[1] L. Althusser, Dal "Capitale" alla filosofia di Marx, in L. Altusser-E. Balibar, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 16-17.

[2] Cfr. ivi, p. 29.

[3] Una summa di queste interpretazioni è contenuta in P. D'Alessandro (a cura di), Louis Althusser. Ermeneutica filosofica e interpretazione psicoanalitica, Marcos y Marcos, Milano 1993.

[4] Tale criterio ermeneutico, "che si deduce dall'art. 1363, è quello che vuole che l'interpretazione sia sistematica, che cioè le varie disposizioni si interpretino 'le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso' e, più precisamente, dall'intero sistema" (L. Bigliazzi Geri, U. Breccia, F. D. Busnelli, U. Natoli, Diritto civile, UTET, Torino 1997, vol. I/1, p. 64).

[5] Com'è noto - e come risulta dalla citazione iniziale - Althusser pone una profonda cesura tra il giovane Marx dei primi scritti filosofici, ancora legato a un impianto idealistico, e il Marx maturo autore della "critica dell'economia politica".

[6] L. Althusser, Dal "Capitale"... cit., pp. 18-19.

[7] Ivi, p. 19.

[8] Faccio riferimento al "criterio di verità" interno a ciascuna "pratica teorica" di cui parla Althusser: "la pratica teorica è criterio di se stessa, contiene in sé i principi definiti di convalida della qualità del suo prodotto: vale a dire i criteri di scientificità dei prodotti della pratica scientifica [...]. [Le scienze] non hanno alcun bisogno della verifica di pratiche esterne per dichiarare 'vere' (cioè conoscenze) le conoscenze che esse producono. Nessun matematico al mondo si aspetta che la fisica, in cui purtuttavia intere parti della matematica sono applicate, abbia verificato un teorema per dichiararlo dimostrato: la 'verità' del teorema è fornita al 100% da criteri puramente interni alla pratica della dimostrazione matematica, [...] e cioè dalle forme di scientificità richieste dalla scientificità matematica esistente" (L. Althusser, Dal "Capitale"... cit., p. 62).

[9] Ivi, p. 20.

[10] Ivi.

[11] Ivi, p. 21.

[12] Ivi, p. 24.

[13] Ivi, p. 23.

[14] Ivi, p. 25.

[15] K. Marx, Introduzione a Per la critica dell'economia politica, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 183.

[16] Cfr. ivi, p. 176 e ss.

[17] È questo il titolo del paragrafo conclusivo del secondo saggio althusseriano di Leggere Il Capitale, L'oggetto del capitale (L. Altusser-E. Balibar, Leggere Il Capitale, cit., p. 191).

[18] Sostenere che anche la produzione ha una storia significa infatti sottrarre all'economia ogni pretesa universalistica e ogni sfondo evoluzionistico in cui la differenza storica possa essere pensata come semplice differenza di grado: una volta venuto meno il continuo-omogeneo affidato alla coppia "naturalistica" produzione/consumo, dobbiamo pensare la produzione sub specie discreto-eterogeneo, ossia approdare a una teoria dei modi di produzione. "A questa condizione [...] la teoria dell'economia è una regione subordinata della teoria della storia" (L. Althusser, L'oggetto del capitale, cit., p.192).

[19] Ivi.

[20] Ivi, p. 193.

[21] Per la verità Althusser assegna alla propria "lettura sintomale" del testo di Marx una valenza diversa - di grado inferiore - rispetto alla marxiana "lettura sintomale" degli economisti classici: quest'ultima innova, produce una "rivoluzione scientifica", mentre la prima si limiterebbe ad esplicitare ciò che in Marx è già interamente contenuto ma non adeguatamente espresso (cfr. L. Althusser, Dal "Capitale"... cit., p. 29).

[22] Ivi, pp. 29-30.

[23] K. Marx, Il Capitale, Einaudi, Torino 1975, vol. I, p. 386.

[24] L. Althusser, Dal "Capitale"... cit., p. 15.

[25] Ivi, p. 30.

[26] Ivi, p. 19.

[27] Ivi, p. 26.

[28] Ivi.

