PERCHE` APERTURE?
Questa rivista nasce da un bisogno: quello di discutere liberamente e
a più voci sui problemi più importanti delle diverse forme
dei saperi, sui loro incroci e sui loro attori. Nasce anche da una convinzione:
che una concezione globale e assoluta del sapere del mondo urta inevitabilmente
contro l'irriducibile molteplicità reale dei punti di vista. Nasce
infine da una considerazione banale: che prima di pensare a come risolverli,
è importante e urgente saper indicare e fissare bene i problemi,
perché è da questi che dipende la vitalità di una cultura.
Soprattutto perché i problemi non soggiacciono alla proprietà
esclusiva di questo o quell'altro dominio culturale.
Il metodo con il quale, fin dall'inizio, si è costituito il gruppo
di APERTURE e in base al quale le persone coinvolte hanno impostato il lavoro,
è basato innanzitutto sull'esigenza di superare le barriere costituite
dagli ambiti disciplinari. Apporti provenienti da saperi all'apparenza lontani
possono infatti non solo confrontarsi, ma soprattutto offrire reciproche
occasioni di arricchimento: questa è l'esperienza a partire dalla
quale si è riunita la redazione.
I temi che verranno proposti di volta in volta si situeranno quindi all'incrocio
di prospettive teoriche, culturali e disciplinari anche molto diverse fra
loro. Saranno temi tratti sempre da un problema relativo allo stato attuale
del sapere nei suoi rapporti con le varie forme del potere, nelle sue connessioni
interne ed esterne, nelle sue relazioni con l'esperienza quotidiana della
vita, nelle sue implicazioni innovative e nelle sue utilizzazioni qualunque.
Non si tratta quindi di scegliere un'ambito specifico della cultura su cui
specializzarsi, ma di mantenersi attenti ai problemi d'intersezioni sui
quali ogni persona è, nel bene o nel male, sempre costretta a interrogarsi.
Sono problemi che ognuno di noi si è posto, nella vita di tutti i
giorni o nella propria professione intellettuale, senza aver avuto la possibilità
di esprimerli con chiarezza e discuterli anche nella loro generalità.
Sono, perché no, le difficoltà incontrate nell'elaborazione
di un lavoro, lo stupore aperto da una connessione insospettata, la suggestione
proveniente da un ambito del tutto estraneo, il dubbio che non si riesce
a formulare con chiarezza perché esula dal proprio campo disciplinare
pur influenzandone in qualche modo gli orientamenti e il lavoro.
L'ambizione non è quella di proporre nuove idee, ma di creare in
qualche modo la premessa per nuovi orizzonti. Dal momento che le idee nascono
dai problemi che sono chiamate ad affrontare e qualche volta risolvere,
APERTURE si propone innanzitutto di cominciare dall'inizio, quindi di ritrovare
i problemi, di indicarli, di smascherarli e farli reagire fra loro. Il suo
intento è anche quello di aprire in tal modo la strada alla loro
proliferazione, rendendo più dinamico e soprattutto più aperto
il confronto fra i saperi, le loro forme, i loro attori e i loro fruitori.
Per questo APERTURE si propone di indicare, di volta in volta, un'area problematica
sulla quale far discutere il maggior numero possibile di orientamenti disciplinari.
Ogni numero della rivista - che sarà monotematico - diventerà
il luogo aperto delle contaminazioni possibili.
Ogni tema proposto sarà il risultato di una discussione interna alla
redazione, arricchita dai contributi dei numeri precedenti che verranno
accostati e fatti reagire fra loro. Sui diversi temi verranno infatti invitate
a pronunciarsi voci molto eterogenee, con la sola condizione di proporre
il proprio punto di vista in modo problematico, illustrando più le
questioni aperte che le soluzioni già accreditate. La volontà
è naturalmente quella di permettere una sempre maggiore proliferazione
di problemi e prospettive, data dalla vicinanza di contributi così
diversi. La redazione utilizzerà poi questo materiale per le proprie
discussioni interne volte alla scelta dei temi che, emergendone, verranno
proposti nei numeri successivi. In questo modo l'accostamento dei diversi
punti di vista realizzato su un problema farà emergere nuove questioni,
alcune delle quali diventeranno i temi prescelti, così da creare
nella successione dei numeri una sorta di discussione costantemente aperta.
Vogliamo così inaugurare un laboratorio in cui le idee entrano in
scena per mettersi in discussione e mostrare le proprie valenze problematiche.
