Non c'è destino che tenga
Enrico Castelli Gattinara
"...ancora una volta il destino, l'inevitabilità, l'antitesi della scelta, era intervenuto
a dirigere la mia vita" (S.Rushdie, I figli della mezzanotte, p.458)
In tanti momenti della nostra vita siamo chiamati a scegliere, a decidere,
a selezionare fra diverse possibilità quella o quelle che riteniamo
più convenienti, più adeguate o più giuste. Dai comportamenti
più elementari alle più elaborate e raffinate scelte ideologiche,
religiose, politiche o professionali, è raro che qualcuno possa sottrarsi
a quest'esperienza ad un tempo banale e decisiva.
Quante scelte sbagliate hanno condizionato la vita delle persone e dei popoli!
Quante decisioni giuste hanno favorito lo sviluppo di personalità,
situazioni e civiltà! Dopotutto, quasi ogni momento della nostra
vita individuale e collettiva è determinata da scelte di ogni tipo,
dal risveglio mattutino quando si scelgono gli abiti da indossare fino al
coricarsi serale o notturno, quando si decide in che momento spegnere finalmente
la luce e chiudere gli occhi, lasciandosi avvolgere dall'indecidibile fluire
dei sogni che inevitabilmente ci prenderanno con sé.
Perché la scelta è affare della vita cosciente. Su questo
non ci possono essere dubbi. Ma non per questa ragione la si può
attribuire ad esclusivo patrimonio dell'umano genere: tutti i comportamenti
animali sono determinati da scelte che si susseguono e che il più
delle volte decidono della sopravvivenza e del benessere quotidiano. E sostenere
che le scelte degli animali sono determinate geneticamente e perciò
chiuse, privi com'essi sono di coscienza, non è del tutto vero e
la storia evolutiva delle specie lo conferma. Certo, i margini di libertà
comportamentale negli animali sono enormemente ridotti rispetto agli umani,
ma non sono del tutto chiusi altrimenti la vita e la biosfera sarebbero
un semplice meccanismo in nulla differente dall'inerte materia dei minerali.
In secondo luogo, se il mondo animale fosse del tutto determinato come pretende
una certa vulgata genetista, anche l'uomo lo sarebbe e non si spiegherebbe
perché, a un certo stadio della sua evoluzione, abbia compiuto un
salto che nessun'altra specie a noi nota è stata in grado di compiere.
Quindi affrontare il tema della scelta significa porre innanzitutto il problema
della libertà, senza la quale non ha senso parlare di scelte di alcun
tipo. Persino quando si dice che qualcuno si è trovato di fronte
a "una scelta obbligata" s'intende sotto sotto che restava un
margine, seppure infinitesimo oppure fatale, per sottrarsi a quell'obbligo.
Certo, la libertà è anche quella del sottrarsi alla logica
delle scelte, non come libertà di scelta ma come libertà dalle
scelte. La libertà dal dover fare delle scelte in ogni momento della
propria vita, e quindi la libertà del lasciarsi andare senza scelte,
senza opzioni, senza decisioni in quella che potrebbe essere chiamata l'essenza
della vacanza e del riposo. L'ozio contro l'azione. Ma all'origine dell'ozio
c'è pur sempre una scelta; e per quanto affascinante nel suo spirito
decadente possa essere la scelta di non scegliere, l'ozio e l'inerzia alla
Oblomov, nessuno in realtà ne potrebbe mai essere capace. Nessuno
che abbia una sua identità personale e un equilibrio riconosciuto
come non patologico (come individuo, innanzitutto, poi come comunità
e come società - per questo non è possibile sottrarsi alle
questioni dell'etica).
In ultima istanza, dice il filosofo, la libertà è sovrana.
Lo è, come ha scritto Kant, perché scegliere è un'operazione
razionale e la ragione caratterizza ciò per cui l'uomo differisce
dall'animale. Tuttavia la scelta non è sempre stata ricondotta alla
ragione. È una vecchia questione della filosofia, questa, che passa
da Aristotele a S. Agostino e poi soprattutto attraverso la filosofia medievale
in Tommaso D'Aquino, perché la definizione dell'uomo come "animale
razionale" implicava per loro solo una facoltà conoscitiva superiore,
ma non una libertà che nessun'altro animale può permettersi.
