitivismo evoluzionista. (Liotti, 2001; pp. 84-85)
Gli strani giochi identificatori che presiedono i triangoli, che guarda
caso sono inconsci, sono appunto dati da un'attività mimetica che
ci accompagna tutta la vita, nel bene e nel male; vero fondamento delle
identificazioni e delle proiezioni.
Sull'imitazione, come forma stabile del funzionamento mentale, mi si conceda
di portare solo tre esempi, senza nessuna pretesa teorica, ma alla portata
di tutti, presi in tre fasi successive nell'arco di una vita.
Il primo esempio è noto a chi abbia dato da mangiare a un bambino
appena svezzato: è sufficiente che ricordi tutto quel gioco di imitazioni
delle espressioni facciali che accompagnano la comunicazione in quei momenti.
Il secondo esempio è sotto gli occhi di tutti: basta osservare come
gli adolescenti vestano tutti uguali, testimoniando come l'imitazione rappresenti
un passaggio obbligato nella strutturazione dell'identità.
Il terzo è meno noto, forse perché più raro da vedersi,
e riguarda la somiglianza che accomuna due anziani coniugi, che hanno vissuto
tutta la loro vita insieme.
Tre esempi molto semplici, dati dall'esperienza quotidiana, per vedere l'imitazione
al livello dell'espressione delle emozioni, al livello della costruzione
dell'identità e a livello della regolazione affettiva.
Bibliografia
Bowlby J., Attaccamento e Perdita, vol. 1, Bollati Boringhieri, Totino 1972.
Gaddini E. , Sull'imitazione, Riv. Psicoan., 3, 1968; p. 368.
Girard R., Dalla violenza al Sacro, Adelphi, Milano 1980.
" , Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano 1983.
Liotti G., Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.
Modell A., Per una teoria del trattamento psicoanalitico, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994.