Maria Turchetto, UN DIBATTITO BLOCCATO PER LA SINISTRA ITALIANA?

in MARX CENTOUNO nuova serie n. 15, febbraio 1994, pp. 21-27

(integrale)

Il dibattito sulla crisi del modello taylorista-fordista dell'organizzazione di fabbrica e sulle connesse trasformazioni del lavoro è ormai ventennale, anche se i termini "post-fordismo" e "post-taylorismo" sono più recenti (a ben vedere essi sostituiscono, introducendo un implicito ridimensionamento, il termine "post-industriale", in voga all'inizio degli anni '80). E' un dibattito tanto vasto quanto magmatico: ha registo clamorosi sbalzi di umore, bruschi passaggi dall'ottimismo al pessimismo, previsioni contraddittorie, analisi eterogenee. Le vecchie categorie del marxismo e della sociologia tradizionale - le distinzioni tra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, il concetto stesso di lavoro salariato come quello di valorizzazione - sono state violentemente rimesse in causa, ridefinite, reinventate, impiegate nei contesti più diversi, alla fine sovraccaricate di significati. Ma sorte analoga hanno avuto le parole nuove di questa discussione - flessibilità, virtualità, cognitivismo - tanto che alla fine si ha spesso l'impressione di ascoltare discorsi in cui si impiegano le medesime parole per non comunicare, di abitare una comunità linguistica ostinatamente impegnata in un dialogo tra sordi.

Va da sé che questo stato di confusione ha le sue ottime ragioni: i processi di trasformazione non sono affatto conclusi, i giochi non sono fatti, le tendenze non sono ancora definite. Certamente non sono questi tempi adatti alle grandi sintesi teoriche, che si sono sempre giovate del senno del poi. E d'altra parte è chiaro che nessuno se la sente di rinviare a tempi migliori lo studio di fenomeni sociali quando questi riguardano un terreno così decisivo, così legato alla prassi politica più vera, quella che intende mettere in causa il sistema di potere esistente (e non semplicemente "governarlo"). Questa difficile situazione rappresenta un formidabile banco di prova per le teorie, cui si chiede al tempo stesso di produrre strumenti analitici e di orientare la progettualità politica.

Ma se questo è vero, dobbiamo concludere che la sinistra italiana è teoricamente povera. A dispetto delle trasformazioni epocali conclamate, le coordinate entro cui si svolge la discussione e si demarcano posizioni politicamente significative - quanto meno quelle che una voce politica riescono ad avere, in uno scenario in cui i mezzi per farsi sentire sono sempre meno accessibili - sono tutt'ora quelle definite negli anni '70: un riformismo sempre più subalterno alle compatibilità del sistema, da un lato; un operaismo sempre più messianico e visionario, dall'altro. Su entrambi i fronti l'obbiettivo di orientare la prassi - per conquistare una piena credibilità "borghese", in un caso; per azzeccare la parola d'ordine finalmente capace di evocare un "soggetto rivoluzionario", nell'altro - schiaccia pesantemente quello di comprendere le trasformazioni in atto. Il contenuto conoscitivo, alla fine, è quasi nullo, e la contrapposizione si riduce alla torsione ideologica del medesimo frasario di seconda mano. Ci sono, naturalmente, felici eccezioni e contributi specialistici di un certo spessore; la discussione propriamente politica sui temi in questione, tuttavia, appare superficiale e ideologicamente bloccata.

Vale la pena di ripercorre brevemente le tappe che hanno condotto a questo blocco teorico. A partire dalla metà degli anni '70 emerge con forza la crisi del modello di accumulazione caratteristico del dopoguerra: è in crisi il suo settore trainante, l'industria meccanica leggera (automobilistica in particolare) tayloristicamente organizzata, così come è in crisi il peculiare patto sociale, basato sulle politiche economiche di Welfare State, su cui si reggeva. Le nuove tecnologie informatiche ed elettroniche non sono ancora all'orizzonte o spuntano appena: ciò che al momento si prospetta è una "ristrutturazione" intesa soprattutto come razionalizzazione e ridimensionamento delle strutture esistenti, con un pesante prezzo da pagare, in termini di salario e occupazione, per la classe operaia.