Tale libertà sarebbe garantita all'uomo da un'altra caratteristica
distintiva fondamentale: la volontà. Di qui la secolare differenza
fra conoscere e agire che i filosofi moderni hanno cercato di risolvere.
Scegliere è dunque un atto della volontà che implica come
condizione la libertà, sostenevano i medievali. Ne sorgeva naturalmente
la questione tormentosa del libero arbitrio, vale a dire se l'uomo fosse
o meno libero di scegliere anche il male. Insomma, se dietro la volontà
potesse esercitarsi una qualche necessità, oppure se la volontà
fosse indifferente e completamente libera da vincoli necessitanti. La risposta
è stata inequivocabile: se non ci fosse libertà di scelta,
l'uomo sarebbe privo di volontà, in nulla differente dai bruti. Vittima
di un cieco destino, inevitabile e insindacabile, la stessa ragione umana
sarebbe priva di senso,mera passione senza azione. Da questo punto di vista,
sia Agostino che Duns Scoto sono filosofi della libertà, poiché
riconoscono che è questa ad essere la condizione fondante della volontà
cui l'uomo non può sottrarsi. È proprio per questo che l'uomo
entra in un regime giuridico, nel senso che può essere giudicato
sulla base delle proprie scelte: se ne fosse privo, o comunque limitato,
la differenza fra il bene e il male sul piano del comportamento (delle azioni)
non avrebbe luogo d'esserci. Ecco perché persino il comportamento
parossisticamente indifferente di Oblomov è un atto di libertà.
Siamo, però, su un piano esclusivamente individuale. Quando ci si
sposta su un piano sociale e collettivo, che è anche il piano delle
regole e delle leggi, le cose cambiano. La libertà individuale deve
incontrarsi con la società civile, anche se non per questo scompare
- e ciò, come vedremo in seguito, ha la sua importanza.
Riprendiamo il ragionamento iniziale: ogni momento della nostra esistenza
scegliamo e decidiamo qualcosa. Ma siamo veramente liberi nelle scelte che
operiamo? Il nostro libero arbitrio - per usare il linguaggio medievale
- è veramente così totalmente libero o non è piuttosto
condizionato da tutta una serie di situazioni che ci vincolano necessariamente
(la cultura cui apparteniamo, il sistema di leggi della nostra società,
la lingua che parliamo, le condizioni economiche che ci fanno vivere, ecc.)?
P. Ricoeur ha utilizzato la formula di "servo arbitrio" per indicare
proprio questo duplice aspetto della condizione umana: fondamentalmente
libera, eppure anche serva. Persino Aristotele si era posto il problema,
quando aveva chiamato "proairesis" la scelta (proairesis
significa preferenza), intendendo con ciò che le possibilità
offerte alla scelta potevano essere predeterminate, e che la scelta era
vincolata alle possibilità offerte.
Lo sviluppo delle scienze umane ci ha aperto poi gli occhi su molti aspetti
della vita individuale e collettiva. La psicanalisi sostiene che i nostri
comportamenti non sono mai del tutto liberi, e che dipendono da alcune esperienze
cruciali vissute nei primissimi anni di vita, l'antropologia ci ha mostrato
quanto siamo vincolati alle relazioni parentali, la sociologia quale sia
il peso delle convenzioni, ecc. Una donna che nasce nell'anno 2000 in Iran
o in Afganistan ha certamente meno scelta di una donna che nasce in Francia
o in Italia. Il figlio di un contadino eritreo ne ha di meno rispetto al
figlio di un contadino canadese. Certo, il loro libero arbitrio, per quanto
asservito dalle diverse condizioni esistenziali, non viene intaccato nella
sua essenza, eppure di fatto è assai più limitato quello
dell'uno rispetto a quello dell'altro.
