Bottiglie rotte su Marte
L'egoismo della specie umana e la cura ecologica
Danilo Selvaggi
Se la situazione la si guardasse dal pianeta Sirio,
le soluzioni sarebbero a portata di mano.
Felix Guattari
1. Ultra-egoismo, ovvero la x umana
Tra i numerosi meriti della cultura ecologica, ne esiste uno di singolare
rilievo: aver riscritto il concetto di egoismo, arricchendolo di una nuova
variante: l'egoismo della specie umana. Vissuto e concepito a lungo come
una dimensione puramente individuale (il mio personale benessere),
o collettiva e sociale (il benessere delle nostre famiglie, comunità,
classi sociali, nazioni), l'egoismo diventa infatti specifico, cioè
un status che si estende ad un'intera specie, la specie umana, e ricade
a livello interspecifico.
Per definire l'egoismo della specie umana, scienza, filosofia
e cultura hanno formulato la nota definizione di antropocentrismo. Peraltro,
una definizione ormai abusata e persino distorta, come avviene per quelle
cose che pronunciamo di continuo fino a logorarle, privandole di valenza
semantica. Non per questo, tuttavia, l'antropocentrismo rappresenta una
dimensione fittizia. Tutt'altro. Gran parte della storia del mondo è
stata infatti segnata dall'impatto antropocentrico, dal ego-centrismo della
specie uomo e dai suoi effetti. Come dire: l'antropocentrismo esiste da
sempre, o quanto meno da lunghissimo tempo. E tuttavia la piena consapevolezza
dell'antropocentrismo è un fatto recente, sviluppatosi con le nuove
scienze, il crescere della crisi ecologica e gli antidoti (scientifici,
politici, culturali) ricercati per essa.
Molti studiosi hanno d'altra parte chiarito come l'egoismo non sia affatto
un fenomeno di esclusività umana: ogni specie è centrica,
ogni specie difende sé stessa dagli eventi, dalle difficoltà,
dai conflitti con altre specie. Cioè, ogni specie si impone, o cerca
di farlo, per mantenersi a galla nel complicato sistema della vita. L'antropocentrismo
ha tuttavia una sua caratteristica peculiare: è il centrismo di una
specie dominante, enormemente più incisiva di ogni altra. E' l'egoismo
dei forti, il centrismo di chi lascia sovente segni e rovine. E' insomma
una sorta di ultra-egoismo: un egoismo di base (simile per ogni specie)
abbinato però ad una variabile specifica, una x che porta con sé,
oltre alle grandi capacità umane, quanto di superfluo, eccessivo,
nocivo, insostenibile, distruttivo scaturisca da molte azioni della specie
uomo. Questa x è ciò con cui facciamo quotidianamente i conti
in termini di crisi ecologica, abuso di risorse, squilibri socio-ambientali,
perdita di biodiversità.
E' a questa x (e ai suoi effetti) che l'ecologia desidera quindi trovare
una cura. La cura ecologica dovrà agire sull'egoismo della specie
umana, trasformandolo in modo deciso. Ma che genere di trasformazione sarà?
Cosa accadrà all'egoismo dopo la cura ecologica, ammesso che questa
risulti efficace? Che tipo di essere umano, di futuro sognano gli ecologisti?
E, prima ancora, su quali basi si fonda l'egoismo della specie umana ?
2. Acqua che non è acqua. La cultura antiecologica dell'io.
In una delle sue opere più note[1],
Eugene Hargrove presenta una tesi molto in voga, già propria di numerosi
esponenti del pensiero ecologista (ad esempio John Passmore [2])
e prima ancora della nuova filosofia post-idealista: la tesi secondo cui
le origini della crisi ambientale sono principalmente di natura culturale
e vanno rintracciate, oltre che nella visione biblica del mondo (tema di
grande rilievo, qui non affrontato), in quella straordinaria esperienza
che è la Grecia antica. Le basi dell'antropocentrismo coinciderebbero
dunque con gli albori della filosofia occidentale.
La tesi è suggestiva e, come notato da molti, sostenuta da ragioni
più che valide. Né Hargrove né altri ignorano di certo
la storia evolutiva di homo sapiens, le tappe fondamentali della
sua crescita socio-biologica, i lunghi processi di ominidizzazione e, soprattutto,
l'avvento dell'agricoltura. Questi ed altri sono capitoli fondanti della
trasformazione umana del mondo e della stessa affermazione generica della
cultura umana.
La tesi esposta da Hargrove è tuttavia più specifica: con
l'esperienza dei primi filosofi occidentali si pongono le basi per quella
forma di cultura razionalistica che segnerà in modo profondo, per
due millenni e mezzo, il cammino (culturale e non) di una parte consistente
dell'umanità. In quell'esperienza nasce l'ego, l'io razionale che
legge il mondo, lo interpreta secondo una data chiave e lo riduce progressivamente
a sé. In quell'esperienza nasce la frattura esplicita, teorica, filosofica
tra antropos e natura. L'eccezionale esperienza culturale dei greci,
padri della filosofia, della dialettica, della democrazia nell'agorà
ha dunque per converso una visione della natura che è l'origine della
cultura antiecologica occidentale.
