DALLA PROVINCIA DELL'IMPERO

di Guido Barroero

In tempi di &laqno;globalizzazione» dilagante, eletta categoria onnicomprensiva e onnisignificante, non potevamo sfuggire alla tentazione di parafrasare Kafka: nell'anus mundi dell'impero del capitalismo avanzato, tecnologizzato, informatizzato, le nuove arrivano con difficoltà, ostacolate paradossalmente dall'ipertrofia informativa - dovuta al crescente sviluppo mass-mediatico - che moltiplica ad libitum le vacche, ma le rende tutte grigie.

Invece gli scricchiolii dell'assetto capitalistico mondiale diventano sempre più forti e sinistri. Crisi economica e imponenti manovre speculative nelle borse mondiali si mescolano in un bailamme indicibile e in una rappresentazione alterata dove lo Slipgate di Clinton sembra poter produrre effetti egualmente devastanti come il crollo delle borse del Sudest asiatico provocato dalla sovrastima dell'economia delle Tigri d'oriente. Lo stesso crollo dei regimi del socialismo reale, il loro sfascio economico e sociale - che in termini di distruzione di risorse e capacità produttive è costato quanto una guerra combattuta e persa - è stato sottostimato mentre ancora non ha manifestato appieno i suoi effetti sull'assetto mondiale.

Siamo insomma ben lontani dal vedere l'uscita del tunnel e soprattutto dal capire che cosa troveremo là fuori. Non esistono strumenti d'indagine ragionevolmente sicuri che ci possano far capire se ci troviamo in una fase convulsiva - particolarmente acuta - della ciclicità delle crisi capitalistiche (ovvero in una fase di accentuata congiuntura depressiva) o in una fase agonica o pre-agonica del lungo crepuscolo del modo di produzione capitalistico. Le teorie della crisi - quelle classiche e quelle innovative - sono tutte messe duramente alla prova: non sono i dati - in un'epoca, come l'odierna, di ipertrofia informativa - a mancare, ma proprio la capacità d'interpretarli, separando il grano dal loglio.

A livello di suggestione e da un punto d'osservazione fortemente contestualizzato, potremmo dire che siamo in una di quelle rare congiunture in cui i tempi braudeliani della storia si intersecano con tratti di brusche accelerazione rendendo difficile ogni tentativo di discrimine. Solo i tempi geologici sembrano immuni da queste convulsioni a meno che la natura, nella sua infinita varietà e stimolata magari da eccessi ambientali, non provveda allo scioglimento prematuro delle calotte polari o - motu proprio - alla spaccatura misericordiosa e definitiva della faglia di S.Andrea.

Tornando a teorie e paradigmi interpretativi, e sempre a proposito di suggestioni, resta ancora da dire che talune delle categorie (o dei modelli) con cui si sta tentando di far luce sulle dinamiche e gli esiti dei potenti processi di ristrutturazione capitalistica in atto sembrano poco più di calembour o limerick - giochi di parole insomma - con pressoché nulle capacità predittive. Globalizzazione e postfordismo, tanto per fare un esempio, hanno assunto - nelle analisi e negli assunti di analisti, economisti di varia estrazione, politici, critici o apologeti del sistema e delle sue mutazioni e, via via, fino alle teste pensanti di certa sinistra antagonista - la forza di un luogo comune che, in quanto tale, si autoalimenta senza radicarsi - veleggia, insomma, a mezz'aria.