Una volta emerso un nuovo tema, il laboratorio redazionale lo proporrà
al laboratorio più esteso rappresentato dagli interventi presenti
nella rivista (la scelta dei collaboratori obbedirà al criterio della
massima proliferazione dei punti di vista), costringendo in un certo senso
ognuno a uscire dalla propria specializzazione per affacciarsi a un contesto
più aperto. Ci proponiamo infatti di sperimentare un contesto in
cui i diversi saperi si trovino a rappresentarsi senza la difesa dell'omogeneità
disciplinare, dove la molteplicità degli approcci possibili allo
stesso tema sia già in sé critica al sapere protetto (e ristretto)
delle nicchie accademiche, un luogo in cui la contiguità della diversità
possa contaminare il pensiero dell'autore e del lettore.
APERTURE non vuole essere quindi il momento della riorganizzazione di una
cultura o di un sapere, ma la sua premessa: è l'abbandono dei confini
nel loro essere invalicabili. Ciò che accadrà non può
essere previsto e preordinato in modo definitivo: può però
venire scelto. E' questa la premessa dello stupore (quello stupore che è
considerato anche l'origine del pensiero e della filosofia). Intendiamo
riaprire la possibilità intellettuale dello stupore e della scelta.
L'aperto è uno spazio virtuale dove il possibile può di volta
in volta assumere delle forme e articolarsi in attitudini impreviste. In
psicologia è un comportamento, una forma mentale, un carattere che
indica la capacità di muoversi accogliendo il mondo, capaci di modificarsi
secondo la sua molteplice realtà. Ma l'apertura non è solo
una nota di carattere, perché il valore di una disposizione consiste
prevalentemente nel suo esercizio attivo, nella sua "prassi".
Quando si "apre" un dibattito, un confronto o addirittura un conflitto
tutto è ancora possibile. L'apertura è anche una disposizione
politica, una delle forme del potere. Essere aperti a tutto non vuol dire
essere d'accordo con tutto o ammettere tutto, ma piuttosto mantener vigile
il senso critico e provare a superare i limiti che necessariamente s'impongono
in ogni presa di posizione.
Si tratta di un'esigenza sempre più diffusa. I saperi infatti, di
fronte alla crescente complessità della loro articolazione e al proliferare
di settori di sub-specializzazione, determinano un processo di progressiva
estraneazione al loro stesso interno, fra gli stessi specialisti che dovrebbero
occuarsi di cose simili e verificano invece un crescente isolamento. E'
possibile che molti intellettuali obbediscano, in ciò, a esigenze
di tipo accademico, e quindi alla sostanziale imposizione di uno specialismo,
prima che a esigenze conoscitive. E' anche vero però che una nuova
consapevolezza è ineludibile: in moltissimi ambiti del sapere i momenti
di arricchimento e i contributi più illuminanti vengono da contesti
imprevedibili, da realtà non codificate, da soggetti privi di titoli
specifici.
Dalla sociologia alla scienza politica, dall'economia alle comunicazioni,
dall'urbanistica alle arti visive, le ricerche di punta sono spesso costrette
a privilegiare sempre più lo studio paziente dei "campi",
i reportages e le testimonianze dei soggetti direttamente coinvolti, la
navigazione orizzontale, irregolare e attenta alla rete, la disponibilità
all'ascolto. Al di fuori di questo sapere disordinato, "aperto"
e dalla provenienza largamente imprevedibile, non c'è soltanto lo
specialismo monodirezionale, ma, più visibile e più pericolosa,
la legge, tanto pervasiva da essere ormai definita "unica", secondo
la quale i modelli possono essere imposti alle funzioni desideranti, il
"basic english" alle lingue del mondo e l'"international
style" di design/arte/moda/pubblicità alle espressioni molteplici;
in una parola, la cultura di massa.
All'assedio della cultura di massa e del pensiero unico non si risponde
con l'isolamento, ma con l'apertura, che potrebbe non essere soltanto apertura
reciproca fra discipline, ma appunto apertura a saperi posseduti da soggetti
non riconoscibili o immediatamente identificabili come "intellettuali"
o persino come "soggetti-individui". La modellazione delle azioni
e dei desideri sulle esigenze del mercato appare vincente su scala planetaria
nelle sue modalità stereotipate e autoritarie, e non fa i conti con
l'irriducibilità dei comportamenti qualunque, con la convivenza,
con le differenze.
Aprirsi a un'attenzione attiva e partecipata, dopo aver rinunciato all'autoconfinamento
disciplinare, è l'intento di chi fa questa rivista. Su queste basi
pensiamo di cominciare un lavoro che non resterà fine a se stesso,
ma fornirà gli spunti per nuove ricerche, nuove riflessioni e nuove
problematizzazioni.
Enrico Castelli Gattinara