Nelle pieghe del semplice
Considerazioni di estetica ed epistemologia
Enrico Castelli Gattinara
Simplex sigillum veri?
"La semplicità non è uno stato di cose, ma un autentico stato d'animo" (Bachelard).
Semplice viene etimologicamente dalla parola piega, piegatura, e significa
senza pieghe, senza anfratti, senza ripiegamenti (sin-plex). Il suo contrario,
complesso, indica esattamente "con pieghe", cum-plex; e non è
un caso se nel vocabolario il termine che indica l'atto di aprire qualcosa
che è complesso è "spiegare". Spiegare significa
render semplice ciò che è complesso. Questo non implica naturalmente
che si rinunci alle pieghe, come troppo spesso si fraintende confondendo
spiegazione con semplificazione, ma la conservazione dispiegata delle stesse.
La complessità di qualcosa non viene ridotta dalla sua spiegazione,
è invece semplicemente aperta. L'opposizione si rivela quindi piuttosto
una complementarità, come i teologi medievali avevano già
capito quando si perdevano nelle innumerevoli definizioni e spiegazioni
di Dio, pura Semplicità. Allo stesso modo, si possono leggere pagine
e pagine fitte di scrittura per la spiegazione di un semplice fenomeno fisico,
matematico, psicologico, ecc. La semplicità del teorema di Pitagora
o della formula per trovare l'area del cerchio non ne riducono la complessità.
Al contrario: possiamo dire che è semplice una formula di cui abbiamo
già dispiegato tutte le piegature; quando la formula ci viene invece
proposta senza spiegazione, ancora tutta ripiegata in sé, allora
ci appare incredibilmente complessa (una volta dispiegata la formula può
essere "complicata", per esempio agli occhi di un neofita, ma
non complessa). Ed è così di tutte le cose che si dicono semplici.
Non solo nelle scienze, ma nelle cose di ogni giorno che le diverse forme
artistiche del Novecento hanno avuto il grande merito di proporre (in musica,
per esempio, l'uso dei motivi popolari; nel cinema e nella letteratura,
la storia di gente semplice; nell'arte, l'uso di oggetti comuni...). Questo
per dire che non è sempre semplice ciò che appare semplice.
Si pensi al gesto semplice di un bambino, a un suo abbraccio o alla mano
stretta dentro quella di un adulto: semplice, sì, ma al tempo stesso
infinitamente complesso, come la psicanalisi ha insegnato.
M.Serres fornisce un esempio illuminante del rapporto fra semplice e complesso,
quando fa riferimento al movimento del fornaio che prepara il pane. Gesto
semplice per eccellenza su un alimento essenziale: quando impastava, il
fornaio di un tempo piegava e ripiegava la pasta su se stessa, pigiando
con le mani. L'impasto che ne usciva è di una complessità
straordinaria, se geometricamente inteso. La stessa cosa vale per il volo
di una mosca, o per il più semplice gesto di una mano: "i gesti
più semplici e più quotidiani possono produrre delle curve
molto complesse" (SERRES, 1992, p.100). Perché il semplice contiene
in sé tutte le pieghe della complessità. Nel pane di ogni
giorno c'è tutto il fascino dell'attuale geometria.
Per Duns Scoto la semplicità era un attributo divino, nel senso
che l'essenza di Dio, per essere assolutamente una, doveva necessariamente
essere "semplice". La difficoltà maggiore, per i teologi
medievali, consisteva nel dimostrare in che modo tale semplicità
fosse un attributo di Dio senza che ciò significasse un'assoluta
"idiozia" di Dio, vale a dire una sua privazione di qualcosa,
una sua imperfezione. Occorreva quindi considerare la perfetta semplicità
dell'essenza divina non come assenza di attributi, ma come l'unità
perfetta di una molteplicità di attributi diversi. L'unità
semplice di Dio, come la luce bianca, non è l'assenza dei colori
e delle differenze, ma la loro perfetta unità, la loro assoluta presenza
è, paradossalmente, anche l'assoluta complessità. Nell'essenza
semplice, nell'unitas simplicitatis occorre riconoscere l'irriducibile
molteplicità degli attributi divini, che nulla "toglie"
alla semplicità proprio perché quest'ultima la comprende senza
eliminarla.
