EDITORIALE

A la guerre comme à la guerre

Raramente un paradigma interpretativo della realtà centra il suo obbiettivo: un modello - perché di questo essenzialmente si tratta - paga pegno alla necessaria schematicità e, spesso, induce chi lo usa a comprimere dati empirici e avvenimenti nel letto di Procuste dell'intepretazione strutturata. Tutto questo per dire che il doppio paradigma guerra interna / guerra esterna e discontinuità nella continuità, che abbiamo indicato dell'editoriale del numero scorso come possibile chiave interpretativa degli avvenimenti di questo ultimo anno, conserva la sua validità, ma si misura con la complessità intrinseca delle situazioni. Di quali guerre parliamo? La guerra esterna quale è?

Ci sono tante guerre militari, combattute, dichiarate, latenti, sconosciute. Quelle combattute, tradizionali o no, sono riconoscibilissime: l'altro ieri il Kossovo, ieri l'Afghanistan, oggi la Palestina, domani - di nuovo - l'Iraq, ma quest'ultima appartiene alla categoria di quelle dichiarate e latenti. Ci sono poi le guerre sconosciute o dimenticate che, in quanto tali, non hanno rilevanza se non sul piano dell'endemicità bellica del secondo dopoguerra e, soprattutto, del post '89.

Ma a quale categoria appartiene, ad esempio, la guerra che gli Stati Uniti stanno combattendo contro l'Europa? Traslatamente potremmo dire a quelle militari, dato che si manifesta nel forzare l'impegno degli alleati subalterni nelle loro "operazioni di polizia internazionale". Obiettivi, tempi e modi delle operazioni - che rispondono sempre in primo luogo agli interessi economici, geopolitici e/o militari degli USA - sono imposti ai paesi europei nel loro scacchiere d'influenza o nelle immediate prossimità (Kossovo, in primo luogo, ma anche Iraq e Afghanistan). Il duplice risultato è evidente: in primo luogo, anche se la gestione bellica e la maggior parte dell'impegno militare sono degli USA, c'è la legittimazione, appunto, internazionale e, come sottoprodotto non disprezzabile una "manovalanza" militare specializzata; in secondo luogo, la delegittimazione dell'Europa in quanto entità sovrannazionale con una sua fisionomia ben precisa, infatti la chiamata alle armi per i paesi europei avviene sempre nella loro qualità di partecipanti a organismi internazionali (NATO, ONU) o a paladini della democrazia e mai, nella sostanza, in quanto membri dell'UE. Guerra militare traslata, dunque, ma essenzialmente politica ed economica. Il polo imperialista europeo fatica ad affermarsi in quanto entità politica, mentre sul piano economico-monetario l'euro rivaleggia alla pari con il dollaro e rappresenta per gli USA un pericolo reale per la potenziale estensione della sua area di influenza.

Ma torniamo alle guerre guerreggiate, che status ha la guerra in Palestina? Guerra di popolo? Guerra di liberazione nazionale? Guerra religiosa? Guerra civile? Mai come in questo caso siamo in difficoltà nel definire le caratteristiche di un conflitto. Anche espungendo il ruolo dell'integralismo (sia islamico che ebraico) il cui peso comunque non può essere derubricato a semplice effetto di cause economiche, rimangono diversi piani di lettura. Il primo è legato al ruolo peculiare che Israele ha assunto storicamente nello scacchiere medio-orientale come "cane da guardia" degli interessi dell'imperialismo USA. In questo senso si può parlare di una guerra di contenimento aggressivo nei confronti dei paesi arabi dell'area, giocata sul conflitto interno contro i palestinesi. Tuttavia l'autonomia israeliana - mostrata specialmente dopo l'11 settembre - prefigura qualche crepa in questa lettura. Il secondo è quello della guerra di liberazione nazionale nella duplice accezione di lotta di popolo contro l'oppressore straniero e di riscatto della borghesia nazionale dai vincoli economici posti dall'occupante - anche se, obbiettivamente, la categoria di borghesia nazionale è difficilmente applicabile, configurandosi piuttosto il ceto politico palestinese come una lobby transnazionale e/o un insieme di frazioni concorrenziali ed eterodirette.

Che il secondo aspetto possa tranquillamente convivere con il primo è storicamente dimostrato, che dall'intreccio tra i due si possa sviluppare una situazione rivoluzionaria è tutto da dimostrare e la Palestina non fa eccezione alla regola. L'ultima notazione è che l'opposizione più intransigente alla guerra viene dalle aree intellettuali e "pacifiste" dei due campi, mentre i proletariati dei due campi sono arruolati a tempo pieno nella mattanza. Ma anche questa purtroppo non è una novità, ciò accadde con ben altre proporzioni, ad esempio, nella prima guerra mondiale. Rimangono, come ultimi aspetti contrapposti, quelli, evocati da più parti della guerra di sterminio di Israele contro il popolo palestinese e della lotta contro il "terrorismo arabo". Certo sassi contro tanks la dicono lunga sulla liceità delle due interpretazioni, ma gli attentati dei kamikaze palestinesi contro civili (donne e bambini inclusi) fanno anche loro parte della barbarie capitalista, introiettata, purtroppo a tutti i livelli.