E' indicativo, in questo senso, che le prime riflessioni filosofiche siano
proprio di carattere naturalistico. Aristotele definirà fisiologi,
studiosi della natura, i primi filosofi greci (Anassimene, Anassimandro,
Talete ecc.). Oggi, con una leggera forzatura potremo addirittura sostenere
che la filosofia occidentale nasce specificamente come ecologia,
cioè come riflessione (logos) sull'ambiente e la natura circostanti
(oikos). I filosofi naturalisti si dedicheranno allo studio dei fenomeni
e degli elementi naturali interrogandosi sull'acqua, sul fuoco, sul movimento,
sulla varietà della natura. Tuttavia, e questo è il punto,
tale interesse andrà ben oltre l'oggetto materiale dello studio.
Obiettivo di quelle indagini sarà invece la ricerca di una realtà
stabile che potesse valere da principio ordinatore del caos naturale circostante.
Che cosa accomuna la varietà naturale? Che cosa c'è al di
là del mutevole che ci appare, immediatamente, osservando la natura?
L'idea di questi primi filosofi era che il mondo fosse organizzato secondo
un ordine e che i princìpi atti a governarlo fossero validi in modo
universale. Il mondo, al di là della mutevolezza materiale e visibile,
ha insomma una struttura semplice e razionale. Per quanto naturali, gli
elementi primi che i fisiologi individuarono vennero dunque concepiti
in senso metafisico, cioè come privi di materialità: l'acqua
di Talete, ad esempio, non è propriamente acqua, ma quell'elemento
formale che fa apparire l'acqua e tutte le cose dall'acqua composte.
L'acqua di Talete è cioè un "sostrato che, assumendo
una varietà di forme", potesse "dare origine al mondo mutevole
delle apparenze"[3]. Così
per l'aria di Anassimene, la terra di Senofane, il fuoco
di Eraclito.
In questo percorso denaturalizzante, alcuni filosofi "dell'origine"
si spingeranno ancora oltre, convinti di dover ignorare persino i fenomeni,
le manifestazioni stesse di quest'ordine: "la vera sostanza prima...doveva
essere qualcosa che non s'incontrasse, in sé, nell'esperienza quotidiana"[4]: Anassimandro la rintraccerà
in una struttura puramente razionale (apeiron, l'illimitato), Pitagora
nel numero, Democrito (con una teoria decisamente avanzata) in una
struttura atomica infinita, invisibile e indivisibile. Infine Platone, a
chiudere il cerchio, con la sua condanna dell'illusorietà naturale:
il mondo della natura e dei sensi è ingannevole, la vera realtà
è costituita da forme, idee non raggiungibili con l'esperienza
quotidiana ma solo tramite le più elevate attività della ragione.
Nessun risvolto proto-ecologico era dunque presente nell'esperienza naturalistica
greca. Ai greci interessavano poco le reti naturalistiche, l'evolversi di
un ambiente, il lento formarsi di una roccia, la trasformazione di una spiaggia
segnata dal mare. Il mondo, il vero mondo, è per i greci una realtà
metafisica, intangibile, teorica.
"Si confronti, ad esempio, la concezione filosofica greca del fuoco
con la sua controparte ecologica del ventesimo secolo. Oggi, gli ecologisti
ritengono che lo studio del fuoco nella natura sia un soggetto complesso
e affascinante. A volte lo considerano parte di un ciclo ecologico in cui
la foresta diventa periodicamente prateria, consentendo la reintroduzione,
per un certo periodo, di animali che richiedono habitat specifici rappresentati
da fasi distinte della riconversione della prateria in foresta. Altre volte,
lo considerano uno strumento dello status quo, che impedisce alle adiacenti
zone a foresta di trasformarsi in steppe e praterie... Anche se in linea
teorica i greci avrebbero potuto trarre conclusioni analoghe, il loro orientamento
filosofico generale rendeva virtualmente impossibile tali scoperte. Allorché
un filosofo greco guardava il fuoco in natura, questo sollevava nella sua
mente domande circa i principi fisici e chimici che governavano la combustione,
non circa l'effetto del fuoco sulla storia naturale della zona"[5].
"Princìpi fisici e chimici" stanno qui per princìpi
primi, elementi di un'architettura regolare e permanente. Fisico, sostanzialmente,
sta per metafisico. Nella metafisica dei greci, nella loro opera di rimozione
del sensibile, della varietà, del mondo fisico in genere vanno dunque
rintracciate, secondo Hargrove, le ragioni storiche dell'antiecologia. Le
basi culturali dell'egoismo della specie umana, il suo stesso significato,
sono da cogliere nel processo che l'intelletto umano conduce per risolvere
il conflitto con il disordine della natura materiale. Natura che, di per
sé stessa, sarebbe invece inautentica, insignificante.
Le filosofie occidentali successive raccoglieranno molte delle conclusioni
greche, facendole proprie e perfezionandole con nuovi e più sofisticati
strumenti di indagine, mantenendone tuttavia la tendenza antinaturalistica:
la natura non ha valore di per sé ma è l'involucro che rimanda
a/nasconde qualcos'altro. Può essere una semplice copia imperfetta
delle idee o la loro degenerazione (mistica medievale); il simbolo della
caduta e della morte (neoplatonismo); la strada da superare per raggiungere
la verità (alchimia, filosofia rinascimentale); un meccanismo da
analizzare e correggere (razionalismo); l'oggetto da autenticare attraverso
l'attività del pensiero (idealismo).
In tutti questi casi, come già avvenuto per i greci, la natura ancora
non è emersa nelle sue componenti bio-ecologiche ma rappresenta l'ostacolo,
variamente interpretabile, che la ragione affronta e supera nel suo progresso.