Ecco perché era naturale, per i medievali, identificare la bellezza
con la semplicità (Roberto Grossatesta scriveva nel XIII secolo che
la luce era bella proprio grazie alla sua natura "simplex"). Ne
seguiva un'estetica che privilegiava la luce in tutte le sue forme, una
metafisica della luce che s'innalzava alla perfezione assoluta del bello
come chiarezza, "claritas" nei confronti della quale ogni tentativo
umano non era che povera e imperfetta imitazione. Plotino, secoli prima
grande ispiratore delle correnti neoplatoniche, aveva scritto che la bellezza
era il trionfo della luce sulle tenebre proprio come la chiarezza era la
vittoria sull'oscurità. Qui l'estetica si fa più vicina alla
metafisica e all'epistemologia, perché il filosofo indicava esplicitamente
l'analogia fra lo splendore semplice del bello e la chiarezza delle idee.
E così come il bello piace, diceva, proprio per la sua natura semplice
che rimanda all'Uno, allo stesso modo si preferiscono le idee e le conoscenze
chiare e semplici a quelle oscure o complicate. Di qui deriverà tutta
una filosofia che del rapporto fra chiarezza e semplicità farà
una chiave di volta della conoscenza, idealizzando appunto quelle "idee
chiare e distinte" il cui valore estetico ed epistemologico sarà
esaltato, in periodo moderno, da Cartesio.
La "claritas" dei medievali era insomma l'ideale di una semplicità
soprannaturale di solito contrapposta alle oscurità dominanti nelle
pieghe della materia. Ma era anche il riferimento all'origine pura del tutto,
a Dio come unità, Uno indivisibile, Uno-Tutto nei confronti del quale
la materia è privazione, insufficienza e imperfezione. Nicola Cusano,
nel XV secolo, scriveva che ci poteva essere "un solo principio infinito,
e solo questo poteva essere infinitamente semplice". Ma la sua semplicità
consisteva immanentemente anche in un'infinita complessità, come
il numero più semplice era per lui l'irrazionale, quello che era
insieme sia pari che dispari (da cui traeva l'ossimoro "parimpari").
Questo perché il semplice in quanto tale, ossia proprio perché
infinitamente semplice, non è "partecipabile" (ossia non
lo si può cogliere, afferrare, comprendere), perché ciò
implicherebbe qualcosa che gli è esterno, estraneo, quindi diverso...
ma se il semplice implica qualcosa di differente, allora non è assolutamente
semplice. Eppure lo è, nella misura in cui anche il semplice è
partecipabile, perché se non lo fosse allora non sarebbe perfetto,
gli mancherebbe la partecipabilità e quindi non sarebbe infinitamente
semplice. "L'unità dev'essere intesa come, ad un tempo, impartecipabile
e partecipabile". Cusano svilupperà questa tematica paradossale
invertendo i termini del problema filosofico e indicando con forza il paradosso
dell'Uno-Tutto, del semplice-complesso, inaugurando un pensiero che porta
dritti a uno degli aspetti più radicali della modernità e
ripreso da Giordano Bruno: la molteplicità dell'Uno nell'unità
del molteplice, ossia l'infinità dei mondi come infinità dei
punti di vista che vi sono contenuti. _ come se si fosse davvero accennato
a quella paradossale situazione iperconcentrata in cui si trovava l'universo
fisico un attimo prima del Big Bang.
Noi sappiamo, oggi, dopo secoli di estetica e filosofia, scienza e conoscenza,
idealizzazioni e disincanti, che è proprio nelle pieghe della materia
e nelle incertezze della nostra materiale imperfezione che sta il fascino
della ricerca e della vita, perché è dalle increspature e
dalle impurità che si delineano sulla chiara semplicità del
Tutto che siamo irresistibilmente attratti. Certo, resta l'attrazione per
la purezza, dove l'ideale neoplatonico riemerge in varie forme anche nei
tempi più recenti, come nelle coreografie teatrali che esaltano il
puro gesto, l'essenzialità di un suono in musica, la linea semplice
o il monocromo in pittura... ma sempre c'è qualcosa che interrompe,
un limite, una crasi che spezza la purezza cercata e riporta alla materia
(fosse questa increspatura anche solo lo sguardo mai puro dello spettatore).
