Tentare un bilancio del periodo che inizia con la vittoria elettorale
della destra e con i fatti di Genova non è, con ogni evidenza, facile.
Lo scontro sociale si è svolto su diversi piani, le mutazioni nazionali
dello scenario politico e sociale si sono intrecciate con quelle internazionali,
la stessa interpretazione delle vicende delle quali si ragiona rimanda a
una valutazione sia della natura dei soggetti istituzionali e sociali in
campo che alla loro relazione con il movimento sociale.
Detto ciò, è, a mio avviso, necessario ricostruire un quadro,
per quanto schematico, degli accadimenti recenti anche per affrontare le
situazioni che si determineranno sulla base di una conoscenza realistica
della situazione sociale.
Il quadro politico-sindacale
La prevedibile vittoria elettorale della destra aveva, già nella
primavera del 2001, determinato una crisi delle tradizionali modalità
di funzionamento del sistema dei partiti e del mondo sindacale.
La sinistra, che aveva condotto la campagna elettorale concentrandosi sulla
denuncia del conflitto di interessi che affligge Berlusconi, si caratterizzava
per un programma e, soprattutto, per una pratica di governo sostanzialmente
omogenei a quelli della destra e, per di più, per l'evidente presenza
di tensioni interne ai suoi gruppi dirigenti che, sovente, avevano preso
forme autodistruttive.
Già a primavera, comunque, erano emerse tensioni fra CGIL, da una
parte, e maggioranza dei DS, dall'altra, e queste tensioni hanno costituito
uno degli elementi caratterizzanti del passato anno.
Il contratto dei metalmeccanici aveva visto la prima rottura fra CISL e
UIL, da una parte, e CGIL dall'altra con la scelta delle prime di firmare
l'ennesimo contratto a perdere e l'irrigidirsi della seconda su di una posizione
"dura" anche se, per certi versi, singolare[1].
La FIOM, infatti, aveva chiamato i lavoratori a mobilitarsi per una cifra
irrisoria ed aveva mantenuta ferma la richiesta di una corretta applicazione
della concertazione che padronato e sindacati concorrenti reinterpretavano
all'ulteriore ribasso.
Comunque la "vivacità" della CGIL anticipava lo scenario
che avremmo vissuto dopo l'estate e, in particolare, l'intreccio fra una
mobilitazione simbolica [2], dal punto
di vista dei contenuti e la capacità di intercettare uno scontento
reale di ampi settori di lavoratori.
L'entrata in campo della FIOM permetteva, fra l'altro, una sorta di ricostruzione
dell'immagine della CGIL [3] con il principale
sindacato industriale nel ruolo di rappresentante sociale di una working
class che, di comune accordo, destra e sinistra parlamentari ed istituzionali
avevano cercato di consegnare all'archeologia industriale.
Basta, a questo proposito, notare come un quotidiano come "La Repubblica"
che ha accompagnato per decenni la deriva "modernizzatrice" e
liberale abbia riscoperto la questione sociale e, in particolare, gli effetti
devastanti della flessibilità, di quella stessa flessibilità
alla quale aveva dedicato sino a poco prima interessate apologie, sulla
condizione proletaria [4].
Eppure, a giugno e nonostante alcune prove tecniche di opposizione, nel
periodo immediatamente precedente le elezioni la sinistra parlamentare e
sindacale pareva un pugile suonato incapace d'iniziativa e dilacerata al
suo interno.
Anni di governo sembravano aver dato la mazzata finale alla sinistra statalista
e accelerato l'atomizzazione della sua base sociale. L'apparato della sinistra
si trovava disarmato sia dal punto di vista programmatico, visto che si
pretendeva liberale quanto se non più della destra, che da quello,
per molti versi più rilevante, del radicamento sociale.
Genova e la rottura degli equilibri
Non è questa la sede per riprendere una riflessione approfondita
sulle ragioni contingenti della bestiale violenza della polizia a Genova.
Certo hanno pesato pressioni internazionali da parte di chi non tollerava
più che ogni vertice delle grandi potenze fosse l'occasione di mobilitazioni
di opposizione e l'arrivo al governo di una destra fascista e leghista disposta
a porsi come sponda politica dei corpi di polizia.
Il fatto è che la mattanza c'è stata, che è stata ampiamente
documentata, che ha colpito seccamente l'opinione pubblica.