Tale ostacolo ha motivo di essere solo nella sua opposizione funzionale
alla razionalità umana. La natura, in altri termini, serve "culturalmente"
all'uomo per la definizione dialettica delle proprie categorie di pensiero,
così come gli serve, in chiave pratica, per la soddisfazione (nonché
la "creazione") dei bisogni. La natura è funzionale all'uomo,
è intorno all'uomo, esiste per l'uomo. E forse addirittura
non esiste, perché 1) solo chi pensa esiste, 2) solo l'uomo
pensa, 3) dunque, solo l'uomo esiste.
Poche immagini quanto il cogito cartesiano - qui tradotto liberamente
in sillogismo - descriveranno così causticamente il potere (auto)
assegnato all'io, e dunque la cultura dell'egoismo della specie umana e
il suo successivo impatto tecnico-pratico sull'intero pianeta: foreste devastate,
inquinamento, perdita di biodiversità, una terra più che sofferente.
E l'acqua, che non è acqua, ma che comunque scarseggia.
3. Destinazione Marte (ed oltre).
La Terra è sconvolta da una guerra senza quartiere che, in trent'anni,
ha distrutto ogni cosa. La superficie terrestre è divenuta invivibile,
la temperatura dell'aria altissima, il terreno arido e senza vita. Per sfuggire
alla guerra e alla devastazione planetaria, gli uomini sono costretti a
vivere al buio, nel cuore di tunnel sotterranei. Ma la situazione è
al limite. Quanto a lungo potrà durare quella condizione? Quale futuro
garantisce un presente di guerra, inquinamento, nascondiglio? Un presente
che i terrestri non sopportano più. "Gli uomini", dicono
ora, "non sono fatti per vivere in tunnel di metallo, nutrirsi di cibo
coltivato in vasche, lavorare e dormire e morire senza mai vedere il sole".
E poi, i bambini... Cosa dire dei bambini, "generazione nata nel mondo
sotterraneo"?
Così, i terrestri decidono di agire. Non c'è modo di "riportare
in vita Terra, rigenerare il suolo". L'unica cosa da fare è
andare altrove, cercare un altro mondo. Viene dunque organizzata una squadra
di ricognizione spaziale, con il compito di raggiungere il pianeta Marte,
ispezionarlo e valutare se l'umanità possa trasferirvisi realmente.
E' questa, di fatto, l'unica alternativa: tra gli otto pianeti del sistema
solare, Marte sembra l'unico non invivibile a priori.
La squadra dunque parte, il viaggio scorre tranquillo e solo verso la fine
un dubbio assale gli astronauti: i marziani..! Ci saranno marziani? E, se
sì, come ci accoglieranno? Il dubbio viene tuttavia sciolto poco
dopo, quando finalmente il team giunge a destinazione. Quello che appare
agli occhi dei terrestri è una città, una vera città
marziana, ma completamente distrutta, senza alcun abitante o altra forma
di vita. Una città morta in un pianeta in rovina. Cos'è accaduto?
Dove sono gli abitanti?
I tecnici della squadra terrestre cominciano ad adoperarsi, a cercare segni,
oggetti e qualunque cosa possa spiegare la storia di Marte, la sua desolata
devastazione. Grazie ad una serie di documenti, si scopre così che
i marziani sono andati via, abbandonando il pianeta. Rampe di lancio hanno
sparato verso un altro pianeta ogni cosa avesse un valore. Marte, per i
suoi vecchi abitanti, era divenuto invivibile. Ma un destino comune sembra
delinearsi tra marziani e terrestri. Anche i marziani, infatti, hanno vissuto
una fase sotterranea della propria storia. Prima di volare via hanno
scavato tunnel e rifugi per ripararsi da un mondo divenuto, come la Terra,
ostile e impossibile.
Appurata l'invivibilità di Marte, la preoccupazione principale della
squadra di ricognizione diviene dunque quella di scoprire l'esito della
migrazione marziana e, soprattutto, il lontano pianeta su cui quegli esseri
si sono spostati. Scoprirlo per raggiungerli, condividere con loro quel
mondo o, in caso di necessità, cercare di strapparglielo.
Grazie ai documenti ritrovati, i tecnici terrestri riescono a rispondere
ai quesiti: il viaggio era avvenuto seicentomila anni prima. Il pianeta
raggiunto dai marziani era fertile e lussureggiante, "alberi e prati
e oceani azzurri", un vero paradiso. Ma la migrazione non era stata
indolore: infatti, le colonie marziane giunte a destinazione erano per varie
ragioni cadute in disgrazia. "E' un'impresa colossale trasferire un'intera
società, armi e bagagli. Hanno impiegato tre o quattrocento anni
a trasbordare tutto ciò che avevano di utile da Marte all'altro pianeta".
Ma non avevano previsto i rischi di una simile impresa e così i coloni
erano rapidamente regrediti. "Non sono riusciti a tenere vive tradizioni
e conoscenze. La società si è sfaldata. Poi sono venute la
guerra, la barbarie".
Una migrazione dolorosa, dunque. Tuttavia erano sopravvissuti.
I terrestri avrebbero dovuto fare altrettanto. Marte, mondo in rovina, non
poteva accogliere la migrazione terrestre. Occorreva dunque scoprire l'altro
pianeta, raggiungerlo e conquistarlo.
Poi, un telescopio, servito per guidare il lancio marziano.
I terrestri guardano dentro. Dall'altra parte, al centro della lente, il
pianeta raggiunto dai marziani: è la Terra.
