La lunga fuga di Oliver Freud
Giacomo Scarpelli
Dagli archivi della Sigmund Freud-Gesellschaft di Vienna sono recentemente riemersi gli appunti autobiografici di Oliver Freud, secondogenito del fondatore della psicoanalisi. Contengono il resoconto della sua fuga, con moglie e figlia, attraverso l'Europa occupata dai nazisti, alla volta dell'America. Sulla base di queste memorie ricostruisce la drammatica impresa Giacomo Scarpelli, che della Sigmund Freud-Gesellschaft è associato (l'istituzione ha sede a quel numero 19 della Berggasse che per quasi mezzo secolo fu la casa del maestro viennese).
La sera del 14 novembre 1942 un treno a scartamento ridotto arrancava
sul versante francese dei Pirenei, verso l'ultimo tunnel, al di là
del quale la Spagna. Nella carrozza di coda, tra i lavoratori giornalieri
di frontiera, una famigliola distinta: un uomo non più giovanissimo
ma ancora prestante e dallo sguardo vivo, una donna bruna dal profilo delicato
e una ragazza paffutella dai capelli di seta. Erano Oliver, secondogenito
di Freud, la moglie Henny e la figlia diciottenne Eva. Poiché ebrei,
stavano tentando di sfuggire alle retate tedesche nella Francia occupata,
riparando oltre frontiera e di lì negli Stati Uniti. Qualcosa ad
un tratto mozzò loro il respiro: dal fondo del vagone stava avanzando
un individuo nella nera uniforme delle SS. Momenti sospesi...
Tutto aveva avuto inizio molto tempo prima. Dei tre figli e delle tre figlie
di Sigmund Freud solo Anna, la minore, avrebbe seguito la professione paterna.
Oliver - così chiamato in ricordo di Cromwell - non diversamente
dai fratelli si era dedicato a studi borghesi, probabilmente venendo incontro
al desiderio del patriarca di avere, lui creatore di una disciplina "scandalosa"
e per questo azzannato dagli accademici, una discendenza maschile perfettamente
rispettabile. Laureatosi dunque in Ingegneria, Oliver aveva lasciato Vienna
e si era stabilito a Berlino, dove aveva trovato impiego e si era sposato
(in seconde nozze) con la pittrice Henny Fuchs. Nel 1933, alla presa del
potere di Hitler, perduto il lavoro, era emigrato con la moglie e la bambina
nella liberalissima Francia.
Del resto, l'esodo era una scelta obbligata per tutta la famiglia Freud.
Nel `38, all'indomani dell'Anschluss, papà Sigmund aveva abbandonato
la sua Vienna per Londra, e qui era passato a miglior vita. In Francia l'ingegner
Oliver, per sbarcare il lunario si era ingegnato a tramutare il proprio
hobby, la fotografia, in mestiere: aveva aperto uno studio per ritratti
a Nizza. Era stato quello un periodo se non felice in definitiva sereno.
Fino alla calata delle armate tedesche e italiane e alla creazione del governo
collaborazionista di Vichy. A questo punto l'attività fotografica
di Oliver Freud era stata posta sotto amministrazione "ariana".
Ciò generalmente comportava che l'esercizio venisse messo in mano
ad un prestanome profittatore. A Oliver era andata meglio che ad altri;
il nuovo intestatario dapprima lo aveva tenuto come salariato e quindi si
era premurato di vendere lo studio e trasferire a Oliver il ricavo.
Un giorno, un vicino di casa, che conosceva qualcuno nella polizia, aveva
soffiato ai Freud che il loro nome era nella lista degli ebrei che le autorità
italiane d'occupazione avevano l'ordine di consegnare ai tedeschi. Si trattava
solo di tempo.
Non era più un giovanotto Oliver, aveva superato i cinquanta, e doveva
tagliare i ponti per sempre con il Vecchio Continente. Così, era
cominciata anche per lui la frenetica trafila per ottenere il visto statunitense.
E poi, dato che per imbarcarsi occorreva raggiungere Lisbona, quello di
transito per la Spagna e il Portogallo.
Il 13 novembre i Freud avevano lasciato in treno Nizza ed erano giunti dopo
diciotto ore di massacrante sballottolìo alla stazione di Pau, ai
piedi dei Pirenei. Alquanto strapazzati, non se l'erano sentita di prendere
subito la coincidenza. Si erano invece concessi una cena decente al buffet.
Erano ripartiti in serata, con quel trenino sul quale li abbiamo lasciati
mentre si stava avvicinando il ceffo in divisa nera...
Henny all'ultimo istante lo riconobbe per quello che era veramente: non
un SS ma un agente della
polizia di stato francese, nella nuova funerea divisa imposta dal regime
di Pétain.
Oliver gli consegnò i documenti, ingoiando la paura. Il poliziotto
li sbirciò. Quindi disse:
- Dovete scendere alla prossima stazione, prima della frontiera.