Le organizzazioni storiche della sinistra sono fedeli alla vecchia idea ortodossa dello "sviluppo delle forze produttive", ostacolato dall'"anarchia del mercato" e distorto da un'iniqua distribuzione della ricchezza sociale, idea che comporta la sostanziale accettazione dell'organizzazione capitalistica della produzione. Il proletariato, anzi, è chiamato a risollevare la bandiera della "produttività" lasciata cadere da una borghesia sempre più "parassitaria". Il Pci di quegli anni spinge questa ideologia fino all'accettazione integrale delle compatibilità capitalistiche, fino alle parole d'ordine dell'"alleanza dei produttori" (classe operaia e "capitale produttivo" contro le sacche parassitarie del capitalismo), dell'"austerità" e della "linea dei sacrifici" di berlingueriana memoria, che tanta responsabilità avranno nella pesante sconfitta operaia degli anni '80.

Poche voci contrastano, in quegli anni, il produttivismo ortodosso del Pci e delle centrali sindacali. Tra queste, il primo operaismo rappresenta, per molti aspetti, un'occasione mancata. L'individuazione della natura capitalistica delle forze produttive, "plasmate" e non semplicemente "usate" dal capitale, la conseguente idea che l'organizzazione del lavoro non risponda a neutrali necessità tecniche ma, al contrario, sia profondamente attraversata dalla lotta di classe, gettano importanti premesse per una critica radicale della vecchia ortodossia. In quest'ottica la ristrutturazione non viene più prospettata come una necessità oggettiva da accettare per il bene di tutti, ma appare come risposta del capitale alle lotte e alle conquiste operaie. Questa giusta correzione di tiro viene sviluppata fino a conseguenze estreme, che produrranno, alla lunga, un vero e proprio punto di fuga dalla realtà. La classe operaia - si sostiene - è il vero motore della storia: ogni trasformazione che investe la produzione è indotta, obbligata dalle progressive conquiste operaie. Il capitale non possiede una propria, autonoma forza propulsiva. Nemmeno lo sfruttamento rappresenta più un'adeguata motivazione, dal momento che, come recita quel Frammento sulle macchine che finirà col costituire per l'operaismo l'unico e definitivo testo marxiano di riferimento, il "lavoro vivo" produttore di plusvalore è ormai una "base miserabile" rispetto al "lavoro morto" incorporato nelle macchine. Il comando capitalistico è, insomma, economicamente inutile: è una mera coercizione "politica", ormai sganciata dall'obbiettivo della valorizzazione.

Con atteggiamenti opposti, a ben vedere, vecchio produttivismo e nuovo operaismo finiscono entrambi per accettare l'esistente. Male inevitabile da affrontare con perbenistico senso di responsabilità per gli uni, possente testimonianza della forza operaia per gli altri, la crisi è vista, in ogni caso, come manifestazione dei limiti intrinseci del sistema capitalistico. Di più: è la prova che il capitalismo è ormai alla frutta. E', in una parola, la certezza di avere la storia dalla propria parte. Una certezza pericolosa, questa, che conduce inevitabilmente a deporre le "armi della critica". E infatti il battage pubblicitario che, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, accompagna la prima ondata di diffusione delle nuove tecnologie basate sull'informatica e sull'elettronica trova la sinistra con la guardia abbassata: quella "riformista" come quella "rivoluzionaria".

Si parla esplicitamente, negli anni '80, di una nuova rivoluzione industriale: a quanto pare, il capitalismo è ancora ben vivo, aggressivo e innovativo, ancora capace di "sviluppare le forze produttive" o - meglio - di mettere in campo nuovi, potenti strumenti di sfruttamento. Ammetterlo, tuttavia, significherebbe per la sinistra rivedere profondamente l'apparato teorico con cui ha finora interpretato la realtà. E una situazione di profonda divisione politica è spesso di ostacolo all'esercizio dell'autocritica: tra due litiganti, chi ammette per primo di aver torto? Proverbialmente, c'è un terzo che gode: le novità tecnologiche vengono prese per buone, con tutto l'apparato propagandistico che le accompagna, e che pure non era poi così difficile da smascherare.