"I quattro uomini restarono zitti. Si fissarono a labbra strette".
Avevano capito.
"Abbiamo distrutto due mondi, disse infine Halloway. Non
uno solo. Prima Marte. Lo abbiamo ucciso e ci siamo trasferiti sulla Terra.
E abbiamo distrutto Terra con la stessa sistematicità usata su Marte".
"Un circolo chiuso, disse Mason. Siamo tornati al punto di
partenza. Raccogliamo il raccolto seminato dai nostri antenati. Ci hanno
lasciato Marte in questo stato. Del tutto inutilizzabile. E adesso noi ci
aggiriamo tra le rovine in cerca di qualcosa, come anime dannate"...
"Un'area per picnic. Bottiglie rotte e lattine e piatti di carta.
Dopo che la gente se n'è andata. Solo che adesso è tornata,
e sarà costretta a vivere nel merdaio che ha fatto".
E ora?
"Continueremo a cercare finché non troveremo qualcosa. Non
resteremo su questa pattumiera
dimenticata da Dio... Lo troveremo. Un mondo vergine. Un mondo non ancora
distrutto"...
"Non è giusto, urlò Mason. Due mondi bastano!
Non distruggiamone un terzo".
Ma due mondi non bastavano affatto. I terrestri stavano già immaginando
il nuovo pianeta, "stringendolo con tutta la forza delle loro mani.
Facendolo a brandelli, atomo dopo atomo...".
4. Cavallette nucleari. La pratica antiecologica dell'io.
Nel 1954 Philip K. Dick scrive "Survey team", Squadra di
ricognizione[6], breve racconto-metafora
su uno dei possibili futuri dell'umanità. In piena guerra fredda,
con le prime avvisaglie di crisi ecologica e la paura di una catastrofe
incombente, Dick lanciava così, secondo il suo stile, un allarme
laconico e disincantato: verrà davvero il tempo in cui dovremo predisporre
una squadra di ricognizione? A quanti mondi si fermerà
l'egoismo della specie umana?
Il racconto è un'eccellente immagine di quella che zoologi ed ecologi
chiamano strategia r, la strategia dell'annienta e fuggi,
tipica di alcune specie animali cosiddette fuggitive (le cavallette, i lemmings,
il lavoratore dal becco rosso[7]).
"Una specie fuggitiva, per definizione, è una specie sospinta
da un posto all'altro a causa del suo legame con una nicchia ecologicamente
instabile"[8]. In altri termini,
una specie costretta continuamente a migrare per via delle modalità
del suo stesso comportamento: riuniti in gruppi numerosissimi, gli animali
giungono nel luogo in questione, lo assaltano depauperandolo di ogni risorsa
e, dopo essersi ampiamente riprodotti, migrano in altro luogo. Lasciando
sul campo, come direbbe Dick, bottiglie rotte, lattine e piatti di carta.
A questa strategia, i naturalisti ne contrappongono un'altra, nota invece
come strategia K. Nel caso K, gli animali (ad esempio aquile e lupi)
sono in grado, invece, di "programmare la densità delle loro
popolazioni in modo da prelevare risorse dall'ambiente senza depauperarlo..."[9] e dunque creando situazioni generalmente
stabili, tali cioè da mantenere in equilibrio tanto le specie in
quell'ambiente quanto l'ambiente stesso.
I fatti dicono come oggi la strategia r sia il modus vivendi principale
delle comunità umane dominanti (occidentali ma non solo). In realtà,
una versione estrema della strategia r, applicata non a zone definite
e contenute, come avviene per gli altri animali (ad esempio gli uccelli
denominati lavoratori dal becco rosso), ma potenzialmente
all'intero pianeta. Insomma, una strategia da cavallette potentissime, armate
di strumenti distruttivi.
Per lungo tempo, l'uomo ha tuttavia condotto la propria esistenza secondo
i dettami dell'altra strategia, la K: le società di cacciatori-raccoglitori,
caratteristiche dell'umanità fino all'avvento dell'agricoltura, vivevano
in base a canoni di stretta ricerca del necessario, cacciando il cibo occorrente,
raccogliendo frutta, muovendosi di continuo in modo da non incidere irreparabilmente
sul territorio. Il nomadismo di questi gruppi, solitamente composti da poche
decine di individui, si declinava in modalità che oggi definiremmo
sostenibili: la limitazione delle risorse utilizzate e gli spostamenti da
un luogo all'altro comportavano un impatto estremamente limitato sull'ambiente
interessato. Infine, la bassa popolazione complessiva e l'inesistenza di
tecniche, diciamo così, inquinanti, facevano il resto.
Praticata dalla specie umana per tempi lunghissimi, tale strategia cade
progressivamente in abbandono. "Il vero inizio del presente, la vera
rivoluzione ha avuto luogo circa 10.000 anni fa con l'addomesticamento degli
animali e delle piante. Con il conseguente avvento della pastorizia e dell'agricoltura
ha avuto origine il progressivo sviluppo delle risorse, e con ciò
la rottura del primitivo equilibrio, l'incremento demografico, la nascita
di villaggi e poi città. E a causa del controllo culturale della
sua socialità l'uomo ha potuto cambiare completamente, addirittura
rovesciare, il suo stile di vita..."[10].
L'abbandono progressivo del sistema nomadistico di caccia-raccolta a favore
delle prime vere forme di agricoltura è, secondo alcuni, "la
più importante transizione dell'umanità"[11].