Passiamo ora alle guerre economiche e ai loro risvolti sociali. Ci sono, innanzitutto, quelle che dilaniano il centro dell'impero (quello vero, non quello edulcorato del professor Negri), quelle che contrappongono i tre poli imperialistici (degli USA e dell'Europa abbiamo già detto, seppur da un'altra angolazione); poi ci sono quelle del centro verso le immediate ed estreme periferie. Paesi ricchi e capitalisticamente avanzati contro paesi poveri si potrebbe dire. In realtà l'intreccio stretto tra politiche economiche statuali, strategie di multinazionali, holding e joint venture, interventi di organismi bancari e finanziari internazionali, rende la situazione di sempre più difficile lettura. Ma i risultati sono sempre gli stessi: pezzi di economia-mondo saltano per l'aria (l'Argentina come una qualsiasi Albania), altri resistono nell'instabilità, altri si rafforzano. Chi, come sempre, paga il prezzo di tutto, magari trascinando con sé nella rovina settori di classe media, sono le classi lavoratrici, i proletari, gli sfruttati, i dannati della terra. Infatti, in diretta continuità con le guerre economiche, si combattono dappertutto quelle che abbiamo definito guerre interne, le guerre sociali.

Nella vecchia Europa, dove poi la situazione non è così drammatica come in tante altre parti del mondo, la guerra sociale sembra svilupparsi a senso unico, sia pure con qualche significativa eccezione in Spagna e Gran Bretagna. L'iniziativa è sempre nelle mani di governi e padronati, che procedono ad attuare misure di restrizione dei diritti civili e intensificano l'attacco economico ai lavoratori, alle loro condizioni di vita e di lavoro. Il corpo sociale, che nei vari paesi dell'UE è sempre più incalzato dalla crisi e dalle relative ristrutturazioni, risponde più alle sollecitazioni della destra neo-liberista e/o neo-corporativa, che a quelle, molto deboli, di sinistre istituzionali ormai screditate. Ne deriva, come le recenti elezioni francesi hanno mostrato, un generale spostamento a destra degli elettorati.

Helzapoppin

Continuando sul filo della metafora bellica, dovremmo a questo punto passare alla nostra guerra interna, ovvero allo stato del conflitto sociale e alle sue molteplici ramificazioni e manifestazioni. Tuttavia ci coglie un dubbio. Il sospetto è che un film, un cult-movie come Helzapoppin (di H.C.Potter, 1941) possa esprimere al meglio - con la sua demenziale comicità e con il suo peculiare impianto: il film nel film nel film - la situazione del nostro paese. Innanzitutto la demenzialità della rappresentazione e l'apparente mancanza di un filo conduttore. Sul piano politico generale un governo di cretini, presieduto da un buffone, con la supervisione di un presidente della repubblica rincoglionito: chi altri avrebbe potuto incitare gli italiani all'amore della patria e della bandiera quando è noto che i compatrioti sono assolutamente avulsi dal nazionalismo tranne il praticarlo nella sua forma più becera quando gioca la nazionale, o inneggiare al risorgimento come guerra di popolo, quando è arcinoto che questi fu tutto tranne che espressione popolare. Ma torniamo all'esecutivo e alla pletora di provvedimenti approvati, previsti e ipotizzati. Con un po' di attenzione e facendoci largo tra le amenità, non è difficile rintracciare un filo conduttore che ci riporti ad un'interpretazione canonica degli avvenimenti. E il filo conduttore altro non è che l'articolazione delle politiche governative nella "regolazione" del conflitto capitale-lavoro. Messe da parte le fantasie dei milioni di nuovi posti di lavoro, affrontate le riforme della pubblica amministrazione e/o della scuola nella logica di accentuati processi di privatizzazione, o, ancora, aver glissato sulla promessa semplificazione del corpo delle leggi, l'esecutivo si è messo al lavoro in altre direzioni. Innanzitutto, sul piano tecnico, con la revisione della legislazione sul lavoro per conferire ulteriore e maggiore flessibilità ai rapporti di lavoro; in secondo luogo nella ridefinizione dei rapporti tra le parti sociali, segnatamente con i sindacati confederali. Fulcro di tutto ciò è diventato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, o meglio la sua revisione. Nella sostanza si tratta di un ballon d'essai che le parti si rilanciano e che nei fatti incide molto poco sui processi di flessibilizzazione e di disgregazione del rapporto di lavoro consolidato. Come ormai è noto si tratta dell'abolizione dell'obbligo per i datori di lavoro di riassumere i lavoratori licenziati senza "giusta causa", pagando invece un indenizzo. Dicevamo, abbastanza ininfluente rispetto alla flessibilità richiesta (la "giusta causa" si è talmente dilatata negli anni da consentire sub specie ristrutturazione di andare praticamente a licenziamenti individuali) al punto che taluni industriali hanno giudicato la revisione dell'art.18 scarsamente interessante. Ma allora qual'è il motivo del contendere? Da parte governativa e confindutriale si tratta evidentemente di una battaglia di principio che corona anni di deregolamentazione del rapporto di lavoro, che attacca direttamente l'aspetto garantista della legislazione del lavoro ereditato dagli anni '70, che mette in discussione il ruolo del sindacato confederale per quanto riguarda la titolarità della concertazione. Da parte confederale, oltre alla necessità di rispondere ad una sfida diretta, c'è la necessità di conservare il controllo della legislazione del lavoro e il posto al tavolo della concertazione. Dietro questa partita però se ne giocano altre, nessuna delle quali ha a che vedere con la creazione di posti di lavoro o con i licenziamenti incontrollati, come pretendono, rispettivamente, le parti in causa. Lasciamo perdere la battaglia privata del compagno Cofferati per conquistare la leadership della sinistra e passiamo alla contrapposizione tra la CGIL e gli altri due soggetti confederali. E' evidente che l'attivismo della prima ha messo e mette in difficoltà CISL e UIL: se nel paese, tra i lavoratori, c'è voglia di lottare (e così sembrerebbe dimostrare la riuscita dell'ultimo sciopero generale) e finché la CGIL mantiene l'offensiva non è inverosimile che questa riesca ad erodere la base di consensi delle altre due. Di converso, proprio per la difficoltà della CGIL di tenere alto il livello dello scontro su tempi lunghi, senza risultati tangibili e su una questione eminentemente politica, CISL e UIL possono - e lo stanno facendo - rivendicare la propria autonomia e sedersi da sole al tavolo della consultazione (o nuova concertazione, che dir si voglia) con governo e padronato. Ma passiamo alla seconda partita - che dal nostro punto di vista è più interessante - ovvero quella tra CGIL e sindacati di base. La levata di scudi della CGIL, la riuscita dello sciopero generale, l'apparente imtransigenza su questioni di principio, stanno riconquistando al sindacato di Cofferati consensi tra i lavoratori delusi dalle sue attitudini concertative e stataliste. In questo senso il sindacalismo di base - pur in una fase a lui favorevole, per visibilità e crescita - sconta un momento di impasse dovuto alla necessità di "tenere testa" alla CGIL senza cadere in una delle due possibili e opposte derive: la tentazione di conservarsi "duri e puri", disertando, ad esempio, le scadenze di lotta generali della CGIL, e quella opposta di rendersene succubi in nome di una generica "unità tra i lavoratori". Radicalizzare le parole d'ordine della CGIL (come è stato fatto con la proposta referendaria di estensione a tutti i lavoratori dell'art. 18), metterne in luce la natura ambigua, denunciare l'invariata natura statalista e concertativa del suo apparato e della sua dirigenza. Tutto questo senza rinunciare alla presenza in piazza e - da qualunque causa scaturiscono - nelle lotte dei lavoratori.