Manca una storicizzazione delle mutevoli vicende del modo di produzione capitalistico nell'invarianza di talune sue caratteristiche. E manca specialmente per quanto riguarda la sua fase imperialistica. Tutto nello stesso calderone: fordismo, keynesismo, Welfare e i relativi post-ismi dimenticando che afferiscono a fenomeni, localizzazioni e tempi diversi. E così per la sovranazionalità dei capitali, interazione fra mercati, internazionalizzazione della finanza, ecc. E ancora per deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva. Per continuare con i flussi migratori che, nell'immaginario collettivo, si stanno rappresentando come esodi biblici, mentre piuttosto ne è mutata la qualità rispetto a quelli ben più considerevoli di altre epoche. Per finire alla vexata questio della composizione di classe che tanto più frequentemente viene riproposta, tanto meno se ne colgono le coordinate effettive in un turbinio di autoimprenditori, attività no-profit e lavoratori autonomi di imprecisata generazione. Il tutto nell'allucinazione della fine del lavoro (salariato) e dello scomparire della tradizionale lotta di classe come fattori evolutivi verso i lidi di un'imprecisata società postcapitalista. Come disse Cipputi, forse sarebbe l'ora di avvisare il grande capitale.

Manca soprattutto - da parte nostra, ovvero di chi crede ancora che ci sia spazio per l'antagonismo sociale e di classe più radicale - la capacità di affrontare la frammentazione della working class che si va aggravando e di cogliere nelle sue linee di frattura, all'interno, e nelle sue manifestazioni di scontro sociale, all'esterno, elementi forti di ricomposizione. Elementi di ricomposizione che, necessariamente, non sono più baricentrati sulla grande concentrazione operaia manifatturiera ma sempre sul lavoro salariato sia esso disperso, precario, sommerso, frammentato, supersfruttato o assente. Elementi che non saranno più fondati sull'appartenenza all'ambito strettamente produttivo, ma che comunque dovranno assumere la centralità della produzione della ricchezza sociale e della sua redistribuzione.

Nella provincia dell'impero, come dicevamo, a causa della distanza politica, economica e sociale dalle metropoli capitalistiche principali, questi nodi e queste problematiche vengono vieppiù banalizzati. Basti un esempio. Sulla questione lavoro-occupazione, a fronte di una posizione pressoché unitaria di padronato, governo e sindacati confederali (flessibilità e conseguente precarietà come elemento necessario, o comunque inevitabile, per la ripresa e lo sviluppo) si contrappone (si fa per dire) unicamente la proposta bertinottiana delle 35 ore legiferate e al di là da venire. A parte il fatto che - almeno nell'industria - il doppio regime di orario (quello contrattuale e quello di fatto, ben superiore al primo) esiste da quando il buon Fausto era sindacalista con i calzoni corti, è ovvio come nessuna limitazione formale d'orario possa produrre occupazione duratura: a) in assenza di un controllo dei lavoratori sui ritmi e le condizioni lavorative; b) in mancanza di ogni qualsivoglia opposizione all'utilizzo del lavoro precario; c) in carenza di una progettualità in grado di unificare sul terreno sociale i segmenti di working class occupata stabilmente, precaria e senza lavoro. Se poi l'unica alternativa alla "progettualità" bertinottiana è dichiarare la fine del lavoro salariato e/o proporre ai lavoratori di entrare in concorrenza diretta con il capitale diventando imprenditori liberi e selvaggi - come sembrano sottendere le posizioni di certa sinistra antagonista (?) - è più lucido il progetto di un harakiri di massa dei lavoratori - similmente a ciò che fanno alcune sette religiose ad ogni volgere di millennio. Più lucido, più rigorosamente estetico e con più afflato mistico. E chissà che sottraendogli massicciamente la forza-lavoro in questo modo il capitalismo non crolli veramente?

Questa sciattezza del dibattito e questa povertà di proposte non ci deve far dimenticare - sempre in tema di riorganizzazione capitalistica - che nella provincia dell'impero a volte - così come avviene nei cinema di sperdute cittadine che spesso ospitano ante-anteprime di film di successo - si sperimentano terapie assai avanzate per curare gli acciacchi del sistema. Ad esempio, la proliferazione delle tipologie del rapporto di lavoro, produce una polverizzazione delle capacità contrattuali e di difesa dei lavoratori, che si aggiunge al tradizionale ricatto economico dei periodi di crisi e di dilatazione dell'esercito industriale di riserva. L'iper-regolamentazione della precarietà e delle forme di flessibilità produce dunque gli stessi effetti di una totale liberalizzazione, con l'aggravante della frammentazione del fronte di classe - almeno per quanto riguarda la praticabilità della difesa degli interessi immediati - in un incasellamento per piccoli o piccolissimi gruppi con scarse possibilità di comunicare e di perseguire scopi comuni.