Tale transizione, nota come rivoluzione neolitica, si sviluppò a
partire dall'Asia sud-occidentale (9000 a.C.), dalla Cina e dall'America
centrale (6000 a.C.)[12] e pur non avvenendo
in modo repentino rappresentò un fatto sostanzialmente irreversibile.
La coltivazione del terreno e l'uso di animali domestici permisero infatti
la disposizione di maggior quantità di risorse e dunque l'aumento
della popolazione. Al tempo stesso, l'aumento della popolazione impediva
di fatto il ritorno ad un sistema (caccia-raccolta) che risultava adatto
a gruppi sociali molto più ridotti rispetto a quelli ormai creatisi.
Dunque, il primo passo verso l'irreversibile era compiuto. La società
degli uomini diveniva sedentaria, numerosa, complessa. Nascevano le prime
città, le gerarchie sociali, i primi conflitti. Soprattutto, si affermava
l'idea dello sfruttamento territoriale: ricavare quanto più possibile
dal terreno, dal proprio terreno, escogitando tecniche sempre più
mirate. Infine, si gettavano le basi per quello che abbiamo definito l'ultra-egoismo
della specie umana: non più semplice mantenimento di sé, ma
costruzione e soddisfazione di un ultra-sé (individuale, sociale
e di specie) attraverso il reperimento di risorse sempre maggiori rispetto
a quelle soddisfacenti.
Ancora oggi non è chiara la ragione (o l'insieme di ragioni) che
favorì il passaggio da una strategia all'altra. Certo è che
l'avvento del sistema agricolo costituisce, nella pratica, ciò che
il razionalismo occidentale rappresenta per la teoria, cioè un fondamentale
superamento di soglia. L'ambiente, per quanto in forme minime rispetto alle
attuali, comincia a patire il carico di un azione depauperante attraverso
forme di sfruttamento sempre più intensive. Soprattutto, la
specie umana imbocca quel percorso, per certi aspetti paradossale e chiuso
così come descritto da Dick, il cui motivo principale era (e resta)
il seguente: l'utilizzo eccessivo di risorse genera nuovi bisogni e nuova
necessità di risorse. In altre parole, le risorse non servono
a "soddisfare" ma soprattutto a "creare" bisogni. In
questo singolare paradosso va forse individuata la chiave dell'egoismo pratico
della specie umana: non semplice egoismo ma, come dicevamo, ultra-egoismo;
non semplici esigenze ma ultra-esigenze.
Per molto tempo, causa la popolazione non elevatissima e le caratteristiche
non ancora devastanti delle tecniche conosciute, i danni ecologici saranno
tuttavia ridotti. K.W. Weber ne descrive alcuni già apparsi nelle
epoche greca e romana: disboscamenti feroci finalizzati al legname per le
flotte o alla creazione di campi agricoli; intense estrazioni minerarie;
forme di proto-inquinamento; stragi di animali selvatici negli anfiteatri
(ad esempio, gli 11000 animali sterminati, in soli 123 giorni, per festeggiare
la vittoria di Traiano in Dacia)[13].
In un'ottica ecologica, nessuno di questi danni risulterà forse irrimediabile.
Ma con il tempo, la forza impattante della specie umana cresce a dismisura,
viene esportata ovunque (la colonizzazione dal 1500 in poi) e trova infine
coronamento nelle nuove grandi rivoluzioni, quella industriale (1700-1800)
e quella postindustriale e tecnologica (1900).
Con il ventesimo secolo, il senso di precarietà strategica è
ormai generalizzato: le guerre mondiali, il rischio nucleare, la globalizzazione
di fenomeni, l'esplosione della crisi ecologica in tutte le sue varianti
segnano il tramonto dello "sviluppo illimitato" e il traumatico
avvento dell'era del rischio. Scopriamo cioè di essere a rischio.
Tutti, tutto il pianeta. Dopo due milioni di anni vissuti in modo sostenibile,
in pochi millenni (dall'8000 a.C. ad oggi) la specie umana passa da quattro
milioni a sei miliardi di abitanti, brucia interamente un mondo e infine,
quasi al limite, si accorge che quel grande mondo è invece piccolo
e ormai compromesso: deforestazione, distruzione di habitat, crisi delle
diversità biologiche, tendenza all'esaurimento delle risorse, enorme
richiesta di risorse, mutamenti climatici, inquinamenti atmosferico, genetico,
del suolo e dell'acqua, problema rifiuti e altro ancora.
Il solito elenco.
Bottiglie rotte, lattine, piatti di plastica dovunque.
Inoltre, squilibri sociali di grande portata. Cioè, crisi ecologica
intraspecifica, tra uomini e uomini, popoli e popoli. Infine, crisi dell'ecologia
della mente umana: inquinamento all'interno della psiche. Rifiuti e bottiglie
rotte anche lì.
In definitiva, la specie umana scopre (dove più, dove meno, dove
non ancora) che esiste un effetto boomerang dell'ecologia e che alla convenienza
di un benessere parziale e all'origine violento, fa da contraltare la consunzione
di un mondo e delle sue risorse. L'uomo culturale, al centro del mondo del
sapere (ridotto all'unità del sistema razionalistico) e l'uomo pratico/agricoltore,
al centro del proprio campo (ridotto all'ordine della produttività
e della fertilità guidata): a entrambe queste figure, idealtipi
dell'egoismo della specie umana, la resistenza della natura presenta infine
il conto.
