in MARX CENTOUNO nuova serie n. 9/10, settembre 1992 (monografico: CRONACHE DAL CENTRO DELL'IMPERO, pp. 73-94
(sintesi)
Scherrer affronta il problema dei fortissimi cambiamenti che investono l'economia statunitense, che hanno caratteri così confusi e caotici da prestarsi alle più opposte interpretazioni: da un lato, c'è chi sostiene il venir meno della stessa base produttiva degli USA, in cui esisterebbero ormai solo "imprenditori di carta" e "false corporations" impegnate nella commercializzazione dei prodotti esteri; dall'altro, c'è chi descrive al contrario un'economia americana ringiovanita, pronta a una nuova offensiva nell'esportazione. In questa sistazione, l'analisi macroeconomica risulta poco significativa, e sembra preferibile un'analisi settoriale. L'articolo analizza in particolare i settori dell'auto e dell'acciaio, organizzando i dati empirici intorno alle ipotesi teoriche della scuola francese della regolazione, ritenute interessanti per la sensibilità all'interdipendenza tra norme e istituzioni, da un lato, e "leggi economiche", dall'altro.
Le conclusioni principali di questo saggio possono essere riassunte in queste tre tesi:
1) Il processo di adattamento alle nuove condizioni della concorrenza mondiale si attua in due fasi, diacronicamente spartite, ognuna delle quali può essere a sua volta suddivisa in due sottofasi. La prima fase, che è durata fino ai primi anni '80, è stata caratterizzata dal tentativo di sviluppare nuove forze per battere la concorrenza mantenendo le tradizionali pratiche fordiste. Tale fase era iniziata negli anni '60, quando le industrie dell'acciaio e automobilistiche avevano tentato di gestire la nuova concorrenza nel quadro del modo di regolazione fordista esistente, fallendo però in questo già alla fine del decennio. La fase fordista giunge al termine nei primi anni '80, quando una recessione causa forti perdite finanziarie alle maggiori corporations e porta il management a rompere il patto col lavoro del dopoguerra, tagliando i salari e facendo eliminare tutti gli impedimenti che limitavano l'intensificazione del lavoro. Gli sforzi reali per stabilire nuove forme di organizzazione della produzione e nuove relazioni "cooperative" con i lavoratori e con i fornitori e appaltatori seguirono più tardi.
2) L'offensiva iniziale era fallita per almeno due ragioni. Prima di tutto perché l'equilibrio di forze tra capitale e lavoro all'interno della regolazione fordista si rivelò insormontabile, e poi perché era il management stesso ad aderire ai paradigmi fordisti, non avendo null'altro da contrapporvi. La strategia difensiva che ne seguì permise un recupero dei profitti, ma ciò non fece che posticipare la crisi di competitività delle due industrie in questione. Fu però quest'ultima crisi, prodotta da movimenti monetari, a far ecidere le imprese per l'abbandono delle rigidità del fordismo. La rimanente opposizione di fabbrica e il tentativo fallito di attuare strategie che enfatizzassero in modo estremo l'automazione hanno indotto il management a sperimentare nuove forme di organizzazione produttiva.
3) L'accresciuto potere del management nei confronti dei lavoratori, dei fornitori e delle agenzie di stato ha permesso di dominare il processo di ristrutturazione. Questo potere, efficace per uscire dal fordismo, ha fatto però poco per facilitare una nuova strategia di accumulazione. Il timore che cambiassero i rapporti di potere spesso ha bloccato le necessarie innovazioni nel management e nelle pratiche di progettazione. Per di più l'aggressività del management americano, insieme alle corte vedute dei mercati finanziari e alle pratiche neo-liberali seguite dagli stati, ostacolano a tutt'oggi il tanto conclamato bisogno di fare partecipare lavoratori e sindacati agli sforzi per la ripresa della competitività internazionale. Infine, se le corporations americane sono state abili nel rialzare i propri profitti alla metà degli anni '80, hanno però fallito nella competizione sulla lunga distanza, così che il risultato finale dell'uscita dal fordismo potrebbe tradursi in un controllo delle imprese statunitensi da parte di capitale straniero, soprattutto giapponese.