Persino nelle nostre società avanzate che sbandierano l'acquisizione
di una libertà senza limiti le cose stanno diversamente e i poteri
più o meno occulti di controllo negano ciò che apparentemente
promettono. L'omogeneizzazione economica del presunto libero mercato mondializzato
ha posto più vincoli negli ultimi anni che durante le fasi più
oscure del colonialismo. Paesi che avevano un proprio equilibrio economico
interno, diciamo di sussistenza, sono stati spazzati via economicamente
dagli imperativi della mondializzazione economica e ridotti letteralmente
alla fame.
Più da vicino, basti pensare al più efficiente regime della
libertà politica di scelta rappresentato dalle democrazie: che scelta
resta quando alcune istituzioni cominciano a invadere sempre di più
gli spazi del privato? Quale scelta è quella che diventa obbligatoria
nei confronti di un servizio sanitario statale che si arroga il diritto
di decretare per legge quando una persona è da considerare morta
o no al fine di poterne estrarre degli organi? A prescindere naturalmente
dalla legittimità di una legge che impone di dichiarare il proprio
dissenso, e non il proprio assenso, se si vuol essere donatori di organi,
la questione ad un tempo etica e politica è su chi possiede e può
decidere del corpo di una persona. Sono problemi su cui il mondo politico
attuale comincia a interrogarsi. Ma in realtà essi nascono anche
dal basso.
Fino a che punto siamo liberi di scegliere, quando la mattina ci alziamo
e decidiamo quale abito indossare? O cosa mangiare per colazione? O quale
programma televisivo vedere la sera? Oggi sappiamo che su questa minima
libertà privata c'è molto da dire, perché convenzioni
sociali, moda, religione, pubblicità e leggi di mercato restringono
notevolmente l'arco delle possibilità. È banale, eppure è
essenziale per capire cos'è una scelta, cosa significa decidere qualcosa
e quanto siano irrequieti gli spazi delle scelte.
Non si può insomma parlare di scelte senza prendere in considerazione
le condizioni in cui esse avvengono, i criteri adottati, le conseguenze
possibili, il regime di libertà in cui si esprimono. Ignorare questo
significa rinunciare di fatto alla propria libertà. Solo chi è
consapevole di tutta la servitù del proprio arbitrio, ossia solo
chi è consapevole tanto dei propri limiti quanto di quelli imposti
dal mondo sociostorico ed economicopolitico in cui vive, è veramente
libero di operare delle scelte che rivelino la sua essenziale libertà.
Mantenere aperta la scelta significa sapere cosa si può scegliere
senza lasciarsi ingannare dall'incredibile numero di scelte obbligate con
cui ci si illude quotidianamente di esercitare la propria presunta libertà.
Significa anche costruire la possibilità di una scelta effettiva,
quando questa viene meno. Ciò che caratterizza la nostra epoca ancora
come moderna - in questo Habermas ha ragione - è la ricerca di una
consapevolezza critica della libertà, ossia sapere riconoscere e
rivendicare una libertà che non sia semplicemente un'illusione. Ed
eventualmente scegliere di conquistarla o di riappropriarsene.
Occorre quindi anche riconoscere i margini entro i quali viene costretta
la nostra libertà, vale a dire per esempio quanto e quando un'istituzione
limita il nostro vitale spazio di manovra. È quanto si riflette nella
stessa capacità di operare delle scelte: quando un sistema sociale
organizza tutti gli ambiti della vita dei propri cittadini, pervadendoli
con normative che invadono sempre di più gli spazi una volta considerati
inviolabili (per esempio il proprio corpo), o quando uno spregiudicato meccanismo
economico registra e controlla sempre più completamente ed efficacemente
i nostri comportamenti e le nostre preferenze (come nel caso dell'informatizzazione
dei nostri dati attraverso carte di credito, tessere magnetiche, codici
fiscali, carte sanitarie, ecc.) quali scelte restano?