Le stesse terapie d'avanguardia sono seguite per lo smantellamento del sistema di garanzie sociali. Quello che preme rilevare è, tuttavia, che questo smantellamento non si traduce in un semplice azzeramento, ma in una profonda ristrutturazione dei criteri di ridistribuzione (nonché dell'entità del surplus ridistribuito) che garantisca in qualche modo un'ammortizzazione economica e sociale adeguata alle tensioni interne del corpo sociale. In altre parole la ridistribuzione delle briciole della ricchezza sociale avviene con processi di razionalizzazione mirati che simulano un barlume di giustizia sociale eliminando alcune elargizioni che la vecchia DC distribuiva a pioggia per garantirsi un cospicuo serbatoio di voti. Tutto ciò avviene con le opportune concessioni alla ideologia neoliberista dominante. Nel caso dell'indennità di disoccupazione, chiamata realisticamente "salario di povertà", o del proliferare dei lavori di "pubblica utilità" (sebbene questi ultimi abbiano spesso accentuate caratteristiche di produttività e sostituiscano lavoro dipendente) siamo di fronte a una legislazione che li configura più come un'elemosina pubblica che una qualche forma di solidarietà o di utilità sociale. Altre forme di ridistribuzione (potremmo citare tra queste il finanziamento della scuola privata tramite sovvenzioni alle famiglie, il prestito "d'onore", gli sgravi, le agevolazioni e i finanziamenti alla nuova mini-imprenditoria, ecc.) assumono invece l'aspetto più "dignitoso" di supporto alla libera iniziativa.

Dal punto di vista politico entrano invece in gioco le peculiarità storiche dell'assetto italiano. Il governo della crisi e dei processi di ristrutturazione funziona efficacemente con un mix di novità e di tecniche già sperimentate. Eliminato il ciarpame della cosiddetta prima Repubblica (ovvero gli aspetti più deteriori ed ingombranti del sistema di gestione del potere, prima DC, poi DC-PSI), morta sul nascere la seconda e le innovazioni politico-istituzionali che prometteva (ultimo a cadere sarà probabilmente il sistema maggioritario), la "terza" si presenta come una versione aggiornata - ed adeguata alle gestione della crisi - della prima. Ancora un partito "ecumenico", il PDS, che tra le fronde dell'Ulivo governa con disinvoltura - ma non senza difficoltà - processi di ristrutturazione e tensioni sociali rendendo improbo il lavoro dell'opposizione di destra e di quella residuale di sinistra; ancora e sempre politiche di favore ai bisogni del grande capitale e ancora il potere concertavivo delle confederazioni sindacali. Certo qualcosa è cambiato: il vecchio centro arranca verso una futuribile ricomposizione; la destra è divisa fra il regionalismo e populismo leghista, il liberismo radicale e oltranzista dei berlusconiani, la demagogia statalista o populista-statalista degli ex-missini; la sinistra (PRC) che fonda la sua esistenza sul noto principio dell'horror vacui si trova ad occupare uno spazio, senza titoli né meriti, solo perché, appunto, il vuoto deve essere riempito. Nella sostanza, tuttavia, nel grande gioco del potere e dei rapporti di forza poco è cambiato. Molto invece ci pare cambiato per quanto riguarda la working class e le sue possibilità di ripresa d'iniziativa autonoma.

