La "semplicità" nella comunicazione pubblicitaria.
Alcuni spunti di riflessione
Giovanna Gadotti
Quando la rivista "Aperture" ha proposto per il nuovo numero
il tema della semplicità, invitandomi ad applicare tale concetto
(o qualità) al mio campo di studio e di ricerca, quello della comunicazione
massmediale, mi è venuto spontaneo pensare alla comunicazione pubblicitaria.
Certo non perchè la pubblicità sia un fenomeno comunicativo
semplice. Tutt'altro.
La comunicazione pubblicitaria è un fenomeno complesso e multidimensionale.
Come è stato giustamente osservato "la straordinaria complessità
della pubblicità appare inversamente proporzionale alla sua apparente
semplicità". [1]
Perchè dunque associare il valore della semplicità alla pubblicità?
Cercherò di motivarlo nelle riflessioni che seguono, con una precisazione.
Quando parlo di semplicità nella comunicazione pubblicitaria intendo
riferirmi ad una qualità propria di quella comunicazione ovvero alla
sua capacità di ridurre la complessità del sociale in schemi
immediatamente comprensibili ad un vasto pubblico. Di questa prerogativa
della pubblicità, è noto, sono state date nel tempo valutazioni
negative e talora "apocalittiche". L'obiettivo di queste brevi
note è sottolineare le qualità anche positive della semplificazione
operata dal discorso pubblicitario.
Secondo molti studiosi della comunicazione di massa, la pubblicità
può essere considerata a tutti gli effetti un "genere"
comunicativo che ha raggiunto una sua autonomia e maturità espressiva,
tanto che altri media, il cinema, la stessa televisione, i fumetti, la musica,
sempre più frequentemente si ispirano ad essa, alla sua grammatica,
alla sua sintassi, al suo linguaggio, ai suoi modelli e stilemi comunicativi,
alle sue suggestioni. Da questo punto di vista c'è chi considera
la pubblicità la "quintessenza" della testualità
televisiva, per la sua capacità di fornire indizi narrativi, suggerire
connotazioni e percorsi interpretativi, attivare riferimenti intertestuali
attraverso un forte impatto emozionale, dovuto alla sapiente e consapevole
organizzazione dei diversi registri (visivo, sonoro) utilizzati.[2]
La prospettiva semiotica e più recentemente quella sociosemiotica
hanno fornito contributi operativi e di studio tra i più stimolanti
al fine della comprensione dei meccanismi di funzionamento del testo pubblicitario.
Tale prospettiva ha focalizzato l'attenzione sul linguaggio utilizzato dalla
pubblicità, tentando di cogliere l'intreccio dei codici e dei sottocodici
e di individuare i livelli di significato (da quelli più manifesti
a quelli più profondi ad essa sottesi) su cui esso è costruito.
Per l'approccio semiotico, sono i segni e la loro organizzazione e relazione
interna al testo che costruisce il significato di una pubblicità.
La ricca produzione di analisi e studi che ha tentato una operazione di
"smontaggio" dei testi pubblicitari per individuarne i principali
percorsi di interpretazione ha messo in luce, allontanandosi da posizioni
pregiudiziali e aprioristiche di condanna della pubblicità, la ricchezza
e la complessità dei suoi messaggi.[3]
Nell'ultimo decennio poi, la riflessione teorica sulla pubblicità
si è fatta più densa e promettente. L'analisi si è
arricchita dell'apporto di molte discipline, la sociologia, la psicologia,
il marketing, l'antropologia interessate a evidenziare soprattutto i diversi
ruoli svolti da tale genere comunicativo nel sistema delle comunicazioni
di massa e più in generale nel sistema culturale. Dall'insieme di
questi contributi scaturisce la convinzione che la pubblicità sia
uno dei terreni più proficui su cui muoversi per comprendere processi
comunicativi e processi culturali che agiscono all'interno dell'intero tessuto
sociale.