La letteratura tecnologica degli anni '80, in effetti, è apologetica in modo addirittura clamoroso: ottimista, carica di belle promesse, orientata - come ogni pubblicità che si rispetti - all'immaginario collettivo più che alla produzione di conoscenze. Raramente la scienza che di questi problemi si occupa è stata così vicina alla fantascienza. E' tutto un rincorrersi di futurologie e fantasociologie basate, per lo più, su un procedimento concettuale abbastanza rozzo: una caratteristica saliente delle nuove tecnologie viene di volta in volta estrapolata e proiettata, dilatata in "scenario futuro", facendo astrazione dai vincoli economici, sociali, politici che condizionano ogni sviluppo. Si può dire che per ciascuna caratteristica delle nuove tecnologie è stato inventato uno scenario di società futura: la "società diffusa" - atomi sociali provvisti di terminale al posto delle grandi fabbriche e delle grandi metropoli - come generalizzazione della possibilità di gestire diversamente gli spazi produttivi consentita dall'elettronica; il mito della "fine del lavoro" come generalizzazione della sostituzione di lavoro umano resa possibile dalle nuove automazioni; addirittura una "società simbolica" - rete di giochi linguistici e di simulazioni che intrattiene rapporti sempre più labili con il "reale" - come generalizzazione del carattere "immateriale" dell'informazione; ancora, generalizzando le potenzialità aperte dalle nuove tecnologie nel campo della comunicazione, si hanno i miti opposti, in positivo, della "società trasparente" in cui tutti i bisogni sociali possono trovare espressione e divenire oggetto di decisioni razionali e, in negativo, di una società "orwelliana" in cui tutto è controllato. Le potenzialità, teoricamente illimitate, delle nuove tecnologie vengono confuse con le effettive possibilità, socialmente condizionate: col risultato di mostrare una tecnologia onnipotente di fronte a una società totalmente malleabile.

Onnipotente e buona, la tecnologia farà ciò che i grandi movimenti sociali non hanno saputo fare: si incaricherà di raddrizzare i torti del capitalismo, quantomeno quelli più gravi perpetrati contro l'umanità e la natura. Le nuove tecnologie vengono descritte mediante una contrapposizione sistematica ai danni causati dal vecchio modello produttivo: si insiste sul fatto che sono "pulite" (mentre il vecchio modello produceva inquinamento), orientate al risparmio energetico (contro gli "sprechi" del vecchio modello), capaci di operare decentramento (al contrario del vecchio modello, responsabile dei problemi di eccessivo inurbamento e concentrazione industriale). Generalizzando queste caratteristiche, si finisce col vedere nelle nuove tecnologie un rimedio definitivo ai difetti non soltanto del modello di sviluppo di questo dopoguerra, ma dell'industrialismo tout court. Prende così forma un altro mito, quello della "società post-industriale" prossima ventura, vero leit motif degli anni '80.

La sinistra italiana, come si è detto, è impreparata a fronteggiare criticamente il marketing tecnologico. Preferisce credere alle promesse, e mostra anzi una speciale predilezione per le futurologie più estreme e globali (in una parola, meno realistiche): l'idea della "società post-industriale" e quella della "fine del lavoro" incontrano infatti particolare favore. I riformisti sono pronti a immolare salario reale e salario sociale sull'altare di una modernizzazione che promette non soltanto di recuperare, ritrovando produttività ed efficienza, margini per un benessere collettivo capace di compensare le classi subalterne, ma addirittura di superare per sempre l'antagonismo di classe. Così Michele Salvati - teorico di quell'anima liberal del Pds che rappresenta oggi l'erede più emblematico (o forse il frutto più mostruoso) del vecchio produttivismo Pci - vagheggia forme di "democrazia industriale" basate sulla cogestione e di "democrazia economica" basate sull'azionariato del lavoro capaci di sviluppare la cooperazione tra lavoro e impresa fino a far cadere le barriere tradizionali tra lavoro dipendente, lavoro autonomo e direzione capitalistica (o "lavoro imprenditoriale", per usare una terminologia più consona a questo conciliato orizzonte interclassista). L'alleanza dei produttori diventa, in questo quadro, l'identità realizzata dalla "imprenditorializzazione del lavoro", di fronte alla quale lo Stato assistenziale potrebbe infine ritirarsi, lasciando spazio alla "auto-organizzazione" dei soggetti sociali, capaci - in quanto imprenditori-lavoratori, appunto - di organizzare risposte efficaci ai propri bisogni senza delegarle ai macro-meccanismi. Il futuro ci riserva dunque una società, se non di uguali, di simmetrici "imprenditori-lavoratori" e "lavoratori-imprenditori"; senza Stato e senza grandi industrie, sostituiti da piccole aziende sane e pulite e da pie associazioni di volontariato; in cui ci sarà per tutti più tempo libero e meno lavoro, grazie al buon vecchio "sviluppo delle forze produttive" che - con i tempi che corrono - preferisce prometterci, anziché il comunismo, un capitalismo piccolo e bello.

