Gabriele Polo-Marco Revelli, VECCHI E NUOVI CONFLITTI ALLA FIAT, intervista a cura di Riccardo Bellofiore,

in MARX CENTOUNO nuova serie n. 3, ottobre 1990, pp. 45-71

(sintesi)

L'intervista, curata da R. Bellofiore, prende lo spunto dall'uscita quasi contemporanea di due libri sulla Fiat, I tamburi di Mirafiori, di G. Polo (Cric editore, Torino 1989) e Lavorare in Fiat, di M. Revelli (Garzanti, Milano 1989). Revelli sottolinea innanzitutto il fastidio con cui la sinistra ufficiale accoglie i tentativi di mantenere la memoria storica del ciclo di lotte degli anni '70, qualificandoli come "nostalgici": "il nodo [...] nostalgia-rimozione ha caratterizzato in parte il conflitto tra questi libri e la sinistra ufficiale. In particolare, vale la pena di analizzare i meccanismi della rimozione che spiegano perché la nostalgia dia tanto fastidio". Il libro di Polo costituisce una ricostruzione per voci interne di un momento alto della storia operaia, l'autunno caldo: un momento di indiscutibile avanzata. Il libro di Revelli contiene sia il momento alto, la vittoria, sia la caduta, la sconfitta. "Perché - si chiede Revelli - rimuovere tutto in blocco? [...] A me pare che la ragione di questa rimozione, e l'odio per la nostalgia - quello che rende la nostalgia eversiva e sovversiva - sia nella consapevolezza da parte dell'istituzione sindacale che proprio alla fine di quel ciclo di lotte, tra il 1976-77 e il 1980, è avvenuto un mutamento di paradigma nel funzionamento dell'istituzione sindacale. Questo mutamento lo sintetizzerei con la formula dello spostamento dell'asse della legittimazione dal campo del movimento operaio al di fuori di esso". Nell'affrontare un processo di ristrutturazione gigantesco, nel gruppo dirigente del sindacato italiano è maturata consapevolmente la decisione di farsi legittimare dall'alto, dall'avversario, dalla coppia imprenditori-governo. "E questo ha rappresentato una verticale rottura del patto non scritto con la propria base - il patto che definiva l'identità dell'istituzione". Ciò spiega, secondo Revelli, il silenzio della sinistra italiana sul proprio passato recente: "la sinistra riesce a narrare - malissimo, per la verità - il proprio passato remoto; non riesce a parlare del proprio passato prossimo".

Nella seconda parte dell'intervista, Revelli si sofferma sulla particolarità del caso Fiat, in cui i processi capitalistici, che altrove appaiono in modo commisto, spurio, "debole", si manifestano in modo "forte", puro, estremo. Ciò che fa della Fiat un caso estremo è, in primo luogo, la dimensione, "smodatamente estesa". In secondo luogo, l'alto grado di integrazione del ciclo produttivo, di interdipendenza funzionale stretta dei diversi comparti. Infine, la dimensione "disciplina", che in questo modello tecnico-organizzativo è esasperata: "la disciplina e la gerarchia sono in realtà, in Fiat, la principale se non l'unica garanzia della socializzazione del lavoro all'interno di queste strutture gigantesche". Queste caratteristiche fanno della Fiat un caso singolare: secondo alcuni, esemplare; secondo altri, al contrario, così unico da non essere rappresentativo. Revelli sostiene, invece, un'"epistemologia del caso estremo": al contrario di "chi ritiene che la verità sia rivelata attraverso processi che si manifestano sempre in modo uguale, e che proprio questa regolarità sia conferma dell'autenticità", egli pensa che "l''essenza' sia rivelata in alcuni punti estremi, in cui si lacera la superficie dell'apparenza e si disvelano i caratteri essenziali".