E a proposito di lotte rimane da affrontare la valenza politica delle lotte e dei movimenti che si sono manifestati in questi ultimi sei mesi. Tre sono gli spezzoni di movimento che - con tutti i loro limiti e intersecandosi tra loro in modo dialettico e non formale - si sono manifestati. Del primo abbiamo già in parte detto: quello sindacale che ha trovato un coagulo provvisorio, ma significativo, con l'ultimo sciopero generale. Ha infatti indicato una disponibilità alla lotta da parte della working class che le sconfitte passate e recenti rendevano difficilmente ipotizzabile. Il secondo è quello composito - che comunque non esce dall'alveo istituzionale - dei "girotondi" con le sue appendici "giustizialiste". Anche si tratta prevalentemente di una campagna anti-berlusconi sponsorizzata dai DS, centrata, nella migliore delle ipotesi, sulla questione morale, manifesta anch'essa - nell'orgia dei buoni sentimenti - una profonda insoddisfazione di una parte del corpo sociale per le condizioni generali del paese e, comunque, coinvolge settori significativi di lavoro intellettuale proletarizzato. La terza, quella virtualmente antagonista e, potenzialmente anticapitalista, è quella del movimento no-global - recentemente in piazza a Genova dopo un anno dai fatti del G8 - che manifesta ad ogni pié sospinto la sua capacità attrattiva e la sua estrema debolezza politica, progettuale e teorica, la sua virtualità. Quali le ricomposizioni possibili? Sul fronte istituzionale un asse CGIL - No Global - girotondisti come possibile riaggregazione di un "partito del lavoro e della cittadinanza". Sul fronte radicale ci sono invece tutte le difficoltà del sindacalismo alternativo a interloquire seriamente con le soggettività politiche che, confusamente, stanno nell'area No global. Rimane una domanda: riuscirà il quarto spezzone di movimento - quello antistatalista, anticapitalista (in altri tempi avremmo detto l'ala rivoluzionaria del movimento di classe) - a raccogliere intorno a una progettualità coerente la working class? E se sì, in quali tempi e con quali modalità? A tentare di rispondere a queste domande dedichiamo e dedicheremo gli sforzi di questa rivista. Più di tanto non ci è dato fare.

Il collettivo redazionale

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