Peraltro, che la pubblicità abbia assunto funzioni ben più
ampie e complesse che non la semplice sollecitazione al consumo, pur rimanendo,
è ovvio, l'istituzione deputata a svolgere quella essenziale della
commercializzazione e della "semantizzazione" dei prodotti, è
ormai cosa nota e accettata. Tuttavia, ciò su cui si è meno
investigato è il ruolo cruciale svolto dalla pubblicità nel
meccanismo di costruzione sociale della realtà, attraverso i media.
Secondo tale prospettiva, la pubblicità è un osservatorio
privilegiato per cogliere andamenti culturali e sociali più complessivi,
per cogliere cioè tratti salienti della cultura dominante. La pubblicità
catturerebbe infatti qualcosa della realtà che rappresenta, fornirebbe
anzi "una sorta di (e come suo correlato alcune indicazioni sui temi
) della realtà sociale che rappresenta e a cui si rivolge."
[4] La pubblicità, in altri termini,
"più che rispecchiare la realtà, opera una messa in scena,
costruendo un discorso a partire da alcuni aspetti di essa, attingendo da
temi topici e da convenzioni discorsive, selezionando tra una gamma di possibilità
disponibili come patrimonio culturale comune allo spettatore [...] ed elaborando
una versione della realtà sociale che non è né vera
né falsa (e spesso nemmeno verosimile), ma sempre [...] in qualche
modo significativa, a ciò che rappresenta" [5].
In questo processo di rappresentazione della realtà la pubblicità,
certo non considerata nelle sue manifestazioni singole (l'annuncio o lo
spot), ma come flusso e come sistema globale di comunicazione, svolge dunque
una cruciale funzione di agenda setting, ovvero una funzione di selezione
e gerarchizzazione di temi socialmente rilevanti (la famiglia, le relazioni
interpersonali, la socialità, il tempo libero) e rinvia in una forma
semplificata e veloce patterns di modelli, valori correnti, rappresentazioni
collettive, mode e pratiche culturali.
Insomma essa diventa una risorsa culturale cui attingere, un moderno galateo
che svolge una funzione didattica e di rinforzo delle convenzioni socioculturali
più diffuse, in tal modo svolgendo una funzione di guida sociale
che altre istituzioni, tradizionalmente deputate a tale scopo, non sono
più in grado di svolgere.
Certo non si può obiettare al fatto che la selezione che la pubblicità
continuamente svolge sull'ambiente socioculturale agisce in modo che solamente
alcuni temi, concetti, categorie mentali siano valorizzati, mentre gli altri
sono dimenticati, nè che valori sociali che la pubblicità
promuove (bellezza, giovinezza, successo_ ) vengano rafforzati, mentre si
svuotano di significato gli altri che essa ignora (malattia, povertà,
morte, dolore_). E certo non possiamo non essere d'accordo con quanto più
volte è stato sottolineato, cioè che "nella pubblicità
c'è il godimento senza il vizio, il piacere senza la passione, c'è
la vita ma senza il dolore e la morte. C'è insomma la vita senza
la vita".[6]
Così pure non si può non osservare che la pubblicità,
per i suoi caratteri di ellitticità e velocità, produce oltre
che una selezione dei temi "raccontabili", una ulteriore semplificazione
della realtà, instaurando quel processo di iperritualizzazione[7] che aumenta il grado di stereotipia delle
rappresentazioni.
Tuttavia, accanto a queste osservazioni che ripetono accuse alla pubblicità
risalenti, per quanto fondate, mi pare si possano intravvedere effetti anche
"virtuosi" nella semplificazione della complessità operata
dal discorso pubblicitario.
Le qualità positive di tale semplificazione vanno peraltro inquadrate
nel contesto e nelle modalità di fruizione della comunicazione massmediale,
e della pubblicità in particolare, che ci paiono profondamente mutate
in questi ultimi decenni.