- Siamo naturalizzati francesi dal 1938, - Oliver provò a protestare,
- e i nostri documenti di emigrazione sono perfettamente in regola!
- Perfettamente in regola per noi francesi, e magari per gl'italiani, -
replicò l'agente, - ma non per i tedeschi. Quelli badano solo al
paese d'origine e alla razza. Voi siete nato a Vienna ed ebreo.
L'uomo parlava senza ostilità. Era un francese obbligato ad un ruolo,
e stava cercando di aiutarli. Aggiunse a voce bassa:
- I tedeschi sono saliti sul treno precedente e hanno arrestato una dozzina
di viaggiatori con documenti altrettanto in regola dei vostri.
Il treno di cui parlava era quello che all'ultimo momento i Freud avevano
rinunciato a prendere.
Oliver, Henny e Eva scesero con i pochi bagagli alla prima stazione, Arduis,
località sciistica malinconicamente fuori stagione. Trovarono un
letto in una fattoria. Era notte alta, l'Europa ormai sprofondata nella
tenebra del nazismo. Oliver, mentre rassicurava la moglie e la figlia, sapeva
che avevano perso l'ultima occasione per uscire dalla Francia. Legalmente,
almeno.
Il giorno dopo rieccoli a Nizza, nel loro appartamento che credevano di
aver chiuso per sempre.
Il cerchio dei rastrellamenti delle SS si stringeva, benché le truppe
d'occupazione italiane fossero riluttanti a collaborare. Conscio di tutto
ciò, Oliver si scervellava per trovare una soluzione di fuga praticabile.
Decise di compiere una ricognizione lungo la frontiera e di avviare alcuni
contatti.
E' il gennaio 1943 quando Oliver, dopo aver raggiunto di nuovo e da solo
le pendici dei Pirenei, ed essersi incontrato con un docente universitario
antinazista, certo Arrau, e con suo cognato, un maggiore dell'esercito,
ottiene un appuntamento risolutivo con un ex soldato di quest'ultimo, in
un alberghetto di Perpignano, davanti a un grog fumante, mentre fuori cade
una pioggia fitta e ghiacciata. L'ex militare è un giovanotto magro
e abbronzato, si chiama Martin e alla fine della Guerra Civil ha
aiutato i repubblicani a fuggire dalla Spagna sottomessa al Caudillo, per
riparare nella Francia democratica di Léon Blum. Martin accetta di
far compiere ai tre Freud il cammino inverso.
Oliver se ne torna tranquillizzato a Nizza, ma lo attende un ennesimo imprevisto.
Eva non vuole più lasciare la città. E perché mai?
Dopo lungo tergiversare la ragazza ammette: si è appena innamorata.
Di uno studente di Ingegneria, membro della Resistenza.
Oliver dovrebbe infuriarsi. Ma, forse perché il pretendente di Eva
aspira alla sua stessa professione, forse perché è un maquis,
forse semplicemente per debolezza di padre, decide che la figlia può
rimanere.
Babbo e mamma Freud si adoperarono affannosamente per ramazzare nel tempo
residuo un certificato d'identità falso, da cui risultasse che Eva
era la nipote della loro ex governante. Alla quale lasciarono un piccolo
patrimonio da amministrare. Al momento di partire da Nizza i due genitori
erano quasi riusciti ad imporsi la convinzione che chi andava incontro al
rischio era non la figliola ma loro. Del resto, non potevano prevedere che
Eva, dopo essere sopravvissuta sotto mentite spoglie sino agli sgoccioli
della guerra, in seguito a una banale operazione di tonsille sarebbe stata
colta da una grave infezione e di lì a poco sarebbe spirata, per
mancanza di farmaci efficaci, tra le braccia del fedele innamorato...
In quel gennaio del `43 il destino era imperscrutabile per chiunque.
Oliver e Henny giunsero a Perpignano nella data fissata con Martin. Per
scoprire che questi aveva dilazionato l'impresa di qualche giorno, allo
scopo di apportare - diceva un messaggio - ritocchi al piano. Per giunta
l'hotel che era stato loro consigliato pullulava di militari tedeschi in
licenza. Henny affacciò il sospetto: la loro guida li aveva presi
in giro, o peggio?
La partenza fu improvvisa. Il 21 gennaio Martin si presentò in motocicletta:
avrebbe provato a portarli sul confine uno alla volta, senza bagaglio.
Non c'è tempo per i tentennamenti, spetta a Oliver azzardare per
primo. Saluta la moglie e via, sul sellino di una vecchia scoppiettante
Rudge, che tiene l'anima con i denti. Infatti dopo pochi chilometri è
in panne. Proseguono a spinta, sudati sotto gli abiti invernali.