La condizione proletaria è dunque la grande questione sulla quale - dal nostro punto di vista - merita applicarsi con impegno rinnovato. Dalle altre provincie dell'impero giungono segnali di turbolenza, di ripresa di lotte, dapprima sporadiche, poi più estese anche se comunque variegate e disomonegee. Citiamo alcuni casi che presentano elementi di interesse: la lotta dei dipendenti dell'UPS, quella dei portuali di Liverpool ed infine i movimenti dei disoccupati in Francia e Germania. Tutte e tre si sono articolate intorno al grande tema del lavoro: per i "postini" dell'UPS in massima parte sottopagati e a tempo parziale si trattava di conquistare condizioni decenti di lavoro e di salario combattendo un'organizzazione produttiva di nuovo tipo, parcellizzante e precarizzante. Ci sono riusciti - seppure parzialmente - perché molto forte è il loro potere contrattuale essendo operatori dei trasporti veloci e dunque di un settore che oggi è nevralgico per la valorizzazione del capitale. Per i dockers di Liverpool è stata invece, ed è ancora, un lotta tutta in salita. Espulsi dal posto di lavoro, da ormai più di due anni, lottano per riconquistarlo. Hanno respinto il baratto tra soldi e posto di lavoro e la loro lotta ha ricevuto una grande solidarietà a livello cittadino, inglese e internazionale. Per i disoccupati francesi e tedeschi la battaglia invece è attorno al lavoro che non c'è. E' una lotta per la vivibilità sociale, se non per la sopravvivenza fisica; una lotta per qualche forma di salario sociale che ridistribuisca qualche briciola del surplus prodotto socialmente.

Quali gli elementi unificanti? Sicuramente la grande solidarietà che si è creata intorno a questi momenti di lotta, non generalizzata, ma trasversale rispetto alla categoria lavorativa ed alla collocazione geografica. Se ciò non stupisce per la Francia, della quale ricordiamo i grandi scioperi dell'inverno '95 e la solidarietà che era nata attorno ai lavoratori in lotta, non può non sorprenderci per gli USA dove lotte sindacali anche durissime hanno avuto sempre connotazioni di estremo corporativismo. L'altro elemento unificante è la centralità della questione lavoro/occupazione: il lavoro che c'era, come era (Liverpool), il lavoro che c'è, come è (UPS), il lavoro che non ci sarà (disoccupati francesi). La sintesi possibile fra questi elementi è nella "socializzazione", nel duplice senso della dimensione sociale del conflitto (resa più esplicita dal declinare del fabbrichismo) e del suo essere percepita come tale da settori crescenti della working class. Come e se, poi, tutto ciò possa essere paradigma per interpretare altre situazioni di conflitto di classe in paesi di più recente industrializzazione - i veri suburbi dell'impero - è questione decisiva per le possibilità di ricostruire una prospettiva internazionalista.

Ma ritornando alla nostra provincia - che seppur disastrata fa a buon titolo parte del Ducato di Maastricht - le cose, come dicevamo, tendono a perdere in chiarezza. Anche dando per scontato il ferreo controllo sociale e politico esercitato dalla residua tenuta pidiessina su vasti strati di working class, incrociata con quello, altrettanto forte se non di più, dei sindacati confederali, è un po' poco quello che si muove, considerando che le condizioni complessive dei lavoratori stanno, se possibile, peggiorando ancora di più. Eppure non ci sono segni fortemente visibili di una ripresa d'iniziativa di classe, neppure sul terreno della difesa delle condizioni immediate di vita. Anzi quello che si muove è prevalentemente di segno opposto: basti pensare alla protesta degli allevatori contro le condizioni di Maastricht che - seppur enfatizzata dai media - ha raggiunto livelli di radicalità non comuni, o alle ricorrenti avvisaglie di scioperi delle tasse da parte di commercianti, o ancora alle ronde che nei centri storici delle grandi città vanno a caccia di extra-comunitari o tossicodipendenti. Certamente ci sono e continueranno ad esserci lotte per la difesa dei posti di lavoro o scioperi per migliori condizioni di lavoro o il recupero salariale, come ci sono - e probabilmente cresceranno - le lotte dei senza-lavoro. Il quadro tuttavia rimane sfilacciato, non ci sono segni evidenti di collegamenti e forme di solidarietà generalizzate stentano a decollare. D'altra parte lo stesso processo organizzativo con cui i segmenti più attrezzati politicamente della working class tentano di contrastare le spinte alla frammentazione di classe (ci riferiamo principalmente al sindacalismo di base e all'autorganizzazione) sembra segnare il passo, anche per quanto riguarda la stipula di un semplice patto d'azione che superi le contingenze del momento (vedi i tentativi di limitare ulteriormente le residue libertà sindacali contenuti nella proposta di legge Bassanini). L'impressione è che il segnale forte espresso dai 50.000 lavoratori (o 70.000 che fossero) scesi in piazza l'ottobre scorso a Roma contro la politica economica del governo non sia stato recepito appieno da dirigenze di "base", diciamolo francamente, in gran parte inadatte a svolgere le funzioni che si sono largamente autoattribuite.