5. Quale cura? Astronauti contro ecologisti.
Di fronte alla profondità della crisi ecologica, la conclusione
dovrebbe essere scontata: l'egoismo della specie umana è un fenomeno
dagli effetti insostenibili che va contrastato. Tuttavia, se intorno a questa
asserzione generale è possibile, in linea teorica, un accordo piuttosto
largo, altra cosa è la "soluzione". Sul tipo di soluzione
si consumano di fatto le grandi differenze. Quale tipo di cura ecologica
è necessario? Come e con quali fini intervenire sull'egoismo della
specie umana?
Il pensiero ecologico, nato con l'esplosione della crisi ma anche con le
profonde svolte scientifiche e socio-culturali degli ultimi due secoli,
è oggi un universo talmente vasto che l'idea stessa di un quadro
univoco sarebbe semplicemente scorretta: troppo eterogenei (e talvolta controversi)
i riferimenti culturali, troppo diverse le soluzioni proposte. Tuttavia
tenteremo un'astrazione: usare due paradigmi, che definiremo dell'astronave
(in relazione al racconto di Dick) e della coscienza ecologica, per
indicare le principali prospettive della riflessione/azione ecologista.
A tali opposti paradigmi (o ad una zona mediana in cui funzionano entrambi)
la maggior parte degli ecologisti, pur con diverse terminologie, fa in qualche
modo riferimento. Inoltre, intorno ad essi si consumano due differenti visioni
(soft e hard, riformista e radicale) circa l'egoismo della specie umana.
Vediamo.
Teoria dell'astronave. E' necessario puntare tutto sulla scienza
e sulle capacità dell'ingegno umano di escogitare soluzioni tecniche
alla crisi. Ciò fino all'ipotesi estrema, sarcasticamente proposta
dal racconto di Dick, di costruire un astronave per Marte. La crisi,
secondo la presente teoria, è figlia o di un cattivo uso della
tecnica umana, o dell'uso di una cattiva tecnica umana, o di
entrambi i fenomeni assieme. In ogni caso quello ecologico è considerato
un problema tecnico che richiede una soluzione tecnica: usare meglio gli
strumenti e/o usare strumenti migliori (depuratori, ingegneria ambientale,
riciclaggio dei rifiuti, energie alternative ecc.). L'ecologismo tecnicistico
è dunque la tendenza ad affrontare la crisi esclusivamente come un
danno provocato da strumenti umani imperfetti ma perfezionabili. Poco importante,
in questo contesto, è invece la questione della coscienza ecologica,
di un altro uomo, degli stili di vita, di una filosofia/etica ambientali.
In sostanza, non è l'uomo, il suo passato, il suo antropocentrismo
ad essere discusso, ma taluni effetti delle sue azioni. Quello che conta,
la cura ecologica più corretta, è la capacità umana
di agire in modo che il danno sia contenibile, gestibile, non definitivo
e soprattutto tale da non ricadere (o almeno non troppo negativamente) sulla
specie uomo. L'uomo resta al centro, ma in un centro illuminato da migliori
capacità pratiche.
Teoria della coscienza ecologica. E' necessario puntare sulla identità
ecologica dell'essere umano, sulla trasformazione dei suoi sentimenti, stili
di vita, razionalità. La crisi, secondo questa teoria, è originariamente
dovuta ad una cultura che dimentica o ignora il valore inerente, e non semplicemente
utilitaristico, della natura. I danni ambientali, pur materialmente causati
dalla tecnica, hanno la vera origine nelle forme culturali dominanti: ignoranza
delle reti biologico-culturali, competizionismo, produttivismo, filosofia
consumistica. In breve, antropocentrismo ed egoismo dilaganti. Così,
intervenendo esclusivamente sulla tecnica si curerebbero solo e temporaneamente
gli effetti, lasciando intatte le cause. Ecco invece la soluzione: un altro
uomo, una nuova e profonda ecologia. All'antropocentrismo più
o meno illuminato, bisogna opporre il cosiddetto ecocentrismo (o
biocentrismo): al centro non l'uomo ma l'insieme naturale, la vita
stessa.
Non è sempre automatico ricondurre le numerose esperienze ecologiche
ad uno di questi due contenitori. In molti casi, come dicevamo, le teorie
si mescolano, talvolta in modo irrisolto e confuso. Appare peraltro chiaro
come la teoria dell'astronave sia la prospettiva tipica di governi,
organizzazioni paragovernative, grandi istituzioni internazionali, enti
scientifici, aziende private, parte dell'opinione pubblica e talune associazioni
non governative: in modo consapevole o meno, tali entità riflettono
e lavorano semplicemente sugli effetti dell'egoismo umano, ovvero sui maggiori
disastri pratici dell'ultra-egoismo. E per quanto le soluzioni tecniche
possano anche influire sulle coscienze (come di fatto accade), ciò
avviene in maniera incidentale. La teoria dell'astronave non ha, tra i suoi
scopi principali, la trasformazione in senso altruistico (ecologico) dell'egoismo
umano. Il dialogo finale di Squadra di ricognizione è in questo
senso emblematico: con un sussulto di coscienza, Mason dice "Non distruggiamo
un altro mondo", ma gli altri sono mentalmente già lì,
sul nuovo pianeta, a dominarlo "atomo dopo atomo". Non si scherza,
c'è da salvare l'umanità! Per loro, la salvezza e il benessere
della specie umana sono il valore unico a cui tutto il resto si relativizza.