Più in dettaglio, e per riprendere un esempio accennato prima: il
supermercato o l'ipermercato rappresentano veramente un ampliamento delle
nostre possibilità di scelta fra merci diverse? O non rappresentano
invece un meccanismo per veicolare e costringere la scelta alimentare su
un certo tipo di produzione industriale a scapito di una tradizione di vendite
al dettaglio impostate in modo diverso (sulla qualità, o sulla simpatia
del negoziante, ecc.). Quello che in Italia è successo coi cartelli
costituiti dalle compagnie d'assicurazione o dalle compagnie petrolifere
mostra con chiarezza quanto fosse ingannevole e in malafede l'apologia del
liberismo economico fatta in nome di un mercato mosso dalla possibilità/capacità
di scegliere da parte del consumatore. La presunta libertà di scelta
di una merce è semplicemente un'illusione in un mercato che rende
sempre più omogenea e uniforme la produzione, dove i criteri della
scelta si riducono a effetti d'immagine generati da specifiche strategie
pubblicitarie, e sempre meno sulle caratteristiche effettive delle merci
(che tendono a equivalersi tutte).
Naturalmente, una libertà totale nella scelta di un prodotto non
potrebbe esistere, né può esser mai esistita, ma in un mercato
controllato da enormi potenze industriali i margini di scelta finali per
i consumatori sono molto più ristretti che in un mercato composto
da una pluralità disomogenea di produttori minori (è il caso
della lotta sleale fra produzione artigianale e industriale). Oggi, dopo
il fallimento di politiche economiche basate su quella che Hobsbawn ha chiamato
"teologia" del liberismo, persino gli economisti più intransigenti
riconoscono che il mercato non può né deve essere lasciato
completamente libero. In primo luogo perché su larga scala i danni
arrecati sarebbero maggiori dei benefici; in secondo luogo perché
tale presunta libertà è una chimera (in quanto non è
possibile isolare un'economia dal suo contesto sociale, storico, politico,
ecc., come hanno ben mostrato le cure della Thatcher in Gran Bretagn o di
Reagan negli USA, prontamente interrotte dai governi successivi).
Il fatto è che il termine libertà viene utilizzato senza troppi
scrupoli grazie alla sua grande forza evocativa (come nel caso italiano
di quelle forze politiche alcune delle quali assai poco libertarie raccolte
sotto l'alleanza chiamata "Polo delle libertà"). Ciò
non toglie che molti spazi di libertà collettiva siano talmente ridotti
da essere praticamente invisibili, il che ha contribuito al fenomeno sempre
più preoccupante in Europa che è il "distacco" fra
politica e società (da cui deriva l'astensionismo elettorale, che
rappresenta una consapevolezza, da parte dell'elettorato, del fatto che
i margini di scelta si sono troppo ridotti per essere prese sul serio le
elezioni). Le persone sono sempre meno libere di scegliere i modi della
propria collettività, o gli spazi del proprio intervento pubblico.
Il che però non significa che ne siano diventate incapaci, e la scienza
politica sa bene quanto sia necessario rivedere alcune delle sue nozioni
di base per comprendere ciò che accade al presente. La storia infatti
va avanti, nel bene o nel male, e le forme della libertà si articolano
nel sistema dei rapporti che si trasformano nel corso del tempo, senza che
si verifichino gli scenari apocalittici paventati da Orwell. Occorre però
rivedere le vecchie categorie della politica, ormai inapplicabili.
Perché se è vero che non ha senso parlare di libertà
in termini assoluti o astratti (visto che siamo costretti alla contingenza
del reale, e che la libertà ha valore in relazione a un certo stato
di cose che non riguarda solo il singolo individuo), è altrettanto
vero che c'è sempre, per quanto ristretto o rischioso possa essere,
un margine minimo, un residuo irriducibile di scelta libera, che è
poi quanto permette (eticamente e politicamente) all'essere umano di restare
tale, nella sua dignità, anche quando è costretto alle situazioni
più estreme. Nelle istituzioni totali, persino nei regimi carcerari
più costrittivi o sotto le dittature più feroci, la scelta
per quanto ridotta ai minimi termini resta pur sempre possibile. Sono le
diverse forme di resistenza. È la scelta di fronte al compagno di
cella, la scelta di fronte al pasto da consumare, la scelta di resistere
alle umiliazioni, la scelta di sé stessi, la scelta che s'incunea
negli interstizi, nelle crepe, nelle fessure che ogni istituzione o regime
totale inevitabilmente comporta, perché mai si è data una
situazione la cui assolutezza fosse perfetta (e lo dimostrano i comportamenti
individuali nei campi di sterminio nazisti, le innumerevoli ed infime crepe
che malgrado le atrocità lasciavano uno spazio possibile, chiuso
definitivamente solo quando un essere umano crollava scivolando in quello
stato irreversibile di larvalità chiamato "musulmano").