Così, anche ammesso che una filosofia dell'Uno-Tutto sia plausibile,
il semplice non potrà darsi che per il tramite di una sua limitazione
o, meglio, come certi artisti hanno capito, di una sua delimitazione.
Cusano lo aveva compreso, con un'intuizione che inconsapevolmente si è
riproposta in alcune delle più radicali avanguardie artistiche del
Novecento. Se l'unità "è una certa qual precisione, partecipabile
solo nell'alterità" - nel senso che l'unità non è
partecipabile nella sua realtà semplice e precisa, ma siccome la
molteplicità non esisterebbe senza partecipare all'unità,
che altrimenti non avrebbe senso, ciò implica che essa è partecipabile
nell'alterità, il che fonda appunto la molteplicità - allora
l'unità delle cose si può dare solo se esce dalla sua realtà
semplice. Fra gli esempi fatti dal filosofo, c'è anche quello del
colore, che appunto si può dare solo nell'alterità. Lo stesso
vale per la vista, la cui precisione "non è partecipabile in
alcun modo senza alterità". L'alterità è dunque
il modo di partecipare all'unità delle cose, moltiplicazione dei
punti di vista secondo cui si partecipa a tale unità: "In base
alla molteplicità di coloro che partecipano ad una certa unità
facciamo esperienza della composizione generale di tale unità nella
sua alterità". Così, a proposito della vista dei colori,
"poiché sappiamo che i molti partecipano dell'uno in modo diverso,
vediamo che tale differenza ha origine dalla quadruplicità. Tutte
le cose colorate necessariamente differiscono nel colore; ma le differenze
si riducono ai quattro colori elementari, a cui ciascun colore partecipa
variamente" (CUSANO, 1444, II, 98-102).
Nei quadri di Malevic le linee, gli angoli e i colori si stagliano su una
superficie bianca. Il bianco li sorregge e addirittura li motiva, perché
nella sua semplicità contiene tutti i colori. _ dal bianco che vengono
le linee e le forme geometriche, come emergendo dalla loro pseudo-origine,
mentre si disegnano in colori che si mostrano come aspetti limitati, anzi
delimitati, del bianco stesso. Il bianco puro, in sé, non sarebbe
visibile, e infatti nessun pittore si è mai illuso di usare un bianco
perfetto. Il che naturalmente non toglie nulla al bianco. Come Malevic,
anche Mondrian sapeva, e sapientemente dosava la geometria delle linee e
dei colori per scoprire quel fondo che altrimenti, chiuso in se stesso,
non sarebbe neppure stato. In alcune tele ridurrà la scelta addirittura
al bianco e al nero, linee nere sulla superficie bianca, con un solo piccolo
spazio rettangolare magari dipinto di rosso (come in "Composizione"
del 1939). I critici l'hanno chiamata "semplificazione", applicando
il termine a entrambi gli artisti: nessuno dei due, tuttavia, ha mai pensato
che dietro la semplificazione astratta ci fosse un'espressione impoverita.
Al contrario, l'astrazione esaltata dal gruppo De Stijl, come quella del
suprematismo, aveva la chiara funzione di potenziare le possibilità
espressive giocando proprio sulla semplificazione essenziale delle forme
rappresentative. Ma sarà solo l'estremismo astrattista di Malevic
a concepire dopo il 1918 delle tele composte da forme bianche su fondi bianchi,
dove l'apparente semplicità dello stesso colore sul colore, che è
poi un non-colore perché è tutti i colori insieme (l'artista
lo chiamava "il Nulla, ciò che è fuori dalla sensibilità"),
si lascia intravedere attraverso leggerissime e impalpabili differenze,
se non solo dalla materialità delle tracce delle pennellate e dal
limite delle cornici. Allo stesso modo, un artista dei nostri giorni di
cui si è già parlato su questa rivista (APERTURE, 4, 1998),
Roman Opalka, tende inesorabilmente verso il bianco in una progressione
di tele dove i numeri, quindi la matematica e in qualche modo anche la logica
di cui i medievali erano maestri, tendono a identificarsi. Le sue tele rappresentano
una serie numerica ascendente, dove ogni numero viene dipinto minuziosamente
col bianco su un fondo nero che, per ogni tela, viene mescolato con una
percentuale definita di bianco. Nel corso degli anni l'effetto è
quello di un ingrigirsi sempre più accentuato del fondo delle tele,
finché non ci sarà più solo che del bianco su bianco.