Fino ad una stazione di servizio sperduta. Dove un meccanico ripara l'infernale
veicolo. Ripartono. Incappano in un posto di blocco dietro l'altro. In un
caso Martin lo aggira buttandosi per un sentiero a scapicollo. In un altro
aspetta che i soldati della Feldgendarmerie sospendano la sorveglianza per
un cicchetto al bar e quindi sfreccia a tutto gas. Nel terzo caso ha provveduto
in precedenza a ungere ingranaggi che non sono quelli della moto: le sentinelle
francesi lasciano che la coppia di centauri scivoli loro sotto il naso,
ignorandoli.
Quella notte Oliver dorme nei paraggi di St. Lambert, in casa della mamma
di Martin, solerte anzianotta, che gli ammannisce un pasto caldo e un crocchiante
materasso di foglie di pannocchia. Intanto Martin è tornato indietro
per prelevare Henny. Oliver aspetta. L'indomani Martin ricompare, provato
e solo. A Oliver cade il cuore per terra: Henny?..
Il giovane montanaro lo rassicura. I guai li ha passati soltanto lui; è
stato bloccato dalla ronda della Wehrmacht, perquisito e interrogato per
ore. Non sarebbe stato opportuno compiere lo stesso tragitto con Henny.
La quale manda un biglietto accorato al marito: prosegua lui, senza di lei.
Oliver è straziato. E' dunque una maledizione che la sua famiglia
sia destinata a frantumarsi, pezzo a pezzo? Si sente l'ultimo della sua
stirpe, condannato a vagare. Fino a dove, fino a quando? Martin lo riscuote
dalle sue disperate considerazioni, bisogna muoversi, la strada è
lunga, le pattuglie e i posti doganali da evitare sono tanti.
Tre notti di ascesa alla luce della luna che si riverbera sulla camicia
di ghiaccio delle montagne, al seguito ora di Martin ora di qualche ragazzotto
locale che conosce ogni sgarrupo e sa come evitare le pattuglie confinarie.
Poi, la capanna affumicata di un carbonaio.
- Qui siamo nella terra di nessuno, - spiega Martin, - dove i crucchi non
possono circolare. Dorma tranquillo.
Al risveglio Oliver viene messo nelle mani di un'altra guida, spagnola.
E' ora di salutare Martin.
Al tramonto del giorno dopo Oliver si separa dal suo ultimo accompagnatore,
in vista del primo villaggio iberico. Ma non c'è tempo di rallegrarsi.
Viene fermato da un carabiñero per accertamenti e condotto
nella prefettura della cittadella di Gerona, al cospetto di un funzionario.
Il quale constata:
- Avete un visto americano ancora valido. Quello di transito spagnolo è
scaduto da pochi giorni. Non abbiamo ragione di trarvi in arresto...
Oliver sta per ringraziare, ma quello aggiunge:
- ...Tuttavia, a scopo cautelativo, tratteniamo la vostra macchina fotografica
e i vostri dollari. Quanto al passaporto, va regolarizzato. Lo riavrete
domani. O dopodomani. Tra quattro giorni al massimo.
Oliver è rimasto senza parole. Quando un uomo in abito scuro, appena
sopraggiunto nell'ufficio, domanda:
- Signor Freud, lei è un ebreo espatriato in Francia?
Esitazione di Oliver. Poi ammette. E quello:
- Sono Vieira, del Comitato per i Rifugiati ebrei francesi. Da questo momento
lei è sotto la nostra protezione.
Il 30 gennaio Oliver è a Barcellona. Le piaghe della Guerra Civile
sono ancora aperte. Prende alloggio in una pensione affollata di profughi
mitteleuropei che attendono il visto per l'America. Oliver non ha questa
preoccupazione, bensì quella di Henny. Ha deciso: non lascerà
mai l'Europa da solo.
Si trascinano i giorni. Il morale di Oliver è ridisceso alla punta
delle scarpe. Poi, una domenica mattina, una telefonata del provvidenziale
signor Vieira: Henny arriverà a Barcellona col primo treno del pomeriggio.
Dopo tre settimane di separazione Oliver riabbraccia la moglie.
E' ormai la metà di marzo quando i Freud raggiungono Lisbona. Ottengono
l'imbarco per gli Stati Uniti. Il piroscafo Nyassa salpa il 13 aprile.
Per fermare le macchine subito dopo, alla foce del Tago. Nulla di grave:
il comandante, particolarmente superstizioso, si rifiuta di prendere il
mare di giorno 13. Bisognerà aspettare domattina. E' l'ultimo intoppo.
Dodici giorni dopo l'attracco al molo di Philadelphia. La moltitudine di
esuli deve restare a bordo ancora per qualche notte. Uno ad uno passano
per il setaccio di una commissione governativa. Ore di interrogatori.
Ad Oliver e Henny viene finalmente consentito di mettere piede sul suolo
del Nuovo Mondo il 28 aprile 1943. Ce l'hanno fatta.