La tentazione di dirimere queste difficoltà sul piano politico è dunque forte. Però traslocando armi e bagagli a "livello superiore" ci si trascinano dietro problematiche non risolte che si sommano a nuove, per le quali si è ancora meno attrezzati. Infatti se sul terreno dell'azione sindacale e sociale qualche spiraglio, qualche segnale si può intravvedere e comunque esiste una rete di dibattito trasversale rispetto alle varie opzioni, sul terreno politico le cose vanno decisamente peggio. Non si profila nessuna progettualità in grado di sussumere le variegate spinte alla costruzione del braccio politico della working class. Rifondazione Comunista, con la sua magmatica composizione, è ritenuta un riferimento obbligato quasi da tutti, ma - stante la sua natura di organismo invertebrato che si è espanso nello spazio "fisico" lasciato libero dalla deriva dell'ex-PCI - lo è quasi esclusivamente nel senso di costituire un ostacolo all'emersione di consensi e istanze degne di ben altra causa. La pressoché nulla visibilità delle opposizioni interne del PRC completa poi il quadro dell'intangibilità delle opzioni politiche di questa area. Ugualmente magmatica è l'area di confine tra PRC e la sinistra non-istituzionale: brulicano e ricorrono le proposte organizzative o cripto-organizzative a tutto scapito della qualità del disegno politico. Non c'è da soffermarsi neppure sulle vicende della parte "storica" della sinistra extra-istituzionale: il rigore analitico decade spesso a schematismo ideologico e quindi in una strutturale incapacità di incidere in quella realtà che si ritiene perfettamente compresa. Restano in ultimo la multicolore e multiforme area dei centri sociali e quella altrettanto sfaccettata anarchica e libertaria. Anche qui, e per svariati motivi, una progettualità coerente stenta ad emergere. Nel primo caso siamo di fronte a un divaricarsi di suggestioni e di spinte differenti che spesso sconfinano in una gestione solo leggermente diversa dell'esistente. Nel secondo - trattandosi di area culturale piuttosto che politica - le difficoltà sembrano essere strutturali, a meno che non ci si decida a sacrificare il culto esasperato delle "differenze che arriscono", a rischio tuttavia di perdere la propria identità più profonda.

Se questo è ciò che è dato, e lo si ritiene poco soddisfacente, è del tutto doveroso - pur in assenza di significativi momenti di lotta generalizzata - porsi costantemente l'obbiettivo di contribuire a ricreare le condizioni di un antagonismo di classe radicale, combattivo e orientato. Esiste certamente un milieu di quadri politici e sindacali, di militanti di classe, di spezzoni combattivi della working class che può coerentemente porsi questo obbiettivo. E' questa l'autonomia del politico che può essere correttamente rivendicata in questa fase: rispettosa dei movimenti reali, quando ci sono, attenta ai sintomi del loro risveglio quando essi latitano, senza codismo né velleità dirigistiche. Se la questione organizzativa non è all'ordine del giorno lo è certamente quella della costruzione di una rete di dibattito che trascenda i partigianismi ideologici nel rigore possibile - e compatibilmente con la carenza di strumenti d'indagine adeguati - dell'analisi della fase e delle condizioni dei contrapposti antagonisti. Collegamenti Wobbly può essere un tassello, non decisivo, ma nemmeno secondario in questa impresa.