Se una considerazione positiva, dal punto di vista dei limiti del potere
del "grande fratello" mediatico, si può fare è quella
che, nella società della comunicazione, diventa difficile far sparire
foto, filmati, comunicazioni in internet. La colonizzazione mercantile della
vita quotidiana comporta anche, e necessariamente, uno sviluppo straordinario
degli strumenti di comunicazione, uno sviluppo che si rivela politicamente
ingovernabile almeno quando il conflitto sociale favorisce pratiche di autorganizzazione
capaci di appropriarsi delle nuove reti comunicative.
È interessante notare che, nel corso dell'estate la grande stampa
liberale ha attaccato il governo con una durezza inusitata. Con ogni evidenza,
la classe media colta e semicolta non è attratta dall'ipotesi dell'introduzione
di modalità turche di governo del conflitto sociale.
Sono, inoltre, apparsi i primi sintomi dei cattivi rapporti[5]
fra borghesia liberale e la cleptocrazia berlusconiana con il suo codazzo
di populisti addomesticati e dimentichi della loro tradizionale polemica
anticleptocratica, per un verso, e più carogne di prima sulle questioni
dell'ordine pubblico, per l'altro.
Non a caso, nel corso dell'anno, fascisti e leghisti hanno lavorato di conserva
sui temi dell'ordine pubblico e dell'immigrazione riuscendo a entrare in
collisione con i settori del padronato che hanno un evidente bisogno di
forza lavoro immigrata. [6]
Fronte esterno - Fronte interno
L'11 settembre la vicenda delle due torri è giunta a ricordare
a tutti la natura profonda del dominio, il fatto che la politica non è
che la guerra condotta con altri mezzi.
La sinistra, naturalmente, ha provveduto a garantire al governo il suo sostegno
nella guerra dell'Afghanistan e, sorpresa!, siamo stato informati per l'ennesima
volta del fatto che tutte le forze politiche e sociali devono unirsi nella
difesa degli interessi nazionali.
Nonostante i venti di guerra lo scontro sociale e sindacale ha ripreso vigore.
I due piani della lotta politica, la guerra interna e la guerra esterna,
si sono sviluppati in relativa autonomia, il che è stato, per un
verso, una condizione favorevole allo sviluppo delle lotte e, per l'altro,
un segnale politico sul quale sarebbe opportuno riflettere [7].
La mobilitazione contro la guerra, contro quella guerra che prosegue sia
in Afghanistan che in altre aree, non riesce ad assumere dimensioni ed impatto
adeguati perché non colpisce con la forza necessaria l'ordinato svolgersi
della produzione e dei meccanismi di dominio.
D'altro canto, su questo terreno si è mantenuta viva una mobilitazione
che sarebbe sbagliato sottovalutare. Le manifestazioni contro la guerra,
infatti, hanno visto la partecipazione di settori importanti della popolazione
e sono state uno degli elementi costitutivi di una significativa opposizione
sociale.
Il movimento contro la globalizzazione, nei fatti, ha funzionato come movimento
contro la guerra.
La rottura della concertazione
L'elezione di Antonio D'Amato ai vertici della Confindustria è
stata, per molti versi, decisamente più rilevante della vittoria
elettorale della Casa delle Libertà, vittoria che, fra l'altro, non
è affatto il prodotto di uno spostamento a destra del corpo elettorale
ma dell'integrazione della Lega Nord nella destra nazionale e, nei fatti,
della fine della Lega stessa come soggetto politico e sociale autonomo e
della sua riduzione a segmento padano del blocco di destra.
L'ascesa di D'Amato rappresenta, infatti, il primo caso di pubblica rottura
dell'oligarchia che ha retto il capitalismo nazionale per decenni e della
traduzione sul piano istituzionale di un doppio processo di mutazione degli
equilibri del potere sociale su scala nazionale:
- il ridimensionarsi della centralità della Fiat e la sua nuova collocazione internazionale intrecciato con la fine del ruolo storico di Medio Banca;
- la crescita del peso della media e piccola industria decisa a ridimensionare il ruolo del vecchio blocco corporativo dominante (grande impresa industriale e finanziaria - sistema dei partiti - apparato sindacale).