Anche le sorti di un eventuale popolo marziano.
Opposta a ciò è la visione della coscienza ecologica: non
è solo la x (l'ultra-egoismo) a necessitare di radicale correzione,
ma l'egoismo in quanto tale, i caratteri più profondi dell'essere
umano. E' cioè necessario trasformare l'egoismo in un concreto sistema
di pratica e pensiero che valuti l'agire umano, individuale e collettivo,
alla luce delle conseguenze sulle altre forme di vita e sulle generazioni
future, umane e non. A tale teoria potremmo ascrivere le maggiori elaborazioni
dell'etica ambientale, dall'ecosofia di Arne Naess alla deep ecology
di George Sessions e Bill Devall (e dello stesso Naess), dal preservazionismo
di John Muir alle filosofie animaliste, dal bioregionalismo a molta della
filosofia post-idealista contemporanea.
Secondo tale visione generale, la realizzazione autentica dell'io (quella
che Arne Naess chiama Ecosofia T3) nasce da una consapevolezza biocentrica
ed antiegoistica, ovvero da quella mescolanza essenziale di conoscenza e
sentimento, uomo e natura, identità e alterità (biologiche,
sociali, culturali) che l'uomo ecologico deve essere capace di operare,
al di là di tornaconti egoistici, utilitaristici e meramente materiali.
La tecnica è un aspetto rilevante ma non originario della dimensione-uomo:
essa è semplicemente uno strumento, per quanto di enorme potenza,
della coscienza umana Per disinnescarne gli effetti negativi è dunque
indispensabile intervenire sulla coscienza, sulla dimensione ecologica dell'uomo,
sulla sua visione del mondo. In particolare, fare in modo che quest'ultima
si indirizzi verso il superamento della radicale distinzione soggettivistica
tra uomo/cultura e natura, e si estenda fino a comprendere l'insieme biosferico,
l'intera comunità del vivente. "Il benessere e la prosperità
della vita umana e non umana sulla terra hanno valore per sé stesse
(in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori
sono indipendenti dall'utilità che il mondo non umano può
avere per l'uomo"[14].
La questione valore intrinseco-valore estrinseco è del resto
uno dei parametri più efficaci per distinguere tra loro le prospettive
indicate. E' evidente come il valore dato al non umano dalla teoria dell'astronave
sia di tipo totalmente utilitaristico, dunque estrinseco: il non umano è
valido come risorsa per l'umano. Altrettanto chiaro è che l'ecocentrismo
consideri invece il non umano come valido in sé, intrinsecamente
meritevole di vita (il che, peraltro, comporta non poche difficoltà
concettuali). Ora, le conseguenze di tale contraddizione non hanno solo
un sapore sofistico: i futuri immaginati appaiono totalmente diversi. I
tecnici dell'astronave pensano ad un mondo che mantenga gli attuali
standard e caratteristiche di benessere coniugandoli, almeno in teoria,
con una loro più ampia diffusione (all'interno della specie umana)
e con una loro maggiore sostenibilità ecologica. Un mondo riformato
o poco più. Quello sognato dagli ecocentristi è invece un
futuro all'insegna (almeno tendenzialmente) dell'egualitarsimo biosferico[15]: un mondo semplice, essenziale,
anticlassista, attento all'insieme della vita, vicino alla terra e ai suoi
ritmi. Un mondo con meno tecnica, minori e diverse esigenze, una popolazione
umana più bassa. Insomma, un mondo decisamente rivoluzionato. Al
soft delle proposte tecniche, l'ecocentrismo oppone l'hard di un futuro
naturalizzato, talvolta memore dell'antica strategia K.
D'altronde, è importante notare come l'opposizione soft/hard non
funzioni soltanto nel confronto tra le due teorie e le relative proposte
di cura, ma anche all'interno delle singole prospettive: notevoli,
nell'ambito della prospettiva tecnicistica, potrebbero essere le differenze
strategiche tra, ad esempio, un'azienda che promuove un prodotto non inquinante
e un gruppo di scienziati sinceramente impegnato sul problema inquinamento.
O ancora, tra un governo che aderisce genericamente ad un protocollo sul
clima e un'associazione non governativa che si batte per il rispetto di
tale protocollo. Altrettanto complicato, se non di più, è
il discernimento soft/hard interno alla prospettiva della coscienza ecologica.
Anche qui, infatti, la dicotomia antropo/ecocentrismo risulta
riproposta, alcune volte in modo netto, altre in modo tale da mescolare
le due visioni in un insieme indistinto. Alla domanda Perché l'ecologia?
(Perché dobbiamo salvare la natura?), cioè a quella
che viene definita "la questione del teleologismo ambientalista"[16], le risposte sono insomma molteplici:
tecnici contro ecologisti, ecologisti contro ecologisti, preservazionisti
contro conservazionisti, coscienza/etica contro scienza/politica, e a volte
tutto insieme, più o meno appassionatamente.
Dunque, anche se dal pianeta Sirio potrebbero apparire semplici, le soluzioni
non lo sono affatto. Tuttavia, rispondere a quel perché, al
perché salvare la natura, o quanto meno rifletterci seriamente
intorno, potrebbe risultare un fatto di grande rilievo: potrebbe favorire
idee più chiare, designare obiettivi più concreti, eliminare
numerosi equivoci. Potrebbe insomma affrettare la cura, la sua prescrizione
e applicazione, scavalcando le controversie e i conflitti veri/presunti,
in direzione del bene maggiore complessivo.