L'operaismo, da parte sua, ha da tempo abbracciato l'idea della "fine del lavoro", teorizzandola inizialmente come "liberazione" consentita da un'automazione globale dei processi produttivi (il vecchio slogan "lavoro zero, salario intero, tutta la produzione all'automazione"). Va detto, per inciso, che si tratta di un'idea vecchia quanto il mondo, o meglio quanto l'industria meccanizzata (lo stesso Marx, nei Manoscritti del 1844, prende in giro i futurologi suoi contemporanei i quali, dilatando le potenzialità intraviste nella meccanizzazione dell'industria tessile inglese, auspicano "che il re, rimasto solo nell'isola, girando continuamente una manovella, faccia eseguire per mezzo di congegni meccanici tutto il lavoro dell'Inghilterra"), che si ripropone ad ogni grande ondata di innovazione. Essa si basa sulla generalizzazione di due fatti - certamente correlati, ma non in modo meccanico, e meno che mai identici - che accompagnano le fasi di ristrutturazione tecnologica: il fatto che molte delle nuove tecnologie sono tecnologie di automazione, e dunque comportano la sostituzione di lavoro umano, da un lato; dall'altro, il fatto che le ristrutturazioni si accompagnano sempre a vasti processi di espulsione di mano d'opera (in realtà assai più estesi di quelli dovuti all'automazione). Uniti all'idea - del tutto arbitraria - che il lavoro sia una sorta di "fondo" esauribile, qualcosa di dato una volta per tutte, sia come quantità che come tipi di attività svolta, i fenomeni dell'automazione e dell'espulsione di mano d'opera vengono letti come segni di un esaurimento prossimo o addirittura già attuale della necessità del lavoro. L'idea operaista della inutilità del comando capitalistico - nel senso precedentemente considerato - si sposa felicemente con quella di un'automazione totale che si ritiene già praticabile, e rinviata soltanto per una perversa volontà di prolungare oltre i limiti della necessità storica la struttura di potere esistente. Il comando capitalistico, in quest'ottica, è sempre più simbolico, sempre più sganciato dalla produzione materiale e dalla fabbrica. E', alla fine, soltanto un modo di pensare, di rappresentare la realtà, di produrre senso e regole linguistiche, diffuso ovunque e interiorizzato da tutti: operai "intelligenti" della fabbrica integrata, ingegneri elettronici, manager, intellettuali. Siamo tutti allo stesso titolo "forza lavoro cognitiva" di questo sistema, finché lo accettiamo; ma tutti ugualmente "intellettualità di massa" capace di sottrarsi ad esso, nel momento in cui scegliamo l'esodo di cui parla, ad esempio, Paolo Virno.

Anche in questa interpretazione, dunque, le onnipotenti tecnologie realizzano alla fine l'abolizione delle classi, o almeno la loro intima fusione entro ciascun individuo. In ciascuno c'è un po' di borghese e un po' di proletario, un po' di comando capitalistico interiorizzato e un po' di bisogni antagonistici da liberare, un po' di imprenditore e un po' di lavoratore: quale dei due uccidere, in che direzione sciogliere questa temporanea schizofrenia, sembra solo una questione di gusti. La società futura - comunismo o capitalismo dal volto umano che sia - sarà comunque composta di "liberi individui associati" dediti all'"autoorganizzazione" e all'"autogestione". Queste utopie tanto ideologicamente opposte quanto interpretativamente vicine ci sembrano ugualmente disarmanti di fronte ai processi in atto, i quali promettono tutt'altro che un "regno della libertà" a portata di mano. Per il momento promettono un impoverimento delle classi subalterne di fronte al quale lo slogan riformista dei "sacrifici per tutti" suona sempre meno credibile; un aumento della disoccupazione e della marginalizzazione di fronte al quale l'atteggiamento "non siete voi a cacciarci, siamo noi che ce ne andiamo" esibito dall'operaismo appare irresponsabile e perdente.

Proponendo il tema della "qualità totale" vorremmo aprire, sulle pagine di questa rivista, una discussione che inizi a dissipare i fumi dell'ubriacatura tecnologica per guardare alle trasformazioni in atto con maggiore sobrietà, realismo, capacità analitica: ciò che richiede, a nostro avviso, la rinuncia almeno parziale ai punti di vista ideologici che bloccano la sinistra italiana. Sia ben chiaro, non vogliamo affatto perorare la causa delle analisi "avalutative". E' certamente sempre un punto di vista, una scelta di campo a orientare l'indagine e a guidare l'interpretazione: ma è essenziale saper riconoscere i punti di vista bloccati, le ipotesi teoriche che hanno smesso di "illuminare" i fatti per trasformarsi in ostacoli epistemologici, in vere e proprie "allucinazioni" che impediscono di vedere ciò che non corrisponde ai desideri.