Le nuove caratteristiche del gruppo dirigente della Confindustria sono
rese visibili anche dallo stile di conduzione dell'organizzazione basato
sul culto del capo, l'allineamento della stampa confindustriale, la marginalizzazione
dei dissidenti. Un classico caso di bolscevizzazione che corrisponde all'assunzione
da parte della Confindustria di una logica di partito, in qualche modo analoga
a quella assunta dalla CGIL.
Il governo appena insediato aveva da occuparsi di diversi problemi:
- sistemare gli affari del presidente dei consiglio e dei suoi soci di volo, e lo ha fatto egregiamente;
- pagare le cambiali firmate a santa romana chiesa, e lo ha fatto senza troppe difficoltà visto che i dirigenti della sinistra sembrano spesso e volentieri delle guardie svizzere [8]
- ricambiare i favori ottenuti dalle organizzazioni criminali e ci sta riuscendo solo sino ad un certo punto grazie alle grandi opere pubbliche mentre stenta a liberare dalla necessità del carcere i capi mafiosi che hanno, con forza, mostrato di essere decisamente infastiditi da questa mancanza di correttezza da parte della destra;
- garantire alla Confindustria una modificazione del sistema delle relazioni industriali che definisse in maniera chiara il pieno dispotismo padronale nelle aziende.
Questo particolare obiettivo implicava una rideterminazione dei tradizionali rapporti fra governo e sindacati di stato, la fine della concertazione, almeno come sino ad oggi è stata intesa, e la sua sostituzione con il cosiddetto "dialogo sociale" [9].
È interessante notare che la politica sociale del governo è
tutt'altro che riducibile alla modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori e che prevede una radicale "liberalizzazione" delle
relazioni fra lavoratori ed imprese mediante l'estensione della possibilità
di usare lavoro interinale, contratti "anomali", la privatizzazione
del collocamento, la facilitazione nelle operazioni di esternalizzazione,
ecc..
Il concentrarsi della mobilitazione contro la riforma dell'articolo 18 ha
risposto, probabilmente, alla necessità di individuare un obiettivo
di facile comprensione ma ha lasciato sullo sfondo questioni di rilievo
ancora maggiore e che richiedevano un'adeguata mobilitazione.
Il nuovo scenario ha visto un rapido deteriorarsi dei rapporti fra CISL
e UIL , da una parte, e CGIL dall'altra.
Si è trattato di un processo contraddittorio e con accelerazioni
e ricuciture, ma la logica di fondo è abbastanza chiara:
- CISL e UIL danno per scontato che il governo reggerà visto che ha una solida base parlamentare e sociale e si attrezzano per conviverci garantendosi il massimo possibile di quote di potere e di gestione di risorse pubbliche;
- la CGIL non è disposta ad accettare un ruolo di partner subalterno del governo di centro destra e cerca di garantirsi il solido spazio conquistato in anni di prassi corporativa. Può contare, a differenza dei concorrenti, su di un tessuto militante non troppo sfilacciato, su di un'immagine prestigiosa anche se un po' appannata, su di un reale insediamento sociale e sull'identificazione nelle sue sorti di gran parte del popolo di sinistra.
È mia convinzione che le accuse che si scambiano CISL e CGIL (la
UIL conta come il due di coppe a briscola quando briscola è bastoni)
siano, per l'essenziale, tutte esatte. La CISL ha una sponda interna a settori
del governo e punta ad essere il sindacato di riferimento della destra senza
tagliare, anzi, i rapporti a sinistra, la CGIL si scopre combattiva con
il governo Berlusconi dopo aver accettato di peggio da quelli della sinistra
e mentre continua ad fare accordi a perdere in cambio del riconoscimento
del suo ruolo.
Questa è, comunque, la scoperta dell'acqua calda, conosciamo bene
le logiche che governano la pratica degli apparati burocratici e non sta,
da questo punto di vista, succedendo nulla di strabiliante.
L'istituzionale ed il sociale
Ritengo sarebbe un errore sia il leggere le mobilitazioni di autunno
e di primavera come il prodotto puro e semplice della discesa in campo della
CGIL che come l'effetto di una mobilitazione dal basso che avrebbe costretto
la CGIL a radicalizzarsi.
La prima lettura peccherebbe di politicismo.
Nessuna persona seria può affermare in buona fede che la volontà
del segretario generale[10] della CGIL
può determinare una crescita superiore al 1700% delle ore di sciopero
che si è data questa primavera rispetto alla prima metà dell'anno
scorso.