[29] In altre parole - che abbiamo già letto nel testo althusseriano - alla relazione "speculare" di un Soggetto che riflette l'Oggetto, tipica delle "filosofie classiche della visione" nelle loro varianti oggettivistiche o soggettivistiche, si tratta di sostituire "la riflessione del campo sui propri oggetti" (cfr. ivi, p. 26). La definizione di diversi approcci filosofici come forme di variazione di una medesima teoria della conoscenza è particolarmente esplicita nel quinto Cours de philosophie pour scientifiques, intitolato Du côté de la philosophie (pubblicato in Francia in L. Althusser, Ecrits philosophiques et politiques, tome 2, Stock/IMEC, Paris 1995, il testo tuttora inedito in Italia, dove sono state tradotte solo le prime quattro lezioni del Cours de philosophie pour scientifiques, in L. Althusser, Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, Dedalo, Bari 1976). In questo testo la teoria della conoscenza viene definita mediante la formula (Soggetto = Oggetto) = Verità, da cui vengono derivate un'"invariante empirista" ( = Oggetto) = Verità ("la conoscenza scientifica ha come obbiettivo puro e semplice constatare la presenza della verità nell'oggetto, o estrarre la verità contenuta nell'oggetto", Du côté..., cit. p. 275), di cui esistono numerose varianti, e un'"invariante formalista" (Soggetto = ) = Verità ("la Verità è contenuta nel Soggetto, nella teoria", ivi, p. 279), anch'essa articolata in numerose varianti. Secondo Althusser, "ogni rappresentazione filosofica della conoscenza scientifica che possiamo empiricamente trovare nelle filosofie storicamente esistenti, è un compromesso tra queste due forme tipiche: empirismo e formalismo. In questo compromesso, a volte è dominante l'empirismo, a volte il formalismo. Ma in nessuna filosofia si trova [...] l'empirismo allo stato puro o il formalismo allo stato puro. Si tratta sempre di combinazioni di empirismo e formalismo, in forme sempre originali. Ma in ciascuna di queste combinazioni, si constata la dominanza di una tendenza sull'altra. Non ci sono filosofie in cui le due tendenze si equilibrino in modo puro [...]. Non c'è filosofia neutra" (ivi, pp. 273-274; la traduzione è mia).

[30] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 28.

[31] Cfr. K. Marx, Introduzione, cit., p. 189.

[32] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 42-43.

[33] Mi rendo conto che, maneggiando le espressioni impiegate da Althusser, sono approdata a una terminologia di stretta osservanza foucaultiana ("condizioni di pensabilità", "sistemi di pensiero"). Tra i due autori c'è, a mio avviso, una strettissima vicinanza. Del resto, proprio nel testo che stiamo esaminando, Althusser cita il Foucault della Nascita della clinica come ricostruzione esemplare dei nessi tra "quella complessa formazione culturale che egli raccoglie intorno al termine sovradeterminato di 'Follia'" e "una serie di pratiche e di ideologie mediche, giuridiche, religiose, morali e politiche, tra loro connesse, le cui disposizioni interne e il cui senso variano in funzione del cambiamento di luogo e di ruolo di questi termini, nel contesto più generale delle strutture economiche, politiche, giuridiche e ideologiche del tempo" (ivi, p. 46).

[34] L. Althusser, Sur la philosophie, Gallimard, Paris 1994, p. 37.

[35] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 47.

[36] Ivi, p. 46. Si confronti questa espressione con la seguente formulazione, che rappresenta un tentativo di definire il "materialismo aleatorio": "invece di pensare la contingenza come modalità o eccezione della necessità, bisogna pensare la necessità come il divenire-necessario dell'incontro di contingenze [...]. Materialismo dell'incontro, della contingenza, insomma dell'aleatorio, che si oppone anche ai materialismi riconosciuti come tali, compreso quello comunemente attribuito a Marx, Engels e Lenin, il quale, come ogni materialismo della tradizione razionalista, è un materialismo della necessità e della teleologia" (L. Althusser, Sur la philosophie, cit., p. 37).

[37] L. Althusser, L'oggetto del Capitale, cit., p. 196.

[38] Ivi.

[39] L'unica modalità con cui viene pensata, in questo impianto, la "rottura epistemologica" è quella del "rovesciamento", concetto evidentemente inadatto a pensare la novità radicale. Cfr. L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 46.

[40] L. Althusser, L'oggetto del Capitale, cit., p. 196.

[41] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., pp. 54-55.

[42] Cfr. L. Althusser, L'oggetto del Capitale, cit., pp. 196-197.

[43] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 55.