6. Un egoismo che assomiglia al mondo.
Come sarà quindi l'egoismo dopo la cura ecologica? E quale cura
infine prevarrà? Qui di seguito, una ricapitolazione conclusiva di
quanto detto, con l'aggiunta di alcune brevi considerazioni.
1) L'egoismo umano è un fenomeno articolato: ne esiste una forma
individuale, una sociale e una di specie: l'egoismo della specie
umana (il benessere del genere umano, a discapito di tutto il resto).
2) L'egoismo della specie umana è anche noto come antropocentrismo.
Per quanto ogni specie sia centrica, il centrismo di antropos è fin'ora
risultato ecologicamente devastante. Tale centrismo si differenzia dagli
altri per una sorta di x, di variabile tipicamente umana (da cui l'ultra-egoismo
umano), che porta con sé le meraviglie di cui l'uomo è capace
(scienza, etica, arte) ma anche la sua carica distruttiva.
3) Le cause originarie di tale egoismo, oltreché di carattere bio-genetico,
sono di derivazione storica e in particolare tecnico-culturale. La scoperta
dell'agricoltura ha segnato un passaggio decisivo in termini di dominio
umano sulla terra. La nascita della cultura filosofico-razionalistica (tipicamente
occidentale) ha inoltre legittimato culturalmente, con il supporto di talune
forme religiose, tale dominio.
4) E' possibile leggere la storia delle filosofie/culture occidentali in
modi molto diversi. Nel corso dei secoli, molte culture filosofiche minoritarie
(si pensi a Plutarco, Montaigne ecc.). hanno tracciato quadri del mondo
ecologici e possibilisti. Inoltre, anche le culture dominanti, la filosofia
greca, il pensiero rinascimentale o l'idealismo kantiano, per fare solo
alcuni esempi, contengono spunti di eccezionale valore per la fondazione
di una filosofia ecologica e di un pensiero che lotti contro la crisi ambientale.
Una lettura sensata della storia della filosofia (ed una sua più
frequente uscita dalle accademie) sarebbe in tal senso molto utile.
5) All'attuale crisi ambientale si oppone un movimento ecologico vasto ed
estremamente eterogeneo. Una parte di esso (definito dell'astronave) punta
a soluzioni tecniche, e generalmente soft, un'altra guarda principalmente
alla coscienza, all'altruismo, ad un'educazione profonda dell'uomo,
ad una cura più radicale. Le ragioni dei due ecologismi e i mondi
da essi immaginati sono sostanzialmente molto diversi.
6) Alla domanda Perché salvare la natura? non esiste dunque
una risposta univoca. Tale domanda è tuttavia scottante. E' indispensabile
trovare ed applicare rapidamente un'efficace cura ecologica all'ultra-egoismo
della specie umana, per evitare infine che la profezia di Dick (o una ancora
peggiore) si avveri.
7) Nessuno è esente dal dovere di impegnarsi seriamente in questa
ricerca.
Aggiungiamo inoltre che:
8) Le soluzioni fin qui messe in atto sono risultate inefficaci e talvolta
irriverenti. Perché la cura ecologica funzioni non bastano rimedi
specialistici. La tecnica non può curare da sola la tecnica, né
l'egoismo curare da solo sé stesso. La cura ecologica dovrebbe nutrirsi
di complessità, analizzare profondamente i problemi e disporli in
circolo, sulla base di un parametro tipo il seguente: il pianeta è
uno e interconnesso in tutte le sue forme di vita (umane e non); le possibilità
di benessere collettivo a lungo termine sono probabilmente maggiori se le
strategie adottate favoriscono quanta più vita possibile. A scuola,
per fare un esempio, è preferibile insegnare l'etica, l'estetica
e le scienze ecologiche (discipline che promuovono la vita) anziché
i valori della pura competizione. Dunque, tra le prime azioni della cura
ecologica dovrebbe esserci una seria riforma del pensiero e dell'insegnamento.
Se ciò non avviene è perché a qualcuno interessa conservare
lo status quo.
9) L'uomo non è "il signore del mondo", come sostenuto
da alcuni tecnicisti, né "il cancro del mondo",
come sostenuto da alcuni ecologisti. L'uomo (la x umana) è capace
di grandi cose e di grandi disastri. Le une e gli altri sono in qualche
modo analizzabili e misurabili. Le prime vanno preservate, i secondi ridotti
e tendenzialmente cancellati.
10) Infine, la cura ecologica. Dovrebbe forse assomigliare ad un pensiero
complesso, ad una complessa rivoluzione culturale che organizzi il sapere
scientifico, filosofico, estetico, giuridico, politico, tecnico, socio-economico
in un preciso percorso di senso. Inoltre, che abbia il coraggio di costruire
il futuro andando oltre la pura preservazione di sé (e dei
sé). Infine, che guardi dall'alto, come se fosse da Sirio, le differenze
e le opposizioni: cultura-natura, tecnica-coscienza, intrinseco-estrinseco,
in modo da conservarle e al tempo stesso risolverne le ricadute negative.
Filtrato dalla cura del pensiero ecologico, l'egoismo sarà pur sempre
un egoismo, ma un egoismo memore del passato e desideroso di conservare
le maggiori possibilità vitali per il futuro. Un egoismo tenue, trattabile,
simpatico. Un egoismo che assomigli un po' di più all'infinita
varietà del mondo.