C'è però un caso in cui - a parte la finzione letteraria -
la libertà della scelta sembra manifestarsi come un atto di abdicazione
(che pure resta volontario), come libertà dalla scelta. Non
quella di Oblomov, ma la sua situazione speculare, che può essere
ben reale in un mondo d'identità personali costituite (quindi escludendo
l'infanzia e l'ambito pedagogico-educativo che richiederebbe un discorso
a parte): è il regime dell'obbedienza assoluta, il giuramento alla
cieca fedeltà e alla mera esecuzione degli ordini. Basti pensare
al mondo militare, dove il giuramento all'obbedienza e alla fedeltà
assumono un valore formalmente assoluto. Il soldato moderno, qualunque sia
il suo grado, non può scegliere: il suo giuramento di fedeltà
è indissolubile e indiscutibile. La sua obbedienza è cieca,
il suo compito è quello di eseguire esclusivamente gli ordini e la
sua virtù è quella di farlo senza esitazioni.
È stata questa la linea difensiva scelta per esempio dai gerarchi
nazisti durante il processo di Norimberga e sedici anni dopo da Eichmann
durante il processo cui venne sottoposto a Gerusalemme nel 1961, dopo essere
stato rocambolescamente rapito dai servizi segreti israeliani in Argentina.
Nel libro che H. Arendt dedica al processo Eichmann viene data particolare
importanza proprio a questo aspetto, l'obbedienza a ordini superiori, per
mostrare quella "banalità del male" che ha reso possibile
che gente perfettamente normale commettesse l'inconcepibile. La tesi che
la Arendt difende in tutto il suo resoconto del processo (che costituisce
il libro) dà il titolo all'opera: La banalità del male
(tr. it. Feltrinelli, Milano, 1999), appunto perché Eichmann non
era quel mostro sanguinario, sadico e violento che si era detto, ma un banalissimo
piccolo borghese pieno di ambizioni carrieriste più o meno frustrate
come centinaia di migliaia di suoi simili in tutto il mondo. Eichmann, ossia
la persona che era al vertice dell'organizzazione di espulsione e deportazione
degli ebrei prima fuori dallo spazio vitale della Germania, poi verso i
campi di concentramento e di sterminio, era un uomo semplice, privo d'immaginazione,
incapace di compiere astuti traffici e tessere buone relazioni, ma solerte
nello svolgimento del suo dovere ed esperto nel suo campo specifico. Non
era uno stupido, spiega la Arendt, "era semplicemente senza idee (una
cosa del tutto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d'idee ne
faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali
di quel periodo" (p.290). Egli infatti "non riuscì mai
a capire bene quello che stava facendo", ma scelse di coinvolgersi
completamente in una situazione dove si sentiva perfettamente a suo agio,
ossia in una macchina il cui scopo finale, lo sterminio fisico di un popolo,
gli era quasi indifferente: purché l'organizzazione funzionasse bene,
purché i treni carichi di deportati viaggiassero in orario e non
ci fossero intoppi, purché le evacuazioni avvenissero in ordine e
i criteri di efficienza fossero rispettati, il destino finale di uomini,
donne e bambini, vale a dire il "contenuto" e l'oggetto dell'organizzazione
non lo interessavano e lo preoccupavano marginalmente.
Era insomma una persona normale, comune, né stupida né indottrinata
oppure cinica. E proprio questo il processo di Gerusalemme non riusciva
a cogliere, cercando ad ogni costo il mostro, la perversione, l'anormalità.