Vorrà dire questo che i numeri saranno finiti? Naturalmente no, come
le forme bianche di Malevic non scomparivano sulla tela bianca, così
i numeri continueranno ad esserci, solo che "semplicemente" non
si vedranno più. Quello che si vedrà, invece, nelle opere
di Opalka, è un altro dettaglio, ossia la serie degli autoscatti
(che l'artista si fa alla fine di ogni giornata di lavoro) e i nastri magnetici
registrati con la conta in polacco dei numeri dipinti sulla tela. Dettagli,
che una considerazione estetica non può arrischiarsi a trascurare
se vuol capire qualcosa.
Nulla di più semplice che un numero o una figura geometrica bianca
su una tela bianca, si direbbe. Ma in quel bianco c'è il tutto molteplice
che Cusano aveva intuito; c'è il tempo scandito che Opalka ci espone,
semplicemente, con la serie delle sue foto e dei nastri registrati. Nella
semplicità del bianco l'artista dice che c'è ancora tutto
da pensare, e il sapere (i numeri, le figure) vi è contenuto in tutta
la sua complessità. Ripiegato nel bianco come un lenzuolo ancora
da usare, in attesa delle pieghe e delle impronte dei corpi che vi si adageranno.
Di fronte alle elaborazioni estetiche della filosofia medievale, dove
la semplicità della chiarezza nell'unità non aveva nulla di
semplice per la nostra limitata capacità di pensare, le considerazioni
epistemologiche e gnoseologiche sulla conoscenza scientifica fatta agli
albori della modernità nel XVI e poi nel XVII secolo sono tutt'altra
cosa. Naturalmente il pensiero scientifico doveva combattere contro le incredibili
e temibili elaborazioni dei logici medievali, nonché contro le impalcature
metafisiche che le reggevano e che negavano ogni dignità alla conoscenza
delle semplici cose materiali. Fu così che un nuovo "metodo"
venne lentamente elaborato per render conto dei fenomeni naturali nell'ambito
della nostra conoscenza: un metodo basato sulle "leggi" della
natura, sulla possibilità di verificarle e controllarle così
da prevederne gli effetti, formalizzandole con quello straordinario e potentissimo
linguaggio che è sempre stata la matematica. Proprio perché
la matematica, fra i linguaggi inventati dall'uomo, è quello meno
ornato, meno ridondante, il più sintetico, il più sobrio e
il più semplice.
Cartesio, come tutti sanno dagli anni del liceo, aveva proposto l'ideale
conoscitivo delle idee "chiare e distinte", quelle sommamente
semplici come elementi base di ogni riflessione razionale ulteriore. Così
era anche per Francesco Bacone o Galileo Galilei, o per il loro contemporaneo
Robert Boyle, secondo il quale uno dei requisiti essenziali di ogni buona
ipotesi scientifica era quella di "essere la più semplice
di tutte [_], non contenendo perlomeno niente che sia superfluo o non pertinente.
Essere la sola ipotesi che possa spiegare il fenomeno o almeno spiegarlo
così bene" (BOYLE, 1744). Notazione di buon senso, ovviamente,
che nel corso della storia delle scienze si è via via modificata
e articolata, legandosi a tematiche metodologiche antiche e diventando una
delle parole d'ordine della scienza moderna. Nella vulgata scientifica e
nell'uso spesso indiscriminato delle proposizioni e dei convincimenti di
scienziati e filosofi dei secoli passati, l'ideale della semplicità
si è sempre più semplificato e ridotto fino a indicare, genericamente,
quel metodo logico per il quale è preferibile spiegare qualcosa ricorrendo
ai suoi elementi e alle sue parti elementari nelle loro reciproche relazioni.
_ l'ideale che andava sotto il nome di "riduzionismo", per cui
fra due modelli esplicativi o due metodi, era da preferire quello più
"semplice", quello più "riduttivo", quello, insomma,
che riusciva a far comprendere un fenomeno ricorrendo a dei sottofenomeni
di esso più semplici e già noti (E.MACH). Solo che i criteri
per stabilire cosa fosse semplice, cosa fosse una componente elementare
di qualcosa, non erano affatto semplici da definire. Soprattutto per una
nozione così marcatamente "psicologica" e inaffidabile
come la semplicità.