L'espressione "qualità totale", lo ricordiamo, è diventata di moda in Italia a partire dalla campagna lanciata da Romiti nel 1989 Le discussioni che sono seguite hanno almeno in parte mostrato la possibilità di uscire dalle astratte futurologie e di avviare una riflessione più proficua: così, tra le allucinazioni di un Rieser che definiva il piano Fiat "oggettivamente progressivo" e chiamava i lavoratori al compito di sorvegliarne la piena realizzazione da parte dell'azienda, e quelle di un Virno che vedeva nell'"operaio della qualità totale [...] cognitivamente addestrato a un comportamento intelligente ed autonomo" un eminente rappresentante della nuova "intellettualità di massa", hanno trovato spazio le elaborazioni di Marco Revelli, Gabriele Polo, Loris Campetti (di cui si occupa la scheda di Ivan Carlot), vera ventata di intelligenza critica nel desolante dibattito italiano.

Al di là del caso Fiat, l'espressione "qualità totale" ha veicolato varie tematiche ed è stata usata per designare problematiche disparate, sulle quali sarebbe utile fare qualche chiarezza. In particolare, dell'espressione "qualità totale" si è fatto uso in primo luogo per alludere al modello giapponese di riorganizzazione dei processi produttivi (anche se in tale modello la tecnica di controllo della qualità del prodotto durante la produzione - anziché successivamente - e la stessa pratica dei "circoli di qualità" rappresentano aspetti abbastanza marginali); in secondo luogo, per designare una strategia di riorganizzazione del consenso operaio in qualche modo successiva - o comunque diversa - rispetto alle strategie di riorganizzazione dei processi di lavoro e ai processi di innovazione tecnologica. Su questi temi è a suo tempo intervenuto, sulle pagine di questa rivista, Marco Gervasoni (La campagna della "qualità totale" in Italia: quali uscite dal fordismo?, in Marx centouno n. 12, 1993); in questo numero, Gianfranco Pala e Carla Filosa rimettono a punto la questione, mentre Paolo Barrucci offre una ricca bibliografia ragionata sull'argomento.

Presentiamo, inoltre, la traduzione di due contributi francesi che ci sembrano significativi della possibilità di produrre seri risultati conoscitivi partendo da punti di vista pur fortemente ideologizzati (anzi, in larga misura, grazie ad essi). La Francia, com'è noto, non è certo la patria della sobrietà analitica, e sul tema delle trasformazioni del lavoro ha esportato una belle serie di fantasie. Gorz propone l'ennesima versione del mito della "fine del lavoro", perorando la salvaguardia dell'ambito della "vita" (chissà perché essenzialmente domestica) dalla "ragione economica" (presentiamo due brevi note che commentano, con toni assai diversi, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica e altri testi di Gorz che hanno avuto in Italia una certa risonanza). Coriat, autore, negli anni '70, di una delle più perspicue analisi critiche del taylorismo, si dichiara entusiasta del toyotismo. Toni Negri, che è sempre una crisi avanti agli altri, annuncia dalle pagine di Futur antérieur il superamento del post-fordismo (prima ancora che qualcuno sia riuscito a definirlo). Ma la stessa rivista accoglie, accanto a queste ideologiche impazienze, numerosi contributi che - attraverso nozioni come "modello di organizzazione industriale", "paradigmi produttivi", "paradigmi del lavoro" - cercano di riconcettualizzare la complessa problematica emersa in questi anni e mettono a punto strumenti teorici capaci di produrre al tempo stesso analisi e orientamenti interpretativi. Va in questo senso, ci sembra, il saggio di Pierre Veltz che qui proponiamo; mentre quello Helena Hirata mostra come proprio assumendo un punto di vista fortemente caratterizzante - in questo caso, quello della divisione sessuale del lavoro - sia possibile dissipare alcune superficiali certezze: in primo luogo, quella dell'avvenuto superamento del taylorismo, illusione dovuta alle lenti deformanti del "maschio occidentale", incapaci di vedere come la gran parte del lavoro femminile continui ad essere esecutivo, ripetitivo, standardizzato e soprattutto come l'industrialismo tradizionale, scomparso o ridotto in Europa e negli Stati Uniti, non sia affatto dissolto nel nulla, ma più semplicemente spostato alle periferie e semi-periferie dell'impero.