Né i giudici, né l'accusa potevano infatti concepire che una
persona normale fosse a tal punto incapace di distinguere il bene dal male.
Eichmann, come risultava dalle sue deposizioni, non era neppure eccessivamente
antisemita e "personalmente" non aveva nulla contro gli ebrei.
Solo che egli era del tutto incapace "di vedere le cose dal punto di
vista degli altri". Le scelte fatte riguardavano la sua carriera, il
suo posto nell'ufficio che gli era assegnato, lo svolgimento del suo dovere,
l'obbedienza alla legge (e ogni ordine di Hitler aveva valore di legge).
Cercò anche di spiegare che ogni tedesco, per non dire ogni altra
persona ligia al proprio dovere, se fosse stata al suo posto avrebbe agito
come lui, che nei fatti non aveva ucciso nessuno con le proprie mani, non
aveva fatto violenza o infierito su nessuno, anzi era infastidito e nauseato
dalle relativamente poche scene di crudeltà e massacro cui assistette
in alcuni sopralluoghi.
Il processo dimostrò con testimonianze attendibili che era possibile,
anche nella Germania nazista e fra i militari (persino fra le SS), fare
scelte diverse o non obbedire agli ordini (senza fra l'altro incorrere in
tragiche conseguenze). Ma la Arendt, insistendo sulla normalità di
Eichmann e dimostrando la banalità del male, voleva sottolineare
quanto fosse ad un tempo tremendo e banale giustificarsi dicendo che la
propria colpa veniva dall'obbedienza, da sempre esaltata come una virtù.
Giustificazione banale di un uomo banale che si è attenuto alle proprie
misere, banalissime scelte di obbedienza e fedeltà, senza voler più
distinguere l'umanamente lecito dall'illecito, abdicando alla propria capacità
di continuare a scegliere e rinunciando così alla responsabilità
di una scelta pur sempre possibile, ma sulla quale non ci si vuole affaticare
(perché ci si lascia trascinare dalla corrente, si obbedisce senza
pensare troppo, si compie il proprio lavoro, ci si affanna nel proprio spazio
di affari fino a diventare incapaci di pensare al resto, agli spazi circostanti,
al punto di vista degli altri).
La Arendt conclude: "Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come
lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né
sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. [...]
Questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità
messe insieme, poiché implica [...] che questo nuovo tipo di criminale,
realmente hostis generis humani, commette i suoi crimini in circostanze
che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male"
(p.282).
Questo vuol dire che uomini così diventano incapaci di scegliere?
Assolutamente no, perché alla base del loro comportamento c'è
una scelta precisa, e nella lenta evoluzione dei fatti essi rinnovano quella
scelta di non guardare l'orrore in faccia, di non chiedersi cosa accade
al di fuori del proprio cerchio ristretto, di non pensare. Scegliere
è banale, e per questo inevitabile. Nessuno può pensare che
liberandosi dalla scelta si sottrae alla responsabilità di
averlo fatto.
Anche quando i margini sono stretti o si è giurata obbedienza a qualcuno
o qualcosa, resta la responsabilità delle proprie scelte e a nulla
vale illudersi di poterne fare a meno. Anzi, proprio là dove i margini
si stringono in lacci più o meno visibili e dove le scelte individuali
costringono in comportamenti senza alternative, allora occorre saper scegliere.
Occorre saperlo soprattutto in quei momenti e quegli spazi in cui è
rimasto possibile, in quelle infinitesime crepe, in quelle pieghe irriducibili,
in quei brevi istanti che inevitabilmente ogni realtà - fosse anche
la più cupa - apre al suo interno. Come se si trattasse di una vigilanza
minimale del pensiero cosciente.
Riprendendo le parole della citazione iniziale sul destino, allora, bisogna
ribadire che non c'è inevitabilità storica e condizionamento
assoluto, quindi non c'è giustificazione senza assunzione di responsabilità.
Ecco perché è importante continuare a capire cosa significa
scegliere.