Marco Gervasoni, LA CAMPAGNA DELLA "QUALITA' TOTALE" IN ITALIA: QUALI USCITE DAL FORDISMO?

in MARX CENTOUNO nuova serie n. 12, marzo 1993, pp. 42-56

(sintesi)

L'articolo affronta il dibattito italiano sulla "qualità totale", tema lanciato sotto forma di slogan dall'amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, e che porta con sè un programma di ristrutturazione organizzativa in cui qualcuno ha intravisto la possibilità del rilancio del sindacato, altri al contrario una buona occasione per cancellare l'ancora forte peso detenuto dai sindacati in Italia, altri ancora si sono chiesti se sotto promettenti parole non vi sia l'estremo tentativo di sottomissione del lavoro al capitale.

Dal momento che lo slogan romitiano si è presentato come tentativo di traduzione autoctona italiana del "modello giapponese" ("toyotismo" o "ohnismo"), vengono in primo luogo presentate le caratteristiche fondanti di tale modello ("autonomazione", "kan-ban", "scheduling", "just in time", "controllo di qualità"). I "circoli di qualità" rappresentano un momento di sintesi dell'intera strategia organizzativa del modello giapponese basata "1) sulla flessibilità della forza lavoro 2) sul consenso che gli operai e i lavoratori assicurano al management 3) sul massimo sfruttamento di lavoro vivo (in senso marxiano) 4) sulla unità delle mansioni di produzione e di controllo. Sono tutte condizioni che sono definite dai circoli di qualità: la partecipazione dei lavoratori è data dalla possibilità di proporre idee e tecniche nuove in sede di discussione nel circolo; il consenso è ottenuto (secondo i teorici giapponesi) dalla stessa partecipazione al circolo, da uno spirito di gruppo che si verrebbe a creare e che legherebbe i dipendenti alla azienda e da incentivi di tipo monetario, materiale o morale; infine il massimo sfruttamento è assicurato dalla richiesta ai lavoratori non solo di eseguire ma anche di proporre progetti, estendendo così, se seguiamo il modello di Marx, l'estrazione di lavoro vivo anche alla intelligenza attiva del lavoratore".

Successivamente si analizzano le tappe dell'introduzione in Italia di tale modello, che inizia proprio con i "circoli di qualità" introdotti in forma sperimentale nel 1972 alla Snia Viscosa e nel 1978 alla Ire Ignis. Tale sperimentazione, tuttavia, non introduce veri e propri cambiamenti organizzativi e si basa sull'equivoco che sia sufficiente introdurre pochi accorgimenti tecnici per incrementare la produttività e migliorare la qualità del prodotto. In realtà le tecniche giapponesi non possono andare disgiunte dall'organizzazione del lavoro ohnista. Ciò inizia ad essere compreso dalla Fiat attorno al 1989, ed è proprio nell'ottobre di quell'anno che Romiti, al seminario annuale dei quadri e dirigenti Fiat a Marentino, lancia lo slogan della "qualità totale". La formulazione è ancora ambigua: "questo insistere sulla qualità come motore del cambiamento, avrà ancora il vecchio scopo di migliorare la qualità media (solitamente piuttosto bassa) dei prodotti Fiat senza modificare le rigidità fordiste, oppure sarà un veicolo per inserire il sindacato italiano, molto attento al tema della qualità (tanto più che Romiti a Marentino parla pure di qualità dell'ambiente di lavoro, di partecipazione del sindacato)?".

Comincia così a prende forma il modello della "fabbrica integrata" secondo la Fiat. Le principali innovazioni, rispetto all'organizzazione tradizionale, sono rappresentate dalle Unità Organizzative di Base (Ute), in cui dovrebbe organizzarsi il tradizionale lavoro compiuto nelle officine, e dal team tecnologico, una struttura che nasce dalla trasformazione dell'Ute secondo esigenze momentanee e dunque svolge funzioni temporanee e mirate.

Questo modello organizzativo rende necessaria la "partecipazione" dei lavoratori. Ma all'interno della formula piuttosto nebulosa della "partecipazione", si devono distinguere diversi livelli: 1) la partecipazione del lavoratore al flusso informativo (livello minimo di partecipazione, il lavoratore non è altro che una cellula ricevente flussi informativi dall'alto); 2) il lavoratore, oltre che essere ricettore di informazioni, diventa emittente di nuove informazioni sulla gestione del processo di lavoro, le cosiddette "idee" che vengono premiate (in questo caso vanno inseriti i circoli di qualità e proposte affini come Ute e Team nel caso Fiat); 3) il lavoratore riesce ad esercitare una forma di controllo sulle costruzione delle procedure del lavoro. Qui occorre distinguere tra processo produttivo, che è costituito da tutte le procedure di trasformazione del prodotto, e processo lavorativo, che è invece costituito dalla messa in atto di queste procedure. In quest'ultimo caso, molti osservatori hanno dimostrato come nella fabbrica integrata, rispetto al fordismo, si giunga ad un controllo maggiore del lavoratore sulle procedure di lavoro e contemporaneamente ad un minore controllo sulla loro esecuzione. A si parla di "autonomia controllata", dove ad una maggiore capacità del lavoratore di determinare le procedure astratte corrisponde una maggiore capacità del sistema tecnico, cioè della direzione, di controllare i risultati del lavoro (attraverso tecnologie informatiche che consentono il monitoraggio, l'automazione e gestione della produzione). In questo senso ci troviamo di fronte a una vera inversione del modello fordista.

"Si potrebbe dire in una formula che ora l'operaio, al contrario del fordismo, è tutta ideazione e poca esecuzione, più cervello che mano [...] Ed è qui che si intreccia il problema del consenso. Il sindacato, che costituisce l'organo di rappresentanza istituzionale del consenso operaio, offrirà la possibilità di controllare il lavoro informale come posta in gioco nello scambio politico rappresentato dalla contrattazione. In questa fase, in cambio del pieno consenso dell'operaio alla azienda (per cui viene a crearsi un tacito patto secondo il quale il lavoratore svelerà i segreti di produzione al management e non saboterà le linee), il sindacato potrà chiedere delle poste molto alte, quali il quasi impiego a vita. Nello scambio tuttavia il sindacato sarà disposto a barattare qualcosa di più che la semplice non insubordinazione come nel periodo fordista, garantirà la vendita del 'sapere operaio' e la condivisione del lavoratore dei fini dell'azienda, dei suoi valori. se nel taylorismo il lavoratore lottava innanzitutto per il miglioramento personale e, nei momenti di alta conflittualità, per il miglioramento della condizione di classe, nella fabbrica integrata i segreti della produzione verranno ceduti all'azienda perché vi sia il miglioramento della qualità del prodotto, in cambio di concessioni che non riguarderanno più le modalità del lavoro operaio ma quelle extralavorative, non più quelle produttive ma quelle distributive".

Naturalmente questo modello, come tutti i modelli, trova un aggiustamento per difetto nella realtà. L'ultima parte dell'articolo presenta una sintesi delle indagini su recenti tentativi di applicazione del modello in Italia.