Eppure, nell'ambito dell'epistemologia si imponeva alla discussione qualcosa
di cruciale che aveva implicazioni non solo euristiche, ma anche decisamente
pedagogiche: l'intento semplificatore s'identificava spesso con un intento
normativo, nella misura in cui la "scoperta" di leggi naturali
semplici significava immediatamente il loro possibile controllo e quindi,
in seconda istanza, la manipolazione della natura. L'ideale della conoscenza
scientifico-tecnica, al di là delle belle intenzioni e della nobiltà
d'animo di chi vi si è dedicato, era quella di conoscere la natura
per dominarla: scoprirne le leggi voleva quindi dire non esserne più
schiavi, ma poterle manipolare a proprio favore, imbrigliandole tecnologicamente.
L'uomo poteva diventare Dio.
Oggi sappiamo che non tutto è andato così, e anche se una
parte dell'umanità è sempre più capace di manipolare
e controllare alcuni processi naturali, c'è sempre e comunque una
enorme quantità di cose che ci sfuggono. E ci sfuggono proprio a
causa della nostra semplificazione, spesso del nostro semplicismo. Perché
la semplicità epistemologicamente ricercata, la semplicità
logica, la semplice formula non basta a rendere conto dell'intera realtà,
ma ne fornisce solo una versione ridotta, semplificata appunto. E questa
semplificazione noi fin troppo spesso la confondiamo con la realtà
vera e propria, confondendo un modo d'essere con l'essere stesso.
Naturalmente, è solo così che la conoscenza è veramente
efficace. Solo così può agire la tecnica: per scoprire e usare
la legge, il dettaglio deve sparire, non conta... salvo poi, qualche volta,
quando un dettaglio proprio non si lascia ridurre e resta un'anomalia, è
proprio da lì che comincia a rompersi qualcosa nella legge generale,
proprio in quel piccolo dettaglio, in quell'ornamento, e si prepara una
rivoluzione scientifica. Se si fosse a conoscenza di tutti i dettagli trascurati
dalle nostre leggi scientifiche, di tutte le piccole anomalie, di tutte
le approssimazioni, forse verrebbe meno la sicumera che ancora domina largamente
l'opinione pubblica quando usa dire, per esprimere certezza, che qualcosa
"è dimostrato scientificamente". Infatti il prezzo pagato
dalla conoscenza scientifica così impostata è altissimo, come
aveva capito persino il Paul Valéry di Tel Quel: "La
semplicità tanto importante delle nozioni [scientifiche] è
orribilmente costosa" (VALERY, 1960 p.580).
Ma è anche un prezzo indispensabile alla crescita stessa della conoscenza.
Se le procedure formali della semplificazione non avessero luogo e ci trovassimo
ancora con le incredibilmente complicate costruzioni razionali e mitiche
di prima della "rivoluzione scientifica" (in astronomia, per esempio,
con i gotici artifici dei cicli e degli epicicli), nessuna anomalia diventerebbe
significativa, e la conoscenza non potrebbe né crescere né
trasformarsi. La formalizzazione matematica permette invece all'anomalia
di avere una certa voce in capitolo, anche solo per il fatto che l'impianto
formale di una teoria dichiara esplicitamente il suo specifico campo di
applicazione, che diventa quindi possibile controllare. K.R.Popper scriveva
per esempio che era proprio il grado di controllabilità (falsificabilità)
di una teoria a essere il criterio del grado della sua semplicità
(data la definizione della scienza come "l'arte della iper-semplificazione
sistematica - l'arte di discernere ciò che si può proficuamente
tralasciare", POPPER, 1984, II, p.57). Era questa la strada per avvicinarsi
sempre di più all'effettiva complessità del reale, che le
procedure di semplificazione permettevano di cogliere nella parzialità
delle nostre possibilità conoscitive. Parziali perché semplici,
certo, ma proprio per questo anche chiare nei propri limiti, e di conseguenza
capaci di indicare la direzione in cui lavorare per superarli.