Accanto alla prospettiva cui sopra si è accennato, cioè della
pubblicità (e più in generale dei media come potenti
costruttori della realtà sociale), si è sviluppato, nella
communication research, un interesse sempre più vivo verso
l'analisi delle modalità di fruizione della stessa comunicazione
da parte del pubblico. Da quelle analisi esso risulterebbe capace di una
fruizione non passiva della pubblicità stessa, ed anzi un interprete
competente ed "attrezzato" del prodotto mediale.
In tale contesto più maturo di consumo, televisivo e non, la semplificazione
del discorso pubblicitario può forse disvelare finalmente le sue
qualità anche positive.
Per argomentare questa nostra ipotesi di lettura, conviene ricordare
che la pubblicità, proprio perchè deve comunicare e farsi
intendere da un pubblico vasto ed eterogeneo è obbligata ad attingere
ad un universo valoriale ed ideologico largamente condiviso. Ciò
significa che difficilmente (se non per prodotti cosidetti di nicchia e
quindi rivolti ad un segmento minoritario di popolazione) la pubblicità
rappresenta situazioni sociali, interazioni e modelli di comportamento che
non siano già in larga parte diffusi e consolidati nel contesto sociale
in cui comunica.
La pubblicità, in altri termini, rinvia e rende immediatamente intellegibili
i trends, le correnti culturali, i valori e le opinioni già ampiamente
esistenti nel sociale. Se è vero che di essi ci rinvia un'immagine
stilizzata e stereotipata, è anche vero che "proprio in virtù
del suo sguardo semplificante sul mondo la pubblicità si traduce
in una vetrina parodistica del sociale".[8]
Nello specchio deformato e ridotto della pubblicità, in altri termini,
noi possiamo cogliere ingranditi i tratti tipici della nostra società.
In tal senso ha ragione la Righetti quando osserva che la pubblicità
"è una vetrina che funge da lente di ingrandimento e da macchina
della verità",[9] che svela dunque
più di quanto riesca ad occultare. In quest'ottica mi pare che si
possa azzardare una valutazione anche positiva del linguaggio pubblicitario
capace, come forse non altri, di far trapelare in pochi attimi elementi
significativi del nostro modo di vivere.
Ma vi è un'altra declinazione della semplificazione operata dalla
pubblcità (forse più "virtuosa") che qui conviene
menzionare.
Occorre, per chiarire quest'ultimo punto, fare riferimento alla comunicazione
persuasoria che viene impiegata in contesti diversi da quelli della comunicazione
commerciale. Mi riferisco alle campagne che hanno per tema la tutela dell'ambiente,
la prevenzione delle malattie a forte incidenza sociale, la sicurezza stradale,
la lotta alla tossicodipendenza, il rispetto di norme di cortesia nella
convivenza e così via. Questo tipo di comunicazione, è sotto
gli occhi di tutti, è andato aumentando in quest'ultimo decennio
in Italia, a ritmi incalzanti. Si tratta insomma di messaggi relativi a
problematiche sociali di interesse collettivo, la cui soluzione richiede
la partecipazione motivata di tutti i cittadini[10].
La riduzione della complessità operata dal discorso pubblicitario
può svolgere in questo delicato ambito della comunicazione persuasoria
una preziosa funzione: quella di offrire una sintesi intelligente di questioni
già oggetto di una conversazione più ampia e diffusa.
Anche uno spot di una manciata di minuti può dunque ragionevolmente
richiamare l'attenzione distratta del pubblico, rafforzare un punto di vista
emergente, amplificare il consenso attorno ad alcune issues di interesse
generale, sollecitare una presa di coscienza su una rilevante questione
sociale, riproporre in agenda questioni sociali mai (o ancora non) risolte
.
Insomma esso può dare visibilità e comprensione immediata
a concetti o questioni complesse per un pubblico vasto ed eterogeneo.
Da una ricerca recentemente effettuata sulla pubblicità sociale[11] è emerso come ad essa venga riconosciuta
questa capacità di richiamare, ricordare, far scattare "grilletti
attenzionali". Ecco allora che la sinteticità e la pervasività
del messaggio pubblicitario diventa una carta vincente del messaggio stesso,
in tal modo esaltando le qualità positive della semplificazione.