Gli scioperi sono stati massicci e partecipati perché raccoglievano
uno scontento reale accumulatosi negli anni passati e centrato sui diritti,
il salario, le condizioni di lavoro.
La seconda lettura sarebbe, d'altro canto, ingenua. La mobilitazione dal
basso, infatti, vi è stata e si sono determinati interessanti intrecci
fra iniziative di lotta dei lavoratori, mobilitazioni delle classi medie,
movimento contro la guerra. Non si può, però, sottovalutare
la capacità delle CGIL di tenere sotto controllo la situazione, di
utilizzare gli stessi settori più radicali come rompighiaccio.
Basta, a questo proposito, pensare al carattere doppio dello sciopero del
15 febbraio, ritirato da CGIL-CISL-UIL e mantenuto con buoni risultati dai
sindacati alternativi.
Quando CGIL-CISL-UIL hanno chiuso la vertenza del pubblico impiego e della
scuola con un accordo concertativo, i sindacati di base sono riusciti a
tenere l'iniziativa ed a dare vita ad una manifestazione imponente a Roma
dimostrando che il controllo dei sindacati di stato regge solo sino ad un
certo punto.
Nello stesso tempo, la buona riuscita dello sciopero ha dato una conferma
alla CGIL dell'esistenza di un'area sindacale e sociale forte e combattiva
e della possibilità di dar vita a iniziative senza e contro CISL
e UIL.
Mi sembra ragionevole, insomma, porre l'accento sul fatto che la rottura
del blocco del sindacato di stato ha dato spazio all'iniziativa di settori
combattivi di lavoratori ma ha anche fornito alla CGIL la credibilità
per tenere sotto controllo la propria base.
In guisa di conclusione
Il Patto per l'Italia ed il DPEF sono l'esito "formale" dello
scontro. Il governo punta su di un rapporto privilegiato con CISL e UIL
e sullo scambio fra ridimensionamento, sia pur limitato, dell'articolo 18
e altrettanto limitate concessioni per quel che riguarda fisco e sussidi
di disoccupazione.
Si parla, a questo proposito, di modello spagnolo e cioè di un modello
basato sulla distruzione dei diritti a livello aziendale e categoriale in
cambio di, limitate, concessioni per quel che riguarda il salario sociale
[11]
Si tratta di un modello che non prevede affatto la fine del corporativismo
democratico ma una sua diversa strutturazione e non esclude contraddizioni
anche forti fra i partners che concorrono al patto sociale stesso [12].
La CGIL si trova in una situazione delicata sia perché i suoi rapporti
con la sinistra parlamentare sono, diciamo così, complicati che perché
le sue contraddizioni iniziano ad emergere. Basta pensare agli accordi a
perdere che continua serenamente a firmare.
In questi mesi, d`altra parte, il sindacalismo alternativo ha dimostrato
di tenere bene sul piano dell'iniziativa e dell'identità.
Soprattutto non sono mancate lotte dure e, parzialmente, vincenti come quella
dei lavoratori delle imprese di pulizia delle ferrovie [13].
Ad autunno, insomma, si apre una partita interessante. Non è mio
costume lanciarmi in previsioni che rischiano di rispondere più ai
desideri di chi le formula, nel caso il sottoscritto, che ad un'effettiva
possibilità di valutare scenari complessi.
I punti di crisi mi paiono, però evidenti:
1. il governo ha già annunciato tagli secchi alla spesa sociale mentre sono in scadenza, da quasi un anno, i contratti del pubblico impiego e della scuola;
2. nel settore privato sarà inevitabile che al rifiuto della "riforma" dell'articolo 18 segua una chiara rivendicazione salariale;
3. i lavoratori precarizzati, gli immigrati, le giovani generazioni proletarie hanno mostrato una disponibilità alla mobilitazione che non si verificavano da diversi anni.
L'intreccio fra conflitti particolare su questi tre terreni è
una possibilità reale per lo sviluppo di un'opposizione sociale di
dimensioni e di radicalità più che rispettabili.
Come sempre, la dialettica fra movimento e istituzioni è un problema
aperto e che si determinerà non tanto sulla base di una, necessaria,
critica teorica al ruolo degli apparati burocratici quanto sulla base della
radicalità effettiva del conflitto sociale.
Come sempre, si potrebbe rilevare. D'altronde non si tratta di cercare "novità"
ma di cogliere quanto di radicale si svilupperà sul campo.