L'ideale cartesiano della massima chiarezza, ideologia filosofica spesso
esagerata dai suoi adulatori o dai suoi denigratori, aveva senso nella misura
in cui permetteva di liberare la conoscenza degli orpelli artificiali costruiti
apposta per adeguare la realtà alle proprie idee. Diventava letale,
però, quando i filosofi che si occupavano di scienza se ne appropriavano
confondendo la semplificazione del linguaggio formale con la struttura intima
e fondamentale del reale stesso, che sappiamo ormai con sempre maggior consapevolezza
non corrispondere necessariamente alle nostre aspettative né ai nostri
ordini mentali. Di qui la necessità sempre più pressante di
distinguere fra complicazione e complessità, inaugurando anche in
ambito scientifico una forma di critica semantica e semiotica indispensabile
a mantenere viva la coscienza che i simboli non sono le cose. Salvo poi
scontrarci con la nostra umana, troppo umana realtà. Non solo alla
fine dell'800, ma anche circa trent'anni fa questo ideale diventa dominante,
metafora tracotante del supposto vero metodo scientifico. Così, riprendendo
per un verso i motivi di filosofi-scienziati del XVII secolo e per un altro
la fiducia positivista nel trionfo e nel progresso delle scienze, H.A.Simon,
uno dei padri dell'Intelligenza Artificiale poteva scrivere ancora nel 1968
che la "funzione primaria delle scienze naturali è rendere semplice
il meraviglioso: rilevare che la complessità, opportunamente considerata,
altro non è che la maschera della semplicità; identificare
il modello nascosto nel caos apparente" (SIMON, 1973, p.15).
L'uomo, che è un animale linguistico e per questo simbolico, filtra
razionalmente il reale per mezzo dei linguaggi di cui dispone o che inventa,
senza che mai il linguaggio riesca a riflettere esattamente il mondo. Non
sopravviverebbe altrimenti, l'uomo, come diversi racconti paradossali di
Borges ci hanno insegnato. Ma lui, la storia non ha smesso né smetterà
di dimostrarlo, ha saputo fare di questo suo essere linguistico anche uno
straordinario strumento di potere sulla natura stessa.
Il prezzo pagato è però quello della complessità del
reale in tutte le sue pieghe, nell'inconcepibile totalità dei suoi
dettagli che in assoluto sono fra loro equivalenti ed equipotenti; ma è
un prezzo accettabile per chi voglia fare della conoscenza scientifica la
norma della natura. Senza rivelarlo apertamente, chi promuove la semplicità
delle leggi scientifiche capovolge il rapporto fra il soggetto conoscente
e il conosciuto, e impone alla natura quelle leggi che dichiara aver scoperto
in lei. Fa selezione e scelta. Costruisce. Crea.
Dalla logica della scoperta, illusione egemonica del sapere scientifico
fino al secolo scorso, si è ormai passati alla consapevolezza della
costruzione: conoscere la natura non è svelarne i segreti o l'intima
struttura legale, ma costruirvi sopra tutta una giurisprudenza fatta di
teorie e ipotesi che ne rendono prevedibili alcuni ben selezionati comportamenti.
In sintesi, la natura viene conosciuta e soprattutto spiegata grazie a un
insieme di codici semantici che ne traducono o ne rappresentano alcuni aspetti,
con l'uso del linguaggio specifico più comunemente accreditato, quello
della matematica. Semplificare diventa allora selezionare in vista di uno
scopo. L'epistemologo francese Gaston Bachelard sosteneva addirittura che
la semplicità "non è che la facilità di un linguaggio
ben regolato", ma aggiungeva subito dopo che "essa non ha alcuna
radice nel reale" (BACHELARD, 1929, p. 101-102).
La natura, la realtà, il mondo non sono né semplici né
complessi: sono i nostri modi di conoscerli, spiegarli o utilizzarli che
lo sono. La critica di G.Bachelard al programma epistemologico di Cartesio
si basava proprio su questo assunto. Nelle sue prime regole del metodo,
Cartesio esigeva evidenza intuitiva (idee chiare e distinte) e analisi,
ossia la scomposizione della realtà nei suoi "elementi primi"
e semplici. L'ideale dell'analisi era infatti quello di una scomposizione
delle cose nelle loro parti più semplici e costitutive, intendendo
questi elementi come "primi" rispetto alle loro più articolate
composizioni o elaborazioni. Di qui l'idea che il semplice fosse nelle cose
stesse, e che bastasse ripulire con l'analisi le nostre idee per ritrovare
la forma pura e primitiva all'origine di tutte le cose. Valeva insomma l'ideale
del "simplex sigillum veri" che aveva sedotto persino Wittgenstein.