[44] Nello scritto in questione, Althusser sembra quasi giudicare restrittivamente l'operazione condotta da Lacan sui testi di Freud: "Lacan non pensa altro che i concetti di Freud, dando loro la forma della nostra scientificità, la sola scientificità che esista" (L. Althusser, Freud e Lacan, Editori Riuniti, Roma 1981, p. 26). Si tratterebbe dunque di una mera esplicitazione e riformulazione appropriata di concetti già interamente contenuti nei testi freudiani, analogamente a come Althusser giudica la prorpia lettura dei testi di Marx.

[45] Ivi, p. 23 (nota).

[46] Ivi, pp. 22-23.

[47] Ivi, p. 27.

[48] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 56.

[49] L. Althusser, Freud e Lacan, cit., p. 29.

[50] Ivi, p. 30.

[51] Per una ricostruzione di questo progetto, si veda F. Dinucci, Materialismo aleatorio. Saggio sulla filosofia dell'ultimo Althusser, Editrice C.R.T., Pistoia 1998.

[52] Nel citato P. D'Alessandro (a cura di), Louis Althusser. Ermeneutica filosofica e interpretazione psicoanalitica, si vedano ad esempio i saggi di P. D'Alessandro, Lettura filosofica e produzione scientifica, pp. 39-54; A. Santacroce, Il rapporto visibile/invisibile come evento ermeneutico, pp. 55- 72; e I. Domanin, Limiti della tradizione di senso, pp. 73-82. Da segnalare, nella stessa raccolta, uno scritto che va nella direzione opposta, individuando con precisione alcune differenze significative tra la "lettura sintomale" althusseriana e l'ermeneutica filosofica, in particolare heideggeriana: V. Cicchinelli, Lettura sintomale e produzione di conoscenza, pp. 83-98.

[53] Su tali "invarianti" si veda la nota 29. Non posso qui argomentare questa lettura costruttivista del testo althusseriano, cui per altro ho dedicato, in passato, alcuni scritti (cfr. M. Turchetto, Storia della scienza e scienza della storia. La storia della filosofia come problema nella lettura althusseriana del Capitale, in AA.VV., La storia della filosofia come problema, Scuola Normale Superiore, Pisa 1988, pp. 263-301; e History of Science and the Science of History , in Aa. Vv., The Althusserian Legacy (a cura di E. A. Kaplan e M. Sprinker), Verso, London-New York 1993, pp. 73-80). In ogni caso, ritengo che una lettura (non necessariamente "sintomale", semplicemente onesta) dei paragrafi "I difetti dell'economia classica. Abbozzo del concetto di tempo storico" e "Il marxismo non è uno storicismo" del secondo saggio di Leggere Il Capitale (L. Althusser, L'oggetto del Capitale, cit., p. 97 e ss.) sia sufficiente a dar conto della distanza dell'impostazione althusseriana da quella ermeneutica.

[54] Ho in parte rielaborato, per questa sintetica definizione, quella proposta da Maurizio Ferraris nel libretto dedicato alla voce ermeneutica della Biblioteca Essenziale Laterza, che ho utilizzato per cercare di mettere ordine nel mare magnum che è ormai diventata l'ermeneutica filosofica. Cito, per correttezza, la definizione originale (che rappresenta soltanto il sesto dei sette principali significati oggi attribuiti, secondo l'autore, all'"interpretazione"): "In sesto luogo, c'è l'interpretazione come smascheramento (Nietzsche-Freud-Marx). La natura, l'uomo, l'epoca, ci sollecitano e ci interessano, però abbiamo motivo di credere che mistifichino: la natura ama nascondersi, l'uomo è un bugiardo (o forse si automistifica), l'epoca non si è compresa per difetto di distanza storica; dunque, dobbiamo pervenire alle espressioni vere che sottostanno alle espressioni fallaci" (M. Ferraris, L'ermeneutica, Laterza, Bari 1998, p. 18).

[55] E' evidente l'interesse di questa posizione per Althusser: essa comunque mette in discussione il canone epistomologico (Soggetto = Oggetto) = Verità, sottraendosi tanto all'invariante "empirista" che a quella "formalista" (cfr. nota 29).

[56] L. Althusser, Dal "Capitale"..., cit., p. 43.

[57] Cfr. il passo citato alla nota 44.

[58] L. Althusser, L'oggetto del Capitale, cit., pp. 55-56.