Tuttavia, già dalla fine del secolo scorso le cose avevano cominciato
a presentarsi in modo più complesso e gli oggetti della ricerca scientifica
si erano moltiplicati, abbracciando anche il mondo del vivente, così
che i caratteri dell'iper-semplificazione non potevano più esser
dati come scontati e i modelli adottati, in primo luogo quello della meccanica
classica, sono collassati di fronte a nuove teorie e nuovi punti di vista.
Bachelard propose addirittura di capovolgere l'ideale analitico della semplificazione,
proponendo come obiettivo della razionalità scientifica non il semplice
ma il complesso, visto che una delle doti della ragione umana sta nella
sua capacità d'astrazione, che è artificiale per eccellenza
ed è il contrario del primitivo, dell'elementare. Il semplice, per
Bachelard, non si può insomma identificare all'elementare, all'elemento
costitutivo: esso al contrario va inteso come il "prodotto" dell'attività
dell'astrazione razionale. L'elemento è invece il complesso: "La
semplicità passa da un campo all'altro. Ciò che è semplice
è ciò che è massiccio, uniforme. Ciò che è
composto è invece l'elemento. La forma elementare si rivela polimorfa
e mutevole nel momento stesso in cui la forma massiccia tende all'amorfo"
(BACHELARD, 1972, p. 10-11). La semplicità quindi non è un
dato che si fa evidente, ma l'effetto dell'armonia della costruzione razionale.
In questo modo Bachelard critica il concetto tradizionale della semplicità
come funzione logica atemporale, e la rende un principio storicamente determinato,
relativo al grado delle conoscenze di un periodo determinato, e al gusto
epistemologico dominante. Il semplice è il semplificato, ciò
che è sottoposto a un processo di semplificazione: non è quindi
uno stato di cose, ma una costruzione svolta sulla base di determinati valori
razionali. Valori in cui può rientrare naturalmente anche l'estetica.
Era stata infatti l'estetica a determinare il valore preponderante della
semplicità anche in ambito scientifico classico, poiché si
riteneva che la natura preferisse seguire un ideale formale semplice rispetto
a uno più complesso (come fece notare Panofsky, fu questa una delle
ragioni per cui dopo la rivoluzione copernicana si continuava a preferire
un modello astronomico fondato sui cerchi piuttosto che sulle ellissi, e
che il modello di Keplero, basato sulle ellissi, era esteticamente difficile
da digerire). Di fatto la valorizzazione estetica permane nella scienza
e non è da sottovalutare neppure al giorno d'oggi. Bachelard, ritraducendo
la semplicità in senso razionale-astratto, gli dà un valore
estetico massimale proprio nel senso in cui i matematici attribuiscono "eleganza"
a una dimostrazione matematica "ben fatta".
Evidentemente, una semplicità di questo tipo mantiene in sé
tutta la valenza pluralistica della complessità, né l'elimina
analiticamente. _ la semplificazione che pur sacrificando e selezionando,
non riduce ma esalta la complessità, simile in questo al bianco,
colore amorfo che contiene tutti i colori e li lascia piano piano emergere
da sé. Come il gesto di un bambino, o la pasta del pane, così
semplici che in sé celano le curve complesse che suscitano il cruccio
e il piacere dei matematici, il semplice appare come un tutto in sé
ripiegato che non nega più le pieghe che gli sono costitutive. La
sua etimologia, una volta tanto, non rende giustizia del senso che può
acquisire: non è il senza-pieghe, ma il tutto ripiegato.
Bibliografia
Bachelard Gaston, 1929, Essai sur la connaissance approchée, Paris, Vrin.
1934, Le Nouvel esprit scientifique, Paris, PUF.
1972, L'engagement rationaliste, Paris, PUF.
Boyle Robert, 1744, Works (a cura di T. Birch), London.
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